domenica 21 luglio 2019

Iran cercasi nuova Guida Suprema per salvare rivoluzione e Paese

40 anni dopo Khomeini grandi manovre per la successione alla Guida Suprema. La morte dell’ayatollah Shahroudi, candidato designato a prendere il posto di Alì Khamenei.
-Si parla anche del generale Qassem Soleimani, il “Napoleone” sciita nemico giurato di Israele, che comanda le Brigate Al-Qods in Irak e Siria.
-Sempre più pesante la crisi dell’economia.

Grandi manovre per la
successione alla Guida Suprema

Iran cercasi nuova Guida Suprema per salvare rivoluzione e Paese
Si va verso un Iran che potrebbe essere comandato da un generale “duro e puro” legato a filo doppio alla teocrazia di Qom? I rumors sulle grandi manovre per la successione ad Alì Khamenei, la Guida Suprema del Paese, si sprecano. E il “toto-ayatollah” sembra essersi intensificato, dopo che il delfino che sembrava designato a prendere il posto del successore di Khomeini, e cioè Mahmoud Hashemi Shahroudi, è morto improvvisamente lo scorso dicembre. Da allora Khamenei è entrato in agitazione e ha cominciato a stilare una lista di possibili candidati, che devono tutti avere una stimmata: la durezza. La fedeltà alla filosofia politica del khomeinismo, che non è solo teocrazia, è infatti la “condizione necessaria ma non sufficiente”.

Accanto a questa vanno coniugati i valori di una strategia che propugna l’espansione dello sciitismo nel mondo islamico e, soprattutto, la conquista dell’Iran della leadership politica regionale. A spese delle altre potenze sunnite, è ovvio, a cominciare dall’Arabia Saudita. E’ per questo che quando negli ambienti solitamente “bene informati” ha cominciato a girare il nome del generale Qassem Soleimani, comandante delle truppe iraniane in Siria (le temibili Brigate Al-Qods) agli israeliani sono rizzati i capelli in testa. Soleimani, infatti, è ritenuto una specie di “Napoleone sciita”, capace non solo di condurre vittoriosamente mille battaglie in Siria (e anche in Irak), ma anche fedele interprete del piano che prevede il rischieramento delle milizie sciite a ridosso del Golan.

Gli analisti, però, pensano che quella di Soleimani possa essere solo una carta di riserva, che potrebbe essere giocata dall’attuale Guida Suprema nel caso non fosse possibile individuare un successore con le dovute “specifiche”. Per ora, i personaggi in pole position sono l’ex candidato alla Presidenza della Repubblica, Ebrahim Raimi, e il capo del Consiglio per la giustizia, Sadeq Larijani. Entrambi ritenuti “hard-liners” e allineati e coperti con Khamenei per quanto riguarda l’obiettivo della esportazione della rivoluzione.

A Teheran, fra le altre cose, si preoccupano anche della successione al Grand Ayatollah Alì Al Sistani (88 anni), il “venerabile” irakeno. Punto di riferimento per tutto l’universo islamico sciita. Un unico successore potrebbe riunificare le due “cattedre” e riuscire a fare trangugiare proprio agli sciiti irakeni sia la dottrina khomeinista (sempre mal digerita) sia l’egemonia persiana. Non si tratta di cavilli. La prossima Guida Suprema dovrà operare scelte decisive per il futuro dell’Iran e dello sciitismo. Oltre alle tradizionali questioni in politica estera (sviluppo del nucleare, rapporti con l’Occidente, confronto con Israele, rafforzamento dei legami con la Russia, dialogo con la Turchia) in agenda ci sono tutte le difficoltà derivanti dalla pesante situazione economica e finanziaria. Aggravata dalle sanzioni.

Senza una decisa sterzata e un innalzamento della qualità della vita, le rivolte sono dietro l’angolo. E considerando che, oltre agli stomaci, protestano anche le teste, che esigono maggiori libertà civili e la tutela dei diritti fondamentali, il successore di Khamenei avrà di sicuro un compito quasi improbo. Gli analisti inseriscono nel mazzo delle variabili anche il potente Corpo delle Guardie Rivoluzionarie (una specie di Stato nello Stato) che controlla la produzione e distribuzione di greggio, i programmi nucleari e missilistici e, soprattutto influenza le direttrici della politica estera di Teheran in tutto il Medio Oriente, con un focus particolare su Irak, Siria e, soprattutto, Libano.

A nostro giudizio, però, il fattore critico numero uno che potrebbe travolgere la teocrazia iraniana resta proprio la sua economia, a rischio di collassare da un giorno all’altro. La tenda a ossigeno del regime si chiama petrolio. Ma già alla fine di dicembre un outlook nemmeno tanto segreto inseriva l’Iran tra i quattro Paesi (gli altri erano Libia, Nigeria e, profeticamente, Venezuela) in grave pericolo per un ipotetico crollo delle esportazioni di greggio. Per svariati motivi. Nel caso di Teheran un peso predominante avevano (e avranno) le sanzioni. Ergo: aspettiamoci nell’immediato futuro, in Iran, fibrillazioni sociali che potrebbero arrivare fino alle convulsioni.

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