Spagna tra inflazione e disoccupazione record, scontro politico sull’economia e altri guai in vista

Inflazione al 10,7%, disoccupazione da record mondiale tra le nazioni più industrializzate. La Spagna, anche se meno citata di Germania o Francia o della traditrice Gran Bretagna, ha tutti i nostri guai, tensioni politico elettorali italiane comprese.
“Sindrome della tempesta perfetta”, perché fonde geopolitica ed economia con eventi straordinari di carattere sociale.

Dopo pandemia, sanzioni e rincari di guerra

Anche la Spagna, in questa fase della sua storia, ha tutti i segni di quella crisi di cui soffrono le grandi democrazie industriali dell’Occidente. Oggi in Parlamento arriva il Decreto Energia, predisposto dal governo socialista di Pedro Sanchez in base alle direttive europee. L’Unione chiede a Madrid di tagliare il 7% del consumo di gas, per cercare di cominciare ad ammortizzare le devastanti ricadute che si potrebbero avere, in caso di blocco “forzato” delle importazioni. Si tratta di una prima forma di razionamento, non proprio “di guerra”, ma che comunque colpisce lo stesso la sensibilità della popolazione.

Chi governa paga pegno

La misura dovrebbe passare senza patemi d’animo, anche se fino all’ultimo il governo ha dovuto lavorare per convincere i partitini a dare il loro appoggio. I popolari voteranno contro e, di sicuro, guadagneranno ancora qualcosa nei sondaggi, che già li hanno visti risalire, in maniera sostanziale, negli ultimi quattro mesi. Non a caso la legge anticrisi posto-pandemia, dello scorso aprile, voluta da Sanchez, è passata per il rotto della cuffia.

‘El Pais’ e i ritardi dell’Europa

Ieri, il più importante giornale iberico, El País, ha aperto l’edizione on-line con un articolo che rispecchia le crescenti preoccupazioni dei suoi lettori: “L’Europa affronta la recessione dopo 6 mesi di guerra. Il Continente accusa l’inarrestabile aumento del prezzo del gas e il crollo dell’euro sul dollaro”. L’analisi rilancia allarmi finora un po’ troppo trascurati, a partire dall’inefficace controllo dell’inflazione da parte della BCE. Anche perché la situazione di particolare fragilità di alcuni settori dell’economia spagnola, espone il Paese a “danni collaterali”, derivanti dalle possibili mosse dell’Istituto di Francoforte. La BCE deve fronteggiare un’inflazione dell’8,9% nell’Eurozona, un dato che è “armonizzato” mediamente, ma che in effetti, per la Spagna, arriva al 10,7%.

Inflazione oltre il 10% e disoccupazione

Questo indicatore deve fare i conti con un altro trend che, nella Penisola iberica, è da allarme rosso: la disoccupazione. Storicamente, è sempre stata una delle piaghe socio-economiche nazionali e, in questo momento, pur essendo diminuita sensibilmente, continua a essere una spina nel fianco del governo. Nel primo trimestre dell’anno era al 13,7%, adesso dovrebbe essere calata al 12,5%. È sempre una percentuale troppo alta, un vero record mondiale tra le nazioni più industrializzate, a parte il Sudafrica. Il motivo?

Mercato ‘ingessato’

Secondo gli esperti, il mercato del lavoro spagnolo è praticamente “ingessato”. Troppi vincoli burocratici, regolamenti (e tasse da pagare) che deprimono le assunzioni a tempo indeterminato. Il Prodotto interno lordo sembra comportarsi un pochino meglio e fa sperare che, recessione internazionale permettendo, alla fine dell’anno si possa arrivare a un incremento compreso tra il 3 e il 4%. Sarebbe uno straordinario successo. Ma non dipende solo dagli spagnoli e, in particolare, dal loro premier Pedro Sanchez.

Inflazione, recessione e rabbia popolare

La situazione economica globale, infatti, non promette nulla di buono e lo scontro titanico tra chi vuole controllare l’inflazione e chi, invece, teme di più la recessione, è già scoppiato a ogni livello. Certo, chi è al potere gioca in difesa, perché, in periodo di crisi, deve prendere dei provvedimenti quasi sempre impopolari. E così “el pueblo”, che prima ti osannava, adesso ti si rivolta contro e, messa da parte l’ideologia, i simboli e le bandiere, vota per l’opposizione. Sta accadendo da tutte le parti, perché non dovrebbe capitare pure in Spagna? Almeno a livello nazionale, perché localmente può succedere di tutto.

Conti politici regionali

Come due mesi fa, in Andalusia, una Regione storicamente di sinistra. Laggiù, il cuore islamico d’Europa questa volta ha battuto a destra, dando una stupefacente vittoria ai Popolari di Alberto Nunez Feijòo, il galiziano succeduto al vecchio (e sconfitto) leader Pablo Casado. Il trionfo del centro-destra è stato merito del Presidente regionale uscente, Juanma Moreno, che adesso tutti chiamano “il califfo”. L’esponente popolare, dopo quasi cinquant’anni, ha fatto il miracolo politico di ridimensionare i socialisti. Nel 2019 aveva fatto un governo territoriale di coalizione con la destra di Ciudadanos. Ma questa volta non ce n’è stato bisogno, perché ha conquistato tutte e otto le province e persino (per la prima volta) la città di Siviglia. Moreno, tuttavia, non ha mai dato spazio agli estremisti di Vox.

Già campagna elettorale

Ora, però, il conflitto tra socialisti e popolari si fa aspro e si allarga, perché l’anno prossimo si voterà per il rinnovo del Parlamento, e tutto quello che si farà da questo momento in poi sarà, praticamente, campagna elettorale. Oggi c’è, come abbiamo già visto, un primo appuntamento importante, dato che si voterà il Decreto sul risparmio energetico, voluto dal governo e avversato dai popolari. Si tratta di un “pacchetto” che prevede regole e sanzioni anche abbastanza dure. La normativa ha già suscitato numerose reazioni negative, tra cui quella delle comunità autonome, con la Catalogna e i Paesi Baschi in testa. Alle obiezioni di metodo e di merito, il governo ha risposto “che così vuole Bruxelles” e che bisogna applicare le direttive europee.

Autonomismi duri e centralismo madrileno

Sul tema del dissenso dal decreto da parte delle comunità autonome è intervenuta la “ministra” delle Finanze, Maria Jesùs Montero, con una minacciosa dichiarazione, che non ammette repliche: “Non permetteremo a nessuna comunità – ha detto – di fare insubordinazione. Quel percorso, quello dell’insubordinazione, finisce male, come si è visto in altre occasioni”. In fondo, aggiungiamo, la Senora ha ragione, perché il decreto si fa per salvare la democrazia. O, forse, oltre a lei, non abbiamo capito niente nemmeno noi.

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