
L’estremismo becero dell’ex Presidente e alcuni dei candidati da lui imposti hanno fatto la differenza. Pur essendo oggetto di inchieste federali e non certo un modello di presidenzialismo unificante, Trump si è gettato, con furioso dinamismo nella corsa elettorale delle “Mid term”. Le voleva sfruttare come trampolino di lancio per la sua campagna 2024 per la Casa Bianca. Ma come per le presidenziali 2020, confuso dai tanti applausi dei tifosi arrabbiati che lui coltiva, ha sbagliato nuovamente modi e calcoli, dando respiro e spazio al pur opaco Biden.
Sconfitto lui, battuti i suoi candidati di punta, l’effetto domino si è trasmesso, impietosamente, a tutto il Partito repubblicano. Che ora si lecca le ferite e cerca il colpevole. Intendiamoci: il Gop ha vinto una Camera al fotofinish, ma non era ciò che ci si aspettava. E Biden e i Democratici non hanno molti motivi per gioire, a parte avere evitato quello che veniva annunciato da una trentina di istituti di sondaggi come un vero massacro politico. All’orizzonte, ora si profilano altre minacce, molto meno comode di quella rappresentate da “Trump the grunt” (lo sbruffone), come ormai viene spregiativamente definito l’ex palazzinaro.
Minaccia politica principale, la più credibile, si chiama Ron DeSantis, l’italo-americano trionfalmente riconfermato nella carica di Governatore della Florida, con una performance vicina al 60%. Accanto a lui Marco Rubio (origini cubane), anche lui con un eccellente risultato. La Florida, considerata in molte occasioni uno “swing state”, cioè uno Stato oscillante tra i due poli del Congresso, oggi viene ritenuto il più Repubblicano, dopo il Texas e l’Oklahoma. Per dare un’idea, nel 2000 George Bush si aggiudicò i 30 delegati per la Casa Bianca, con soli 537 voti di differenza. Nel 2018, DeSantis battè il suo avversario per 32 mila voti. Martedì scorso, invece, ha avuto un plebiscito, riuscendo a ottenere un milione e mezzo di voti in più del Democratico Crist. I primi umori, sondati dentro un GOP ancora frastornato, sembrano vedere nel Governatore italo-americano il “front-runner” più credibile per la Casa Bianca, alle Presidenziali del 2024.
Murdoch sembra avere già fatto la sua scelta e il New York Post, due giorni fa, ha dedicato a DeSantis tutta la prima pagina, titolando a caratteri cubitali “DeFuture”, con un chiaro riferimento al percorso politico che attende il Governatore. Dunque, le “Mid term” hanno offerto a Murdoch l’occasione per chiudere un discorso, che aveva cominciato a luglio, dopo le audizioni per l’assalto del 6 gennaio, a Capitol Hill. In quella circostanza, il Wall Street Journal era stato lapidario definendo Trump “unfit” (inadeguato) a ripresentare la sua candidatura per un secondo mandato alla Cass Bianca. Ora Murdoch chiude il cerchio, si scaglia (indirettamente) contro Trump, e le sue testate (New York Post, Wall Street Journal, Fox News) lo seppelliscono politicamente, tirando fuori un mantra che, probabilmente, sentiremo da ora in poi: “DeSantis for President”.
Certo, ancora i risultati definitivi delle elezioni di Medio termine devono arrivare, ma già la resa dei conti nel Partito repubblicano è sotto gli occhi di tutti. Sondaggi e previsioni assortite davano il Grand Old Party in procinto di mettere le mani sul Congresso. Con una vittoria larga alla Camera e una più risicata al Senato. Per giorni, si è parlato di una “ondata rossa” (il colore dei conservatori negli Usa), che avrebbe fatto uscire i Democratici e la Casa Bianca dalle consultazioni con le ossa rotte. Invece, niente di tutto questo. Il GOP, bene che vada, prenderà la Camera per la miseria di un paio di seggi. Mentre, per il Senato, è tutto rimandato al 6 dicembre, quando si terrà il ballottaggio in Georgia, tra Warnock e Walker.
La sorprendente tenuta dei Democratici, nonostante i bassi indici di approvazione per Joe Biden e il sovrapporsi di numerose emergenze sociali (inflazione alle stelle, criminalità dilagante, immigrazione clandestina sempre più incontrollabile) ha diverse chiavi interpretative. La sentenza della Corte suprema sull’aborto ha senz’altro pesato, ma non è stata determinante. Molti analisti pensano, invece, che abbia fatto più presa sull’elettorato degli indecisi la “chiamata alle armi” in difesa della democrazia, invocata da Biden. Una campagna elettorale basata non su un reale pericolo rappresentato dal Partito repubblicano, ma tesa piuttosto a sottolineare l’ambigua, ingombrante e per certi versi inquietante onnipresenza dell’ex Presidente Donald Trump. Rivelatosi, risultati alla mano, la vera palla al piede del GOP. I Democratici ci hanno azzeccato, insomma, riuscendo ad affondare, a uno a uno, molti dei candidati imposti da Trump. Specie quelli dei cosiddetti “battlegrounds”, i “campi di battaglia” decisivi per il controllo del Senato. In Pennsylvania ha perso malamente Mehmet Oz e in Georgia Walker non è stato capace di sfruttare le condizioni favorevoli, per vincere al primo turno. Disastrosi, poi, sono stati Masters in Arizona e Bolduc nel New Hampshire.
Eppure, cronaca di stamane: «Trump, il 15 novembre annuncerà candidatura 2024» riferisce Jason Miller, stretto consigliere del tycoon, intervenendo su ‘War Room’, il podcast di Steve Bannon. The Donald: «Dobbiamo riportare il Paese in carreggiata»
Adesso tutto dipenderà dallo stato maggiore del GOP: se i Repubblicani riusciranno a disintossicarsi dal trumpismo, allora DeSantis potrà essere un avversario formidabile per i Democratici. Se Trump riusciva a farli ridere, il Governatore italo-americano potrebbe farli piangere.