L’Egitto sull’orlo di rivolte sociali, il despota Al Sisi e le amicizie di interesse

Se manca il pane, il popolo si rivolta dice l’antica regola. In Egitto scarseggia pure l’acqua, per non parlare delle case, che per qualche milione di abitanti, al Cairo, sono un lusso. E il lavoro, qualsiasi, almeno per riuscire a campare.
Gli ingredienti per una tumultuosa ribellione nazionale ci sarebbero tutti, solo che il governo attuale è molto spiccio di manganello. E il Presidente Abdel Fattah al-Sisi ha saputo crearsi le amicizie internazionali giuste. Forse.
Intanto almeno un milione e mezzo di cittadini vivi dormono nel cimitero del Cairo.

Elezioni presidenziali, per la forma

L’anno prossimo in Egitto si voterà per un nuovo Presidente. Le condizioni sono ancora tutte da stabilire e, soprattutto, molte apparenze da ‘ritoccare’. Ed esempio, tentare di raccontare al mondo che, al netto di un sacco di soprusi, in fondo l’Egitto, dice lui, ‘è una democrazia’. E quindi, bisogna avere una parvenza di opposizione, una popolazione che non scenda in strada a spaccare le vetrine è un riconoscimento internazionale, magari con la regia, dietro le quinte, di qualche Zio d’America.

La crisi che morde e i rimedi di facciata

Stretto tra casse vuote, obblighi di spesa sociale, prezzi degli alimenti base in drammatica ascesa e proteste pronte a esplodere, al-Sisi ha convocato gli ‘Stati generali’ della politica egiziana. Il cosiddetto ‘dialogo nazionale’, durato alcune settimane e al quale hanno partecipato anche esponenti dell’opposizione ‘soft’, quella che serve per le apparenze. Ma non i ‘Fratelli Musulmani’, il partito degli islamisti che aveva vinto, democraticamente, le elezioni nel 2012 con Mohammed Morsi. E che poi è stato messo al bando, con un colpo di Stato ‘forse suggerito’ e sostenuto da qualcuno a cui quel voto non era piaciuto. A ognuno il suo sospettato preferito.

Piramide rovesciata

L’Egitto (90 milioni di abitanti) fa la fame e il regime sostenuto dagli Stati Uniti, mostra un vertice monolitico e una base (sterminata) che comincia pericolosamente a traballare. Gli egiziani mangiavano pane fatto col grano ucraino e russo, importato da navi che facevano la spola con il Mar Nero. Poi la sciagurata invasione ordinata da Putin ha rovinato tutto, ha moltiplicato i costi e ha costretto il governo a proseguire nella sua politica di prezzi amministrati. In pratica, finora, per tenere buoni i meno abbienti (che sono la maggioranza) il pane è stato venduto sotto costo. La maggior parte della pagnotta la paga lo Stato. In teoria, perché i soldi che escono dalla porta, devono rientrare dalla finestra, se no il glorioso Egitto fallisce e gli pignorano pure le piramidi.

Debito da brividi sulla pelle dei poveri

Forzatura per rappresentare il fatto che il debito pubblico è talmente elevato che, se al-Sisi vuole gli altri finanziamenti del Fondo monetario internazionale (3 miliardi di dollari) non è più padrone di elaborare le sue politiche economiche. Vale per il pane, ma vale anche per le tariffe dell’acqua corrente e per i prezzi dei prodotti alimentari di prima necessità. Per non parlare delle medicine. Le case? Un lusso, se pensate che almeno un milione e mezzo di cittadini dormono nel cimitero del Cairo. Quindi, niente più prezzi amministrati e ognuno si arrangi se si vogliono i soldi dell’Fmi, il supremo tribunale finanziario del grande capitale internazionale. Dominato, è ovvio, dagli Stati Uniti.

Militari potenti e incapaci

Il problema, per gli egiziani, è che l’economia è veramente allo scasso. La perdita dei mercati russo e ucraino, la disastrosa crisi delle materie prime, il micidiale aumento del prezzo dei carburanti, il crollo della domanda internazionale ha messo in ginocchio interi settori sociali e produttivi. L’inflazione è superiore al 30%, la disoccupazione è sopra il 7% e quest’anno il Pil nominale crescerà solo del 3%. Un trend che certifica un pauroso impoverimento generalizzato del sistema-paese. Anche la bilancia dei conti correnti è in rosso, mentre la ratio debito su Pil tocca il 6,3% e il tasso di svalutazione della moneta nazionale, anno su anno, ha raggiunto il 40%. Lo Stato egiziano forse sopravviverà, ma solo se riuscirà a conservare un margine residuo di credibilità finanziaria internazionale.

Nella ‘mouse trap’, la trappola per i topi

Da un punto di vista geopolitico, il Cairo si è semplicemente cacciato in una ‘mouse trap’, la trappola per i topi preparata dall’Occidente e rifinita dal Fondo monetario internazionale. Una cattiva conduzione economica, porta ad allargare strategie di ‘deficit spending’, nuovi debiti per pagare debiti, che vengono concessi, a patto di seguire politiche economiche rigorose e relazioni internazionali più ‘amichevoli’ con i Paesi ricchi. Abbastanza chiaro.

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