Opec e Russia assieme, meno petrolio e sempre più caro per l’Occidente

Non solo gas nel gelido inverno che si avvicina. Oggi, a Vienna, i 23 Paesi dell’Opec Plus, Russia compresa, vertice per stabilire le quote di produzione del greggio. È quasi sicuro che, sotto la spinta di Arabia Saudita e Russia, gli Stati dell’organizzazione decidano di operare un taglio alla quantità di petrolio immessa sul mercato.
Un vero e proprio schieramento sul fronte della guerra Usa-Russia in corso, e non dalla parte occidentale.

Se il petrolio trova altri consumatori

Secondo fonti rilanciate con grande evidenza dal Wall Street Journal, il club dei produttori potrebbe decidere di diminuire la produzione di almeno un milione di barili al giorno. Per gli analisti, questo vorrebbe dire che il greggio potrebbe tornare a toccare i 100 dollari a barile, dopo che il suo prezzo era caduto tra gli 80 e i 90 dollari.

L’umiliazione di Biden dai Saud

Quando Joe Biden, lo scorso luglio, ha scelto di andare a stringere la mano, in Arabia Saudita, al principe bin Salman, lo ha fatto masticando amaro. Diciamo che è stato quasi portato di peso, dai suoi collaboratori, a un incontro dettato dalla ragion di Stato e non certo da genuine empatie politiche. Un viaggio con un unico obiettivo centrale: il petrolio. Biden voleva non solo che i sauditi aumentassero la loro produzione di greggio, ma che facessero anche le dovute pressioni sugli altri soci dell’Opec, affinché l’incremento giornaliero di barili di petrolio, da immettere sul mercato mondiale, salisse di un paio di milioni. Niente da fare. A parte molte promesse d’ordinanza e un lieve rialzo di qualche centinaio di migliaia di barili, i Paesi produttori ignorarono le richieste americane e la Casa Bianca fece un buco nell’acqua. Nel frattempo, però, i prezzi sono calati, per un complesso di ragioni e gli scenari sono cambiati.

Sanzioni sconvolgi tutto

Intanto, il gioco delle sanzioni ha smistato il petrolio russo su altri mercati, creando una sorta di “mercato nero” (o di contrabbando) internazionale, facendogli trovare lo stesso una collocazione (Cina, India e molti altri Stati “non allineati”). Poi lo tsunami inflazionistico e la reazione di tutte le banche centrali, col rialzo dei tassi di interesse, sta raffreddando l’economia planetaria. Da qui, una prevedibile minore richiesta di energia fossile. Un altro fattore da tenere nella dovuta considerazione è stata la scelta, presa da Biden, di immettere sul mercato gran parte delle riserve strategiche degli Stati Uniti. Lo ha fatto per calmierare i prezzi, aumentando l’offerta, ma così facendo, secondo alcuni critici, sta esponendo a rischi significativi la sicurezza nazionale, in caso di uno shock energetico improvviso.

Le riserve strategiche Usa

Si calcola che la Casa Bianca, per abbassare i prezzi medi del greggio, abbia “bruciato” qualcosa come 200 milioni di barili della Strategic Petroleum Reserve, al ritmo di un milione al giorno. Il piano di emergenza era stato programmato fino alla fine di ottobre, ma il timore di qualche “brutta sorpresa” (un rialzo dei prezzi della benzina a ridosso delle elezioni di Mid Term) ha consigliato a Biden di prolungarlo fino a novembre. Tuttavia, scrive il WSJ, il problema per gli Stati Uniti resta serio.

Azzardo strategico elettorale

Biden, per tenere in piedi le sanzioni contro la Russia e per vincere le consultazioni legislative, ha giocato d’azzardo, prosciugando le riserve strategiche al livello più basso dal 1984. Se ci fosse un’emergenza nazionale, come un massiccio attacco informatico a una rete di oleodotti, il sistema energetico americano potrebbe entrare in crisi. Il vero problema è, a giudizio di diversi esperti, che la forsennata corsa verso un’economia “verde”, probabilmente ha bisogno di più tempo, per una transizione equilibrata. Insomma, abbiamo ancora necessità del fossile e nel momento in cui gli altri Paesi, spinti dalla necessità, sono stati in grado di aumentare la produzione di petrolio, gli Stati Uniti sono rimasti al palo. E dipendono sempre più dai capricci geopolitici dell’Opec “Plus”, dove la Russia fa ancora la parte del leone.

100 miliardi di dollari anno

Gli economisti Casey Mulligan e Steve Moore hanno dichiarato al Wall Street Journal che “le politiche anti-petrolio e contro il gas dell’Amministrazione Biden costano all’economia statunitense 100 miliardi di dollari l’anno”. Adesso bisognerà vedere come girerà il vento a Vienna. Sono in tanti ad avere il dente avvelenato con l’Occidente in generale e con gli Stati Uniti in particolare. L’Opec non è più l’organizzazione, a volte malleabile, che abbiamo conosciuto fino al 2016. In quella data, ad Algeri, è cambiato tutto. Di è decido di associare altri 10 Paesi, con la Dichiarazione di cooperazione, firmata poi a Vienna.

Opec Plus protagonismo alternativo

Una mossa che ha considerevolmente aumentato la capacità contrattuale, della nuova Opec “Plus”, di incidere sui mutati equilibri geopolitici internazionali. Le scelte che verranno fatte oggi a Vienna, questo è sicuro, influenzeranno l’immediato futuro, politico ed economico dell’Europa. E inoltre potrebbero avere un impatto significativo sui risultati delle elezioni di Medio Termine americane.

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