
L’ex economista di Breslavia che voleva reintrodurre la pena di morte in Europa, questa volta ha salutato gli attuali legami tra Varsavia e Washington come «i migliori della storia» e ha ribadito la determinazione del suo governo a rendere l’esercito dell’Aquila Bianca «il più forte d’Europa. La Polonia mira quindi a costruire un partenariato strategico a tutti i livelli con gli Stati Uniti», registrando, a detta di Morawiecki, «l’approvazione del Numero Uno». O Padreterno per la Polonia bigotta, o Biden per ‘sparagrosse Mateusz’.
In un tweet, Mateusz Morawiecki ha ringraziato la vicepresidente Kamala Harris, la sola accoglienza ottenuta, aggiungendo che gli Stati Uniti e la Polonia «condividono gli stessi obiettivi geopolitici ed economici, nonché gli stessi valori». Un’ulteriore frecciata all’insubordinato Macron e alle più dubbiose cancellerie dell’Europa occidentale.
Prima di Macron De Gaulle. «E’ dai tempi di Charles De Gaulle che Parigi tenta di assumere un ruolo di mediazione tra Stati Uniti da un lato, e potenze autoritarie dall’altro», scrive Marsonet. «Il problema in fondo è semplice. Un conto è ‘sentirsi’ grande potenza, un altro è esserlo realmente». Scritta per la Francia di Macron va bene dieci volti di più per la Polonia di Mateusz Morawiecki. Ricordando al mondo distratto che «Pur avendo perduto l’impero, la Francia mantiene un arsenale nucleare discreto», anche se non certo paragonabile a quello americano, russo o cinese.
Ma forse il problema non è Parigi ma Bruxellers. «Ursula von der Leyen ha accompagnato a Pechino il presidente francese ma, come in altre precedenti occasioni, ha fatto la figura della bella statuina». La presidenza della Commissione europea contava molto quando c’era Angela Merkel. Con Ursula, indicata proprio dalla ex cancelliera, ha perduto buona parte della sua importanza. «Qualcuno ha per «esempio capito cosa pensa la von der Leyen della sparata del presidente francese?».
In questi venti di guerra sui confini con la Russia la Romania ha annunciato che «l’ammodernamento dell’Aeronautica militare proseguirà con l’acquisto degli F-35 di ultima generazione». Da subito uno squadrone di almeno sedici F-35a, per arrivare a ventiquattro, soldi permettendo, e non prima del 2030 perché servono infrastrutture a terra che Bucarest non ha. Nel frattempo l’usato sicuro dalla Norvegia ben 32 F-16 di seconda mano, «fase intermedia prima dell’acquisizione di aerei di quinta generazione e della formazione di piloti d’élite».
I primi F-35a romeni atterreranno nella base aerea di Câmpia Turzii, in Transilvania, recentemente rinnovata con soldi americani (130 milioni di dollari). Partenariato strategico con gli Stati Uniti, la Romania cerca da diversi anni di rimarcare l’esigenza di una maggiore presenza politico-militare americana e occidentale nella regione del Mar Nero. «In un futuro prossimo, gli stessi cacciabombardieri a capacità nucleare di proprietà romena potrebbero tramutarsi in asset fondamentali per l’impero a stelle e strisce, qualora il Pentagono optasse per il trasferimento in loco di bombe atomiche aria-terra», avverte Mirko Mussetti su Limes.
Il ministro degli Esteri dell’Ungheria Péter Szijjártó a Mosca. «L’approvvigionamento energetico dell’Ungheria richiede un trasporto ininterrotto di gas, petrolio e combustibile nucleare. E la cooperazione energetica ungherese-russa deve essere ininterrotta. Non ha nulla a che fare con le preferenze politiche, ma riguarda semplicemente la fisica». Budapest continua a ricevere petrolio russo dall’oleodotto Družba (Amicizia) e gas naturale via diramazione serbo-bulgara di TurkStream, mentre la centrale nucleare di Paks -l’unica del paese, che con i suoi quattro reattori d’origine sovietica genera metà dell’elettricità ungherese-, utilizza materiale fissile della Federazione.
I colloqui in materia energetica tra Ungheria e Russia vanno controcorrente rispetto all’approccio sanzionatorio verso Mosca promosso da Bruxelles e diligentemente adottato da ventisei cancellerie comunitarie.