Iran 100 giorni: la rivolta e la ferocia. Torture e impiccagioni. Ayatollah a mano militare

Un centinaio gli iraniani che rischiano la pena capitale, e molti di loro sono giovanissimi o addirittura minorenni. Tra i detenuti a rischio, quelli certi sono almeno 43. Tra loro due fratelli di 23 e 24 anni, la cui madre ha diffuso un video per chiedere il loro rilascio, un gesto rischioso per lei stessa.
Molte decine gli arrestati accusati di reati punibili con la morte. Tra loro il 21enne campione curdo-iraniano di karate Mohammad Mehdi Karami. Un altro detenuto, il rapper curdo-iraniano di 27 anni Saman Yasin, ha tentato il suicidio in carcere.
La Corte suprema ha respinto il ricorso di Mohammad Ghobadlou, confermando la sua esecuzione.

I 100 giorni al nostro Natale

Le proteste innescate dalla morte della giovane 22enne curda, Mahsa Amini, col 25 dicembre sono entrate nel loro 100esimo giorno. L’ondata di manifestazioni, la più grave che la Repubblica islamica abbia mai affrontato dalla sua nascita dopo la Rivoluzione del 1979, è proseguita senza interruzioni ed è divenuta sempre più capillare con slogan duri contro i vertici del regime teocratico e attacchi contro caserme e forze di sicurezza, nonostante la violenta repressione da parte del regime.

La strage, 469 i morti noti

Sono i almeno 469 le persone uccise negli scontri con le famigerate ‘milizie basij’, parte del Corpo dei guardiani della rivoluzione iraniana (i cosiddetti pasdaran) secondo gli ultimi dati della ong Iran Human Rights.

Gli impiccati

Le proteste non si sono fermate nemmeno di fronte ai processi farsa che hanno già portato all’esecuzione della condanna morte di due giovani arrestati durante le proteste, Mohsen Shekari e Majid Reza Rahnavard, entrambi di 23 anni e impiccati con l’accusa di “moharebeh”, che in farsi significa “fare la guerra a Dio”.

Un commento ad ‘Agenzia Nova’

Nima Baheli, analista geopolitico all’università La Sapienza di Roma, afferma che in questi mesi si è assistito a qualcosa di unico nella storia della Repubblica islamica, «una unione di tutte le istanze che negli anni erano emerse, ma che erano sempre state divise». E la morte di Mahsa Amini, dopo il suo arresto da parte della ‘polizia morale’ per aver indossato il velo in modo scorretto, è stata la miccia che ha unito tutte le istanze – minoranze etniche (in particolare curdi e baluci), donne, universitari, ambientalisti – che in precedenza il governo era riuscito a incanalare e gestire.

Tentativi di riforma falliti, ora cacciarli

Come osserva Baheli, in passato era sempre emersa in qualche modo la speranza che si potesse negoziare con il regime e cambiarlo dall’interno. Il governo del moderato Mohammad Khatami; il movimento guidato dal leader riformista Hossein Moussavi per contrastare nel 2009 la rielezione a presidente ultra conservatore Ahmadinejad; l’elezione del pragmatico Hassan Rohani e la firma nel 2015 dell’accordo sul nucleare iraniano. «Tutti questi tentativi sono falliti», ammette Baheli. Ultimo atto di questa recidiva reazionaria, l’elezione di Ebrahim Raisi dopo l’esclusione di qualsiasi candidato moderato.

Ora, solo ‘regime change’

«La popolazione è divenuta consapevole che ormai non vi è più alcuna speranza per una riforma interna al sistema, per cui punta a un regime change». Prima con l’allontanamento dalla politica (48,4 per cento di votanti, 3,7 milioni di schede bianche e la vittoria Raisi con soli 18 milioni di voti, rispetto ai 23,6 milioni del predecessore Rohani), poi, l’attuale rabbia popolare che la ferocia del regime non sembra più in grado di contenere.

Ferocia e incapacità

Il controverso annuncio della chiusura temporanea da parte della polizia morale iraniana e esecuzioni capitali, con condanne a morte in processi farsa, ad accelerare rabbia e proteste. «Queste condanne a morte sono un elemento di ulteriore di debolezza del sistema, perché vogliono impaurire e intimorire la popolazione, al pari delle voci fatte circolare dal regime di violenze sessuali nei confronti delle manifestanti arrestate con l’obiettivo di creare ulteriore panico tra la popolazione», osserva l’analista, secondo cui i casi di tortura e violenza avvengono e non sono inventati, «ma il fatto che vengano fatti trapelare rientra nella loro strategia di creare ulteriore paura».

Auto golpe militare

Una delle opzioni che sarebbe al vaglio degli apparati del regime per cambiare gli equilibri e uscire da questa fase sarebbe la graduale presa del potere delle Forze armate, in particolare dei Guardiani della rivoluzione (i cosiddetti pasdaran) anche in vista della successione all’83enne guida suprema, Ali Khamenei, per cambiare gli equilibri interni alla Repubblica islamica oggi dominata ai vertici dal clero.

Situazione economica gravissima

Elemento che ha contribuito, almeno in parte, a indebolire la Repubblica islamica dando linfa alle proteste è la forte crisi economica innescata dalle sanzioni da parte degli Stati Uniti nel maggio 2018, decise con il ritiro unilaterale dall’accorso sul nucleare sotto la presidenza Trump, e aggravata dalla pandemia di Covid. L’Iran, pur avendo sviluppato un’economia fortemente autarchica, è vicino al tracollo economico.

Il rial iraniano dal 2018 ha perso sei volte il suo valore. Ultima forma di protesta per indebolire ulteriormente il regime: il ritiro dei propri risparmi dalle banche. Per chi ha ancora qualche risorsa da ritirare.

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