Unipolarismo americano: più armi che diplomazia e poca intelligenza politica

Si chiama ‘effetto-domino’, quando la prima tessera di un gioco, dopo un colpetto s’inclina e con una cascata rapida e incontrollabile, abbatte tutte le altre. Nelle relazioni internazionali, questo fenomeno comincia con una sottovalutazione e una pessima gestione delle crisi. Che si saldano fra di loro, fino a diventare gigantesche aree di ‘turbolenza geopolitica’. In particolare, quando la diplomazia lascia progressivamente il campo alla forza, allora le possibilità di padroneggiare qualsiasi confronto tra Stati o blocchi diventano esigue. Il mondo attuale, purtroppo, assomiglia sempre di più a questo modello caotico

Sistema imprevedibile e unipolarità cancellata

Il mondo attuale è un sistema aperto, dove gli elementi interagiscono sempre più velocemente e con un grado di complessità elevato. Insomma, è un sistema ‘imprevedibile’ e dunque ‘ingovernabile’, dove la presunta ‘unipolarità strategica’ dell’Occidente esce massacrata. Significa che la ‘superpotenza per definizione, gli Stati Uniti e i suoi alleati faticano a controllare la geopolitica del pianeta. Perché è un boccone troppo grosso per tutti e divora energie e risorse gigantesche.

Dalle teoria all’attualità

Fin qui la teoria, ma quello che sta succedendo in questi giorni non é altro che la dimostrazione lampante, un vero caso-scuola, di quanto andiamo dicendo. Dunque, chi si è assunto il compito (secondo qualcuno la ‘missione’) di indirizzare lo sviluppo globale, probabilmente ha commesso degli errori di prospettiva. Ha scambiato la tattica con la strategia o, se volete, si è posto degli obiettivi di medio periodo e ha trascurato (o non ha calcolato affatto) quelli a più lunga gittata. Di più. Ha mischiato etica, diritto internazionale e valori umani alla ‘realpolitik’, dimostrando un cinismo di fatto e un’evidente contraddizione (o una palese malafede) che non sfugge più a nessuno. A ogni latitudine.

Dalla ‘fine della storia’ alla fine dell’unipolarismo Usa

Risultato? La ipotetica ‘fine della storia’ e la molto presunta vittoria del capitalismo (di cartone), teoremi vaticinati da Francis Fukuyama, oggi di sicuro vanno ridimensionati. Se non proprio quasi sovvertiti. Semplicemente, l’America non è riuscita a fare da capoclasse in una scuola dove tutti gli allievi parlano lingue diverse. Dalla caduta del Muro di Berlino in poi, a Washington si sono solo preoccupati di spartirsi i dividendi della fine della Guerra fredda, pensando che le nuove sfide geopolitiche dovessero essere confinate solo in un ambito poco più che regionale. Sbagliato.

Errori a catena

Hanno dato definitivamente per morta la Russia (fallita economicamente, ma armata fino ai denti di atomiche); e poi hanno sottovalutato la velocità di crescita della Cina, non riflettendo sul fatto che essere più ricchi significava anche diventare più ambiziosi. Inoltre (forse l’errore più grave) gli americani hanno continuato ad avvicinarsi ai ‘non allineati’ e al Sud del mondo con l’atteggiamento di chi ‘esportava civiltà’ (dollari, democrazia, stili di vita e anche bombe). Con la non trascurabile nota che, spesso, tale aiuto magari non era richiesto.

Modello ‘export-oriented’

Questo modello politico ‘export-oriented’, inevitabilmente si è tirato appresso gli alleati, che hanno dovuto adattare le loro visioni del mondo allineandole, quasi sempre, a quelle della Casa Bianca. Così, a partire dall’intervento in Afghanistan, fino alla seconda guerra irakena e poi alla missione in Siria contro l’Isis, paradossalmente, gli Usa hanno aperto fronti di guerra che non sono più riusciti a chiudere, se non traumaticamente o con strascichi penosi. Purtroppo, la diplomazia è rimasta confinata in un angolo.

Privilegio all’uso della forza

Con Biden, questa situazione di privilegio per l’uso della forza si è aggravata. Jake Sullivan al Consiglio per la Sicurezza nazionale e Antony Blinken al Dipartimento di Stato sono la metafora della politica estera Usa, che appare zigzagante e senza una logica congruente. Il pessimo utilizzo della diplomazia, ha portato gli americani a scappare letteralmente dall’Afghanistan e a non riuscire a impedire l’invasione dell’Ucraina. Quando si farà la storia delle origini di quella guerra, siamo sicuri che salteranno fuori molte novità, che per ora vengono taciute. Così come saremo curiosi di conoscere, in futuro, tutti i documenti e i motivi che hanno portato Biden ad appiattirsi sulle posizioni di Netanyahu. Che a Gaza e in Cisgiordania sta facendo quello che vuole.

Israele e l’attuale destra suprematista e razzista

Il Presidente Usa lo sa: il problema non è Israele, ma il governo estremista che lo guida. Lui perché gli va appresso così ciecamente? Intanto, la crisi si allarga. Il sud del Libano è in ebollizione, gli Houthi continuano ad attaccare navi nel Mar Rosso, gli iraniani sparano missili in Siria e in Pakistan e quest’ultimo Paese (una potenza nucleare) risponde.

L’ultima brutta notizia è arrivata ieri: un bombardamento fatto dalla Giordania in Siria. Manca solo un’altra crisi ‘a orologeria’ nello Stretto di Taiwan, per completare il quadro. E forse anche per questo Biden è preoccupato: continuando così, visto come affronta la sua politica estera, presto gli finiranno le bombe.

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