L’Ungheria blocca gli aiuti UE all’Ucraina per ripicca. Mal di pancia e giochi nascosti dietro

Martedì a Bruxelles, nella riunione dell’ECOFIN, il Consiglio dell’Unione Europea formato dai ministri delle Finanze dei 27, l’Ungheria ha bloccato lo stanziamento di 18 miliardi di euro di aiuti all’Ucraina, decisione che andava approvata all’unanimità, ponendo il suo veto. Uno contro tutti, ma ciò che si nasconde dietro è molto di più.

Veto annunciato e ciò che nasconde

Il veto dell’Ungheria era decisamente annunciato. Nei giorni precedenti il primo ministro ungherese Viktor Orbán aveva ripetuto di essere contrario a uno stanziamento collettivo dei fondi, e aveva proposto che venissero stipulati accordi bilaterali tra i singoli paesi dell’Unione e l’Ucraina. Una soluzione che richiederà l’approvazione dei parlamenti dei vari paesi ad allungare i tempi. Questo nella ufficialità del dichiarato. Poi la verità più meschina ma ben nota a tutti.

Ritorsione ungherese alla punizione Ue

L’Ungheria ha usato il potere di veto come ritorsione verso Bruxelles e pressione sugli altri 26 paesi per il blocco dei 7,5 miliardi dei cosiddetti ‘fondi strutturali’ per punire una serie di carenze del paese sul rispetto dello stato di diritto. Insomma, l’autoritarismo decisamente antidemocratico di Orban, su cui dovrà decidere il Consiglio Europeo entro il 19 dicembre.

Ricatti incrociati, le multinazionali ringraziano

Ricatti incrociati. Per questo ieri Ecofin ha deciso di non votare sull’eventuale sblocco dei 7,5 miliardi di euro dei Fondi di coesione per Budapest e sull’approvazione del Recovery Plan ungherese da 5,8 miliardi. Escluso dall’ordine del giorno anche il voto su una ‘minimum tax’ del 15 per cento per le grandi imprese internazionali in qualsiasi giurisdizione operino, altro dossier su cui Budapest avrebbe posto il veto per avere più carte da giocare nella sua battaglia contro Bruxelles.

‘Stato di diritto’, chi e come

Lo «stato di diritto» è tra i principi fondanti dell’Unione Europea ed è basato sul rispetto dei diritti fondamentali della popolazione e su un potere giudiziario indipendente e imparziale, tutti elementi fortemente a rischio in Ungheria. Orbán, che è al potere dal 2010 dopo esserlo già stato in precedenza tra il 1998 e il 2002, governa il paese in modo autoritario. Sua l’invenzione della «democrazia illiberale», quando ancora era accettato nel calderone politico del Partito popolare europeo. Espulto e incattivito, Orban si sposta sempre più a destra tra i Paesi dell’ex blocco sovietico con cultura di democrazia interna molto giovane e incerta.

Francia e Germania intercedono per l’Ungheria

Ma a guardare più a fondo scopriamo che Francia e Germania sono alla testa di un gruppo di circa 12 governi europei (Italia compresa) che chiede alla Commissione di alleggerire, di tornare sulla proposta di congelare parte dei fondi europei stanziati per l’Ungheria, riferisce Agnese Rossi su Limes. La nuova e per certi versi sorprendente aggregazione, sostiene che Budapest abbia compiuto significativi progressi in misure anticorruzione e di sviluppo democratico e che Bruxelles non ne starebbe tenendo conto. Più che una assoluzione ad Orban, l’ennesima bacchettata sulle dita a Usulla Von der Lyen.

Realismo politico e contro bigottismo nordico

È improbabile che Francia e Germania agiscano in quanto mosse a compassione dagli sforzi democratici ungheresi. Ed una spiegazione plausibile potrebbe arrivare guardando alla altre due votazioni all’ordine del giorno, suggerisce sempre Agnese Rossi: «l’applicazione degli accordi Ocse sulla tassa minima globale per le multinazionali», ad esempio. Parigi da subito in prima linea per un’aliquota fiscale sulle multinazionali. «Berlino ha più in generale interesse a non destabilizzare eccessivamente un paese importante per l’economia tedesca (l’Ungheria, insieme agli altri del gruppo Visegrád, è per la Germania uno dei principali mercati di sbocco e un centro manifatturiero nevralgico)».

Washington a spingere per Kiev

Le complicazioni nell’approvazione del pacchetto europeo di aiuti all’Ucraina, su cui fanno pressione sia Washington che Kiev, è l’ennesima dimostrazione, la valutazione di Limes su cui ragionare, «di come i meccanismi comunitari siano difficilmente compatibili con una situazione di guerra». Impossibile definire quanto la guerra possa concedere di democrazia. Ma per Bruxelles, in questo caso l’Ucraina in guerra vorrebbe dire anche finanziare uno Stato che non rispetta le regole comunitaria. Ora con l’aggravante di Francia a Germania.

Tra ideologia e necessità

Questa volta a difendere una linea più morbida sullo Stato di diritto non è la classica Polonia che con Orban, su molto fronti di democrazia incerta, ha operato in coppia. «Ora a tendere la mano a Budapest siano le due nazioni (e non da sole) che si sono storicamente atteggiate a custodi del sistema valoriale europeo (tutela dello Stato di diritto, libertà democratiche)». Sintomo di uno scollamento tra ideologia e necessità.

Dove è finito l’Orbán di una volta? Ragionevoli dubbi

Altri rilevano una altrettanto sorprendente/sospetta conversione del premier ungherese sempre sul fronte della guerra della Russia contro l’Ucraina. «Orbán che non tuona più contro le sanzioni di Bruxelles che sarebbero all’origine di tutti i guai economici ed energetici dell’Europa», segnala David Carretta sul Foglio. Il suo mancato veto al ‘price cap’ sul petrolio, malgrado la minaccia di Mosca di un taglio del greggio a chi lo sostiene. Sabato Orbán ha denunciato una “chiara aggressione” da parte della Russia e ha spiegato che “abbiamo bisogno di un’Ucraina sovrana”. Lo stesso giorno, la presidente dell’Ungheria, Katalin Novák, era a Kyiv per incontrare Zlensky.

Venerdì Orbán ha anche rassicurato che l’Ungheria “sostiene” l’ingresso nella Nato di Svezia e Finlandia, nonostante i dubbi per il ritardo nella ratifica (è il solo paese con la Turchia a non aver ancora formalizzato la decisione).

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