Dai Paesi baltici sull’orlo del crack economico l’allarme all’Europa

Lettonia, Estonia e Lituania non sentono sul collo solo il fiato delle truppe di Putin e dei bielorussi ai loro confini, ma sono precipitati in una pericolosa recessione economica che fa stare l’America e mezzo Occidente col patema d’animo.
Inflazione tra i 21 e il 23 per cento. Tenore di vita della popolazione letteralmente crollato.
I baltici per gli altri Paesi europei ‘come i canarini in una miniera di carbone’, avvisano prima di tutti su una possibile esplosione.

‘Balcani del nord’

Quella regione, storicamente ha sempre funzionato come una specie di Balcani del Nord. Flussi e riflussi storici hanno portato, nei secoli, russi, svedesi, ucraini, teutonici, finnici e polacchi a contendersi i territori, o a condividerli malvolentieri. Il melting-pot etnico che ne è scaturito sembra uscito da una delle famose riflessioni di Ralf Dahrendorf: «attenzione al principio della tutela delle minoranze, perché ognuna di loro può diventare maggioranza di un’altra minoranza». Come in un gioco di scatole cinesi.

La guerra dell’inflazione

Non solo la guerra in Ucraina. Tutte e tre le repubbliche hanno tassi d’inflazione tra il 21 e il 23% e lo stratosferico aumento del prezzo dei carburanti rischia di far lievitare ancora i prezzi. Rispetto al periodo successivo all’adozione dell’euro (tra 11 e 7 anni fa) il tenore di vita della popolazione è letteralmente crollato. Una speciale classifica riguardante 34 Paesi industrializzati, elaborata dall’Economist sulla base di alcuni parametri-base, tra cui Pil, inflazione e disoccupazione, vede precipitare pericolosamente Lettonia ed Estonia agli ultimi due posti della classifica. Il Pil della Lettonia è rimasto fermo, mentre quello dell’Estonia è addirittura crollato di oltre il 3%. Un po’ meglio ha fatto la Lituania (intorno all’1,5%), anche se ha una bilancia commerciale in rosso per quasi un miliardo di euro.

Peggio nel 2023

Le previsioni più cupe, però, riguardano il prossimo anno. Visto il ‘modello baltico’ di sviluppo dell’inflazione, il Financial Times lancia l’allarme: «L’inflazione dei Paesi baltici è un monito per il resto d’Europa. I responsabili politici temono che la regione sia un primo indicatore di come le pressioni sui prezzi potrebbero svilupparsi il prossimo anno in tutta l’Unione».

I canarini baltici

Martin Kazaks, governatore della Banca centrale lettone, afferma che i baltici per gli altri Paesi europei «sono come i canarini in una miniera di carbone», nel senso che avvisano tutti gli altri, prima del tempo, di una possibile esplosione. In questo caso inflazionistica. Ma a fronte del crollo della qualità della vita, la popolazione potrebbe scendere in piazze e reagire? Beh, la risposta di quasi tutti gli esperti è ‘no’. La paura dei russi, a cui nessuno evidentemente vuole dare alibi, e più forte della fame.

Congenita fragilità europea

Il Vecchio continente ha pagato la sua congenita fragilità, quella di un organismo nato con le stimmate del mercantilismo e poi trasformatosi, un po’ per scelta e molto per necessità, in istituzione sovranazionale. Un assemblaggio certo ammirevole, forse anche miracoloso, perché fatto in pochissimi anni, mettendo assieme secoli di differenze sociali e culturali. Ma anche un’Unione che si è tirata appresso i danni collaterali di un allargamento fatto a tappe forzate. Così, oggi la nostra vecchia e cara Europa è diventata un blocco omogeneo solo sulla carta.

Le differenze sostanziali la rendono una realtà geopolitica ancora molto variegata, nella quale si condividono valori comuni, ma si perseguono interessi spesso diversi. E la sua complessità la rende imprevedibile e, talvolta, ardua da governare come organismo sovranazionale.

Ue, piccolo Paese di grandi nazioni

La specificità dell’Unione Europea è quella di essere ancora un piccolo Paese fatto di grandi nazioni. Sembra un ossimoro, ma a pensarci bene questa condizione rappresenta, come in una sorta di relativismo prospettico, allo stesso tempo la sua forza e la sua debolezza. Quella di un organismo sovranazionale che riesce a garantire ai propri cittadini sufficienti spazi di libertà, ma anche un’istituzione che fatica a ‘saldare’ politiche di convergenza, nel campo dello sviluppo sociale, di quello economico e della politica estera.

Costruzione asimmetrica

L’UE, insomma, è una splendida costruzione asimmetrica, che a seconda delle congiunture, mostra pregi e difetti che non si possono occultare. Perché ignorarli sarebbe peggio che discuterne, anche accanitamente. Esempio, le reali difficoltà che incontrano la Commissione e la Banca centrale europea ad attuare delle significative politiche di convergenza. Il problema è che esistono profonde differenze strutturali tra i Paesi dell’Eurozona e attivare politiche monetarie (o di sviluppo) che funzionino per tutti è un’impresa.

Anzi, a essere onesti, ci sono dei Paesi-laboratorio, considerati dagli esperti come delle vere e proprie ‘aree d’allarme’ per tutti gli altri. In questa fase sono tutti d’accordo: chi sta messo peggio, per diversi e preoccupanti motivi, sono i baltici.

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