
La prima interpretazione della stampa internazionale al discorso di Xi Jinping per l’inaugurazione del XX Congresso del Partito comunista cinese. E sul problema più scottante individuato, Taiwan, si sono sprecati titoli incendiari, attribuendo al leader del Pcc la chiara volontà di risolvere il contenzioso invadendo l’isola. Ma già nelle poche frasi che Xi aveva dedicato a questa crisi, c’erano degli elementi di contraddizione, che non combaciavano con l’ipotesi dell’attacco preventivo.
l Presidente cinese, è vero, aveva espresso le solite minacce d’ordinanza, ma aveva anche aggiunto alcune interessanti considerazioni che potremmo definire di pura “filosofia geopolitica” di cui si sarebbe dovuto tenere necessariamente conto. In sostanza, proponeva di “hongkongizzare” Taiwan, conferendole uno status simile a quello dell’ex colonia britannica, secondo la formula “un Paese due sistemi”. In questa visione, Pechino avrebbe avuto ogni interesse a garantire un’ampia autonomia, per arrivare a una riunificazione pacifica, studiando tempi e modi, grazie a un approccio cooperativo con Taipei.
Ma da dove nasce l’interpretazione bellicistica delle parole di Xi Jinping? Al Congresso, Xi non ha letto il suo discorso, ma lo ha solamente sintetizzato. Come informa il South China Morning Post di Hong Kong, che a Pechino sta seguendo in tutti i dettagli i lavori dell’assemblea comunista, il leader cinese aveva preparato un lungo intervento di ben 72 pagine. Poi, per sottolineare la sua forza -si dice che un discorso breve sia un “termometro” in questo senso- o, forse, per rispetto verso i tanti delegati novantenni presenti, ha deciso di accorciare, parlando quasi a braccio. Però, quello che fa testo è il documento scritto, distribuito a tutti i 2300 delegati, che dovranno eleggere i 375 membri del Comitato centrale. Un documento che dovrà, necessariamente, essere condiviso dal nuovo Politburo e dal suo Comitato ristretto di 7 membri, vero cuore pulsante del potere cinese.
Xi sostiene il principio della Cina unica e conferma l’accordo del 1992. “Su questa base condurremo consultazioni ampie e approfondite sulle relazioni attraverso lo Stretto e sulla riunificazione nazionale con persone di tutti i partiti politici, settori e strati sociali a Taiwan e lavoreremo con loro per promuovere lo sviluppo pacifico delle relazioni strette e per fare avanzare il processo di riunificazione pacifico della Cina”. Naturalmente, questo non è stato l’unico tema di politica estera toccato dal discorso di Xi, anche se possiamo dire che, di sicuro, è stato il più specifico.
Gli altri, sono stati trattati molto a grandi linee e collegati, comunque, al percorso di sviluppo che la Cina dovrà compiere, per diventare la prima potenza economica del pianeta. E proprio quella dell’economia è forse la parte del discorso di Xi più anonima. Anzi, meno convincente. Solo esortazioni, richiami e slogan, ma niente cifre. Evidentemente le cose non vanno bene come dovrebbero e non c’è molto da propagandare.
“La Cina ha ritardato bruscamente i dati sulla pubblicazione del Pil del 3º trimestre – scrive il Wall Street Journal – una mossa insolita, perché il Partito comunista al governo del Paese svolge il suo congresso nazionale”. “La cifra trimestrale del Pil, le vendite mensili al dettaglio, le vendite immobiliari e gli investimenti in immobilizzazioni, che originariamente dovevano essere pubblicati martedì, sono stati contrassegnati come ‘ritardati’, sul sito Web dell’Ufficio nazionale di statistica cinese”. Una coincidenza sospetta, perché toglie Xi Jinping dall’imbarazzo di dover annunciare il fallimento degli obiettivi di crescita che erano stati programmati.
Dopo l’invasione russa dell’Ucraina e gli sconvolgimenti economici susseguenti, si pensava comunque di poter arrivare, alla fine dell’anno, a una crescita di Pil intorno al 5,5%. Invece, nei primi 6 mesi del 2022, il Pil cinese è cresciuto solo del 2,5%, anche perché l’apparato produttivo è stato messo in crisi dalla politica “zero-covid” di Xi. Ora ci dovrebbe essere stata una ripresina (tra il 3 e il 3,3%), ma tale da non giustificare alcun trionfalismo.
Xi Jinping, in questo momento storico, più che enumerare successi sembra bisogno di eliminare politicamente potenziali avversari, promuovendo i suoi. Come Wang Huning, diventato capo dell’Assemblea nazionale del popolo. ‘Metodo e merito’, aveva insistito Xi anche nel discorso congressuale.
D’altro canto, il tallone d’Achille di tutti i dirigenti marxisti è sempre stato rappresentato dall’economia. E Xi Jinping è il più comunista di tutti i leader cinesi, dai tempi di Mao.