Negli Usa cresce la fronda realista: Ucraina guerra lunga e senza vittoria

Armi a Kiev finché sarà necessario, insiste Biden. Per Foreign Affairs non è la soluzione: prevalere sul campo è impossibile, lo dimostrano questi 15 mesi di combattimenti. ‘Urge una fine negoziata del conflitto per fasi intermedie: così che i nemici possano convivere anche senza fare la pace’, riferisce Luca Celada da Los Angeles

Le frasi per la storia e per l’opposizione

«Credo fermamente che disporremo dei fondi necessari per assistere l’Ucraina per tutto il tempo che sarà necessario». Così si è espresso Joe Biden nell’incontro avuto col britannico Rishi Sunak alla Casa bianca, dove i due leader hanno riaffermato l’impegno a sostenere l’Ucraina fino alla vittoria’».

Lo scetticismo vincente

‘La formula’ patriottico rassicuratrice stavolta è stata impiegata anche a fini interni americani, per dissipare lo scetticismo sul finanziamento della guerra che viene soprattutto da parte repubblicana, ma non soltanto. Una crescente minoranza, e presidenziali che stanno recuperando antiche posizioni isolazioniste del Paese, ritenute utili all’incasso elettorale.

«Una guerra non-vincibile»

Mentre esponenti dell’apparato militare, come David Petraeus sul Washington Post, come riferiva sabato Piero Orteca, guidano il tifo politico per la controffensiva ucraina, torna a farsi sentire la fazione realista che dai think-tank specializzati smorza i trionfalismi e invita al pragmatismo. «Una guerra non-vincibile» è il titolo, dell’editoriale apparso su Foreign Affairs, organo del Council of Foreign Affairs, a firma di Samuel Charap.

L’urgenza di iniziare un dialogo

L’articolo sostiene la necessità e l’inevitabilità di una fine negoziata alla guerra ucraina, ribadendo l’urgenza di «iniziare un dialogo» anche non avendo ancora elaborato una conclusione, mas almeno per «congelare» un conflitto che in caso contrario promette di prolungarsi per anni. Secondo Charap, senior political scientist alla Rand Corporation, tale scenario comporta rischi «esistenziali per l’equilibrio geopolitico globale» .

L’equilibrio geopolitico globale

L’invasione russa per gli Usa e i suoi alleati è stato «un momento di chiarezza morale» nell’assistere la nazione aggredita ma, aggiunge l’analista, «all’urgenza di quella missione non si è mai accompagnata una corrispondente chiarezza sull’obbiettivo finale». A questo proposito cita l’attuale consigliere per la sicurezza nazionale di Biden, Jake Sullivan, che già nel giugno dell’anno scorso ammetteva: «Più che sull’obbiettivo finale, siamo concentrati sugli obbiettivi di oggi, domani e della prossima settimana per rafforzare al mano degli Ucraini, prima sul campo e successivamente ad un eventuale tavolo negoziale».

Quindici mesi di combattimenti dopo

«Quindici mesi di combattimenti hanno ampiamente dimostrato che nessuna delle parti è in grado, seppur con assistenza esterna, di prevalere sul campo», scrive Charap, «È ora che gli Stati uniti accelerino l’attenzione verso un’indispensabile soluzione a un conflitto che non potrà essere risolto con la forza delle armi». L’articolo cita statistiche secondo cui le guerre fra stati sovrani raramente vengono decise dalla conquista territoriale di una delle parti.

Nel caso ucraino, non esiste un posizionamento del confine, o uno specifico numero di chilometri quadrati controllati dalle parti, che le indurrebbero a porre fine al conflitto.

Guerra permanente

«Secondo uno studio del Center for Strategic and International Studies, mostra, in base a dati raccolti a partire dal 1946, che il 26% delle guerre fra stati si concludono dopo il primo mese, il 25% entro un anno. Ma quando si estendono oltre il primo anno, tendono in media a durare dieci anni». Un conflitto ucraino di tale durata significherebbe mantenere l’attuale rischio di uno scontro diretto Russia-NATO o dell’utilizzo di armi nucleari.

«I costi economici ed umani per entrambi i paesi in guerra,  disastrosi e ‘generazionali’ in Europa e in particolare per l’Ucraina».

Prioritario l’inizio di un dialogo

Per molti, e sempre in più parti nel mondo, diventa prioritario l’inizio di un dialogo. Charap porta l’esempio del gruppo di contatto informale fra le parti stabilito durante la guerra balcanica, ad aprire un canale di comunicazione fra Russia, Ucraina, Usa e alleati. Questo a prescindere dall’esito eventuale di una controffensiva ucraina che anche in caso di parziale (e non assicurato) successo, non modificherebbe le dinamiche fondamentali della contesa.

Nessuna vittoria territoriale a finire la guerra

In qualunque modo sviluppi la linea del fronte, infatti, entrambe le parti rimarranno in grado di tenere sotto minaccia il territorio nemico. Anche l’improbabile ipotesi di una ‘vittoria territoriale’ che riporti i confini allo stato pre-2014 non sarebbe quindi sufficiente a porre fine alle ostilità.

Legittimità a rivendicazioni

L’editoriale suggerisce di mettere da parte la questione della legittimità delle rivendicazioni e di operare pragmaticamente per la fine di una guerra, contemplando le «soluzioni plausibili in circostanze molto meno che ideali», che al momento precludono cioè un vero e proprio trattato di pace. «È utile, scrive invece Charap, accettare che i paesi rimarranno nemici per potenzialmente molti anni anche dopo la cessazione delle ostilità».

Corea europea

Charap conclude che la soluzione non può che essere di tipo armistiziale: «Una cessazione durevole del fuoco sullo stampo di quello coreano, l’esito insoddisfacente che più plausibilmente porrà fine a questa guerra».

Oltre il 38esimo parallelo

Per raggiungere questo obbiettivo (Charap ricorda che in Corea ci vollero due anni e più di 500 incontri), occorre puntare su ben definiti «obbiettivi intermedi», quali zone demilitarizzate, garanti terzi, forze di pace o commissioni per la risoluzione delle dispute, meccanismi utili a rafforzare la struttura di «reciprocità e deterrenza in grado di permettere a nemici giurati di convivere pur non avendo risolto le loro fondamentali divergenze».

Stati Uniti ancora protagonisti?

«Sta agli Stati Uniti promuovere questo percorso, ricoprendo un ruolo simile a quello avuto come garante della pace egizio-israeliana. (Charap suggerisce una garanzia occidentale della sicurezza ucraina che non giunga all’ammissione alla Nato). Solo così si potrà raggiungere se non la pace, una stabilità di respiro storico simile a quella che, nei decenni, ha permesso lo sviluppo della Corea del sud e la riunificazione della Germania».

 

 

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