Torna a ribollire minacciosamente il pentolone del Pakistan, scosso da un’acuta crisi economica che si è saldata all’ormai annosa instabilità della sfera politica. Il gigante di 220 milioni di abitanti, per la sua posizione, la forza militare (è una potenza nucleare), il carisma riconosciutogli nel mondo islamico e il ruolo geopolitico che riveste, ha un’importanza straordinaria per tutta l’Asia meridionale. Ma la sua influenza, si estende anche oltre. Toccando, da un lato, i rapporti con India e Cina e, dall’altro, le relazioni col Golfo Persico e il Medio Oriente. Sembra superfluo anche ricordare che, proprio il Pakistan, ha rappresentato (e rappresenta ancora), per gli Stati Uniti la testa di ponte verso l’Asia centrale e, in particolare, verso l’Afganistan.
Bene, questo grande Paese oggi è sull’orlo di una clamorosa deflagrazione sociale, perché la sua economia è in ginocchio e rischia un secondo ‘caso Sri Lanka’, cioè un default dello Stato e del sistema nel suo complesso. Il governo pakistano, fino a quando ha potuto, ha cercato di truccare le carte, “mascherando” le magagne del settore finanziario pubblico e tacendo sulle difficoltà produttive e distributive. Come? Con la solita storia dei sussidi, dei prezzi amministrati tenuti artificiosamente bassi e dei tassi d’interesse, congelati al rialzo e fuori mercato dalla Banca centrale, per tenere a galla la rupia, la moneta nazionale. Una politica disordinata che è andata avanti fino a quando i nodi non sono venuti al pettine. Cioè, fino a quando il Fondo monetario internazionale, che sta prestando, in tutto, 7 miliardi di dollari al Pakistan, non ha cominciato a distribuire bacchettate.
Se volete vedere ancora i nostri soldi, hanno detto a Washington rivolti ai pakistani, allora fate quello che vi diciamo noi. Detto, fatto. La Banca centrale di Islamabad e il governo (“pro-amerikano”) di Singh si sono adeguati alla velocità della luce. I tassi d’interesse sono stati liberalizzati e sono immediatamente calati del 10%. Così, la rupia è andata a picco e ha cominciato a essere scambiata, come carta straccia, al mercato nero, dove tutta la popolazione si è fiondata alla ricerca di dollari. Ergo, le riserve valutarie ‘pregiate’ si sono ridotte all’osso e il Paese, che paga in dollari anche i fiammiferi che importa, ha cominciato ad alzare bandiera bianca. Stop all’arrivo di cibo, carburante, medicine e via discorrendo. Per non parlare di prodotti tecnologici e beni ad alto valore aggiunto.
La ‘Sindrome da Fondo monetario’ (consentiteci di chiamarla così), con il dollaro cambiato a 255 rupie, nell’ultima settimana ha poi colpito in modo particolarmente devastante, causando lunghe code di container nei porti e negli scali ferroviari. Il motivo è molto semplice: non c’erano i dollari per poterli pagare, così la merce restava imballata e chiusa col catenaccio fino a quando non veniva rinviata al mittente. Obbligato ad applicare le ‘ricette’ del Fondo monetario internazionale, il governo di Shehbaz Sharif ha anche reso difficile il rimpatrio dei pochi pagamenti effettuati. Ma come dice Ahsan Iqbal, Ministro per la Pianificazione, il taglio delle importazioni per il Pakistan, in questo momento, è assolutamente necessario per evitare il default.
Il vero problema, però, è che la mancanza di materie prime e semilavorati, oltre che di energia, impedisce alle industrie di continuare a lavorare. Insomma, è un cane che si morde la coda. Lunedì scorso il Paese ha dovuto subire un black out elettrico di 12 ore, che ha praticamente fermato tutte le fabbriche. Questa situazione d’incertezza sta facendo saltare i nervi a parecchi imprenditori. Alcune grandi acciaierie hanno annunciato la chiusura definitiva, mentre i cittadini già cominciano a riunirsi nelle strade per fare sentire la loro protesta. Un brutto segnale per Sharif e per gli americani che lo spalleggiano, perché il premier dovrà affrontare nuove elezioni il prossimo ottobre. Sempre che, nel frattempo, il suo arcirivale ed ex premier Imre Khan, non riesca, sotto la spinta della crisi economica e dei probabili tumulti popolari, a ottenere elezioni anticipate.
Khan sta facendo di tutto per ottenere questo obiettivo, perché sostiene che a ottobre il Pakistan potrebbe già essere esploso, con un fallimento economico senza ritorno. Ecco, quindi, che le motivazioni nascenti dalla drammatica diminuzione della qualità della vita si fondono con le strategie politiche di lungo periodo. Per Khan, in questo momento, la filosofia del “tanto peggio tanto meglio” rappresenta un modello da sfruttare per tornare al potere.
Sharif, invece, oltre che dal Fondo monetario, probabilmente dovrà anche trovare il modo per farsi aiutare da Joe Biden. Anche perché, con un’inflazione al 25% e un deficit sul Pil quasi all’8%, spazi di manovra ne ha veramente pochissimi.