
Quando noi italiani abbiamo detto no al nucleare con un referendum, lo abbiamo fatto, di sicuro, per dormire sonni più tranquilli. Ora non è che vorremmo allarmarvi più del dovuto, ma dovete sapere che, nel tanto decantato sistema di centrali atomiche francesi, affastellate ai nostri confini, ci sono diverse cose che proprio non quadrano. Gli impianti sono vecchi. Anzi, molti sono talmente decrepiti (e, per la proprietà transitiva, di sicuro “problematici”) che ne hanno dovuto mettere la metà “off-line”. Un modo elegante (e indolore) per dire che è meglio che, per ora, si fermino.
Una buona fetta di centrali, una dozzina, visto che proprio cadeva a pezzi a causa della corrosione delle infrastrutture, è stata definitivamente chiusa. E il resto in che stato si trova? Domanda lecita, dati i chiari di luna finanziari in cui naviga (o, meglio, si è arenata) la EDF, la megasocietà che gestisce gli stagionati impianti. La notizia sulle magagne del nucleare transalpino circolavano già da un pezzo, ma senza il dovuto clamore. In fondo, il “vantaggioso” (solo economicamente parlando) utilizzo dei carburanti fossili e lo sfruttamento “di bandiera” di una quota di “rinnovabili” è bastato ai francesi, fino a due anni fa, non solo per tirare avanti, ma anche per esportare elettricità.
Primo cliente affezionato: l’Italia. Basti pensare che Parigi, con la sua gigantesca rete di 56 centrali nucleari, è riuscita a tirare fuori dall’atomo circa il 70% del suo fabbisogno di energia. Ma poi la pandemia, l’interruzione della catena degli approvvigionamenti durante la ripresa post-covid e, da ultimo, l’invasione russa dell’Ucraina, hanno scombussolato tutti gli scenari. Improvvisamente, c’è stato bisogno di ogni kilowattora di energia, ovunque fosse recuperabile. E siccome la quasi totalità dei politici vanno per le spicce, a Bruxelles la crisi energetica ha fatto rimangiare a tutti, e di gran corsa, i solenni proclami ambientalistici e gli impegni che erano stati presi.
Se per Enrico IV di Navarra “Parigi valeva bene una messa”, per Emmanuel Macron l’economia della Francia vale ancora di più: la moltiplicazione delle centrali nucleari. E magari l’allungamento, un po’ forzato, del ciclo di vita di quelle già belle e decotte. A tutti i costi. Quanto? Assai, una barca di soldi.
Per la Francia, sembra di capire, la vetustà del sistema nucleare attuale è un problema che diventerà velocemente insormontabile. L’obsolescenza dei sistemi di raffreddamento, dovuta alla corrosione, pone dei questioni di sicurezza. Allungare la vita delle centrali è un rischio. Costruirne di nuove, come abbiamo visto, costa un patrimonio e richiede molto tempo. Secondo alcuni report del Financial Times, l’EDF ha difficoltà a reperire personale specializzato. Si parla addirittura di ingegneri progettisti nucleari e saldatori qualificati. Tutta questa situazione di precarietà cozza con i programmi faraonici annunciati da Macron a febbraio, con l’ormai famoso discorso di Belfort.
Il Presidente francese, forse facendosi prendere la mano dalla campagna elettorale, ha delineato un ambizioso progetto di rilancio del nucleare. L’obiettivo è (o sarebbe) quello di costruire sei megacentrali entro il 2050, imperniate su versioni avanzate dei reattori pressurizzati europei. Il programma potrebbe essere addirittura integrato da una seconda serie di otto reattori, una mossa che consentirebbe alla Francia una transizione energetica con un grande spazio di manovra. Tutto questo sulla carta, perché, come abbiamo visto, l’attuale situazione finanziaria del Paese non consente di fare sogni di gloria.
Come “piano B” Macron ha proposto di allungare la vita media delle vecchie centrali da 40 a 50 anni. Ed è questo il punto che, anche alla luce di ciò che finora abbiamo scritto, proprio non può lasciare tranquillo nessuno. La situazione finanziaria di EDF è talmente pregiudicata che il traballante “governo del Presidente” ha deciso di nazionalizzare completamente la società, di cui già deteneva l’84 per cento. Macron, però, deve capire che la scelta di tenere ancora in vita centrali nucleari obsolete è un rischio molto grave.
E non solo per la Francia, ma anche per l’Italia che, paradossalmente, dopo avere rifiutato l’atomo, adesso deve temere che qualche minaccia possa arrivare dalla porta accanto.