Perù, il suicidio politico di Castillo brutto colpo per il mondo progressista latino americano

Perù. Il tentativo di autogolpe del presidente peruviano finisce in modo inglorioso. Tocca alla vice Dina Boluarte, prima presidente donna. L’arresto del capo di Stato peruviano mette in difficoltà lo schieramento dei leader – da Amlo a Lula e Petro – che erano impegnati ad appoggiarlo contro le manovre della destra per destituirlo.

Ma cosa gli è passato per la testa?

«Impossibile capire cosa sia passato per la mente di Pedro Castillo al momento di consumare il suo suicidio politico e mandare per sempre in malora la sua vita. Il motivo per cui il debole e impreparato presidente peruviano abbia tentato la mossa disperata di un autogolpe senza consultarsi neppure con i suoi ministri sfugge a qualsiasi analisi politica», scrive e assieme si interroga Claudia Fanti sul Manifesto. Perché un fatto è certo e non discutibile: che l’arresto del capo di Stato peruviano mette in difficoltà lo schieramento dei leader del mondo progressista latino americano che stavano ottenendo importanti affermazioni e che stavano anche cercando di sostenerlo contro le manovre della destra per destituirlo.

Suicidio politico, Castillo nello stesso carcere di Fujimori

Proviamo a capire fatti e moventi di un evento che somma troppe stupidità in modo quasi sospetto. La decisione dell’ex presidente peruviano Pedro Castillo di sciogliere il Parlamento a lui ostile e di indire nuove elezioni fuori da ogni logica istituzionale. «Non solo ha portato all’arresto del capo di Stato e al probabile caos politico che ne seguirà, ma ha anche messo in difficoltà lo schieramento progressista latinoamericano intenzionato ad appoggiarlo contro le reiterate manovre di destituirlo con tutti i mezzi possibili», la sottolineatura di Roberto Livi.

Un colpo al mondo progressista latino americano

In un recente incontro il presidente messicano Andrés Manuel López Obrador, del collega colombiano Gustavo Petro, e con l’accordo del presidente cileno Gabriel Boric, avevano concordato di spostare a Lima il vertice dell’Alleanza del Pacifico (Messico, Cile, Perù, Ecuador e Colombia, ma dovevano partecipare anche il presidente dell’Argentina e il neo eletto Lula) il 14 dicembre a Città del Messico. L’appoggio pubblico dello schieramento progressista al presidente Castillo minacciato di destituzione dallo schieramento di destra maggioritario nel Congresso peruviano.

«Sottoposto da mesi alle pressioni delle élites politiche e economiche per non lasciarlo governare e per destituirlo», denunciavo il presidente Messicano, «alla fine il presidente Castillo ha preso decisioni che sono servite ai suoi avversari per destituirlo».

Troppe casualità per l’innocenza altrui

Il ministro degli Esteri Ebrad ha informato che il Messico è pronto a accogliere Castillo come rifugiato. Sulla stessa linea si è espresso il presidente boliviano Luis Arce che ha accusato «le continue persecuzioni delle élites antidemocratiche peruviane contro governi progressisti». L’unico a parlare di aperto intervento degli Usa per abbattere un governo progressista è stato il numero due del governo bolivariano in Venezuela, Diosdado Cabello. Più cauto il vertice politico cubano, che fino a ieri pomeriggio non si era espresso. Premesse difficili, sospetti facili. Convinzione diffusa che a far pendere la bilancia contro Castillo vi sia stato un pronunciamento degli altri gradi militari.

«Il presidente peruviano non ha saputo controllare la variante delle Forze armate», ha sostenuto, in un’intervista alla Bbc, l’ex ministro peruviano della Giustizia, Juan Jiménez Mayor. Il quale ipotizza – con argomenti condivisi da altri analisti – che la nuova presidente Dina Boluarte dovrà fare i conti «con un governo in crisi».

Instabilità cronica, sei presidente dal 2016

L’instabilità politica del Perù è un fatto: dal 2016 il Paese ha avuto ben sei presidenti, due dei quali destituiti per «incapacità morale», una formula assai ambigua utilizzata da un Congresso frammentato ma in questa occasione orientato a destra per contrastare ogni politica economica e sociale che danneggi quelle che vengono definite «le élites». Ma i guai non sono solo a sinistra. Una possibile/probabile se non già concordata alleanza tra i militari e la destra di Kiko Fujimori, renderà estremamente difficile quel governo di unità nazionale chiesto dalla neo presidente Boluarte. La destra il potere non vuole condividerlo.

Parlamento corrotto, nazione infetta

Inoltre la maggioranza dei parlamentari è considerata corrotta da gran parte della popolazione (più dell’80%, dice un recente sondaggio) e dunque una soluzione democratica della crisi appare molto difficile. Un quadro politico talmente marcescente ed instabile aveva addirittura da indurre l’Organizzazione degli stati americani notoriamente subordinata agli interessi degli Stati uniti, a appoggiare Castillo contro le manovre parlamentari per dimetterlo. Ma ieri, il rapporto dell’Organizzazione in favore dell’ex presidente ‘maestro rurale’ è stato ritirato. Mentre Castillo è finito nello stesso carcere dell’altro ex presidente, l’ultra destro Fujimori.

Le ingenuità improvvide dell’ex ‘maestro rurale’

Le possibilità della destra parlamentare della cui linearità morale già si è detto, di riuscire a mettere in stato d’accusa l’esponente del populismo di sinistra che aveva vinco le elezioni, erano in realtà molto poche. Accusatori molto sospetti, difficile ottenere i due terzi di voti, 87, necessari per destituirlo. Ed alla fine è stato proprio il tentato autogolpe di Castillo a offrire a una destra «a permanente vocazione golpista» l’occasione perfetta per sbarazzarsi di lui in maniera paradossalmente pulita, cioè senza incorrere in colpi di stato parlamentari.

La vice dalla vita politica difficile

A sostituire Castillo è stata, come da Costituzione, la sua vice Dina Boluarte, prima donna ad assumere la presidenza nella storia del paese, la quale ha annunciato un governo di unità nazionale con la partecipazione di «tutte le forze politiche». Compresa quella destra fujimorista e anti-comunista che, non avendo potuto scongiurare la vittoria di Castillo alle presidenziali, aveva fatto di tutto – riuscendoci a meraviglia – per impedirgli di governare, lavorando ai suoi fianchi in attesa dell’occasione giusta per rovesciarlo. Il clamoroso autogol forse non era stato neppure sperato.

Inesperienza e assenza di visione politica

Punti deboli oggettivi della presidenza Castillo, molti. Esempio chiaro, la nomina di cinque diversi premier e di oltre 70 ministri in 15 mesi, tra dimissioni più o meno spontanee e rinunce obbligate in seguito agli attacchi dell’opposizione. Quidi, non ha fatto tutto da sola, la destra. «Anche Castillo ci ha messo del suo, con i suoi tanti errori, la sua inesperienza, la sua mancanza di visione politica, un’opacità via via sempre più evidente nel suo stile di governo (con le conseguenti accuse di corruzione), l’inspiegabile rinuncia a portare avanti il suo programma sfidando da subito il Congresso e puntando sul sostegno popolare», la valutazione amara di Claudia Fanti.

Finisce così, nella maniera più ingloriosa, l’avventura alla guida del paese del maestro e leader sindacale condotto a sorpresa alla presidenza da quel poverissimo e calpestato settore rurale che certo avrebbe meritato molto di più.

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