Terzo giorno di bombe turche sul Rojava. Usa e Russia si defilano e l’Europa tace

Un’ondata di bombardamenti turchi sulla Siria nord-orientale abitata in larga maggioranza da curdi, con decine di vittime e danni strutturali, a partire dal Covid Hospital di Kobane. La città, famosa per aver resistito all’ex Isis nel 2014, diventata obiettivo simbolico di Erdogan assieme ai campi profughi di Aleppo dove vivono i rifugiati di Afrin cacciati dall’invasione turca del 2018. I bombardamenti hanno ucciso anche diversi militari siriani.
Il presidente turco Erdogan ora minaccia l’invasione via terra. La denuncia curda dalla Turchia: «Campagna elettorale sulla pelle dei curdi». Arresti di massa a Diyarbakir

La Turchia bombarda la Siria per prendersi il Rojava

Ieri i bombardamenti turchi sulla Siria del nord-est sono proseguiti per il terzo giorno consecutivo e oggi siamo a quattro, con nessun ‘Grande’ nel mondo, sia americano con l’alleato Nato, sia la Russia in castigo internazionale ma in ottimi rapporti con Ankara, provino a fermare il turco Erdogan ormai in preda a delirio di onnipotenza. Bombardamenti indiscriminati a distruggere e uccidere. Da Qamishlo, «capitale» del Rojava, a Kobane, la città simbolo della resistenza allo Stato islamico. Nel mirino le infrastrutture civili: una scuola a est di Kobane, una clinica a Qarmough, un pozzo petrolifero a Kradahol e due a Tirbespiyê.

I curdi il vero bersaglio

«Le forze turche hanno colpito la centrale elettrica. Hanno ucciso le persone che sono accorse per portare soccorsi. Sono morti 11 civili. È una persecuzione. Viviamo nel nostro villaggio, non occupiamo le terre di nessuno», il racconto da testimoni nel kurdistan siriano a Chiara Cruciati sul Manifesto. Ma sempre secondo fonti curde, la furia dei bombardamenti turchi avrebbe colpito anche una base condivisa con le forze della coalizione anti-Isis a guida Usa, a nord di Hasakah, usata per la pianificazione delle operazioni contro il gruppo jihadista, mai scomparso ma operativo con cellule affatto dormienti.

‘Operazione Claw-Sword’

Per il momento Ankara colpisce dal cielo, a impedire la reazione delle unità popolari curde (Ypg e Ypj) e delle Forze democratiche siriane (Sdf) prive di una contraerea e ridotte a semplici bersagli. Facile immaginare che l’operazione turca – ribattezzata Claw-Sword – possa presto trasformarsi in un’offensiva terrestre una volta allontanate le forze curda e siriane dalle zone di confine che la Turchia da tempo ha nel mirino ed intende occupare. E la vanità di Erdogan svela: «Ce la stiamo mettendo tutta contro i terroristi con i nostri aerei e i nostri cannoni. Se dio vuole, li sradicheremo tutti il prima possibile, con i nostri carri armati e i nostri soldati».

Scusa antiterrorismo

L’attacco è stato giustificato come risposta alla strage di Istanbul del 13 novembre. Una donna siriana ha lasciato, a volto scoperto di fronte alle telecamere di sorveglianza, una borsa con esplosivo nella via più affollata della città, tornando poi a casa per essere immediatamente arrestata. Storia sporca. La donna di sospette vicinanze jihadiste che ‘confessa’ di essere stata armata dal Pkk curdo e dà il via ad una feroce repressione interna anti curda e ora giustifica l’operazione militare in Siria preparata da tempo. «Molti, tra la popolazione turca e soprattutto a Istanbul, non sono persuasi dalla goffa ricostruzione governativa della strage», segnala Davide Grasso su Micromega.

«Almeno metà della popolazione vorrebbe farla finita con Erdogan, vuoi per la gestione disastrosa dell’economia, vuoi per la cappa oscurantista che negli anni ha fatto calare sul paese. Lo scontro tra tendenze alla secolarizzazione e reazioni tradizionaliste (o fondamentaliste) è trasversale alla Siria e alla Turchia, fino all’Iran e all’Afghanistan».

Superpotenze complici da impotenza

Gli Stati uniti che all’epoca Isis avevano annunciato il proprio ritiro, mai completato, dal Rojava, e la Russia che mantiene una presenza militare al confine turco-siriano. E secondo l’Amministrazione autonoma della Siria del nord-est, nata dalla rivoluzione del Rojava, a dare luce verde alla Turchia sono stati Mosca e Washington.
Cremlino. Il portavoce Dmitry Peskov: «Comprendiamo e rispettiamo le preoccupazione della Turchia rispetto alla propria sicurezza. Allo stesso tempo, invitiamo tutte le parti a evitare passi che possono condurre a una destabilizzazione della situazione».
Casa Bianca: «Sollecitiamo una de-escalation in Siria per proteggere le vite dei civili e il comune obiettivo di sconfiggere l’Isis», si legge in una nota del Dipartimento di Stato. Decisamente poco.

La guerra elettorale e i silenzi complici di Usa e Russia

Molto più coraggio lo esprimono le opposizioni in Turchia. Ieri la co-presidente dell’Hdp, il partito della sinistra curda e turca, Pervin Buldan ha accusato l’Ak Parti di Erdogan e il suo alleato di governo Mhp di aver lanciato la campagna elettorale sulla pelle del popolo curdo. Lunedì, a Diyarbakir la polizia turca attaccava la protesta dell’Hdp e del Dbp contro la guerra: 47 arrestati, tra loro i co-presidenti provinciali dei due partiti.

Da sottolineare che i bombardamenti turchi avvengono in uno spazio aereo controllato da Russia e Stati Uniti, che di fatto acconsentono alle continue stragi di civili e militanti del Rojava. E i media occidentali ‘minimizzano o silenziano’ le operazioni sporche del paese Nato.

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