Quando spariscono i poeti del popolo

Nei miei Polemos la poesia prende spesso forma. Mi incanto e seguo la traccia di meraviglia che batte il tempo, scrive la storia, dilata lo spazio del pensiero e spalanca al canto la nostra vita. Nel periodo più duro, di fronte all’ingiustizia più truce, la poesia traccia un altro mondo possibile. Danzano le parole, si congiungono e spezzano il pane della sapienza, giocando con chi ha il coraggio di farsi bardo della rivolta e di chi ha la cura dell’ascolto, del sospendere giudizio e rutilante conforme azione di corpi e teste obbedienti. Sovvertendo con dolcezza la tragedia dell’assuefazione.

Attila Jozsef c’è sempre. Qualche giorno fa, su queste pagine, l’ho definito: “Un indagatore di stelle che si interroga su chi potrà spazzare la tristezza, su chi pianterà giardini nei nostri occhi e chi nella nostra anima sveglierà l’anima”.

Già, la poesia parla dell’anima all’anima.

Siccome sono lo stesso non allineato di sempre, avevo aggiunto un elemento penoso per la nostra cultura semplificata e mediatica, fatta di insignificanti che si prendono la scena, di filosofi che fanno finta di dare profondità a pensieri banali e formattati: i libri di Attila Jozsef sono ormai introvabili, fuori commercio. Tutto ciò che rende fertile un pensiero diverso, potente e libero, sparisce dalla nostra esistenza. Come una consuetudine malata, un dato del mercato da tener conto. Mi pare si stia asfaltando la strada in modo che non ci sia più bisogno di pietre culturali di inciampo.

Tra qualche giorno vedremo nelle librerie fiorire le cataste di pubblicazioni natalizie, vedremo il marketing dei grandi nomi occupare militarmente gli spazi, ma non troveremo quei libri in grado di sovvertire e creare uno sguardo diverso sulla vita. Un punto di domanda, un significato più lieve, più profondo, più lento. Qualcosa che possa parlare alla nostra anima dell’anima.

Non in tutte le librerie, ovviamente. Ce ne sono ancora di tenaci controcorrente. Vanno sempre scelte quelle.

Comunque il miracolo. Una lettrice amica mi ha consigliato come e dove trovare i libri di Attila Jozsef, roba da collezionisti… e mia moglie, a mia insaputa, ha scovato “Con Cuore puro”. Un gioiello. Un atto d’amore. Un seme rivoluzionario.

A parte la bellezza dell’edizione del 1971, curata da un filologo come Umberto Albini, mi ha colpito rileggere la quarta di copertina su Jozsef: “…il bardo della rivolta, il poeta del popolo, un lirico d’amore, un profeta sociale, l’ultimo francescano…

Tutte cose inutili nella sfavillante fuga in avanti mediatica che non ha bisogno di rivolta, di popolo, d’amore, di francescanesimo, di lirica, di preghiera e tantomeno di un profeta sociale. Ecco, la cultura tappetino che siamo abituati a vedere stesa come un red carpet delle emozioni codificate, delle meditazioni regimentate, non ha alcun bisogno di chi canta il povero, il cuore puro, l’uomo stanco, la desolazione e la dolcezza, la fatica e la gioia. Di chi parla con Dio della misericordia, coi compagni delle paure, per far cessare il difetto del mondo.

Beh, noi non ci arrendiamo neanche di fronte all’evidenza più perfida. Quindi progetteremo incontri, ricordando sempre che la poesia non nasce per esaltare il poeta, ma per celebrare la comunità. Vivere un avamposto culturale è anche questo.

Chiedo scusa ai lettori, questo testo sarà più lungo del solito. Ma vorrei citare una parte di un Polemos apparso nei primi giorni del 2018, prima della nascita di Vald’O. Comincia proprio con una poesia del poeta ungherese. Eccola:

Vorrei essere un melo selvatico,
un grande melo selvatico,
vorrei che del mio corpo si saziassero
tutti i bambini affamati,
coperti dalla mia ombra

Vorrei essere un melo selvatico,
che quando sarà secco un giorno
e abbattuto dal padre inverno,
asciughi con la sua fiamma
le lacrime degli orfani
”.

E continua così, idee che si andavano intrecciando con altre, per fare del pensiero un’azione, andando a costruire uno spazio dove il tempo non fosse così scontato. Lo spazio che ancora oggi è soglia fertile sul territorio. Riferendomi alla poesia, aggiungevo:

Mi emoziona ogni volta leggerla e mi fa sognare. E toglie la patina di amarezza che alberga dentro di me, quella bolla esistenziale fatta di domande senza risposte, tradimenti, finzioni sceniche al posto della cura e dell’attenzione, paure e oscenità al posto di ogni gioia.

Ferma il tempo. Mi ricorda il mio cuore puro di quando ero un bimbo, di quando crescendo tenevo salda la visione di quello che è giusto e complicato e di quello che è comodo fare, di quello che anima il nostro destino di esseri umani e quello che lo travolge in una ricaduta di piccoli interessi di bruttezza efficace. La poesia ha questa forza sovversiva. In dieci versi ti spalanca l’universo di quello che avremmo potuto fare, di quello che saremmo potuti essere”.

Basta vivere non allineati alle scelte più facili, quelle che ci sottraggono coraggio, quindi cuore. Che ci tolgono la politica, quindi interesse e azione per la polis. E cancellano la cura, l’attenzione per il prossimo. Per i valori che contano, non per contare valori e successi come medagliette inutili.

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