
Il governo giordano sostiene che l’attacco è avvenuto oltre confine, in Siria, contro la base americana di Al-Tanf dove da anni i soldati di Washington impediscono alle truppe regolari di Damasco di riassumere il controllo di uno dei ‘santuari’ degli insorti anti-governativi.
Il Pentagono sostiene invece che sia stato colpito l’avamposto Tower 22, complesso militare di al-Tanf in Siria ma in territorio giordano dove gli Stati Uniti schierano circa 3mila militari che si aggiungono ai 2.500 in Iraq e ai circa 1.000 in Siria.
«Stiamo ancora raccogliendo informazioni sull’attacco ma sappiamo che è stato effettuato da miliziani radicali sostenuti dall’Iran che operano in Siria e Iraq», accusa il presidente Biden che promette vendetta. «Chiederemo conto a tutti i responsabili, nel momento e nel modo che sceglieremo». Ma intanto prepara la ritirata, secondo Analisi Difesa. «L’attacco e i caduti mettono in ulteriore difficoltà l’Amministrazione Biden già in gravi difficoltà sui temi della difesa e sicurezza a dieci mesi dal voto presidenziale», annota Gianandrea Gaiani.
Tensioni in tutto il Medio Oriente che rischia di segnare la fine della Coalizione anti ISIS guidata da Washington ma composta da truppe alleate di diverse nazionalità, italiane comprese. Più problematica tra tutte la presenza di truppe in Siria fuori da ogni legittimazione giuridica tornato alla ribalta con i nuovi attacchi alle piccole basi in Siria Meridionale e orientale. Presenze nei pressi di alcune basi russe per impedire a Damasco di riprendere il controllo dei pozzi petroliferi dell’est.
Mosca come garante di Damasco anche nei confronti di Israele che continua a colpire in territorio siriano milizie e obiettivi legati all’Iran. E pericolante anche la presenza delle forze statunitensi e della Coalizione anti ISIS in Iraq, il cui governo ha rinsaldato relazioni con Damasco e intende negoziare il ritiro delle forze americane.
Indiscrezioni di stampa sull’imminente ritiro delle forze militari statunitensi in Iraq con basi soprattutto a Erbil, in Kurdistan (forte presenza di istruttori italiani) e ad al-Asad, nella regione occidentale, già più volte prese di mira da razzi e droni lanciati dalle milizie scite delle Forze di Mobilitazione Popolare (MUP) parte delle forze di sicurezza irachene.
L’uccisione a Baghdad, all’inizio dell’anno, di tre comandanti delle MUP con un drome killer americano, non ha favorito il dialogo. E il ministero degli Esteri iracheno ha chiesto a Washington un calendario sulla durata della presenza della coalizione internazionale contro l’Isis in Iraq. L’uscita Usa dall’Iraq, spiegazione militare elementare, renderebbe impossibile sostenere le truppe schierate nelle basi in Siria Orientale.
Il premier iracheno Shia Al Sudani, a forum di Davos aveva dichiarato che «l’Isis non è più una minaccia» definendo la partenza degli americani «fondamentale per la stabilità del Paese». Come già accaduto in Afghanistan con gli accordi tra USA e Talebani, anche in Iraq le intese tra Baghdad e Washington ricadranno direttamente sulla presenza degli altri contingenti della Coalizione, incluse le forze italiane e la missione di addestramento e consulenza della NATO.
Dall’Italia finora non reazioni o commenti mentre il 25 gennaio il ministro degli Esteri spagnolo, Jose Manuel Albares, ha dichiarato che le truppe spagnole dispiegate in Iraq nell’ambito della missione NATO e della coalizione contro lo Stato islamico rimarranno nel Paese ‘fino a quando Baghdad lo vorrà’.
«Siamo qui su richiesta del governo iracheno e ce ne andremo quando il governo iracheno lo riterrà opportuno», ha spiegato il capo della diplomazia di Madrid. La Spagna ha circa 150 militari dispiegati in Iraq in parte nella base al-Asad. I militari italiani tra Baghdad ed Erbil, Kurdistan, sono ben 300.