
I conti teorici prima di quelli del voto di domenica. Col colpo di scena di un candidato presidente minore che si ritira e mette il palio i suoi elettori, e vigilia di sondaggi ora sconvolta. Prima di quell’avversario in meno, piccolo ma con i suoi voti, tra i due veri contendenti, Kilicdaroglu era al 49,6%, mentre Erdogan viaggiava sul 43,7%: perdenti ma in attesa di ballottaggio. Più istituti di statistica e dati molto simili.
Ora, tenendo conto che il candidato che si è ritirato, Ince, godeva di un 2,2%, gli analisti sostengono che metà di questa quota di voti (forse anche più ampia) dovrebbe andare a Kilicdaroglu. Facendogli superare il 50%.
Naturalmente, questa è una parte del discorso, perché bisognerà vedere come poi si schiereranno gli indecisi. Ma soprattutto quanta gente andrà a votare. Ma un primo segnale quanto potrebbe accadere domenica è quello del cosiddetto «voto per assenza», che ha interessato quasi 3 milioni e mezzo di elettori registrati all’estero, in 73 Paesi. Secondo i primi dati, avrebbero votato 1,76 milioni di cittadini, pari al 51% degli aventi diritto. Nelle scorse consultazioni, questa percentuale era stata del 44,6%. Fermo restando il fatto che, come per tutti i sondaggi, la ‘forbice’ di errore ammessa è del 3%, in più o in meno, bisognerà valutare l’affidabilità dei ‘poll’ in base alla loro disaggregazione territoriale. L’opposizione è forte nelle grandi città o, comunque, distribuita a macchia di leopardo, nei centri urbani. Erdogan ha le sue roccaforti nelle campagne, i cui umori sono più difficili da intercettare. Per questo gli sforzi della sua macchina elettorale si stanno rivolgendo, in primis, alla classe media e ai pensionati.
Con Erdogan che straripa nelle regalie elettorale dando lui stesso la misura delle sue difficoltà. L’ultima, fatta nell’oceanico comizio di Ankara, è sembrata, però, anche ai sostenitori più accesi, esagerata. L’aumento del livello degli stipendi pubblici, in un colpo solo, del 45%, «fino ad arrivare a un minimo di 15 mila lire al mese». E poi, pensioni e prebende assortite e controllo dell’inflazione «che negli ultimi sei mesi è diminuita». Già, era all’85% ed è calata ‘solo’ al 50%, e non certo per merito di Erdogan, ma prima di tutto grazie al crollo dei prezzi dell’energia e delle materie prime. Ma, Erdogan sa benissimo che l’economia è una delle tragedie della Turchia contemporanea ed ha programmato interventi finanziari in funzione elettoralistica, ‘invitando’ la sua Banca centrale ad applicarli.
Oggi la Turchia è finanziariamente allo scasso, con la lira che vale carta straccia e con le riserve in divisa estera ridotte al lumicino. Default? No. Ma sicuramente c’è la necessità di rivoltare tutta la strategia macroeconomica. Andando a chiedere con qualche arroganza in meno al Fondo monetario internazionale, all’Unione Europea, dagli Stati Uniti al Golfo Persico, per garantire quella liquidità di cui Ankara ha bisogno, come l’aria per respirare. Ecco perché il voto di domenica ha anche un risvolto geopolitico pesantissimo.
Ci farà capire da quale parte la Turchia vorrà andare, con chiarezza e senza giochi di prestigio diplomatici, attuati dietro la cortina fumogena di una ‘neutralità a geometria variabile’. Kilicdaroglu, in un’intervista esclusiva, concessa al Wall Street Journal, è stato abbastanza chiaro, sia pure senza proclami bellicosi contro il Cremlino: se vince l’Opposizione, vince l’Occidente. O, meglio, vincono gli Stati Uniti che, qualche suggerimento, specie al blocco dei curdi, forse l’hanno dato. Biden fornirà di gran corsa, alla Turchia senza Erdogan, tutte le armi che vuole, a cominciare dagli F-35, proseguendo con la ‘rigenerazione’ degli F-16, che costa un botto. In discussione anche la rinuncia ai famosi, e mai tanto deprecati da Washington, missili antiaerei S-400 di Putin.
Tutto concordato e previsto, dunque? Mai dire mai con il ’sultano’ che, invecchiato da 20 anni di potere sempre più dispotico e da molti errori, ha le sette vite dei gatti e nei suoi ultimi comizi ha denunciato con forza le interferenze che secondo lui vengono dall’America. Cercando di convincere i molti indecisi che dietro Kilicdaroglu c’è Biden, e allora l’orgoglio nazionale turco potrebbe riservare sorprese.
Con una cosa di politica internazionale però certa: se dovesse rivincere Erdogan, sarebbe una brutta notizia, per la Casa Bianca e per l’Unione Europea.