‘America first’ da Trump a Biden: la Cina bersaglio commerciale ma il colpo rimbalza sull’Europa

Bersaglio Cina, anche a costo di colpire mezzo mondo attorno. Guerra di sponda, simile alla sfida geopolitica alla Russia attraverso l’orrore Ucraina. Piero Orteca lo chiama più moderatamente ‘protezionismo americano mascherato’, mentre i fatti immediati ci dicono che Biden, a difesa della tecnologia nazionale, apre il fronte dei motori elettrici dell’Europa e ne vuole monopolizzare l’industria.

O Trump o Biden, sempre ‘prima l’America’

Trump era stato più ruvido. D’altronde il personaggio è quello. Per rilanciare l’economia americana, aveva varato una politica neo-protezionistica, con la scusa di mettere la macchina schiacciasassi cinese nel mirino. Dazi doganali, aumenti tariffari e gabelle assortite avevano così colpito il commercio planetario a tutto tondo, a cominciare dall’Europa. Ora la storia si ripete, solo che Joe Biden, nel resuscitare a modo suo il principio trumpiano di “America first” è più raffinato.

Protezionismo commerciale

Biden ha fatto varare una legge, lo “Inflation Reduction Act” (IRA), che per controllare la spirale impazzita del rialzo dei prezzi, fissa numerosi paletti in determinate aree del commercio. Bersaglio privilegiato come sempre la Cina, e chi si trova nella traiettoria, o si scansa o subisce. La norma che disciplina il settore dei semiconduttori, il “Chips and Science Act” (ne abbiamo scritto ieri), come quelli delle energie rinnovabili, e in particolare, dei motori elettrici.

È la nuova frontiera dei trasporti, di cui gli Stati Uniti cercano ferocemente il monopolio, anche a costo di indossare l’elmetto e fare guerra a chiunque si pari loro davanti. In questo caso,  chi si comincia a mettere davanti è proprio l’Unione Europea.

Trasporto elettrico solo americano

Secondo il Financial Times, la legge voluta da Biden, contiene misure palesemente discriminatorie, offrendo ai consumatori statunitensi crediti d’imposta per l’acquisto di veicoli elettrici solo se assemblati in Nord America. Richiede inoltre che minerali critici e batterie vengano acquistati sempre più dal Nord America o da altri Paesi con i quali gli Stati Uniti hanno accordi commerciali preferenziali. Inoltre, l’IRA scoraggia l’approvvigionamento da Paesi ritenuti ad alto rischio come la Cina”. 

Vantaggi a breve, amici persi subito

L’America sul trasferimento di tecnologia  (e non solo per questioni di sicurezza) sta alzando le barricate, e questo la porta in rotta di collisione non solo con la Cina, ma anche con i suoi alleati più stretti. Un tale approccio le procurerà, di sicuro, notevoli ritorni economici nel breve periodo, però rischia di avere serie conseguenze commerciali con il resto del pianeta, con la possibilità di gravi ricadute anche sul piano geopolitico. I crediti d’imposta per i veicoli elettrici, rendendo vantaggiosa la produzione negli Stati Uniti, potrebbero convincere molte aziende europee e asiatiche a spostare i loro impianti, trasferendoli in America.

Fuga industriale dall’Europa

Una possibilità che sta seminando il panico tra i burocrati di Bruxelles, che nelle pieghe dell’IRA hanno scoperto altre forme di sussidi mascherati, come quella per la produzione di “idrogeno verde”, capaci di demolire la competitività delle aziende del Vecchio continente impegnate nella “green economy”. Ci sarebbero tutti gli elementi per deferire gli Stati Uniti di Biden all’Organizzazione mondiale per il commercio, ma l’UE ha ribadito che per ora non intende muoversi. Perché? Si possono fare mille supposizioni, ma la realtà è che quando la Commissione è chiamata a difendere gli interessi economici dei popoli che rappresenta, tutto viene buttato in geopolitica.

Sommessamente sottomessi

Margarethe Verstager, garante della Concorrenza, ha confermato l’approccio morbido dell’Europa. Se ne occuperà Commissario al Commercio, Dombrowskis, che discuterà a Washington la possibilità di deroghe o interpretazioni “benevole”. Come sempre è una questione di “gruppi di pressione”, dove l’economia si mischia alla politica. Canada e Messico, ad esempio, hanno ottenuto delle esenzioni, alle quali adesso aspira l’Europa. E non solo. Anche il Giappone e la Corea del Sud sono in posizione di ostile attesa del Dipartimento per il commercio Usa, su ovvio input della Casa Bianca. Gratta gratta, comunque, sotto la vernice dei discorsi di economia tecnologica avanzata, vengono fuori le ‘magagne geopolitiche’.

‘Magagne geopolitiche’

Agli Stati Uniti non piace il manifesto della “EU-China Declaretion”, che indirizza i rapporti tra l’Europa e il colosso asiatico. Biden vorrebbe che l’Unione trattasse la Cina non come un “competitor”, ma come un vero e proprio nemico. L’epitaffio del Financial Times su tutto l’affaire rende l’idea del comportamento ambiguo assunto dalla  Casa Bianca: “Per quanto riguarda il commercio e la costruzione di un ecosistema di approvvigionamento resiliente, l’Amministrazione Biden ha parlato di cooperazione strategica, ma spesso ha agito unilateralmente”.

Detto un po’ più brutalmente ,siamo sempre alla riproposizione della America first, sapendo che la ‘regola’ vale nel commercio ma anche in geopolitica, in pace e in guerra. Insomma, nella definizione del futuro del mondo

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