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giovedì 19 Settembre 2019

Israele-Libano «guerra promessa» con gli hezb’Allah impegnati in Siria

In Israele si parla sempre più spesso di una inevitabile prossima guerra in Libano. Contro Hezb’Allah e il Libano prende forza dalla nuova intesa di Israele con Arabia Saudita, Egitto e Giordania che ha portato a nuovi interessi nella regione. Lo scarto temporale è dovuto all’attesa della nomina del nuovo presidente USA, che, in ogni caso sarà un conclamato partner di Tel Aviv.

Qualsiasi guerra si stia preparando, è sempre e solo a scopo difensivo.
Il capo di Stato Maggiore dell’Israeli Defence Force, Uzi Moscovic, in una rara intervista al quotidiano Haaretz parla di un sistema di attacco hezb’allah su una rete di 170 villaggi che i droni spia israeliani su Libano, Golan e Siria non riescono a controllare.
Il generale comunque rassicura gli israeliani ed esclude un intervento militare in tempi brevi per tre motivi: il perdurare del conflitto in Siria; il mancato appoggio politico da parte degli USA; e le nuove batterie di missili e il nuovo sistema radar del movimento sciita di probabile provenienza russa e iraniana.
Come dire, noi vorremmo ma dobbiamo aspettare che se ne vada Obama (Trump o Hillary che sia, va bene lo stesso), ma lo dobbiamo fare mentre gli hezb’allah sono ancora impegnati a combattere in Siria.

Attacco per ora a mezzo stampa sul Libano da più fronti. L’analisi Usa ripresa dai dati dell’organizzazione ‘Transparency International’, sulla corruzione in Libano, che sarebbe superiore a quella in Egitto, Sudan, Marocco, Algeria, Autorità Nazionale Palestinese, Giordania e Tunisia, l’invasione crescente di profughi siriani e i problemi di sicurezza al confine con Israele.
Il Paese è presentato come uno Stato disgregato dove gli ambasciatori stranieri si muovono senza neppure il permesso del locale ministero degli esteri, mentre il Governo si limita a mantenere la sua base di sostegno abbandonando gli altri cittadini al di fuori della propria setta o fazione.
Sono sempre meno le associazioni e le Istituzioni politiche con cittadini di diverse affiliazioni, mentre crescono le sottoculture religiose, settarie, regionali a scapito di una cultura comune che fece dei libanesi i pionieri della modernizzazione fin dall’inizio del Ventesimo secolo.

L’analisi Usa rilanciata in Israele traccia un preoccupante un parallelo della recente storia libanese tra la situazione nel 1948 e nel 2013.
Nel primo caso, il fondatore del Partito falangista, Pierre Gemayel, partecipava all’operazione di accoglienza dei profughi palestinesi e dopo 27 anni, scoppiata la guerra libanese, le due principali fazioni opposte erano le organizzazioni armate palestinesi e i falangisti libanesi.
L’esodo dei siriani del 2003 potrebbe ripetere la storia, soprattutto se gli sfollati siriani hanno perso la speranza di tornare alle loro case.
Ora il Libano non è in grado di intervenire sui problemi di corruzione e divisione settaria di fronte all’ondata di circa 1 milione di sfollati siriani, ma forse agirà senza aspettare 27 anni come nel caso palestinese.

La guerra civile del 1975-1991 si concluse dopo aver provocato l’esodo di oltre 1 milione di libanesi.
Se il Libano scivolasse verso un’altra guerra civile, i candidati alla fuga sarebbero molti, sempre che venga loro permesso di fuggire perché gli Stati hanno cominciato a chiudere le frontiere.

In realtà la “guerra promessa” contro Hezb’Allah e il Libano prende forza dalla nuova intesa di Israele con Arabia Saudita, Egitto e Giordania che ha portato a una nuova convergenza di interessi nella regione.
Lo scarto temporale è dovuto all’attesa della nomina del nuovo presidente USA, che, in ogni caso sarà un conclamato partner di Tel Aviv.

Il candidato repubblicano Donald Trump ha già dichiarato che il governo israeliano deve non solo continuare ma aumentare la colonizzazione delle residuali terre palestinesi in Cisgiordania, ribadendo l’incondizionato supporto a Israele.
Il candidato democratico, Hillary Clinton ha sempre manifestato la sua posizione favorevole a Israele e alla sua politica di attacco nei confronti dei “terroristi palestinesi”. Due gli episodi emblematici.
Sul fallito accordo israelo-palestinese del luglio 2000, in qualità di first lady dell’allora presidente Clinton, addossò la colpa al presidente Arafat.
Sull’elevato numero di vittime civili dopo l’intervento distruttivo nella Striscia di Gaza (luglio – agosto 2014), con oltre 2 mila morti, ne addossò la colpa ai palestinesi.

In ogni caso, in attesa del Libano, Israele non perde tempo in Siria.
Oltre al quotidiano sorvolo con aerei e droni nello spazio aereo siriano, non manca di eseguire raid in territorio siriano in varie occasioni: si tratti di sospetto sito nucleare, di carovane sospettate di portare armamento a Hezb’Allah, di campi profughi palestinesi (in particolare Yarmuk) e, soprattutto recentemente, di uccidere comandanti e soldati delle forze speciali iraniane e libanesi di Hezb’Allah (fra cui 2 generali, uno libanese e uno iraniano) presenti nella parte siriana delle Alture del Golan per combattere i jihadisti di Daesh, o di esecuzioni mirate, l’ultima delle quali quella di Samir Kuntar, libanese druso, esponente militare palestinese e di Hezb’ Allah (dicembre 2015).

Intanto, il premier israeliano ha dichiarato ufficialmente che non cederà mai le Alture del Golan (1.200 kq) occupato durante la guerra del giugno 1967, già unilateralmente annesso con legge del 1981.

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