• 18 Febbraio 2020

Il piccolo maggio francese e il prossimo dopo Hollande

Lo psicodramma collettivo che domina la politica francese in questo maggio surriscaldato potrebbe produrre una convalescenza del sistema-Paese e uno scenario istituzionale di governabilità fino a ieri poco probabile o addirittura insperato. Riassumiamo in sintesi i fatti.
Il governo del socialista Valls sta per condurre in porto una contestatissima riforma del mercato del lavoro – giá battezzata job act alla francese – che, per quanto fortemente addolcita ed emendata, ha scatenato la protesta sociale, con movimenti di studenti e sindacati che – secondo tradizione – hanno rievocato un’ennesima volta lo spirito ribello del “maggio francese”.

Il clima è pesante, anche per effetto delle misure antiterrorismo e delle comprensibili apprensioni per gli europei di calcio che cominciano il mese prossimo. La situazione economica non dà segni di crescita importanti e la disoccupazione è a livelli cronici da anni.
Questi i fatti, contraddistinti da una “regola” che sembra immutabile. L’opinione pubblica invoca riforme di sistema e di modello sociale, contro sprechi, privilegi, immobilismo, assistenzialismo, che puntualmente boccia o blocca non appena un qualsiasi governo cerchi di attuarle.

Una regola che non è un eccezione francese, se pensiamo al nostro Paese. In questa dinamica, si collocano le elezioni presidenziali del maggio prossimo, che vedono ai blocchi di partenza un presidente in carica, Hollande, al minimo storico nei sondaggi, Marine Le Pen e il Front National ormai primo partito, e una destra gaullista lacerata da troppi pretendenti e dallo scontro Sarkozy-Juppè.

Eppure, qualche cosa si muove….La novità è la rottura a sinistra, con il movimento promosso dal ministro dell’economia Emmanuel Macron, l’ex banchiere lab-lib che molti danno per futuro primo ministro, in coppia con Alain Juppé all’Eliseo.
Un ticket che potrebbe mettere d’accordo socialisti e moderati, riformisti e liberali, in una sorta di santa alleanza, o grande coalizione alla francese, che faccia barriere al Front National, ai movimenti antieuropei, all’estremismo sterile della sinistra radicale.

Vista la decadenza di Hollande e le difficoltá di Sarkozy, la corsa di Alain Juppé ha un po’ di vento in poppa. O almeno di abbrivio. Se così fosse, aumentano le possibilità che la Francia, percorsa da virus antieuropei e isolazionisti, ritrovi il cammino delle riforme strutturali e il suo posto in Europa, disperatamente bisognosa di assi portanti riformisti e stabili che, al momento, si vedono soltanto a Berlino e parzialmente a Roma, mentre aumentano un po’ dovunque le spinte populiste ed euroscettiche, da Londra a Varsavia, da Madrid ad Atene, da Vienna a Lisbona.

Se l’esperimento francese riuscisse, vorrebbe anche dire che i partiti tradizionali della scena europea, il blocco socialdemocratico riformista e il blocco popolare moderato, al di là delle differenze e delle etichette, hanno una strada obbligata: l’alleanza, per sopravvivere e per fare sopravvivere l’Europa.

Massimo Nava

Massimo Nava

Massimo Nava, giornalista, editorialista del Corriere della Sera da Parigi, già inviato di guerra in numerosi conflitti e autore di numerosi libri.

Read Previous

Corea del Nord e il Kim neo presidente troppo facili cattivi

Read Next

Israele-Libano «guerra promessa» con gli hezb’Allah impegnati in Siria