domenica 18 Agosto 2019

Venezuela

Trattative in vista

Venezuela, zitti zitti in Norvegia con Guaidò obbligato a trattare. Al momento si chiamano solo ‘colloqui esplorativi’ ma esistono concrete possibilità che tra il governo venezuelano di Nicolas Maduro e l’opposizione, capeggiata da Juan Guaidò, si possano intavolare delle vere e proprie trattative per arrivare ad una soluzione pacifica del conflitto nel paese latino americano.

La mediazione norvegese

I rappresentanti dei due schieramenti infatti sono già da almeno una settimana in Norvegia. Cosa stia succedendo veramente rimane ancora circondato dal massimo riserbo. E’ certo solo che ogni parte ha incontrato dei mediatori e non ha iniziato ancora dei veri “faccia a faccia”. ‘Avvicinamento’, lo definisce la ministro degli Esteri norvegese Marie Eriksen Søreide.

Timori e diffidenze reciproche

Le difficoltà da superare però sono molte e dipendono in gran parte da come si evolverà la situazione in Venezuela. Da diversi settori dell’opposizione, sfiducia sulla reale volontà da parte dell’inquilino di Villa Miraflores su una reale transizione che possa mediare tra interessi contrapposti.  Il timore è che il presidente venezuelano usi possibili trattative come un modo per paralizzare Guaidò e consolidare il suo potere.

Maduro non molla

Nonostante il tentativo del 30 aprile scorso di rovesciare il regime, golpe fallito ridotto ad alcuni scontri di piazza, Maduro gode ancora dell’appoggio dei militari. Credibilità di Guaidò a picco in casa e alla Casa Bianca. Dubbi all’interno dell’amministrazione Trump su ipotetici e rischiosi interventi militari esterni, non sembrano garantire a Guaidò un sostegno sufficiente. A livello internazionale il riconoscimento di molti paesi non si è tradotto in aiuto concreto. La posizione di Cina e Russia ha poi cristallizzato il quadro politico diplomatico.

Guaidò costretto a trattare

Sui giornali vicini all’opposizione, come El Nacional, viene rifiutata l’ipotesi di eventuali prossime nuove elezioni legislative, mentre i colloqui vengono visti positivamente solo se porteranno all’uscita di scena di Maduro. Un’eventualità che per ora non sembra proprio all’ordine del giorno. Già il fatto stesso che degli inviati si siano recati in Norvegia è il segno che il presidente è ancora saldamente in sella ed è Guaidò ad essere costretto a sedersi ad un tavolo con il suo avversario.

 

Tra opposizione e impunità

Fallito golpe, a Caracas in arresto il vice di Guaidó
È dall’autoproclamazione di Juan Guaidó a presidente che se ne litiga: diritto democratico dell’opposizione al presidente despota o pretesa di impunità? In quale paese altro Paese -una delle argomentazioni- verrebbe consentita una violazione dell’ordine costituzionale in vigore altrettanto clamorosa? Probabili concessioni politiche o per segno di debolezza o per evitare una guerra civile. Poi, 30 aprile, il dichiarato invito al golpe rivolto ai militari e alla piazza. E da allora, a golpe fallito, lo scenario cambia e lo stesso Guaidó, rimasto senza esercito e senza popolo, è costretto a riconoscerlo. «Forse -ha riconosciuto col Washington Post- necessitiamo di un maggior numero di soldati o, forse, abbiamo bisogno di altre figure di spicco del regime che siano disposte ad appoggiare la Costituzione». Tra l’opposizione a Maduro ormai che serva un altri leader anti Maduro più credibile di quella scelto dagli Usa.

Resa dei conti in casa

Mentre Guaidó continua a invocare l’intervento militare Usa, l’arresto del primo vicepresidente dell’Assemblea nazionale Edgar Zambrano, il più in vista fra i sette deputati a cui l’Assemblea nazionale costituente, su richiesta del Tribunale supremo di giustizia, aveva revocato l’immunità parlamentare per aver preso parte al fallito colpo di Stato. Operazione anche pittoresca. Gli uomini del Sebin, il servizio di intelligence bolivariano, hanno fermato Zambrano nella sua auto davanti alla sede del partito Acción Democrática. Lui si barrica dentro strombazzando per ottenere attenzione e aiuto, ma invece arriva il carro attrezzi che lo porta assieme all’auto fino al carcere dell’Helicoide, come ha riferito lo stesso deputato in un tweet e come ha poi confermato il presidente della Assemblea costituente Diosdado Cabello.

Autoproclamati arbitri Usa

Stati Uniti autoproclamati arbitri (troppi autoproclamati da quella parti) denunciano come «arbitrario, illegale e imperdonabile» l’arresto del primo vicepresidente dell’An. E subito le minacce: «Se non sarà rilasciato subito -ha minacciato dal Dipartimento di Stato Usa- ci saranno conseguenze». Bombe sul palazzo di Maduro, una invasione? Al momento, la sola certezza e l’inizio di una vera resa dei conti giudiziaria, giusta o sbagliata che sia. E c’è già la richiesta di rinvio a giudizio per altri tre parlamentari, Freddy Superlano, Sergio Vergara González e Juan Andrés Mejía. Guaidó più utile libero, per Maduro. La via giudiziaria alla resa dei conti, che è sempre meglio del sangue versato per le strade. Lo sostengono indirettamente in una lettera aperta, 451 esponenti antichavisti, favorevoli a «una risoluzione dell’attuale conflitto pacifica, elettorale, democratica e sovrana», contro qualsiasi ingerenza indebita di governi stranieri e qualunque ricorso alla forza.

Ambasciata d’Italia a Caracas

Altri tempi quando l’ambasciata italiana a Santiago dava rifugio a centinaia di oppositori del regime di Pinochet, ricorda dal sud America Claudia Fanti. Più di 40 anni dopo un’altra ambasciata italiana, quella a Caracas, garantisce ospitalità alla deputata venezuelana Mariela Magallanes, sospetta golpita. Rovesciamenti di ruoli e di sensibilità politiche. Sposata con un italiano e in attesa della cittadinanza, la parlamentare accolta nella residenza dell’ambasciatore d’Italia è tra i sette deputati a cui l’Assemblea nazionale costituente ha revocato l’immunità parlamentare. Accuse pesanti per tutti: «tradimento della patria, cospirazione, istigazione all’insurrezione, ribellione civile, associazione per delinquere, usurpazione di funzioni». Il ministro degli Esteri italiano Enzo Moavero Milanesi condanna allineandosi alle posizioni Usa, ma il governo Lega 5Stelle è anche su questo spaccato a metà.

Remake storico senza
protagonisti all’altezza

‘Maduro colpa di Cuba e Russia’ e Trump torna indietro di 60 anni
Trump arrabbiato per gli insuccessi sul fronte venezuelano cambia personaggio e minaccia tutti i pochi governi socialisti in America Latina. Maduro che maleducatamente non se ne è ancora andato da quell’unico pozzo di petrolio che è il Venezuela, il Nicaragua che a sua volta traballa, ma sopratutto e come sempre Cuba e la sua tutrice Russia. Mancano soltanto Fidel e l’Unione sovietica per un ‘remake’ storico. E non c’è certo un Kennedy, nel bene e nel male, su a nord del continente America.
Roberto Livi da L’Avana, informa attraverso il Manifesto che Trump, in vena di archeologia politica, ha rimesso in vigore il Titolo III della legge Helms-Burton, che i suoi predecessori avevano tenuto nel cassetto per più di vent’anni. In base a questo ulteriore livello di misure contro Cuba, qualsiasi cittadino statunitense può rivolgersi un tribunale degli Usa contro chi «fa uso» di proprietà confiscate dal governo rivoluzionario instaurato a Cuba nel 1959. Politica zanzara dell’almeno ‘ti do fastidio’?

Embargo e carognate

E subito le prime denunce. Gli eredi della compagnia che gestiva le strutture portuali all’Avana e a Santiago di Cuba hanno denunciato a Miami la compagnia navale Carnival, che organizza crociere a Cuba e usa le istallazioni a suo tempo nazionalizzate. Seconda raffica di denunce contro compagnie spagnole -la Melia- per installazioni turistiche a Cuba in terreni espropriati dalla Rivoluzione.Guardi meglio i bersagli e scopri che non soltanto provocazione, scemenza politica, ma è colpo vero.
«Colpire lo sviluppo economico di Cuba», denuncia la viceministro degli Esteri, Ana Teresita González Fraga. Le compagnie denunciate in Usa continueranno la loro attività nell’isola, nonostante il ricatto di ritorsioni Usa, modello embargo iraniano. Vero è che le aziende spagnole hanno chiamato in causa l’Ue. Le misure extraterritoriali dell’embargo «contravvengono al diritto internazionale» e l’Ue minaccia contromisure all’interno dell’Organizzazione mondiale del commercio.

Cuba caliente Cuba

Ma torniamo al Venezuela, che è la vera partita strategica e petrolifera (e di sangue e sofferenze) in corso. Secondo la Casa Bianca versione Trump, vi sarebbero «25.000 cubani armati in Venezuela». E se il presidente Maduro resiste è solo «per il sostegno di Cuba e della Russia». «Bolton è un bugiardo» ha risposto nei giorni scorsi il ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodríguez, ricordando che le missioni cubane in Venezuela sono composte da medici, insegnanti e allenatori sportivi «per il 60% donne».
‘Bugia compro e bugia moltiplico’, è la versione trumpiana del detto popolare italiano. Washington Post nei giorni scorsi ha calcolato che, dal suo insediamento, Trump ha mentito, su Twitter come in dichiarazioni pubbliche, «10.000 volte». Politica a colpi di balle, proiettili comunque pericolosi. Imperativo per l’amministrazione Trump è abbattere il governo attuale del Venezuela. Non solo per il controllo delle maggiori riserve di greggio e gas del mondo, ma per l’ordine americano in tutta l’America latina

Caracas, militari incerti?

Sempre sulla scia delle bugie. John Bolton, Mike Pompeo ed Elliott Abrams sostengono che i vertici delle forze armate venezuelane sarebbero stati d’accordo nel deporre Maduro e poi si sarebbero rimangiati la parola. Così non è stato. Altra bugia, contro chi? Mentono i vertici militari per pararsi da vendette di Maduro o, al contrario, qualcuno voleva spingere con l’inganno all’azione di piazza l’opposizione facendo credere che ci fosse il via libera dei militari? Maduro Guaidò bersaglio paralleli.
La strategia del sospetto. Interessante come sempre il senatore Usa Marco Rubio: «Maduro è circondato da cospiratori pronti a rompere in qualsiasi momento». Versione indignata del ministro della difesa, Vladimir Padrino. «Profonda indignazione che tentino di comprarci con un’offerta ingannevole, stupida, ridicola, come se fossimo mercenari». La compattezza delle forze armate attorno al presidente Maduro, passaggio decisivo della partita politica ormai al golpe dichiarato.

Lopez e l’ambasciata spagnola

Leopoldo López, il leader di estrema destra che dopo il fallito tentativo di golpe si è rifugiato nella residenza dell’ambasciatore spagnolo, insiste sulla questione forze armate e sostiene di essersi riunito varie volte, nelle ultime tre settimane, con comandanti e generali della Fanb e della polizia. Per López, «l’insurrezione del 30 aprile ha aperto una crepa che finirà per rompere la diga», malgrado «l’errore di calcolo di martedì, tutto si concluderà nel giro di qualche settimana» sostiene.
Un caso Assange bis? «La sede diplomatica a Caracas non diventerà un centro per fare attivismo politico», promette il ministro degli Esteri spagnolo Josep Borrell. Attivismo planetario Usa e piccolo cabotaggio locale, mente la piazza mobilitata della povera gente paga pegno. Dal 20 aprile, in due settimane di manifestazioni, ci sono state cinque vittime e più di 200 feriti, secondo le cifre fornite da una portavoce dell’Ufficio Onu per i diritti umani e riportate da media venezuelani.

«Patio trasero», cortile di casa Usa?
Venezuela non solo una crisi interna

«Patio trasero», cortile di casa Usa? Stop di Mosca, Guaidò rischiatutto
Quello che si riesce a capire. Tentato golpe dell’autoproclamato presidente alternativo Guaidò, con appello a tentata e mancata rivolta dei militari, e questa volta non c’è dubbio. Fallito golpe, almeno al momento e salvo interventi esterni, e probabilmente fallita carriere presidenziale dell’ingegnere amato dagli americani. Se non riescono a fuggire, sia Guaidó che il padrino politico López questa volta rischiano la galera difficilmente contestabile. Washington minaccia l’intervento armato, ma ha due problemi. Il mancato massacro della piazza contestatrice anti Maduro e l’assenza dei militari invocati da Guaidò che potrebbero invece reagire contro. Oltre a Mosca che avverte, ‘non sognatevelo neppure’, per interessi petroliferi (un ben pezzo di quelli venezuelani) e strategici, a partire da Cuba eredità storica post sovietica.

Washington Mosca e oltre

A far salite la tensione ha contribuito anche il botta e risposta tra Washington e Mosca. In una telefonata al segretario di Stato Mike Pompeo, il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov ha puntato il dito contro gli Stati Uniti, dopo che in mattinata, parlando a Fox Business Network, lo stesso Pompeo non aveva escluso l’intervento dell’esercito americano qualora fosse “necessario” per ripristinare l’ordine in Venezuela. Nella telefonata, riportata dalla Tass, Lavrov ha spiegato che «l’intervento di Washington negli affari interni di uno stato sovrano e le minacce contro la sua amministrazione costituiscono una evidente violazione del diritto internazionale». «Un’influenza esterna distruttiva, tanto più se politica, non ha nulla a che vedere con un processo democratico», ha scandito il ministro russo.

Guaidò, ultima occasione

Guaidò ai suoi sostenitori a Caracas, ha promesso che andrà avanti. «Siamo sulla strada giusta, non possiamo tornare indietro». Qualcosa di simile a ‘o la va o la spacca’. «È l’ora di un golpe contro il presidente Maduro». Il messaggio inviato ieri da Juan Guaidó sembrava provenire direttamente da Washington, dai falchi dell’Amministrazione Trump che subito hanno chiamato all’insurrezione popolare. Anche a rischio di ‘bruciare’ Guaidó pur di abbattere il governo bolivariano di Maduro. Entrambi i messaggi hanno fallito il loro scopo. Non vi è stato golpe, né insurrezione popolare totale, né spaccatura delle forze armate bolivariane. E per Guaidò adesso, la partita è per la sopravvivenza politica, salvo fuga all’estero. Ultima chance, una serie di scioperi a partire da oggi, che culmineranno in uno sciopero generale.

Maduro despota e i falchi Usa

Nessuna soluzione negoziata alla crisi venezuelana, aveva dichiarato a Foreign Policy l’ammiraglio Craig Faller, capo del Comando Sud degli Usa, ci ricorda Roberto Livi dal Manifesto. E il generale ha fissato come data limite «la fine dell’anno per un intervento militare», naturalmente per «difendere la democrazia e i diritti umani». Tra l’incredibile e il surreale la situazione creata dalle evidenti interferenze. Ormai tre mesi da quando, il 23 gennaio, Juan Guaidó, sconosciuto deputato dell’Assemblea nazionale si autoproclama presidente ad interim. Su spinta Usa, 50 nazioni lo chiamano presidente. Le durissime sanzioni economiche e commerciali degli Usa stanno strangolando l’economia del Venezuela, ma Maduro, il non esemplare presidente eletto, continua a governare, gestendo il controllo dell’esecutivo, dell’amministrazione pubblica al comando delle Forze armate.

Problema ‘America latina’

Il conflitto in Venezuela investe ormai tutta l’America latina. Il presidente Trump rispolvera la dottrina Monroe, l’altra America ‘cortile di casa’ degli Stati uniti, e ‘la missione’ di «abbattere il socialismo» in Venezuela, a Cuba e in Nicaragua. Contro Maduro il segretario dell’Organizzazione degli stati americani Almagro e il presidente della Colombia Iván Duque, ma solo parole. Persino i paesi ostili del Gruppo di Lima si sono detti contrari a un intervento armato in Venezuela. Ora Putin ha deciso ad entrare come protagonista nella crisi in corso in Venezuela, come ha già fatto in Siria e di recente in Libia. Valutazione di Roberto Livi, «l’effetto Guaidó si è sgonfiato», non più utile come leader credibile, ma solo come “vittima della repressione” del governo bolivariano, rischio personale sempre più probabile.

Opposizione oltre Guaidò

Sia Guaidó che il suo padrino politico López, leader della formazione di destra Voluntad Popular, saranno certamente accusati di vari reati che prevedono l’arresto. E qualcuno ricorda che nella opposizione venezuelana, composta da una trentina di gruppi politici, dalla socialdemocrazia alla estrema destra (il gruppo di Guaidó), vi sono diversi leader che hanno biografie più autorevoli dell’autoproclamato presidente per assumerne la leadership. E che da tempo stanno sfumando le loro posizioni, defilati per salvaguardare la loro immagine in caso di una svolta della crisi. «Purtroppo, l’esito a breve scadenza di tale crisi appare più determinato dalle decisioni della Casa bianca che dalla, universalmente e ipocritamente invocata, necessità che siano le parti in causa a decidere il futuro del Venezuela».

AVEVAMO DETTO

Venezuela, tra liberazione o golpe chi cerca la guerra civile

Nessuno tocchi Guaidó
il Nessuno mai martire

Guaidó chi? Chi vorrebbe il martire, chi preferisce il signor Nessuno
Sul Venezuela la stampa internazionale (e anche italiana) è avvelenata. Regressione alla tifoseria, come ai tempi dell’Unione sovietica e della guerra fredda, quando alle olimpiadi la scritta CCCP sulle tute degli atleti dell’URSS in caratteri cirillici, diventava per noi ragazzini, Col Cavolo Che Perdo. Ora perde il giornalismo, almeno sul fronte venezuelano, loro e noi lettori, costretti a cercare di capire leggendo ciò che testimoniano altri.

Il ritorno di Guaidò, trionfo o flop?

Guaidò rientra in Patria, campo televisivo stretto, folla non da stadio. L’autoproclamato presidente a riconoscimento Usa ha il favore della grande stampa internazionale, ma non sembra l’idolo popolare di cui qualcuno narra, che fa muovere folle nel suo paese. Ad accoglierlo all’aeroporto di Caracas dal suo incontro con l’invelenito Pence, più ambasciatori che guardie di frontiera. Ad evitare un rischio vero per l’oppositore o a ‘montare panna’?

Partita a scacchi

Ogni sospetto è legittimo, da una parte o dall’altra. Qualcuno definisce quella in corso in Venezuela, una partita a scacchi tra Juan Guaidó, auto presidente e Nicolás Maduro, presidente eletto a spinta, ma, per la gran parte dei media internazionali e politici occidentali, un ‘dittatore’ senza sconti. Guaidò ritorna e forse si aspettava di essere respinto o arrestato. Qualcuno certamente lo sperava, alla ricerca del martire utile e della scusa di un intervento militare per liberarlo.

Venezuela, circo e pagliaccio

A Guaidò non è accaduto nulla, nonostante il divieto all’espatrio violato. Micidiale il ministro della Cultura Ernesto Villegas, «Il Venezuela lotta con il proprietario del circo, non con i suoi pagliacci». Stati Uniti il nemico vero, e niente martiri o eroi inventati, è la filosofia governativa che intanto sventola l’immutato sostegno delle forze armate nonostante gli appelli insistiti di Guaidò alla diserzione: 116, su circa 230mila, i militari che hanno al momento disertato.

‘Davanti a Guaidó c’è Trump’

L’inedita strategia di Trump sempre per il ministro della Cultura del governo bolivariano Ernesto Villegas. Uomo chiaramente di parte che però pone alcune domande chiave difficilmente contestabili. Chi è questo giovanotto di 35 anni che è comparso dal nulla e che si è autoproclamato presidente? Nessuno lo conosce. Nessuno sa cosa pensa. Nessuno gli ha chiesto le sue opinioni sulle questioni fondamentali per ogni candidato alla presidenza di qualsiasi paese  al mondo.

«Davanti» al golpe, non dietro»

Lettura del cancelliere Jorge Arreaza certamente originale: «La prima volta che gli Stati uniti non sono dietro un colpo di stato, ma davanti». Maduro despota indiscutibile, e ora la sua spezzettata opposizione interna ha la voce americana di Pence, Pompeo, Bolton, destra a destra di Trump. Decisioni strategiche sul Venezuela, la sua politica e il suo petrolio che cambiano interlocutori e voci di opposizione in casa, ma ormai è la nuova partita Usa sul ‘giardino di casa’.

Maduro difficile da assolvere

Ernesto Villegas Poljak, prova a giustificare il governo parlando con Paolo Moiola, Manifesto. Errori compiuti dal governo Maduro? «Sicuramente molti, come fanno errori tutti i governi del mondo, incluso il Vaticano». La ‘benedizione maledetta’ del petrolio, vicino di casa il principale esportatore di cocaina nel mondo, la Colombia, e un sistema economico segnato dalle debolezze e di ‘un’economia capitalistica periferica, di rendita, importatrice e dipendente’.

Il Venezuela è alla fame?

«La guerra che Washington e i suoi alleati hanno dichiarato all’economia venezuelana è ora completamente aperta. Tuttavia, anche in una situazione così difficile, nessuna università, nessuna scuola, nessun centro sanitario è stato chiuso, né i lavoratori hanno smesso di percepire i loro stipendi. Il governo ha fatto arrivare milioni di famiglie prodotti alimentari di base che finora hanno sconfitto il tentativo di piegare per fame la popolazione». Cronaca e dubbi.

Aiuti umanitari vietati perché?

«Chiunque desideri inviare ciò che viene definito «aiuto umanitario» può farlo, secondo i protocolli internazionali e le leggi nazionali, i controlli legali, doganali e sanitari. Certamente, prima di ricevere donazioni, il Venezuela preferisce acquistare medicine o cibo all’estero, come fatto ad esempio con la Russia. Questione di dignità e sovranità». La ritorsione sulle bugie Usa, le armi di distruzione di massa inesistenti dell’Iraq e il milione di morti che ne è seguito.

Come evitare una guerra civile

Teme un intervento militare, un’invasione del paese? «Risposta già l’hanno data Trump e il fantoccio Guaidó, con “tutte le opzioni, inclusa quella militare”. Una minaccia è già atto di violenza. Se questi signori decidessero di intraprendere l’avventura dell’invasione, non sarebbe una passeggiata. Si realizzerebbe la previsione di Che Guevara di “uno, due o tre Vietnam” in America Latina. Come si dice, non è lo stesso invocare il demonio e il vederlo arrivare».

Petrolio e risorse, Caracas a Mosca

Rosneft, la compagnia petrolifera russa controlla già il 20% dei giacimenti venezuelani, le più grandi riserve di petrolio del mondo per 300 miliardi di dollari. A gennaio Washington impone sanzioni: niente soldi dagli Usa dove viene venduta la maggior parte del petrolio venezuelano. Crollo dell’esportazione di greggio, da 1,66 milioni di barili giorno ai 920 mila. La scorsa settimana l’ufficio estero della Venezuelana Pdvsa, si è trasferito da Lisbona a Mosca.

Pessimo Maduro peggior Trump

Trump-Maduro gara al peggiore, America latina a rischio
Qualche considerazione ‘fredda’ e un po’ più di testa, oltre la cronaca battente. Attento come sempre Gwynne Dyer su Internazionale che aiuta a fare chiarezza.
1) La decisione di proporre Juan Guaidó come presidente alternativo a Nicolás Maduro non è stata presa a Caracas, ma a Washington.
2) La rapidità con cui gli alleati Usa in America e Europa hanno riconosciuto l’autoproclamato Guaidó è frutto di una forte pressione dell’amministrazione Trump.
3) Scontato il sostegno dei governi di destra nei paesi dell’America Latina, e del neofascista brasiliano, Jair Bolsonaro.
4) Inquietante che Canada, Regno Unito, Francia, Germania e Spagna abbiano appoggiato questo tipo di ingerenza negli affari interni di un altro paese.
Nessuna difesa del governo Maduro, anzi
«Il governo di Maduro non merita di sopravvivere, perché ha devastato l’economia del paese. L’anno scorso la sua ”rielezione alla presidenza è stata il prodotto di un voto chiaramente truccato. Tre milioni di venezuelani (il 10 per cento della popolazione) sono già fuggiti all’estero. Ma sono i venezuelani a dover risolvere il problema, non gli stranieri e men che meno gli statunitensi», ammonisce Gwynne Dyer, e noi a questo vogliamo dare oggi attenzione.

“Impero gringo” per distratti

La storia dei tentativi di Washington, anche i più violenti, per rovesciare i governi di sinistra in America Latina è lunga, crudele e disastrosa. Prepotenza ed imbecillità, spesso.
Cuba nel 1960, Nicaragua nel 1981 e Venezuela nel 2002, contro governi nati da una rivoluzione. Peggio accadde in Brasile nel 1964, Cile nel 1973 e Argentina nel 1976 dove sono stati presi di mira, colpiti a travolti governi democraticamente eletti. Trame Cia, sostegno a dittature militari crudeli e assassine, ma per Washington questo non ha mai fatto alcuna differenza.
Un tempo però -osserva Dyer- gli alleati degli Stati Uniti in Europa e in Nordafrica sostenevano la democrazia, ma non la “democrazia” imposta con le armi degli Stati Uniti, denunciando sovente le violazioni del diritto internazionale e della carta delle Nazioni Unite. «Eccezionalismo», veniva chiamato negli Usa, che lo usavano come regola, «ed ecco che dal punto di vista storico Maduro non sbaglia a parlare di “impero gringo”».

Scemenza-provocazione di Bolton, Sicurezza Nazionale,

Europa fragile e servile, dubbi

Venezuela eccezione per Europa e Canada?
«Riconoscere un presidente alternativo come legittimo (su basi abbastanza inconsistenti) apre la strada al sostegno del suo governo alternativo attraverso denaro e armi e dunque alla guerra civile in Venezuela», si preoccupa il giornalista canadese, «e si creano le condizioni per l’intervento militare diretto degli Stati Uniti».
Ricordiamo di chi Trump s’è messo accanto. Il segretario di stato Mike Pompeo che “tutte le opzioni sono sul tavolo”. Tradotto, “potremmo invadere il Paese”. Poi la scemenza-provocazione di Bolton, Sicurezza Nazionale, che quasi mostra un appunto in cui ha scritto di 5000 soldati in Colombia, terra confinante e rifugio dal Venezuela.
Ma davvero le cose andranno così?
Il dubbio di Dyer. «Gli ultimi tentativi di rovesciare i governi sgraditi a Washington in Afghanistan, in Iraq e in Libia sono andati abbastanza male. Perché mai in Venezuela dovrebbe andare meglio? Persino le invasioni pianificate con le migliori intenzioni hanno la tendenza a produrre risultati disastrosi».

La riserva aurea del Vanezuala bloccata nella Banca d’Inghilterra

Troppi giochi pericolosi

Il problema politico Usa -valutazione diffusa- l’amministrazione Trump terremotata dalla intemperanza caratteriale dell’eletto con «personaggi di secondo piano e marionette che non hanno la più pallida idea di come funzionino queste faccende», e lo afferma un ‘quasi americano’.
Una eventuale invasione del Venezuela incontrerebbe senz’altro una resistenza armata interna con patrioti venezuelani anche anti Maduro che potrebbero scegliere come primo nemico l’invasore.
Oltre al fatto che Cuba, Russia anche la Cina non rimarrebbero con le mani in mano e, minimo, sosterrebbero la resistenza con denaro e con armi.
E ritorna il dubbio di Gwynne Dyer: chi gli e lo ha fatto fare a Spagna, Francia, Germania e Canada? Londra va bene, prende ordini da Washington e blocca la riserva aurea venezuelana depositate nella sua banca nazionale (mai più alcun deposito da parte di nessuno). Una buona idea sostenere Guaidó come legittimo presidente del Venezuela solo perché è presidente del parlamento?

La diplomazia della paura del nulla

Ipotesi di risposta: «Forse hanno talmente paura di Donald Trump da sentirsi obbligati ad adeguarsi al suo piano strampalato, ma è improbabile». E già, quello è mezzo matto, e forse è anche un ‘cattivo bluff’.
L’apparire al posto dell’essere, e per lui vale una minima concessione simbolica da presentare come una vittoria storica. Lo ha capito il leader nordcoreano Kim Jong-un che si prepara al suo secondo “vertice”. Lo hanno capito messicani e canadesi nel negoziato sul Nafta. E la Cina, certo, non potrà essere meno astuta per la “guerra commerciale” con gli Stati Uniti.
Conclusione, con grazie a Internazionale e Gwynne Dyer: «La possibilità più inquietante è che gli alleati Nato degli Stati Uniti abbiano paura di essere trascinati in una guerra con l’Iran e dunque siano disposti ad assumersi il rischio di una guerra in Venezuela. Dopo tutto i danni sarebbero inferiori. Non per i venezuelani, ovviamente».