mercoledì 22 maggio 2019

Ungheria

La scusa ufficiale

Vikton Orban cruccio dei Popolari, a chi conviene la rottura?

Il contrasto è ufficialmente esploso quando il partito Fidesz, mano politica di Orban in Ungheria, ha preso di mira il presidente della Commissione Ue Junker, accusandolo dell’immigrazione “incontrollata” favorita, secondo loro, proprio da Bruxelles. Rudemente categorici a Fidez, visto che Junker è espressione della stessa famiglia di democratici cristiani a cui Fidesz è affiliato a livello europeo. Dodici partiti di vari Paesi della famiglia popolare, hanno chiesto l’espulsione di Fidesz. Rozzo Orban li ha definiti “utili idioti”, buoni solo a dare una mano alla sinistra. Ma ormai la questione Orban è aperta, e dovrà essere decisa dell’assemblea Ppe del 20 marzo a Bruxelles.

Qualcosa a perdere

grosso e di riflesso sulla Csu bavarese che, un po’ più educata e nei toni e nei modi, a destra c’è e ha sempre tentato di tenersi vicino il partito guidato da Orban. Legami storici Budapest Berlino che motivi di opportunità politica. Non solo perché il Ppe, dato in discesa alle elezioni, perderebbe anche i 12 seggi degli esponenti ungheresi. Fuori dai Popolari per Orban varie opzioni: aderire a Enf, raggruppamento guidato da Marine Le Pen e con dentro Matteo Salvini. Oppure confluire nell’Ecr, secondo gruppo parlamentare europeo in termini numerici, in origine scissione a destra dello stesso Ppe e a cui, altra taccia italiana, ha aderito recentemente anche Giorgia Meloni.

Doni ai sovranisti

Proprio per evitare di ‘regalare” un pezzo da novanta come Orban ai sovranisti che naturalmente lo amano, i democristiani bavaresi insistono chiedendo a Orban qualche segno di disponibilità, un gesto di scuse, ma con passi indietro difficilmente accoglibili, tipo riammettere in Ungheria la Central Europa University, fondata da Soros, che era stata bandita dal Paese lo scorso dicembre. Viktor Orban convinto di trarre comunque vantaggio. A stupire anche noi cronisti, la valutazione diversa dell’eurodeputato della Lega Mario Borghezio, che non applaude alla rottura cara a Salvini ma esprime preoccupazioni. “Con Orban fuori da Ppe si perde preziosa cerniera tra il Ppe e i partiti a destra dell’emiciclo europeo”

Orban da lontano

Su l’Inkiesta, un Orban poco noto. Orban che ha usato per anni il Ppe come una specie di scudo rispetto alle autorità della Ue, per applicare le sue politiche in patria e, nello stesso tempo, allargare verso destra i margini della coalizione “popolare” e alla fin fine dare dignità in Europa all’agenda nazionalista e sovranista che fino a qualche tempo fa sembrava una bestemmia. Operazione astuta, condotta su scala continentale, ma non nuova nella biografia di Orban. Non era lui il giovane sociologo mantenuto agli studi a Londra dalla Open Society di George Soros che aveva fondato Fidesz come partito liberale e progressista e l’aveva poi mano mano spostato su posizioni conservatrici e infine nazionalistiche?

Modello Berlusconi

Altro democristiano alla Orban, Manfred Weber, bavarese, pezzo grosso della Csu giù citato. Per Weber e Ppe, dialogare con i sovranisti ha obiettivi precisi. Esempio, ammortizzare in prevedibile calo dei socialdemocratici. Per governare l’Europa, il Ppe dovrà trovarsi una spalla. Appoggiarsi a un vasto rassemblement di partiti sovranisti o simili, dalla Lega Nord a Fidesz, al polacco Diritto e Giustizia all’Fpoe austriaco alleato del popolare Sebastan Kurz. Pasticcio conservatore di difficile amalgama. Salvo alchimie italiane. Berlusconi che propone il patto popolari-sovranisti alla Lega, offrendole l’allettante prospettiva di avvicinare la stanza dei bottoni di Bruxelles. Per Berlusconi, riportare Forza Italia al governo, anche se come socio di minoranza. Cinque stelle e Di Maio addio.

 

AVEVAMO DETTO

Orban più ‘popolare’ o più fascista? Dubbio democristiano

Popolare o quasi fascista?

Orban più ‘popolare’ o più fascista? Dubbio democristiano
Cresce la pressione interna al Partito popolare europeo per l’espulsione del gruppo del premier conservatore ungherese Viktor Orban. Quattro i partiti che chiedono l’espulsione di Fidesz: Belgio, Lussemburgo, Svezia e Portogallo. La decisione dopo la campagna lanciata da Budapest contro il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker. “Va contro tutti i nostri valori”. Anche gli olandesi e i finlandesi chiedono un dibattito su Orban e il suo partito.

Ppe sull’espulsione di Fidesz

Tra i popolari c’è però chi vuole tenere aperta la porta del dialogo coi sovranisti. Soprattutto in vista del dopo elezioni. Lo scontro nel Ppe su Orban preannuncia quello che probabilmente accadrà dopo le elezioni europee se i partiti nazionalisti e sovranisti usciranno vincitori dalle urne. Tattica di opportunismo elettorale per non favorire un blocco sovranista come gruppo parlamentare europeo, come stanno cercando di ottenere i viaggi di Salvini a Budapest.

Orban ‘fake news’

Nella sua battaglia contro Orban, Bruxelles parla espressamente di “fake news”. Problema del rispetto delle regole della libera informazione, sotto tiro in Ungheria assieme allo stato di diritto. Budapest ha lanciato una campagna con cartelloni pubblicitari, annunci di giornali e una lettera del premier a tutti i cittadini ungheresi: “anche tu hai il diritto di sapere cosa sta progettando Bruxelles!”. Tesi della cospirazione, trama di Soros e invasione migranti.

Trame e invasione

Sparata propagandistica elettorale decisamente esagerata. Bruxelles: «La campagna del governo ungherese distorce la verità e cerca di dipingere un’immagine oscura di un complotto segreto per guidare più immigrazione verso l’Europa. La verità è che non esiste una cospirazione. Le affermazioni del governo ungherese sono nel peggiore dei casi in realtà errate o nel migliore dei casi altamente fuorvianti. E niente ha a che fare con George Soros».

Rabbia democristiana

Ma le tirate anti Unione di Orban hanno scatenato un nuovo putiferio dentro il Partito popolare europeo. “O loro o noi”, “Basta nazional-populismo”, “Chi va contro l’ideologia e i valori democratici cristiani non ha posto tra di noi”, il tono delle proteste interne. Dalla Svezia la critica politica più attenta: “Per anni c’è stato un dialogo per portare Orban in linea con i nostri valori. Risultato è che in Ungheria si stanno colpend diritti fondamentali e stato di diritto”.

Asse Salvini Kaczynski

Il caso Orban, alleato politico di Matteo Salvini e del polacco Kaczynski, destinato a creare nuove fratture nel Ppe. Secondo diversi analisti, una fetta del gruppo fra cui Forza Italia, sarebbe orientata a non ‘esiliare’ il leader di Budapest. Alleanza di centro destra italiana del ‘dopo M5S’. Verso uno spostamento del Ppe più a destra contro la tradizionale alleanza con i socialisti in chiave anti populista. All’orizzonte anche lo scenario di una scissione.

L’Accademia ungherese sotto attacco
Orban la vuole sotto controllo governativo

Accademia delle Scienze epurata, per Orban solo ‘cultura’ sovranista
Senza più autonomia, fondi e ricerca. Professori e studiosi scendono in piazza a Budapest per difendere la prestigiosa ‘Mta’, su cui il governo Orbán ha messo le mani.
«Il sapere è del popolo ungherese, non del governo», traduce Massimo Congiu da Budapest su uno dei cartelli che hanno accompagnato la manifestazione a sostegno dell’Accademia Ungherese delle Scienze, la cui autonomia è attaccata da quasi un anno dal governo di Viktor Orbán. Una catena umana intorno all’edificio della prestigiosa istituzione, fondata nel 1825, e una petizione consegnata al presidente dell’Mta, László Lovász, per chiedergli di non accettare la liquidazione della rete di istituti di ricerca che fanno capo all’Accademia.
Libertà accademica e la protesta contro il trasferimento a Vienna della Central European University, fondata da George Soros, perché nella Ungheria nazionalista attuale, la cultura è parte politica.

Innovazione e ricerca sopra tutto

L’anno scorso l’esecutivo ha deciso di trasferire risorse economiche e competenze al neo costituito ministero per ‘Innovazione e Ricerca’, ufficialmente per rendere la ricerca più competitiva. In campo umanistico invece, denunciano i ricercatori, la dispersione: una decina di istituti di ricerca in aperta competizione con i quindici coordinati dall’Accademia a moltiplicare ed annacquare. Secondo i ricercatori dell’Mta, l’obiettivo del governo, è quello di ridurre l’Istituzione a una sorta di «innocuo club accademico» composto, per lo più, da studiosi in pensione, sul modello della riorganizzazione dell’Accademia Russa delle Scienze, avvenuta fra il 2013 e il 2014.
Una nota del Forum dei ricercatori mette in guardia: la rete di centri di ricerca dell’Mta, forte di 5mila membri attivi, è destinata ad essere trasferita in università o centri di ricerca controllati dallo Stato o ad essere soppressa.

Umanesimo non produttivo

“Poco dopo le elezioni dello scorso anno, vinte dal partito di Orbán, sono comparse liste di proscrizione, alcune delle quali recanti nomi di studiosi rei di occuparsi di argomenti relativi all’immigrazione, all’omosessualità e alle questioni di genere”, scrive Congiu sul manifesto. Argomenti ‘peccato mortale’, il cui studio, secondo le autorità di Budapest, va disincentivato, perché il paese non può permettersi di legittimare tendenze sessuali devianti perché in Ungheria si figlia poco, e di immigranti manco a parlarne. Il governo ha così colpito a suon di decreti diverse cattedre delle facoltà di sociologia. Un po fascisti, ma almeno chiari. Zoltán Kovács, portavoce del gabinetto Orbán, sono chiare: «Queste ricerche non coincidono con la filosofia del governo». La ricerca scientifica vincolata ‘alla filosofia del governo’? Uno novità assoluta per l’Europa. Del resto, il governo, nella riforma dell’istruzione, obbliga le scuole pubbliche ad adottare solo libri di testo pubblicati dal Centro Statale per lo Sviluppo dell’Istruzione. Testi che descrivono l’immigrazione come un pericolo per i valori della nazione, e l’Unione europea una entità dal cui difendersi.

Rivolta scientifica

Lo storico italiano Stefano Bottoni, membro dell’Mta ungherese, ha rivolto un appello per chiedere solidarietà alla comunità scientifica italiana. «Dal 2021 l’Ungheria -denuncia Bottoni su Ungheria News- e perderà parte dei finanziamenti europei». Si parla di 6 miliardi di euro in meno per il periodo che va dal 2021 al 2027. La sola eccezione è quella riguardante il settore dell’innovazione. «Per cui, fa notare lo studioso, lo smembramento dell’Accademia e dei suoi centri di ricerca è funzionale al controllo governativo sulle ingenti somme destinate al comparto».
Aspetti economici a parte, Bottoni parla di «epurazione scientifica, la più drastica di sempre nella storia del paese». Sono in linea con questo clima le frasi pronunciate in un’intervista dal nuovo direttore del Museo Letterario Petofi, Szilárd Demeter, secondo il quale vale la pena di agevolare il lavoro degli scrittori ungheresi le cui opere si rivolgano ai loro connazionali e possano essere considerate, anche in futuro, parte integrante della letteratura ungherese, e non di quanti, per motivi definiti puramente commerciali, aspirino soprattutto a essere tradotti all’estero e a raggiungere la popolarità internazionale.

Se Orban rinnega gli eroi della rivoluzione ungherese…

Imre Nagy e Orban, un po’ di storia contro l’autoritarismo ignorante
Questa volta Viktor Orban, padre-padrone della politica magiara, l’ha fatta grossa: si è messo la storia sotto i piedi. Ha ordinato di rimuovere la statua di Imre Nagy, il Presidente del Consiglio ungherese che, nel 1956, osò contrapporsi alle direttive politiche ed economiche che arrivavano dal Cremlino. Nagy, la cui reazione diede fuoco alle polveri della rivolta di Budapest, pagò con la vita la sua insubordinazione. I sovietici, infatti, lo impiccarono due anni dopo. L’attuale premier magiaro, per giustificare la sua decisione, ritenuta “blasfema” da molti storici e dalle stesse opposizioni, ha fatto sapere che Nagy “era un comunista della peggiore specie” e che “aveva collaborato col KGB russo”.

Come motivazione, la sparata di Orban, notissimo sovranista eurofobo, lascia il tempo che trova. Vorremmo vedere chi poteva essere al potere nell’Europa Orientale post-Yalta senza essere comunista. Nagy, allo stesso modo del polacco Gomulka, tanto per fare un altro notissimo esempio, e come Tito e Milovan Gilas in Jugoslavia, aveva cercato di “mediare” tra le cervellotiche politiche economiche centralistiche elaborate a Mosca, e le istanze nazionali magiare, dove c’era una vecchia tradizione imprenditoriale e di mercato. La morte di Stalin nel 1953 aveva scatenato le prime fibrillazioni in Germania Orientale e nella stessa Polonia.

I tre anni successivi, durante i quali il potere sovietico cercò nuovi equilibri fino al XX Congresso, furono di grande confusione, politica e ideologica. Fino all’affermazione di Kruscev, il cui discorso dalla massima tribuna del Pcus provocò grandissime (e fallaci) aspettative. Al Cremlino cambiarono i musicanti, ma lo spartito, però, rimase loi stesso. Certo, non con le stesse asprezze del periodo stalinista, ma con uguale determinazione nel tenere dritta la barra sovieto-centrica. Chi sperava, in Europa Orientale, di potere imprimere una via nazionale ai vari movimenti comunisti si sbagliava.

Imre Nagy

Il problema di fondo non era solo la contrapposizione ideologica tra i due blocchi, ma anche e soprattutto la necessità di adeguare le politiche economiche dei vari “satelliti” alle esigenze dell’Urss. Una sorta di vero e proprio imperialismo delle ferriere, dove, accanto alle esigenze militari, crescevano e si affermavano le necessità sovietiche di controllare e condizionare i sistemi produttivi e distributivi degli “alleati”. Cercare un posto al sole in queste condizioni era molto pericoloso. Anzi, mortale. La Polonia fu a un pelo dall’essere invasa per le idee ritenute troppo “riformiste” di Gomulka. L’Ungheria seguì la sua strada, pensando di poter conciliare il diavolo e l’acqua santa. Ma sbagliò i suoi calcoli.

E l’atteggiamento di sfida dei comunisti riformisti magiari nei confronti del Pcus finì per alimentare nella popolazione aspettative ed entusiasmi che sfociarono, giorno dopo giorno, in aperta rivolta. L’intellighentsia del partito e i militari come Pal Maleter sperarono di trovare a Mosca una sponda che non ci fu. E non ci poteva essere. Come sarebbe stato per i cechi , successivamente, ai tempi di Dubcek e Ota Sik, che avevano pensato di trovare sostenitori nelle fazioni del Pcus che si rifacevano a Kosygin. La richiesta di uscire dal Patto di Varsavia fu l’inizio della fine per l’Ungheria e scatenò l’invasione sovietica.
Oggi Orban dissacra il ricordo di un manipolo di eroi, che avevano solo sperato di poter dare al marxismo un’impronta nazionale e rispettosa della volontà e delle sacrosante aspirazioni di ogni popolo.

Eroe della rivolta contro i sovietici,
statua via dalla Budapest di Orban

Piazza del Parlamento nella capitale magiara. Come dei banditi che debbono nascondersi, è l’alba quando è stata rimossa da Budapest la statua di Imre Nagy, il premier all’epoca della rivolta anticomunista del 1956, poi soffocata dall’Armata Rossa. Capo della rivolta ungherese, Imre Nagy fu imprigionato e giustiziato il 16 giugno 1958 a Budapest. Eroe nazionale della resistenza all’intervento sovietico. Poi, incidenti della storia, al potere arrivano i nani.

L’attuale premier, il conservatore Viktor Orban, dopo la condanna a morte sovietica, vorrebbe anche cancellare la memoria e la riconoscenza dei suoi cittadini e dalla storia ungherese. Ordine eseguito e statua rimossa. Orban ormai straripante nel suo potere politico quasi incontrastato incassa le critiche dell’opposizione quasi con compiacimento. Dalla sua parte la recente legge ‘sulla schiavitù’ che consente ai datori di lavoro di imporre 40 ore di straordinari l’anno, pagabili con tutto comodo in tre anni.

La statua di bronzo, eretta nel 1996, sorgeva su una piazza vicino al Parlamento. Trasferita in una posizione meno visibile, è stata sostituita con una replica di un monumento dedicato alle vittime del regime comunista di Bela Kun, che governò brevemente l’Ungheria nel 1919. I partiti di opposizione hanno accusato Orban di revisionismo storico; chi lo difende ha sostenuto che il suo obiettivo è quello di restituire agli spazi pubblici della capitale l’aspetto che avevano prima della Seconda Guerra Mondiale e cancellare le tracce del periodo comunista, concluso nel 1989.