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martedì 10 Dicembre 2019

Turchia

L’erede islamico di una Turchia sognata laica

E’ noto che Recep Tayyip Erdogan ambisce a presentarsi come erede legittimo di Mustafa Kemal Ataturk, il fondatore della moderna Turchia. Con l’eccezione, ovviamente, del laicismo che il “padre dei turchi” introdusse e che Erdogan invece aborrisce. Eppure, agli inizi della sua carriera politica, si era presentato come un moderato attento all’insegnamento di Ataturk e disposto a continuare, pur in modo diverso, la sua strategia di laicizzazione dello Stato.

Gli ultimi avvenimenti, con l’invasione del territorio siriano per neutralizzare i curdi, ci riporta alla vera natura del progetto di Erdogan, che contempla un mix di islamismo tradizionale e nazionalismo turco. Nonostante le apparenze, è quest’ultimo a prevalere, giacché Erdogan non rinuncia al sogno di riportare in vita – pur adattandolo al tempo presente – l’impero ottomano.

Islamismo e nazionalismo turco

Sembrerebbe un’utopia priva di fondamento ma, a ben guardare, vi sono elementi che possono far pensare alla sua realizzabilità. Occorre solo tener conto che le lingue di ceppo turco, e le culture ad esse correlate, non sono diffuse soltanto nel territorio nazionale, ma anche in molte aree asiatiche tra cui l’Azerbaijan, il Turkmenistan, il Kazakistan e altre repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale (con l’ovvia esclusione dell’Armenia). Parlano una lingua turca anche gli uiguri dello Xinjiang, popolazione musulmana le cui tendenze indipendentiste vengono duramente represse dal governo di Pechino.

Erdogan sfrutta questa situazione promuovendo l’espansione culturale turca tra le popolazioni turcofone stanziate al di fuori dei confini nazionali, e finanziando al contempo la costruzione di moschee nei Paesi che le ospitano. Notevole anche l’opera di proselitismo tra gli emigrati nelle nazioni europee, in primo luogo la Germania, e nei Paesi come l’Albania che anche dopo l’indipendenza hanno conservato un forte legame con Istanbul.

Espansionismo economico culturale

Di conserva promuove la rivalutazione delle grandi vittorie, militari e politiche, conseguite dall’impero ottomano. In primo luogo la cancellazione dell’impero bizantino con la conquista di Costantinopoli, divenuta poi Istanbul, e poi la vittoria ottomana su francesi e inglesi a Gallipoli durante la prima guerra mondiale (l’episodio bellico, per inciso, che rese celebre Ataturk).

Tuttavia anche le sconfitte ottomane vengono viste quali occasioni di rivincita postuma, per esempio la battaglia di Lepanto, la mancata conquista dell’isola di Malta difesa dai cavalieri di San Giovanni e la sconfitta delle truppe ottomane giunte sotto le mura di Vienna nel 1683. Erdogan, insomma, ha in mente la “grande Turchia” identificata con l’impero ottomano e, non a caso, in un recente discorso ha detto: “siamo una grande famiglia di trecento milioni di persone dall’Adriatico alla Grande Muraglia cinese”.

Impero ottomano e prima ancora

Questo progetto panturco è supportato da un’economia che, pur mostrando segnali di crisi, continua a crescere, e da una potenza militare rimasta intatta anche dopo l’epurazione di alti ufficiali seguita al fallito golpe del 2016. Ed è la base dell’attuale diffidenza turca nei confronti dell’Occidente e della Nato, alleanza di cui la Turchia fa tuttora parte ma con un profilo assai più defilato rispetto al recente passato.

Occorre comunque chiedersi sino a che punto le ambizioni di Erdogan siano realmente fondate. La Turchia è indubbiamente una grande potenza regionale, ma per trasformarla in potenza globale ci vuole ben altro. Erdogan in fondo lo sa, e infatti cerca di bilanciare l’allentamento delle relazioni con l’Occidente rafforzando i rapporti con Russia, Iran e Cina (nonostante la persecuzione degli uiguri da parte di Pechino).

Chi ha Istanbul ha la Turchia…disse Erdogan

Inoltre il leader turco ha 65 anni, e per ora non sono comparse nel suo partito AKP (Giustizia e Sviluppo) personalità altrettanto carismatiche in grado di portare avanti le sue ambizioni globali. Senza scordare che in Turchia c’è la stessa dicotomia città/campagne rintracciabile in altri Paesi come Polonia e Ungheria. Le campagne anatoliche votano Erdogan in blocco, mentre le grandi città come Istanbul e Smirne gli sono in maggioranza ostili. E anche questo è un segnale che il suo sogno neo-ottomano potrebbe presto finire.

La cronaca secca dell’Ansa

«La Casa Bianca ha dichiarato che la Turchia si appresta a invadere la Siria settentrionale, rinnovando timori per il destino dei combattenti curdi alleati con gli Stati Uniti nella guerra all’Isis».

Lo afferma la responsabile della comunicazione della Casa Bianca, Stephanie Grisham, dopo un colloquio telefonico tra il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e quello americano Donald Trump. Nella nota si precisa che le truppe statunitensi “non sosterranno né saranno coinvolte nell’operazione” e “non saranno più nelle immediate vicinanze”, cioè nel nord della Siria.

Nulla di chiaro sotto la politica di Trump

«Non è chiaro se ciò significhi che gli Stati Uniti potrebbero ritirare i loro circa 1.000 soldati dalla Siria settentrionale. Una ipotesi, quella del ritiro delle truppe americane, ventilata da Trump nello scorso dicembre ma accolta con sfavore da gran parte della comunità internazionale, secondo cui il ritiro comporterebbe l’abbandono dei curdi nelle mani dell’esercito turco».

L’Unione europea preoccupata

«Alla luce dell’annuncio della Turchia e degli Usa sulla situazione in Siria, l’Ue ribadisce la sua preoccupazione» ripetendo che «ogni soluzione a questo conflitto non può essere militare bensì deve passare attraverso una transizione politica, in conformità alla risoluzione Onu ed il comunicato di Ginevra nel 2014». Onu e Ue proprio non considerati dall’attuale Casa Bianca, con l’eccezione della Nato, ma solo quando conviene. Col portavoce della Commissione che ripete, almeno per la storia, «L’Ue ribadisce il sostegno all’unità, sovranità e integrità territoriale della Siria».

Onu teme il peggio ma Trump si sfila

Le Nazioni Unite si stanno “preparando al peggio” nel nord est della Siria, dichiara il coordinatore Onu per le operazioni umanitarie in Siria, Panos Moumtzis sottolineando di essere in contatto “con entrambe le parti sul campo”. Da Washington il tradimento con un tweet . «E’ il momento per noi di sfilarci da ridicole guerre senza fine. E’ il momento di riportare i nostri soldati a casa» twitta Trump, sapendo di lasciare gli eroici combattenti curdi vincenti contro Isis nelle mani dell’esercito di Erdogan, e di dare il via ad una nuova infinita guerra mediorientale.

Trump Ponzio Pilato, chi si fida è perduto

La guerra contro Assad sostenuta il prima fila dagli Strati Uniti e il macello jihadista del Califfato e dello Stato Islamico che diventano per Trump, «ridicole guerre senza fine, molte delle quali tribali». Poi l’annuncio del ‘programma politico’ estero della sua presidenza, per alleati di vecchia data e nuove affiliazioni sovraniste: «Combatteremo solo dove avremo benefici, e combatteremo solo per vincere. Turchia, Europa, Siria, Iran, Iraq, Russia e i curdi dovranno risolvere la situazione e capire cosa voglio fare con i soldati dell’Isis catturati».

Siria curda Vietnam turco

Si sa per certo che né Parigi né Londra, i principali partner di Washington in Europa, sono state nemmeno informate e meno ancora consultate. Il fatto che la Commissione europea non sia ancora nel pieno dei propri poteri non aiuta. Questo comportamento di Washington mette certamente ancora più in crisi l’alleanza tra l’Europa e gli Usa di Trump nella quasi totale assenza di visioni condivise. Infine, non dichiarati, i dubbi sempre tenuti nascosti sulle Forze armate turche. «Sarà davvero una passeggiata?», si chiede Difesa OnLine. «Oppure Washington ha dato il disco verde al Vietnam della Turchia?».

Ankara, subito e di corsa

Ankara: non un minuto di più. Lo afferma il capo comunicazione della presidenza. La Turchia “non può aspettare un minuto di più” per intervenire militarmente nel nord della Siria. “Siamo stati abbastanza pazienti nel rispettare i patti della coalizione, ma siamo giunti a un punto in cui è a rischio la sicurezza di civili turchi, arabi e curdi”. Queste le parole usate da uno dei più stretti consiglieri del presidente, Recep Tayyip Erdogan, nel confermare il via libera a un’operazione a est del fiume Eufrate mirata a eliminare le postazioni dei curdi siriani del Pyd-Ypg.

AVEVAMO DETTO

Erdogan perdente cresce in ferocia

Cacciato dagli elettori, lui e il suo partito AKP, dal governo delle città chiave, Istanbul, Ankara e Izmir, presidente dai pieni poteri e leggi di emergenza, ormai apertamente despota rimuove i sindaci democraticamente eletti di Dyarbakir, capitale del Kurdistan turco, Van e Mardin, tre delle maggiori città della regione. Sindaci curdi dell’Hdp, il Partito democratico dei popoli. L’accusa è essere legati al Pkk, il Partito curdo dei lavoratori, considerato da Ankara organizzazione terroristica. Al loro posto il ministero dell’interno ha indicato commissari speciali. La decisione sembra essere parte di un più ampio attacco alle opposizione al governo: le fonti parlano di più di 600 arresti in tutto il paese, in particolare tra i dipendenti comunali. La Turchia sempre più galera, ed Erdogan sempre più despota fuori ormai da ogni limite formale di legalità.

Ma ora l’opposizione c’è

Reazioni di protesta e sdegno in tutto il sud est curdo dove da giorni avvengono scontri nelle città coinvolte. Ma non solo protesta curda etnica e minoritaria, questa volta, ma protesta turca e politica rispetto a due anni fa , quando furono commissariati quasi cento comuni. Voci autorevoli contro.Il sindaco due volte eletto di Istanbul Ekrem Imamoglu, del Partito repubblicano Chp, ha espresso la sua incredulità su Twitter: «Un’azione inspiegabile in democrazia. Inaccettabile ignorare la volontà della gente». Anche l’ex presidente della Repubblica Abdullah Gül, antico alleato di Erdogan, ha criticato l’operato del governo. Poi Azad Barıs, vice presidente dell’Hdp, il partito demicratuico curdo turco decimato dagli arresti: «Vogliono uccidere la democrazia in Turchia, sulla base di accuse assurde e totalmente infondate»

Kurdistan che non si deve dire

I sindaci di Diyarbakir, Mardin e Van esautorati con l’accusa di terrorismo, e oltre 600 arresti fra funzionari comunali e militanti dell’Hdp. «Si tratta di un numero ancora impreciso e probabilmente destinato a crescere, visto che martedì notte ulteriori detenzioni si sono verificate anche a Istanbul», denunciano a Francesco Brusa e Brando Ricci, esponenti dell’Hdp. «Polizia e militari reprimono le manifestazioni spontanee della popolazione in maniera brutale, con idranti e gas lacrimogeno». Erdogan e la peggior destra turca sua alleata al potere, l’Mhp, la versione moderna dei ‘Lupi grigi’ di ionfausta memoria, tra attentati papali e le visioni mistiche di Alì Agca. Meno pittoreschi ma molto più efficacemente reazionari, i nipotini alleati con l’islamismo conservatore e anche un po’ ladro di Erdogan, stanno facendo la prova contro i curdi, per riprendersi ‘manu militare’ Istanbul, Izmir e Ankara, è il legittimo sospetto.

Intanto in Siria i conti con Damasco

Nella vicina Siria, popolazione curda sui due lati del confine diventa possibile uno scontro militare tra Damasco e Ankara. Idlib nelle mani di Damasco e le truppe turche e siriane ora faccia a faccia. Situazione drammatica quella raccontata da Michele Giorgio, Nena News. Decine di migliaia di civili in fuga dalla regione di Idlib, unico pezzo di Siria ancora nelle mani delle formazioni islamiste armate (Fronte a-Nusra, ramo siriano di al Qaeda), ora allo sbando. «E a soccorrerli non c’è la Turchia, che tanto li aveva sostenuti, e usati, negli anni passati per promuovere la sua agenda in Siria e nella regione». Erdogan in difficoltà tra la sua alleanza con Washington e la necessità di tenere aperto il dialogo con la Russia alleata del siriano Assad. Ankara incapace, per ora, di reagire all’offensiva lanciata da Damasco dopo il mancato rispetto degli accordi che la Turchia doveva garantire, col sequestro delle armi pesanti.

Da repressione a guerra vera

Erdogan impegnato nelle repressioni interne, sembra fermo sul minaccioso fronte siriano. Ad Ankara il summit trilaterale con Russia e Iran e un sempre più incerto accordo su pattugliamenti congiunti turco-statunitensi lungo la frontiera con la Siria per la sempre ambita ‘zona cuscinetto’ contro qualsiasi forma di sovranità curda nel nord della Siria. L’accordo inconfessabile Erdogan e Putin: «Mano libera sui curdi e io mi porto via i jihadisti da Idlib e li uso contro le brigate curde Sdf-Ypg, inchiodando gli americani al dilemma siriano: proteggere gli alleati di Washington contro il califfato o cedere alle pretese territoriali di Ankara per eliminare la resistenza curda ritenuta vicina al Pkk», scriveva Alberto Negri. Ma non è andata così, e mai la possibilità di scontro militare tra Damasco e Ankara è stata così concreta.

Consegne russe come da contratto
Quanto vale la parola di Trump ?

Il presidente turco Erdogan aveva annunciato la conclusione del contratto e la prima consegna per metà luglio. E al vertice dei G20 a Osaka – narrano le cronache- aveva ricevuto assicurazioni dal presidente americano che la mossa non avrebbe comportato nuove sanzioni Usa. Ora la verifica dei fatti, ma sono pochi nel mondo a crederci.
Ankara ha acquistato due reggimenti di S-400, ognuno con 4 o 6 batterie. Il sistema S-400 non può essere integrato con gli altri armamenti Nato ed è concepito proprio per abbattere cacciabombardieri e missili da crociera della Nato. Questo pone seri problemi all’Alleanza sul suo fianco sud-orientale.

 

L’orgoglio turco, la sfida russa

Gli S-400 russi arrivati in Turchia, Nato in subbuglio
L’orgoglio smisurato di Erdogan anche nei dettagli. L’arrivo della prima tranche dei sistemi russi di difesa aerea S-400 alla base aerea di Murted su tre aerei cargo. Non una base qualsiasi. Prima si chiamava Akinci, e il 15 luglio 2016, giorno del fallito colpo di Stato, è stata uno dei centri di organizzazione dei militari golpisti dietro cui cova il sospetto di manine o manone turco americane. L’annuncio, a dargli maggior risonanza, dal ministro della difesa Cavusoglu: «Il primo lotto dell’equipaggiamento del sistema missilistico di lungo raggio S-400 è iniziato ad arrivare. Le consegne proseguiranno nei prossimi giorni, con oltre 120 missili di vario tipo che giungeranno via mare. I sistemi, si dice, saranno operativi già a ottobre». Il Cremlino educatamente conferma.

La Nato in subbuglio

La portata della sfida politica, letta da Chiara Cruciati: «A 67 anni dall’adesione alla Allenza atlantica, uno dei suoi membri più strategici della Nato, secondo esercito per grandezza e sede di fondamentali basi militari del Patto, tra cui Incirlik che ospita armi nucleari Usa, – si mette in casa (è la prima volta che accade) strumentazioni russe». Possibili conseguenze rispetto al percorso compiuto dalla Turchia di Erdogan negli ultimi anni. Il Manifesto: «Washington furiosa per l’accordo russo-turco non ha mai consegnato i cento F35 che Ankara ha già pagato e ha sospeso l’addestramento dei piloti turchi». E minaccia di sanzioni con l’applicazione della stessa legge con cui Washington ha già colpito Iran, Russia e Corea del Nord.

Turchia anti americana

Passaggio chiave della rottura tra Stati uniti e Turchia è il fallito golpe 2016, la cui organizzazione viene attribuita al movimento dell’imam Fethullah Gülen, ex maestro e alleato politico di Erdogan agli albori della sua carriera politica, divenuto avversario con l’ex allievo prima premier e poi presidente. Di Gülen presunto mandante di fallito golpe, in auto-esilio da decenni in Pennsylvania, Ankara ha chiesto a ripetizione l’estradizione, mai concessa. Secondo elemento di scontro in Siria dove le oscillazioni strategiche turco-americane inizialmente pro Isis anti Assad e ripensamenti successivi col Califfato, hanno creato confusione e tragedie. Ferita aperta, l’esercito Usa sostiene militarmente le Sdf, le Forze democratiche siriane guidate dalle Ypg/Ypj curde, altro nemico assoluto per Erdogan. E i marines che dovevano andarsene dal nord della Siria, ancora lì a bloccare le tentazioni turche sul Rojava.

Pragmatismo putiniano

L’altalena politica dell’amministrazione Trump rispetto ad analoga politica sovranista ma lineare di Putin ha fatto il resto. L’avvicinamento alla ‘Russia putiniana’, inimmaginabile alla fine del 2015 quando l’aviazione turca abbattè un Sukhoi russo, diventa realtà soltanto un anno dopo. La Pax di Astana, il processo di pace in Siria definito tra Teheran, Mosca e Ankara. Nel frattempo Erdogan, divenuto presidente all’americana con riforma costituzionale, nel 2017 decide di acquistare il sistema di difesa aerea russo S400, scartando l’ipotesi dei Patriot americani sponsorizzati Nato. Ieri, con l’arrivo delle avanguardie tecniche S-400 verso la resa dei conti politica. «Turchia porta d’Oriente, porta bellicosa, con un occhio che guarda Mosca e uno alla Nato. Un paese con ambizioni non più solo regionali, ma globali», ricorda Chiara Cruciati. Una Turchia che, contemporaneamente, è pressata da pesanti e irrisolti problemi interni di democrazia e ora anche di economia.

Nato Usa obbedir tacendo

Probabile reazione Usa e Nato ‘Usa obbedir tacendo’. Trump in campagna elettorale per la rielezione accentua il vizio di esaltare presunti successi e di nascondere gli inciampi. Stile parallelo dell’altro caratteraccio di Erdogan, che ha di fatto perso la guerra in Siria, dove Assad resta al suo posto, e ora rischia molto di più sul versante economico, che diventa il più probabile fronte di attacco Usa che si muoverà senza troppa enfasi. In casa, Erdogan subisce la sconfitta politica di Istanbul, la sua città, ora governata da un sindaco laico. E la lira turca che traballa dopo il crollo dello scorso anno. L’ombra delle sanzioni americane ad aggravare il tutto. Per Ankara l’arma di ricatto delle basi Nato e la nuova amicizia con Mosca. 100 miliardi di euro l’anno di interscambio l’obiettivo citato dal ministro dell’industria turco a Yekaterinburg. Strumenti centrali della Turchia quasi post Nato, il gasdotto TurkStream e l’impianto nucleare di Akkuyu.

AVEVAMO DETTO

S400 russi alla Turchia, rabbia Nato ‘Usa obbedir tacendo’

‘Chi ha Istanbul possiede la Turchia’
disse l’allora sindaco Erdogan

A Istanbul vince la Turchia laica delle città, rispetto alla Turchia islamica e conservatrice che rappresenta la forza elettorale numericamente ancora vincente nel Paese del presidente-padrone Erdogan. Da oggi un po’ meno ‘Sultano’ e con un partito ed una strategia di potere tutta da ripensare da qui al prossimo confronto politico nazionale. Sì, perché a Istanbul, la ‘sua Istanbul’, Erdogan ha preso una bastonata sonora, di quelle che fanno male, ben oltre gli 800 mila voti di differenza sul suo candidati ed ex premier perdente. Un no a lui e ai suoi superpoteri e alle leggi emergenziali e alla galere colme, al suo partito AKP islamista prenditutto che ha imposto queste elezioni bis contando sul suo potere capillare per rovesciarne il risultato a suo vantaggio. Errore per troppa arroganza e forse, l’inizio della fine politica di troppo potere troppo a lungo esercitato.

Imamoglu, abile sindaco sconosciuto

Ekrem Imamoglu, il semisconosciuto ri-sindaco di Istanbul, che non solo vince, ma stupisce. Il 31 marzo aveva vinto per soli 13mila voti, ieri ha dato al suo avversario un distacco di dieci punti percentuali: 54% contro 45%, 800.000 voti in termini assoluti. Ma è quando sale sul palco per annunciare la vittoria che Imamoglu mostra la statura del leader. L’uomo pacato che ha saputo vincere contro l’arroganza esibita di Erdogan e affiliati, accontentare la folla con un solo urlo di vittoria. Non solo sua: «Oggi ha vinto la democrazia. Abbiamo chiuso una vecchia pagina e ne abbiamo aperta una nuova. Lavorerò senza escludere nessuno. Voglio ringraziare e abbracciare tutti anche chi non mi ha votato». Poi la vera rottura con l’aggressività avversaria: «Signor presidente sono pronto a lavorare con lei per il futuro della città». Con Erdogan costretto a fare buon viso a cattivo gioco: «Mi congratulo con Ekrem Imamoglu che ha vinto le elezioni», ha scritto su Twitter.

16 milioni di abitanti su 2 continenti

«Sarò il sindaco di 16 milioni di persone, nessuno sarà escluso, è finito il tempo di pregiudizi, divisioni, conflitti, voglio una città in cui tutti, nelle loro diversità, si abbraccino. C’è tanto da fare e siamo stanchi delle faide politiche». Dunque anche Istanbul contro il potere presidenziale di Erdogan, Dopo Ankara e Izmir-Smirme e tante altre gradi città contro l’islamismo autoritario e conservatore di Erdogan. Scendendo ai dettagli politici locali, è la data del 6 maggio l’inizio della fine, quando l’AK Parti chiede e ottiene elezioni bis. Una forzatura percepita trasversalmente come un’ingiustizia, che ha fatto crescere la popolarità del candidato laico. Lo stesso elettorato dell’Akp non ha gradito. A Fatih, una roccaforte conservatrice, il candidato del Chp è passato dal 46% al 59,4%. A Beyoglu, nel cuore della città, Yildirim ha perso il 3%. Ed ecco Ekrem Imamoglu, fino a ieri un bravo amministratore locale, avviarsi a diventare l’uomo capace di mettere a repentaglio il potere di Erdogan.

Vittoria annullata e voto arrabbiato
e se l’opposizione vince di nuovo e meglio?

Istanbul al voto per insegnare un po’ di democrazia a Erdoğan
Secondo i sondaggi, il già sindaco laico di Istanbul eletto due mesi fa e poi rimosso da una discussa sentenza della commissione elettorale nazionale, vincerà di nuovo e meglio di prima.
(ANSAmed) – ISTANBUL, 21 GIU – «Ultime ore di campagna elettorale a Istanbul in vista della ripetizione, domenica, del voto per l’elezione del sindaco, dopo il controverso annullamento della vittoria del candidato dell’opposizione Chp Ekrem Imamoglu. Secondo gran parte dei sondaggi, il suo vantaggio rispetto al candidato dell’Akp del presidente Recep Tayyip Erdoğan, l’ex premier Binali Yildirim, è aumentato rispetto alle 13.729 preferenze che ne avevano decretato l’elezione nelle amministrative 31 marzo scorso, al termine di un riconteggio di schede durato quasi 20 giorni. La sua vittoria era stata poi cancellata dalla Commissione elettorale suprema (Ysk) di Ankara, che ha accolto un ricorso dell’Akp per presunte irregolarità nelle urne».

Atto di forza e di prepotenza
e segno di debolezza politica

Rivittoria annunciata della opposizione, salvo trucchi e porcherie, ma la vigilia è ricca di incognite. Il presidente Erdoğan potrà accettare un’altra sconfitta elettorale nella sua città, trampolino politico per la sua carriera? Da domani sera la verifica mondiale se in Turchia resta ancora un piccolo spazio democratico, in un paese che da tre anni subisce una pesante ondata autoritaria attraverso le leggi speciali del dopo golpe.Le precedenti elezioni municipali del 31 marzo a Istanbul, il candidato dell’opposizione aveva vinto con un margine ristretto, e l’Ak Pati ‘islamo-conservatore’ del presidente ave ottenuto uno stupefancente annullamento del voto. Domani quindi sarà voto test di portata nazionale in una situazione segnata dalla profonda crisi economica e sociale che ha colpito la Turchia con i sondaggi che anticipano un ulteriore progresso del candidato dell’opposizione, Ekrem İmamoğlu, del laico Partito popolare repubblicano, il Chp.

‘Chi ha Istanbul controlla la Turchia’
vale per tutti o solo per Erdoğan?

L’incontinenza dell’orgoglio e se vuoi, dell’arroganza. Una frase autocelebrativa, una delle tante, di Erdogan, che ora rischia di travolgerlo. Erdoğan, sindaco di Istanbul negli anni novanta alla conquista del paese, proclamò allora, «chi ha Istanbul controlla la Turchia». Per questo non vuole perdere. A tutti i costi. Istanbul, capitale economica e culturale della Turchia, e società civile, tendenzialmente laica e progressista, si è mobilitata per scongiurare il rischio di brogli. Dopo il voto del 31 marzo, militanti che hanno dormito accanto alle urne. Stavolta migliaia di avvocati, studenti e semplici cittadini organizzati dal Chp, si sono offerti come osservatori in tutti i seggi. Mentre tutte le forze di opposizione si sono compattate attorno a İmamoğlu, a partire da Demirtaş, leader del partito filo curdo Hdp, in carcere ormai da due anni e mezzo, che ha invitato i suoi sostenitori a votare per il candidato dell’opposizione.

Ma chi è lo sconosciuto İmamoğlu
batte il potere islamista dell’AKP?

Ekrem İmamoğlu non era una figura popolare prima della competizione elettorale per Istanbul. A differenza del suo rivale Binali Yıldırım, ex primo ministro della Turchia, İmamoğlu poteva vantare un’esperienza politica limitata. Tuttavia, il candidato del CHP è riuscito ad emergere in breve tempo. Come è stato possibile? Tono moderati in un contesto politico molto teso. ‘Retorica inclusiva’ viene definita, che ha catturato l’attenzione dei cittadini di Istanbul. L’opposto del linguaggio politico che domina oggi il panorama politico turco. «Rispettiamo tutti gli 82 milioni di cittadini che vivono in questo paese, a prescindere dalle loro radici etniche», ha dichiarato recentemente a Trabzon, la città sul Mar Nero dove, lo ricordiamo, il 5 febbraio 2006,venne ucciso da un giovane integralista islamico, il sacerdote italiano Andrea Santoro, missionario a Trebisonda.

Erdogan, elezioni valide
solo quelle che vince lui

Se Erdogan perde Istanbul rivota, Ocalan e ‘Orso’ Orsetti
Turchia, il partito del superpresidente Erdogan (che poi è Erdogan allo specchio) vince il ricorso: Istanbul che lo aveva tradito eleggendo come sindaco Ekrem Imamoglu, candidato dell’opposizione, di nuovo al voto il 23 giugno. Perché Erdogan aveva avvertito prima delle elezioni inciampo: «Chi vince a Istanbul, vince la Turchia». Il problema è che era sicuro di vincere lui, già ex sindaco della megalopoli su due continenti, ma aveva sbagliato i conti. Anzi no, scusate: avevano sbagliato quelli che avevano contato i voti il 31 marzo scorso, sostiene lui.
Ricorso del partito pigliatutto AKP, confidenzialmente Ak Parti, non educato alla possibilità di perdere. E dopo oltre un mese di incertezza, la ‘Commissione elettorale suprema’ ha deciso a maggioranza la ripetizione del voto amministrativo il prossimo 23 giugno. Una decisione non appellabile rispetto a presunti brogli a danno del presidente Recep Tayyip Erdogan, che già, detta così, fa un po’ sorridere: Erdogan vittima di brogli altrui!

Gioco sporco senza vergogna

Mentre Erdoğan aveva fatto ricorso, le tv e i giornali, in stragrande maggioranza controllati dal governo, avevano iniziato a parlare di brogli accusando implicitamente l’opposizione di aver truccato le elezioni. Lo scorso 17 aprile la Commissione aveva stabilito la vittoria del CHP ad Ankara e a Istanbul. Ed Ekrem Imamoglu era diventato quindi formalmente il nuovo sindaco di Istanbul,dopo 15 anni consecutivi di potere dell’AKP.
Martedì l’Ak Parti aveva presentato alla Commissione un’ultima richiesta di riconteggio dei voti, che oggi è stata accolta, decisione contrastata, a maggioranza e per giunta incontestabile. A giugno si voterà solo per il sindaco, e non per i consiglieri comunali: per quel voto, che invece era stato vinto dall’AKP, non è stato presentato nessun ricorso. Strano vero? Da parte di Erdogan, alla vigilia della decisione della Commissione elettorale, accuse di ‘legami con il terrorismo’ contro decine di ispettori elettorali, l’alternativa all’accusa di golpista, pronti per la galera.

Chi è contro è terrorista

Durissima la protesta del partito repubblicano. Il ritorno alle elezioni di Istanbul è «pura dittatura». «Illegale vincere contro il partito di Erdoğan. Un sistema che reprime la volontà popolare e disprezza la legge non è democratico né legittimo». Ieri intanto, per la prima volta dopo 8 anni, è tornata anche a farsi sentire per la prima volta la voce di Abdullah Ocalan, il fondatore del Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan, formazione considerata terrorista, confinato all’ergastolo nell’isola di Imrali, nel Mare di Marmara, dal 1999.
Ocalan, segnala Marco Ansaldo da Istanbul, ha diffuso tramite i suoi legali un messaggio di negoziato e di pace: «Nella soluzione dei problemi c’è bisogno di un metodo di negoziazione democratico lontano da tutti i tipi di polarizzazione e cultura dei conflitti. Possiamo risolvere i problemi della Turchia e della regione, non con la guerra, non con strumenti che veicolino la violenza fisica, ma con il ‘soft power’».

Ocalan pacifista e ‘Orso’ Orsetti

Non solo Turchia ma politica di area dei curdi tra Siria e Iraq. Ocalan nel suo messaggio affidato agli avvocati: «Abbiamo fiducia che le Forze democratiche siriane nell’ambito degli scontri in Siria, siano in grado di risolvere i problemi evitando la cultura del conflitto; la posizione dovrebbe essere finalizzata a risolvere la situazione nel quadro dell’integrità della Siria e nella prospettiva della democrazia locale garantita costituzionalmente. In questo contesto, è altresì necessario che vengano viste le sensibilità della Turchia».
Posizioni politiche abbastanza sorprendenti. Nella vicina Siria lo stesso Erdogan e jihadisti alleati hanno intensificato gli attacchi ai villaggi nelle zone sud del cantone di Afrin, occupato dai turchi poco più di un anno fa. Le Forze di Liberazione di Afrin denunciano gli attacchi e parlano della resistenza che ha fatto, per ora, 30 jihadisti e 4 soldati turchi morti. Intanto ieri, nel Rojava, omaggio popolare alla salma di Sehid Tekosher, Lorenzo Orso Orsetti. La bara è sfilata tra due ali di folla, prima di ripartire, a breve, per l’Italia.

 

 

210 mandati di cattura nei confronti di militari in servizio attivo. Colonnelli, comandanti e sergenti di forze di terra, aviazione, marina, gendarmeria e guardia costiera.

All’indomani del fallito tentativo di golpe in Turchia, nel luglio del 2016, le domande che il mondo si poneva erano tante, ma, prima fra tutte, cosa sarebbe successo in un paese dove le libertà democratiche erano da tempo limitate e a forte rischio?

Stato parallelo e repressione

Gli interventi repressivi uniti a colpi di Stato organizzati dai militari, sino all’altro ieri tutori della laicità dello Stato fondato da Ataturk, l’ultimo nel 1997, hanno caratterizzato il Paese cerniera tra Occidente ed Oriente, dove effettivamente hanno agito strutture parallele a quelle statali, simili ad altre emanazioni della Guerra Fredda come ‘Stay Behind’. In questo senso non ha fatto eccezione neanche l’ultimo triennio dal fallito golpe, che ha visto rafforzarsi il potere di Recep Erdogan e del suo partito AKP. Ma democrazia (sempre più relativa e autoritaria) e stabilità, hanno avuto un costo altissimo in termini di libertà civili e come contraltare una accentuata identità islamica rispetto al laicirmo della Turchia di Ataturk, ma sempre all’interno di un forte nazionalismo.

Il giorno stesso del mancato putsch, l’ex Presidente della Repubblica, Abdullah Gül, annunciò che da quel momento per la Turchia sarebbe cominciata una nuova era democratica, seguito dal  primo ministro Binali Yildirim che definì il 15 luglio come “giorno di festa”. Il risultato di queste parole fu una serie di misure durissime contro quelli che vennero immediatamente individuati come golpisti, una campagna di arresti tra il mondo della cultura, personale e funzionari della giustizia (2745 giudici rimossi dall’incarico dall’Alto Consiglio), polizia e militari (2893 imprigionati). Un’azione che non si è mai fermata e che continua ancora oggi.

Ancora arresti di massa

Dall’inizio di quest’anno sono in corso numerose operazioni nei confronti di presunti infiltrati nelle forze armate che agirebbero ancora per conto della rete di Fethullah Gulen. In febbraio diverse procure del Paese hanno emesso 295 mandati d’arresto contro militari in servizio attivo. Per l’agenzia di stampa del governo turco Anadolu, i sospetti erano accusati di aver tenuto contatti telefonici congli eversori di ‘Feto’.
Il 26 aprile un’altra maxi-operazione contro altri supposti fiancheggiatori di Gulen nelle forze armate, coordinata dalla procura di Istanbul che ha emesso 210 mandati di cattura. In un’altra operazione contro presunti ‘gulenisti’, condotta dalla procura di Ankara, 41 persone sono accusate di aver truccato gli esami di accesso all’accademia di polizia, in modo da favorire l’infiltrazione di affiliati al presunto gruppo eversivo.

Gulen, un nemico per tutte le stagioni

Insieme all’opera repressiva, la campagna contro Gulen. L’ex maestro nel partito di ispitazione islamista che aveva formato il giovale Erdogan, diventato il nemico assoluto, il mandante di una gigantesca cospirazione. Il religioso che per le minacce dovette riparare negli Stati Uniti. Si arriva così al golpe del 2016 che però Gulen condannò quasi immediatamente respingendo ogni accusa. In una famosa dichiarazione rilasciata al New York Times il predicatore affermò: “Condanno, nel modo più assoluto, il tentativo di golpe in Turchia. Il governo dovrebbe essere vinto attraverso delle libere elezioni e non preso con la forza. Prego per la Turchia, per i cittadini turchi e per tutti quelli che attualmente si trovano in Turchia. È particolarmente offensivo essere accusati di possibili legami con un’azione del genere, dopo aver sofferto sotto i continui colpi di stato militari che si sono susseguiti in Turchia negli ultimi decenni. Io nego categoricamente tali accuse”.
Erdogan ha ripetutamente richiesto l’estradizione di Gulen agli Usa, ma la Casa Bianca ha richiesto prove del coinvolgimento nel golpe mai arrivate.

Erdogan imperatore, un’opera gigantesca

Erdogan imperatore. Un’opera faraonica, la metafora di un potere quasi illimitato contrapposto ad un prezzo di vite altissimo. Il nuovo aeroporto di Istanbul rappresenta in pieno la Turchia governata da Erdogan. Il 17 gennaio il ministro dei trasporti e delle infrastrutture, Cahit Turhan, ha reso noto che nella costruzione dello scalo sono morte 55 persone. Le cifre sono state fornite in risposta all’interrogazione parlamentare presentata dal partito di opposizione Chp all’indomani dell’inaugurazione avvenuta il 29 ottobre dello scorso anno.

Segreto di Stato

La realtà però potrebbe essere ben peggiore come ha denunciato l’unico giornale antigovernativo rimasto. Il quotidiano Cumhuriyet aveva parlato di 400 vittime. In ogni caso sapere la verità rimane difficilissimo visto che fin dall’inizio dei lavori, nel 2015, quelle morti sono state state dichiarate segreto di Stato.

Sfruttamento senza limiti

La costruzione è proceduta  a ritmi incessanti impiegando circa 36mila operai, molti stranieri, che hanno lavorato in condizioni estreme. Il 14 febbraio 2018 è stato indetto un grande sciopero, i lavoratori hanno incrociato le braccia, lo slogan era “non vogliamo vivere come animali”. La risposta però è stata la minaccia di licenziamenti di massa anche nell’occasione della festività del 1 maggio.

Dimensioni gigantesche

Lo scalo aeroportuale entrerà ufficialmente in funzione il 3 marzo prossimo, per il momento a testimoniare la “grandeur” di Erdogan sono alcune cifre: un investimento complessivo da 10,2 miliardi di euro, un traffico potenziale di 150-200 milioni di passeggeri entro il 2023. Il mega hub  sarà uno dei tre più grandi del mondo e ospiterà anche un complesso commerciale duty-free di 53mila metri quadrati. E’prevista anche un’area residenziale di 100mila metri quadrati e un mega parcheggio con capacità di 25mila veicoli, un sistema di smistamento bagagli di 42 chilometri e 143 ponti interni per i passeggeri.

Devastazione ambientale

Le sei piste per i velivoli si estendono su 7.650 ettari di terreno, ad esse però corrisponde anche quella che diversi osservatori hanno descritto come una devastazione ambientale. Il complesso infatti sorge in una delle zone verdi di foreste e sorgenti che erano protette. Lo stesso Erdogan, quando era sindaco di Istanbul nel 1995, aveva giurato che mai sarebbero state violate. Difficile che l’opinione pubblica si ricordi di ciò visto che per il ministero dell’Economia, l’aeroporto dovrebbe apportare al paese un flusso di 73 miliardi di lire turche, circa 13,1 miliardi di euro all’anno e creare 225mila posti di lavoro.

Un favore agli amici del sultano

Tuttavia lo scalo rimane un’opera ad alto rischio, infatti se il numero di passeggeri non supererà gli 80 milioni sarà il Tesoro turco a dover compensare le perdite con almeno 97 milioni di euro. Una specie di trappola connessa all’estensione del complesso che appare francamente esagerata rispetto ai voli attuali. Ma forse i milioni di metri cubi rappresentano la necessaria contropartita per i finanziatori, la serie di aziende legate ad Erdogan come Kalyan, Cegiz, Limak e Mng che in cambio dell’aggiudicazione di molte opere pubbliche hanno finanziato media vicini al “sultano” della Turchia.

 

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