venerdì 16 novembre 2018

Turchia

Don Andrea Santoro, Turchia 

Don Andrea Santoro, sacerdote italiano in Turchia, ucciso a Trabzon, Trebisonda, sul Mar Nero, il 5 febbraio 2006. Per il suo omicidio a sfondo nazionalistico religioso fu arrestato Ouzhan Akdil, un sedicenne esaltato, condannato a 18 anni e 10 mesi di carcere. Ma Ouzhan era ormai libero da tempo -le galere turche del dopo golpe sono decisamente troppo affollate-, ma adesso qualcuno ha provato a saldargli il conto a Bodrum, la città sul Mar Egeo nota come luogo di vacanze. Ignote le ragioni del tentato omicidio, ma certo uno strano destino.

Un omicidio da sempre avvolto nel mistero, quello di don Santoro, ed ora il tentato omicidio a seguire, anche se nulla al momento collega i due fatti. Ouzhan Akdil aveva colpito don Santoro con due colpi alla schiena mentre il sacerdote stava pregando, la domenica pomeriggio, sull’ultimo banco nella chiesa di Santa Maria. Una violenza che colpì molto l’opinione pubblica italiana, governo Berlusconi schierato in prima fila per l’ammissione della Turchia nell’Ue, tanto da spingere l’allora premier Erdogan ad una rara intervista ‘riparatoria’ verso l’Italia col Tg1.

L’attentato, secondo le indagini, era nato negli ambienti nazionalistici e ultrareligiosi, ‘lupi grigi’ versione islamica già allora con istigatori/addestratori locali e via Internet su cui la Turchia non ha mai indagato abbastanza. Il delitto era maturato nel periodo seguente alle feroci proteste anti cristiane per le vignette raffiguranti Maometto, pubblicate su un quotidiano danese. Akdil era stato liberato nel 2016, dopo un indulto voluto dal governo turco per sgomberare le celle necessarie a fare posto ai golpisti arrestati con l’accusa di avere legami con gli organizzatori del colpo di Stato.

Poi fu Monsignor Padovese

Il 3 giugno 2010 moriva a Iskenderun, l’antica Alessandretta, monsignor Luigi Padovese, il vicario apostolico dell’Anatolia, assassinato dal suo autista islamico fanatizzato. Nessuno sa con precisione perché Altun l’abbia ucciso. L’autista è stato condannato a 15 anni di carcere nel 2013 e durante il processo ha dato motivazioni contrastanti per il suo gesto: alla polizia aveva detto di «rivelazione divina», ai giudici di un rituale islamico, poi ha confessato di essere infermo mentalmente e infine ha citato un presunto rapporto omosessuale con il vescovo. I giudici hanno escluso collegamenti tra l’omicidio e appartenenza all’islam di Altun, mentre al processo la famiglia l’aveva sostenuto: «Dio è con te».

 

INTEGRALISMI CRESCONO
DA TV2000

‘Istanbul’ in attesa di
altra gloria postuma

Il nuovo mega aeroporto di Istanbul
Lo hanno chiamato ‘Istanbul’, anche se da lì, le piste e le mega struttura sulla rive del Mar Nero, la città sul Bosforo puoi solo immaginartela. E’ il nuovo aeroporto di Istanbul. «Il più grande del mondo», vanta Recep Tayyip Erdogan, che non ha la modestia tra le sua molto decantate qualità. ‘Istanbul’ in attesa di miglior nome, con i sostenitori del super presidente a fare scongiuri. Terzo scalo della metropoli sul Bosforo, che si aggiunge al vecchio aeroporto internazionale “Ataturk”, il sempre meno imperativo Padre della Patria, e a quello sulla parte asiatica della città, “Sabiha Gokcen”, nome della figlia pilota di Ataturk. Cerimonia fastosa, come ama esibire il Presidente-Sultano che dal palco, racconta Marco Ansaldo che c’era, aziona una cloche e fa decollare un velivolo sullo schermo dietro di lui. Attorno a lui, decine di leader invitati da mezzo mondo.

Lavori forzati

Un solo anno e mezzo per costruire il mostro entro ieri 29 ottobre, 95° anniversario della Repubblica di Turchia. Il quel barlume di opposizione che serve per fingere democrazia, Cumhuriyet, spara in prima pagina l’elenco dei 200 morti nei cantieri della Grandeur turca a lavori forzati. Un bel rischio quella notizia per il quotidiano, che sopravvive privo di pubblicità e con i suoi 11 giornalisti arrestati usciti da poco di prigione. Ed è lite subito, col ministro delle Infrastrutture, Ahmet Arslan, che i morti ufficiali li riduce a 27, dimenticandosi dei subappalti del massacro e degli operai stranieri senza nome. 36 mila operai (sempre quelli ufficiali) impiegati in questa opera oggettivamente grandiosa, con molto altri numeri da paura. Scalo è pronto a gestire 3.500 fra decolli e atterraggi giornalieri. 42 i chilometri di nastri bagagli operativi. Un parcheggio per 25 mila vetture. E un’area residenziale di 100 mila metri quadrati lì attorno. Per i popoli attesi in transito, 77 milioni di metri quadrati, 53 mila dei quali destinati al solo duty free, che, promettono, sarà lo shopping più fornito del pianeta.

Pensa in grande e spera in bene

90 milioni di passeggeri l’anno, destinati a diventare 150 milioni nel 2023, prevede il governo. Sperando non soi sbagli altrimenti sarebbero guai ancora più grossi dell’aeroporto. L’appalto del nuovo scalo era stato affidato a cinque compagnie, tutte turche, pronte a pagare 26 miliardi di dollari l’anno per 25 anni. Solo la Torre di controllo che campeggia da giorni su tutte le fotografie e le pubblicità sui giornali, ci ricorda Ansaldo, è di produzione italiana. «L’ha ideata Pininfarina, è a forma di tulipano (per molti secoli il simbolo della Turchia, che in proposito ha un contenzioso con l’Olanda), un gioiello di vetro e acciaio alto 90 metri». Poi, la parte oscura dell’operazione ‘nuovo aeroporto’. Le vittime, come già detto, operai e sindacalisti ancora in carcere per aver rivendicato sicurezza e salari. Poi il peso di tanto gigantismo sulla asfittica economia turca attuale (lira locale a circa 6,5 sull’euro).

O il boom o a sbattere

225 mila posti di lavoro in più promette il governo conservatore-religioso di Erdogan, ed entrate per 11,5 miliardi di euro l’anno. Ma, studio di una delle università più prestigiose di Istanbul, quella di Bahcesehir, sostiene che se il numero di passeggeri non supererà gli 80 milioni, sarà il ministero del Tesoro che dovrà compensare le perdite con 97 milioni di euro. La cifra sale addirittura a 162 milioni se i viaggiatori dovessero essere meno di 70 milioni. Nella ricerca gli studiosi hanno comparato il nuovo “Istanbul” all’aeroporto di Atlanta e sostengono che con il volume di voli atteso sarebbe bastata la metà dell’estensione utilizzata. Con un vero a proprio il disastro ambientale -accusano le organizzazioni ambientaliste-, costato il taglio di un milione di alberi nell’area nord est della metropoli, da secoli considerata il suo polmone.

Arrestati 600 operai
nel cantiere ‘cimitero’

Turchia, ‘Airport cimitero. Arresti di massa tra i lavoratori in sciopero nel cantiere del terzo aeroporto di Istanbul, e la notizia ci arriva dalla Turchia grazie a Dimitri Bettoni e al Manifesto. Scopriamo che sabato mattina, ieri, le forze speciali della polizia hanno fatto irruzione nei dormitori dell’enorme cantiere e hanno messo le manette ad almeno 600 tra lavoratori e rappresentanti sindacali. Lavoratori in sciopero a denunciare le condizioni di lavoro con centinaia di infortuni e morti nel cantiere, non riconosciuti né dalle aziende costruttrici e negati dalle autorità. Gli arrestati sono stati trasferiti in tre diverse stazioni di polizia, con bus messi a disposizione dalle ditte appaltatrici.

Secondo i sindacati di settore, le condizioni nel cantiere sarebbero radicalmente peggiorate negli ultimi mesi, con l’avvicinarsi del termine dei lavori previsto per il 29 ottobre. Le autorità premono perché la scadenza venga rispettata e i ritmi di lavoro. Già intensissimi, sono diventati disumani. A febbraio il ministero del Lavoro, pressato da famiglie, sindacato e poca stampa critica che ancora resiste, aveva ammesso la morte di 27 operai nel cantiere aeroportuale. Nulla secondo i report di alcuni giornali turchi vicini ai movimenti dei lavoratori e secondo le stime del Sindacato Edilizia che denunciano centinaia di vittime.

«Tanto che ormai il cantiere è soprannominato ‘il cimitero’ -scrive Dimitri Bettoni-. E poi le condizioni igieniche nei fatiscenti dormitori, dove non arriva acqua pulita e i materassi sono pieni di pulci e zecche. Gli operai raccontano di doversi lavare negli stagni attorno al cantiere, mentre nelle mense non c’è mai cibo a sufficienza per gli oltre 30mila lavoratori impiegati nel mega progetto. A tutto questo si aggiungono gli stipendi in ritardo: migliaia i lavoratori senza paga da almeno sei mesi, perché il crollo della lira turca ha messo in ginocchio le ditte subappaltatrici, che hanno così smesso di erogare i compensi».

Allo sciopero, le autorità complici delle azienda hanno deciso di rispondere con polizia ed arresti. Già due giorni fa, un primo intervento della squadre speciali della polizia, con lacrimogeni e idranti. Nella prima di mattinata di ieri l’irruzione e le centinaia di arresti, sollecitati dalla ‘holding Iga’ che gestisce i lavori.La costruzione del terzo aeroporto di Istanbul, destinato a essere il più grande d’Europa e uno dei maggiori al mondo, è in mano a un consorzio di aziende turche vicine al governo. Il progetto, fortemente contestato dalle associazioni ambientaliste per l’impatto su un’enorme zona boschiva che si affaccia sul mar Nero e il taglio di migliaia di alberi, è una delle punte di diamante delle grandi opere volute dal presidente Erdoğan.

 

Antichi problemi di democrazia

A fine agosto, sempre una polizia con ordini di brutalità, contro il raduno delle madri dei desaparecidos turchi. Quasi 800 i civili scomparsi tra il 1992 e il 1996, nelle mani di esercito e polizia. Prima di Erdogan, va detto, e delle recenti leggi di emergenza del dopo tentato golpe. Questione kurda, sopratutto. Madri di persone scomparse nei durissimi anni ’90, epoca di repressione in Turchia, in particolare nel sud-est curdo sottoposto a perenne stato di emergenza e teatro di operazioni militari su larga scala. Le ‘Madri del Sabato’, da oltre 700 volte a Galatasaray, nel cuore storico di Istanbul.

Protesta di civiltà, madri e figli di scomparsi che siedono a terra, reggendo in mano cartelli con le foto di parenti e amici svaniti nel nulla. Spesso a chiedere soltanto che sia restituito il corpo. Centinaia di persone (792 secondo l’Associazione turca per i diritti umani) furono arrestate tra il 1992 e il 1996, fagocitate dalla macchina repressiva dello Stato, spesso senza lasciare più traccia. Il primo raduno delle Madri del Sabato nel 1995. Ogni settimana fino al 1999, quando la violenza della polizia e gli arresti imposero un’interruzione lunga dieci anni, fino al 2009, anno in cui i sit-in poterono riprendere. Ora la nuova stretta repressiva.

Legge islamica (Sha’ria)
il giusto (Halal),
l’immorale (Haaram)

Turchia, Erdogan, Finanza islamica e Politica Halal. Il giovane Erdoğan, ex consiliere speciale di Necmettin Erbakan, il primo capo di governo di estrazione islamica della storia della Repubblica turca, frequentatore della mochea di Iskedenderpasa ad Istanbul, è un adepto di una Tariqaat Sufi, la Naqshabndiyya-Khalidyyia, ispirata all’opera dei due padri ideologici Mehmet Kotku e Khalid-i-Baghadadi. La Naqshbandiyya è contraria ai valori occidentali e invita i propri adepti all’attivisimo politico (un unicum nel mondo Sufi, cosa che avvicina i Naqshbandi alla Fratellanza Islamica).
Attivismo che punta alla ricostituzione dell’impero ottomano come centro del mondo islamico (Umma) ed all’imposizione della Legge Islamica (Sharia). Non sorprende quindi che Erdogan segua un percorso di islamizzazione e riposizionamento strategico ed economico della Turchia. Ciò che vediamo oggi e che sorprende molti osservatori degli eventi turchi, e che porta molti analisti ad errate valutazioni delle intenzioni e pervicacia del presidente turco e dei suoi collaboratori e seguaci.

Islamizzazione dell’economia
occidente addio

Erdogan ha una forte avversione per i tassi di interesse, considerati usura (Riba) secondo la tradizione della legge islamica. Erdoğan, fedele alla tradizione intende favorire l’applicazione delle leggi della finanza islamica pura (Fiqh al-Muamalat) e quindi il ricorso a strumenti come il Qardh-ul hasan, una particolare forma di prestito ove il premio di rischio non è applicato come tasso di interesse ma sotto forma di “management fee”. Ma non potendo imporre il proprio volere alla finanza internazionale, Erdoğan deve operare nei limiti della politica fiscale e monetaria interna.
Già nel 2015 Erdoğan accusò di tradimento il Governatore della Banca Centrale Erdem Basci, colpevole di aver proposto il rialzo dei tassi di interesse per contrastare il tasso di cambio vacillante. Problemi che quindi non sono nati con le sanzioni di Trump (che li hanno aggravati ma non creati), ma sono ormai strutturali per l’economia turca. Oberata dai problemi di una bilancia commerciale derivanti da un’industria troppo povera di contenuto innovativo per competere con Europa e Stati Uniti.

Erdoganomics pericolosa illusione?
Istanbul hub globale

La finanza islamica è un forte crescita e secondo İbrahim M. Turhan, ex CEO della Borsa di Istanbul, raggiungerà nel 2020 il valore di 6.5 Trilioni di dollari a livello globale. Nei piani del governo, la città di Istanbul dove nel 2013 vi venne fondato il Global Center for Islamic Finance, diventerà l’Hub della finanza islamica. Alla Borsa di Istabul sono già attivi diversi indici per i prodotti finanziari islamici e diversi fondi di investimento che operano in Turchia secondo le regole della finanza islamica. A partire dal 2010 sono stati emessi in Turchia bonds islamici (Sukuk) per un valore di 7,2 miliardi di dollari. Cevdet Yılmaz, ex Primo Ministro ed ex Ministro dello Sviluppo, ha chiarito che lo scopo del governo è quello di far crescere la finanza islamica sino ad un valore pari al 15% del mercato finanziario turco entro la data simbolo del 2023.

 

Le Banche e Istituzioni
Finanziarie Islamiche

Sei Participation Banks già operano in Turchia, e precisamente: -Ziraat Katılım Bankası A.Ş. -Vakıf Katılım Bankası A.Ş. -Bank Asya, Asya Katılım Bankası A.Ş. -Türkiye Finans Katılım Bankası A.Ş. – Albaraka Türk Katılım Bankası A.Ş. -Kuveyt Türk Katılım Bankası A.Ş.
Il governo turco è intenzionato a triplicare il numero di istituti islamici operanti nel paese, entro il 2023.
Secondo Zubair Mughal del Center of Islamic Banking & Economics, il sistema bancario e finanziario turco ha una forte influenza nei mercati finanziari regionali. Kyrgyzstan, Tajikistan, Azerbaijan, Uzbekistan, ed altri paesi dell’Asia Centrale stanno supportando la presenza delle banche turche. Un processo simile è in corso nei Balcani ed in particolare in Albania, Bosnia, Macedonia e Kosovo.
Ci sono circa 1.400 filiali di banche islamiche operanti in Turchia, che impiegano oltre 20.000 addetti. Le stime degli esperti in materia anticipano che il settore della finanza islamica potrebbe raggiungere un valore di 100 miliardi di dollari entro il 2020.

Perché Erdogan punta
sulla finanza islamica?

  • La finanza islamica offre una valida alternativa alle fonti di capitali tradizionali, a costi accettabili e limitata esposizione alla speculazione.
  • La finanza islamica con le proprie leggi, permette infatti di “pilotare” la concessione del credito verso quei prodotti, servizi e progetti ritenuti puri (Halāl), evitandone latri considerati impuri (Haraam). Ottima scusa per eseguire politiche dirigiste, austere ed autarchiche;
  • Riducendo il ricorso ai mercati finanziari tradizionali, la finanza islamica permetter un controllo più stretto sull’economia e sull’industria;
  • Controllo che verrà facilitato dal processo di nazionalizzazione di aziende e banche turche, che entreranno tra gli strumenti di politica economica direttamente al servizio del governo. In tale ottica va vista anche la nomina di Erdogan a capo del Fondo Sovrano turco.

Strumenti di finanza islamica
e il nuovo mercato turco

  • Uno strumento è il Mudarabah, una tecnica di condivisione di profitti e perdite, dove un partner “dormiente” (Rabb-ul-mal), opera come prestatore e un partner “esperto” (Mudarib) presta la propria conoscenza e capacità manageriale.
  • Altro è il Musharakah (joint venture) in cui entrambi i partners sono chiamati a conferire capitale;
  • Se pensiamo allo Stato o istituti finanziari vicini al governo operare nel ruolo di ‘Rabb-ul-mal’ e l’industria come ‘Mudarib’, facile comprendere come sia facile ‘pilotare’ economia e società.
  • La diminuita disponibilità occidentale ad investire in Turchia può diventare un ulteriore strumento propagandistico. Il ‘cattivo occidente’ in contrapposizione al ‘salvifico support islamico’;
  • La visione islamica dell’economia, meno profitto e più approccio sociale, utile al proselitismo socio economico del governo. Le decisioni presentate come forme di welfare come il Qardh-ul Hasan (“prestiti caritatevoli”). Questi prestiti possono essere utilizzati da aziende pubbliche o da agenzie statali, a beneficio di cittadini e lavoratori da fidelizzare al partito;
  • Nel 2011 il 44% dei contratti pubblici venivano assegnati da dipendenti pubblici non soggetti ad effettive regole di trasparenza;
  • La trascorsa crescita di Pil al 7% annuo, legata al boom di export verso i paesi del Medio Oriente, del Nord Africa, e dell’ex Unione Sovietica. Di colpo, fra Primavere arabe e lungaggini con la UE, il tutto è venuto meno. Aumentando il risentimento popolare verso USA e UE e diminuendone l’importanza politica come partners.
  • La Turchia ha una larga base industriale, fornitrice di prodotti di qualità, ma il contenuto hi-tech dell’export turco è fermo ad un misero 2% sin dal 2002. Questo significa che i prodotti turchi sono competitive se venduti su mercati diversi da quelli occidentali, come il Medio Oriente, la Russia, l’Asia e l’Africa.
  • La debolezza della Lira turca è un altro elemento di penetrazione di mercati a bassa capacità di acquisto. Elementi che contribuiscono a spiegare il riposizionamento geopolitico e strategico di Erdogan.

Tra arroganza e
orgoglio nazionale

Missili russi S-400 un anno prima. La Russia inizierà a fornire alla Turchia sistemi di difesa anti-missile S-400 già nel 2019, ha dichiarato a Ria Novosti Alexander Mikheev, presidente di Rosoboronexport, l’azienda russa produttrice del missile. L’S-400 Triumph è in grado di colpire bersagli a distanze fino a 400 km e obiettivi balistici tattici a distanze fino a 60 km, precisa Yurii Colombo su il Manifesto.
Non solo sgarbo anti Usa o all’armamento Nato, ma questione di qualità e prezzi. Molti paesi, compresi giganti come India e Arabia saudita, hanno iniziato a interessarsi a quest’arma perché, a differenza del similare Patriot americano, sarebbe in grado di colpire obiettivi anche a bassa quota e costerebbe decisamente meno del prodotto concorrente Usa (quello che ha comprato molti anni fa l’Italia).

‘America First’,
e l’amico scappa

Un anno fa l’accordo di massima Erdogan e Putin per l’acquisto del sistema di difesa russo. L’autunno scorso l’annuncio ufficiale dell’acquisto di quattro divisioni di S-400 per 2,5 miliardi di dollari. Un maxi-contratto che aveva provocato l’interessata reazione del segretario di Stato Mike Pompeo: «L’acquisto di armi da paesi avversari della Nato è una provocazione per tutta l’Alleanza».
Pompeo aveva anche minacciato di non fornire più alla Turchia il «top gamma» dell’aviazione militare americana, il caccia F-35 di quinta generazione e di molti dubbi tecnici, sul quale la Turchia ha investito un miliardo di dollari. Ripicca Erdogan dopo la Lira turca sotto attacco Usa a colpi di dollari, che versa la prima rata di pagamento, e missili disponibili un anno prima. A piangere sul latte versato, ora è René Clarke Cooper, vice Pompeo, «una scelta catastrofica».

Alleanza sempre
meno ‘atlantica’

Risposta di complessità all’ormai celebre tweet con cui Trump ha imposto il raddoppio dei dazi su alluminio e acciaio turchi. Scontro tra caratteracci con Erdogan, con qualche vantaggio culturale turco. E la risposta di Erdogan è essenzialmente politica: la minaccia indiretta di uscita dalla Nato con la sua ormai datata politica estera esplicitamente multipolare, vedi in Siria. Ora anche negli armamenti. Le rozzezze di Trump che cozza col super ego di Erdogan, e le linee di comunicazione tra i due paesi si sono interrotte.
Al contrario dei rapporti di Ankara con Mosca, che si fanno sempre più stretti, cancellati i dissapori da guerra fredda. Scambi commerciali (e petroliferi) tra Russia e Turchia in continua crescita, con Putin e Erdogan che hanno già fissato un incontro dopo l’estate. Avviso ai naviganti improvvisati d’oltre oceano.

Il superpresidente Erdogan
e i poteri forti della Turchia

Lira turca a picco, e contro il dollaro Erdogan chiama in campo Allah. «Se loro hanno i dollari, noi abbiamo il nostro popolo, il nostro Dio, non abbiate paura». Voleva rassicurare, ma l’invocazione di Allah per salvare la lira turca, getta nel panico il mercato. La valuta turca, già ai minimi storici, è crollata in apertura fino a perdere in pochi minuti il 12% sul dollaro, a quota 6,3. Un vero e proprio tonfo. La moneta ha cercato di recuperare terreno ma nel pomeriggio ha ripreso a precipitare toccando un minimo di 6,65 (-16% solo oggi, -40% da inizio 2018). Situazione simile contro l’euro, che a sua volta scivola ai minimi da oltre un anno sul dollaro proprio a causa della tempesta turca.
Piazza Affari va in rosso del 3% ed è la peggiore d’Europa.

Le sanzioni di Trump
la lira turca e il rublo

Mentre Erdogan invoca Allah, anche nel mondo qualcuno oggi prega. In Italia, ad esempio, Unicredit, la banca che più ha investito negli anni in Turchia. Il sistema bancario italiano è esposto per 16,9 miliardi di dollari verso la Turchia, che gli specialisti dicono sia una quantità gestibile. Peggio -spiega il Sole 24 ore- la Spagna (il Paese nettamente più esposto con 84 miliardi di dollari), la Francia (37), la Gran Bretagna (18,8) e gli Stati Uniti (17,7), e la Germania (17,5). In totale, l’esposizione delle banche internazionali verso la Turchia è pari a 264,8 miliardi di dollari, e quindi oggi erano in molti a invocare l’aiuto di Allah.
In Turchia UniCredit è presente con Yapi Kredi, quarta banca privata con 788 sportelli e 53 miliardi di asset. L’istituto italiano detiene il 40,9% della banca, la stessa quota in possesso della famiglia turca Koc.

Fragilità della Turchia
nel troppo Erdogan

Cosa sta accadendo contro il potere di Erdogan, dopo il fallito colpo di Stato di due anni fa? Debito estero complessivo al 53% del Pil turco, il ferreo controllo del presidente Erdogan sulla banca centrale e sui tassi di interesse, e tensioni diplomatiche con gli Stati Uniti, formalmente alla detenzione di un pastore evangelico americano (ma sopratutto problemi Nato e Russia) , con i i due governi a litigare con sanzioni contrapposte contro alcuni ministri. Vicenda che si arricchisce di un nuovo capitolo, visto che Trump decide di raddoppiare i dazi su acciaio e alluminio turchi rispettivamente al 50 e al 20%: «Le nostre relazioni non sono buone in questo momento!», twitta The Donald facendo avvitare la spirale discendente della lira turca e la Borsa di Istanbul. E il maligno trionfo: «la lira turca, scivola rapidamente contro il nostro dollaro molto forte! ».

Patriottismo economico
yeni lira facile per tutti

A Trump, grossolano come sempre, Erdogan replica invocando la mobilitazione patriottica contro il presunto complotto delle lobby occidentali.  «Chiunque abbia dollari o oro sotto il materasso, li cambi in lire. Questa è una battaglia nazionale. È questa la risposta del nostro popolo a chi ha dichiarato una guerra economica contro di noi». Qualcosa di simile all’oro alla Patria di memoria italiana. Erdogan, rilievo facile, ha evitato di parlare di misure di politica monetaria, scegliendo tematiche più etiche.
Erdogan nemico dichiarato dell’aumento dei tassi di interesse. Per lui le banche devono essere una fonte di credito a basso costo a famiglie e imprese per favorire la crescita economica (sempre Sole24ore). Un modello che ha portato il Pil turco a vantare tassi di crescita «alla cinese», intervallati però da periodiche e pesanti recessioni finanziarie.

Il doppio Erdogan
tra Asia ed Europa

Il doppio Erdogan. Doppi poteri, presidente e capo del governo. Vuole gli F-35 americani ma ha ordinato anche i missili S-400 di Putin e commissionato alla Russia la più grande centrale atomica sulle sponde del Mediterraneo, oltre a puntare al Turkish Stream, il gasdotto che i russi volevano realizzare con Eni e Saipem, fatto saltare da Bruxelles e da Washington dopo la crisi Ucraina e l’annessione della Crimea. Con l’Europa Erdogan ha la forza di tre milioni di profughi siriani a cui fa da guardiano. Con gli Stati Uniti, salvo l’alleanza Nato, la Turchia ha meno argomenti da contrapporre. Ed ecco che con Trump, anche un membro storico della Nato dagli anni Cinquanta, paga anche sui mercati la sua ribellione agli Usa. In realtà tra Washington e Ankara, dal fallito colpo di stato contro Erdogan, è in corso una sorta di guerra degli ostaggi. Gli Usa ospitano l’imam Fethullah Gülen, l’arcinemico. Estradizione sempre negata e sospetti di qualche ‘aiutino’ agli incapaci golpisti.

TV2000

 

 

 

Vincono i Lupi grigi

Erdogan vince grazie ai Lupi grigi (quelli di Ali Agca, l’attentatore di Papa Woytjla). Da due anni stato di emergenza e leggi speciali del dopo golpe fallito, decine di migliaia di oppositori ‘sospetti golpisti’ in carcere, monopolio assoluto dell’informazione, potere quasi assoluto gestito con prepotente arroganza, e da adesso sarà ancora più e peggio.
«La competizione non è stata equa, ma accetto la sconfitta». Nell’autocrazia turca, frammenti di cultura democratica. Muharrem Ince, il principale candidato dell’opposizione riconosce la sconfitta rispetto ad una competizione impossibile. Lo sfidante laico ha superato comunque il 30%: un risultato che il suo Chp non toccava dagli anni Settanta. Ma non è bastato.

L’AKP perde il 7%

Erdogan, il cui partito ha comunque perso il 7 per cento dei voti (ha ora il 42 per cento), governerà appoggiandosi al Movimento di azione nazionalista che lo ha salvato. Senza di loro, l’esito sarebbe stato rovesciato. Il nuovo Partito Buono, conservatore, della signora Meral Aksener, non raggiunge il risultato. Nell’Assemblea di Ankara (così si chiama il loro parlamento) riesce a mantenere la sua presenza, oltre l’assurdo sbarramento al 10%, la formazione filo curda di Selahattin Demirtas, leader in carcere, con una settantina di deputati e calmando la situazione nel Kurdistan turco -valutazione di molti analisti- pronto a scendere nelle strade per contestare i risultati.
Non ce la fatta invece il nuovo ‘Partito Buono’, conservatore, della signora Meral Aksener, sfidante della destra laica all’autocrate ex alleato.

Anticipate di comodo

Le elezioni erano state inizialmente fissate per novembre 2019, ma lo scorso aprile Erdoğan aveva convocato le elezioni anticipate sostenendo che sarebbero servite a dare una più rapida ed efficace applicazione al nuovo sistema presidenziale che la Turchia ha adottato formalmente con il referendum dell’aprile 2017.
Erdoğan è allo stesso tempo il presidente più popolare e divisivo della storia turca, come ha dimostrato lo stesso referendum costituzionale con il quale ha aumentato i propri poteri, approvato oltre un anno fa con il 51,4 per cento dei consensi, e che seguì il tentato colpo di stato del luglio del 2016.

Scenari internazionali

Tutto il mondo a guardare, in molti a sperare in una sconta che non c’è stata. Convocate in stato d’emergenza e di guerra aperta ai confini del paese, la Nato, un’Alleanza che da tempo va stretta al Reìs, l’Unione europea che ha fatto di Erdogan il guardiano di tre milioni di profughi. Ma pure la Russia e l’Iran seguono con grande attenzione gli sviluppi -annota Alberto Negri su Il Manifesto- Mosca e Teheran, il patto con Ankara per tenere sotto controllo i jihadisti, contenere la presenza americana e occidentale e mantenere al potere Assad.
«Nella politica degli equilibri tra gli tre ex Imperi, persiano, russo e ottomano, Erdogan è diventato un attore protagonista che tiene in scacco Occidente e Oriente».

Economia in crisi

Il ‘Partito del Bazar’, lo chiama Piero Orteca, gli imprenditori che devono fare i conti con una Lira turca fluttuante e sempre più deprezzata, un rischio-Paese incalzante (i tassi a tre mesi arrivano oltre il 19% e i bond decennali superano il 17%) e con un bilancio import-export in profondo rosso per quasi 90 miliardi di dollari. «Insomma, se la Turchia non si dà una mossa, presto le piazze potrebbero tornare a riempirsi non di elettori, ma di rivoltosi». Ma nel frattempo, abbuiamo visto, la maggioranza della Turchia fortemente nazionalista, sceglie di scommettere ancora una volta sull’usato sicuro. Anche se ormai Erdogan gioca col fuoco, con il ‘sistema Erdogan’ -delirio di cementificazione lo chiama Negri- che sembra essere andato in crisi.

Berlusconi era un tesoro

Ihlan Tasci, esponente dell’opposizione nel Consiglio supremo per la radiotelevisione, organo che in Turchia si limita a registrare le presenze  politiche in televisione, senza possibilità di intervento o censure. Sulla rete pubblica Trt (la Rai turca), Erdogan ha avuto di 181 ore di trasmissione, 66 ore sul canale in lingua curda. E l’opposizione? Muharrem Ince del partito repubblicano Chp: meno di 16 ore. Meral Aksener del partito di destra Iyi: tre ore. In coda il candidato Hdp Selahattin Demirtas (in carcere): 32 minuti per lui, e neanche uno in lingua curda.
Media privati: si stima che oltre il 90% dei media ormai sia legato a Erdogan.

 

AVEVAMO DETTO

Turchia ‘democratura’, con Erdogan tra democrazia e dittatura

Perché la Turchia conta (e fa paura) più di prima

 

 

 

 

Erdogan rivuole Gerusalemme musulmana

Gerusalemme musulmana

Erdogan rivuole Gerusalemme musulmana. Venerdì della collera «à la Turka», lo chiama Marta Ottaviani su La Stampa, «con il presidente della Mezzaluna, Recep Tayyip Erdogan, che ha coniugato l’azione diplomatica, con quella, dirompente, della piazza dalla quale il capo di Stato ha lanciato un messaggio non solo a Israele, ma a tutto l’Occidente: l’Islam non è disposto a fare un passo indietro su Gerusalemme e deve coalizzarsi per lottare per quella che non è solo una città, ma un simbolo».
Questo mentre i leader per l’Organizzazione della Conferenza Islamica si sono date appuntamento sulla Costa del Mar di Marmara dietro lo slogan «Stop alla persecuzione, solidarietà a Gerusalemme».

Ramadan elettorale

Per Erdogan, il prossimo 24 giugno, a fine digiuno sacro ma con l’economia turca che tentenna, alle prova decisiva. E qui 60 morti palestinesi a Gaza, lo possono aiutare. E nel suo comizio, più predicatore che capo di Stato, Erdogan lancia la sua sfida non solo a Israele, ma all’Occidente intero. Erdogan, insolito, che indossava una kefiah con ricamate all’estremità le bandiere turca e palestinese. «Gerusalemme – ha esordito il presidente non è solo una città, è un simbolo». Erdogan incendiario, da quanto riporta Marta Ottaviani: «I sionisti che vedono i musulmani come nemici non possono esser perdonati».
Poi un azzardo compromettente. «Abbiamo conquistato Gallipoli, conquisteremo anche Gerusalemme». Memorie di Impero ottomano nel lontano 1915, quell’impero musulmano perduto a cui al quale lui, presidente-sultano, vorrebbe tornare.

Islamismo nazionalista e Lupi grigi

Erdogan al voto anticipato, questa volta può perdere le elezioni. In Turchia è iniziata la campagna elettorale forse più decisiva e tesa degli ultimi decenni. Elezioni presidenziali e parlamentari assieme il 24 giugno. Erdogan che vuole ancora più potere personale con il via alla Repubblica presidenziale che si è disegnato addosso. E per la prima volta in quindici anni, i partiti all’opposizione che si dimostrano coesi nel voler contrastare il presidente despota. Erdoğan candidato congiunto sia del Partito della Giustizia e Sviluppo, Akp, l’AkPartisi, detto alla turca, sia del Partito del movimento nazionalista, Mhp, ultradestra e Lupi Grigi, ricordate Ali Agca e l’attentato a papa Woytjla?
Alleanza del Popolo, l’invenzione politica, per tentare di ottenere la maggioranza assoluta e portare a compimento la modifica del sistema politico e un ancora maggior accentramento di poteri nelle mani di Erdogan.

Ataturk e laicismo turco addio

Contro, lo storico Partito Repubblicano del Popolo, Chp, il partito ‘kemalista’, i frammenti di sinistra, tra Partito della Felicità (Saadet Partisi) e Partito Democratico (Dp), il partito curdo, che sarà decisivo. Strategia, frammentare il sostegno per l’Akp già dal primo turno elettorale. Sostegno che secondo gli ultimi sondaggi si aggira su un importante ma insufficiente 40-42%, lontano dal dominio dei seggi parlamentari.
Ma sopratutto, annota Valeria Giannotta su EastWest, le tradizionali divisioni ideologiche tra partiti affievolite, rispetto alla nuova polarizzazione sociale sull’asse pro-contro Erdoğan.
Qualcosa di simile a quanto accaduto il Italia col referendum sulla riforma costituzionale voluta da Renzi. Troppa personalizzazione anche in Turchia, leggono molti osservatori, sulla strada del presidenzialismo a misura di Erdogan.

Erdogan #TAMAM, basta così

Erdogan onnipresente sui mezzi di informazione, quelli che rimangono, tutti praticamente filo governativi, descrive i suoi 16 anni di governo come «periodo di risurrezione» e il presidenzialismo paradiso finale. Ad impedirglielo non sarà mai l’opposizione, sbeffeggia, ma ‘la nazione’ se dirà, “Tamam”, ‘Ok. Va bene così”. Adesso basta, detto in altre parole. Immediata la reazione di parte dell’opinione pubblica e più di un milione di utenti social hanno intasato il web. L’hashtag #TAMAM anche lo slogan di tutti i leader all’opposizione che sulle proprie pagine hanno twittato per dire basta ad Erdoğan.
Autogol di slogan per Erdogan, ma la partita politica per i suoi avversari sarà tutto meno che facile. Primo problema, vincere contro un apparato di potere che in Turchia ormai controlla tutto, e -dubbio successivo- ‘se riusciamo a vincere, cosa farà Erdogan dopo?’.

Folle sbarramento al 10%

Ogni partito dell’opposizione un suo candidato, elenco poco utile per noi, per una volta confluite in coalizioni di convenienza per somma di voti. Nomi e sigle per noi ininfluenti. Guardiamo a ciò che conta. Il Partito democratico popolare filo-curdo (Hdp) ha annunciato che il suo fondatore ed ex presidente Selahattin Demirtaş – ormai in carcere dal Novembre 2016 – cercherà di concorrere alla presidenza come avvenne nel 2014, quando sfidò direttamente Erdoğan. L’Hdp è l’unica formazione che, non appartenendo ad alcuna coalizione, affronterà individualmente la sfida elettorale.
Ma i funzionari dell’Hdp non solo si mostrano fiduciosi sulla possibilità di superare la soglia di sbarramento del 10% ma prevedrebbero addirittura un testa a testa tra Erdoğan e Demirtas al secondo turno previsto per l’8 luglio. In verità, i sondaggi suggeriscono che l’Hdp sarebbe in grado di entrare in parlamento, ma non di concorrere sulla tornata presidenziale.

 

Presidente Turco deciso dai voti curdi

Sorto come movimento di protesta libertaria durante le proteste di Gezi Parkı del 2013, l’Hdp è riuscito ad attrarre i voti in diversi settori della società turca e non solo tra i curdi. Ma il suo leader, Demirtaş, in carcere da quasi due anni e senza alcuna possibilità di rilascio, risulta di fatto fuori partita. Dopo le vicissitudini degli ultimi anni, con l’incarcerazione di molti suoi dirigenti, problemi politici anche per l’attività terroristica del Pkk nelle regioni sud orientali della Turchia e gli scontri oltre confine contro il Ypg curdo siriano. Il risorgente nazionalismo turco favori da Erdogan sta creando problemi all’Hdp.
Solo nel caso in cui l’Hdp in parlamento, il fronte dell’opposizione avrà la possibilità di ottenere la maggioranza contro il blocco nazional islamista Akp-Mhp di Erdogan. Ed ecco che a risultare decisivi per le sorti della Turchia in queste elezioni così cruciali sembrano essere proprio i curdi