martedì 20 Agosto 2019

Turchia

Consegne russe come da contratto
Quanto vale la parola di Trump ?

Il presidente turco Erdogan aveva annunciato la conclusione del contratto e la prima consegna per metà luglio. E al vertice dei G20 a Osaka – narrano le cronache- aveva ricevuto assicurazioni dal presidente americano che la mossa non avrebbe comportato nuove sanzioni Usa. Ora la verifica dei fatti, ma sono pochi nel mondo a crederci.
Ankara ha acquistato due reggimenti di S-400, ognuno con 4 o 6 batterie. Il sistema S-400 non può essere integrato con gli altri armamenti Nato ed è concepito proprio per abbattere cacciabombardieri e missili da crociera della Nato. Questo pone seri problemi all’Alleanza sul suo fianco sud-orientale.

 

L’orgoglio turco, la sfida russa

Gli S-400 russi arrivati in Turchia, Nato in subbuglio
L’orgoglio smisurato di Erdogan anche nei dettagli. L’arrivo della prima tranche dei sistemi russi di difesa aerea S-400 alla base aerea di Murted su tre aerei cargo. Non una base qualsiasi. Prima si chiamava Akinci, e il 15 luglio 2016, giorno del fallito colpo di Stato, è stata uno dei centri di organizzazione dei militari golpisti dietro cui cova il sospetto di manine o manone turco americane. L’annuncio, a dargli maggior risonanza, dal ministro della difesa Cavusoglu: «Il primo lotto dell’equipaggiamento del sistema missilistico di lungo raggio S-400 è iniziato ad arrivare. Le consegne proseguiranno nei prossimi giorni, con oltre 120 missili di vario tipo che giungeranno via mare. I sistemi, si dice, saranno operativi già a ottobre». Il Cremlino educatamente conferma.

La Nato in subbuglio

La portata della sfida politica, letta da Chiara Cruciati: «A 67 anni dall’adesione alla Allenza atlantica, uno dei suoi membri più strategici della Nato, secondo esercito per grandezza e sede di fondamentali basi militari del Patto, tra cui Incirlik che ospita armi nucleari Usa, – si mette in casa (è la prima volta che accade) strumentazioni russe». Possibili conseguenze rispetto al percorso compiuto dalla Turchia di Erdogan negli ultimi anni. Il Manifesto: «Washington furiosa per l’accordo russo-turco non ha mai consegnato i cento F35 che Ankara ha già pagato e ha sospeso l’addestramento dei piloti turchi». E minaccia di sanzioni con l’applicazione della stessa legge con cui Washington ha già colpito Iran, Russia e Corea del Nord.

Turchia anti americana

Passaggio chiave della rottura tra Stati uniti e Turchia è il fallito golpe 2016, la cui organizzazione viene attribuita al movimento dell’imam Fethullah Gülen, ex maestro e alleato politico di Erdogan agli albori della sua carriera politica, divenuto avversario con l’ex allievo prima premier e poi presidente. Di Gülen presunto mandante di fallito golpe, in auto-esilio da decenni in Pennsylvania, Ankara ha chiesto a ripetizione l’estradizione, mai concessa. Secondo elemento di scontro in Siria dove le oscillazioni strategiche turco-americane inizialmente pro Isis anti Assad e ripensamenti successivi col Califfato, hanno creato confusione e tragedie. Ferita aperta, l’esercito Usa sostiene militarmente le Sdf, le Forze democratiche siriane guidate dalle Ypg/Ypj curde, altro nemico assoluto per Erdogan. E i marines che dovevano andarsene dal nord della Siria, ancora lì a bloccare le tentazioni turche sul Rojava.

Pragmatismo putiniano

L’altalena politica dell’amministrazione Trump rispetto ad analoga politica sovranista ma lineare di Putin ha fatto il resto. L’avvicinamento alla ‘Russia putiniana’, inimmaginabile alla fine del 2015 quando l’aviazione turca abbattè un Sukhoi russo, diventa realtà soltanto un anno dopo. La Pax di Astana, il processo di pace in Siria definito tra Teheran, Mosca e Ankara. Nel frattempo Erdogan, divenuto presidente all’americana con riforma costituzionale, nel 2017 decide di acquistare il sistema di difesa aerea russo S400, scartando l’ipotesi dei Patriot americani sponsorizzati Nato. Ieri, con l’arrivo delle avanguardie tecniche S-400 verso la resa dei conti politica. «Turchia porta d’Oriente, porta bellicosa, con un occhio che guarda Mosca e uno alla Nato. Un paese con ambizioni non più solo regionali, ma globali», ricorda Chiara Cruciati. Una Turchia che, contemporaneamente, è pressata da pesanti e irrisolti problemi interni di democrazia e ora anche di economia.

Nato Usa obbedir tacendo

Probabile reazione Usa e Nato ‘Usa obbedir tacendo’. Trump in campagna elettorale per la rielezione accentua il vizio di esaltare presunti successi e di nascondere gli inciampi. Stile parallelo dell’altro caratteraccio di Erdogan, che ha di fatto perso la guerra in Siria, dove Assad resta al suo posto, e ora rischia molto di più sul versante economico, che diventa il più probabile fronte di attacco Usa che si muoverà senza troppa enfasi. In casa, Erdogan subisce la sconfitta politica di Istanbul, la sua città, ora governata da un sindaco laico. E la lira turca che traballa dopo il crollo dello scorso anno. L’ombra delle sanzioni americane ad aggravare il tutto. Per Ankara l’arma di ricatto delle basi Nato e la nuova amicizia con Mosca. 100 miliardi di euro l’anno di interscambio l’obiettivo citato dal ministro dell’industria turco a Yekaterinburg. Strumenti centrali della Turchia quasi post Nato, il gasdotto TurkStream e l’impianto nucleare di Akkuyu.

AVEVAMO DETTO

S400 russi alla Turchia, rabbia Nato ‘Usa obbedir tacendo’

‘Chi ha Istanbul possiede la Turchia’
disse l’allora sindaco Erdogan

A Istanbul vince la Turchia laica delle città, rispetto alla Turchia islamica e conservatrice che rappresenta la forza elettorale numericamente ancora vincente nel Paese del presidente-padrone Erdogan. Da oggi un po’ meno ‘Sultano’ e con un partito ed una strategia di potere tutta da ripensare da qui al prossimo confronto politico nazionale. Sì, perché a Istanbul, la ‘sua Istanbul’, Erdogan ha preso una bastonata sonora, di quelle che fanno male, ben oltre gli 800 mila voti di differenza sul suo candidati ed ex premier perdente. Un no a lui e ai suoi superpoteri e alle leggi emergenziali e alla galere colme, al suo partito AKP islamista prenditutto che ha imposto queste elezioni bis contando sul suo potere capillare per rovesciarne il risultato a suo vantaggio. Errore per troppa arroganza e forse, l’inizio della fine politica di troppo potere troppo a lungo esercitato.

Imamoglu, abile sindaco sconosciuto

Ekrem Imamoglu, il semisconosciuto ri-sindaco di Istanbul, che non solo vince, ma stupisce. Il 31 marzo aveva vinto per soli 13mila voti, ieri ha dato al suo avversario un distacco di dieci punti percentuali: 54% contro 45%, 800.000 voti in termini assoluti. Ma è quando sale sul palco per annunciare la vittoria che Imamoglu mostra la statura del leader. L’uomo pacato che ha saputo vincere contro l’arroganza esibita di Erdogan e affiliati, accontentare la folla con un solo urlo di vittoria. Non solo sua: «Oggi ha vinto la democrazia. Abbiamo chiuso una vecchia pagina e ne abbiamo aperta una nuova. Lavorerò senza escludere nessuno. Voglio ringraziare e abbracciare tutti anche chi non mi ha votato». Poi la vera rottura con l’aggressività avversaria: «Signor presidente sono pronto a lavorare con lei per il futuro della città». Con Erdogan costretto a fare buon viso a cattivo gioco: «Mi congratulo con Ekrem Imamoglu che ha vinto le elezioni», ha scritto su Twitter.

16 milioni di abitanti su 2 continenti

«Sarò il sindaco di 16 milioni di persone, nessuno sarà escluso, è finito il tempo di pregiudizi, divisioni, conflitti, voglio una città in cui tutti, nelle loro diversità, si abbraccino. C’è tanto da fare e siamo stanchi delle faide politiche». Dunque anche Istanbul contro il potere presidenziale di Erdogan, Dopo Ankara e Izmir-Smirme e tante altre gradi città contro l’islamismo autoritario e conservatore di Erdogan. Scendendo ai dettagli politici locali, è la data del 6 maggio l’inizio della fine, quando l’AK Parti chiede e ottiene elezioni bis. Una forzatura percepita trasversalmente come un’ingiustizia, che ha fatto crescere la popolarità del candidato laico. Lo stesso elettorato dell’Akp non ha gradito. A Fatih, una roccaforte conservatrice, il candidato del Chp è passato dal 46% al 59,4%. A Beyoglu, nel cuore della città, Yildirim ha perso il 3%. Ed ecco Ekrem Imamoglu, fino a ieri un bravo amministratore locale, avviarsi a diventare l’uomo capace di mettere a repentaglio il potere di Erdogan.

Vittoria annullata e voto arrabbiato
e se l’opposizione vince di nuovo e meglio?

Istanbul al voto per insegnare un po’ di democrazia a Erdoğan
Secondo i sondaggi, il già sindaco laico di Istanbul eletto due mesi fa e poi rimosso da una discussa sentenza della commissione elettorale nazionale, vincerà di nuovo e meglio di prima.
(ANSAmed) – ISTANBUL, 21 GIU – «Ultime ore di campagna elettorale a Istanbul in vista della ripetizione, domenica, del voto per l’elezione del sindaco, dopo il controverso annullamento della vittoria del candidato dell’opposizione Chp Ekrem Imamoglu. Secondo gran parte dei sondaggi, il suo vantaggio rispetto al candidato dell’Akp del presidente Recep Tayyip Erdoğan, l’ex premier Binali Yildirim, è aumentato rispetto alle 13.729 preferenze che ne avevano decretato l’elezione nelle amministrative 31 marzo scorso, al termine di un riconteggio di schede durato quasi 20 giorni. La sua vittoria era stata poi cancellata dalla Commissione elettorale suprema (Ysk) di Ankara, che ha accolto un ricorso dell’Akp per presunte irregolarità nelle urne».

Atto di forza e di prepotenza
e segno di debolezza politica

Rivittoria annunciata della opposizione, salvo trucchi e porcherie, ma la vigilia è ricca di incognite. Il presidente Erdoğan potrà accettare un’altra sconfitta elettorale nella sua città, trampolino politico per la sua carriera? Da domani sera la verifica mondiale se in Turchia resta ancora un piccolo spazio democratico, in un paese che da tre anni subisce una pesante ondata autoritaria attraverso le leggi speciali del dopo golpe.Le precedenti elezioni municipali del 31 marzo a Istanbul, il candidato dell’opposizione aveva vinto con un margine ristretto, e l’Ak Pati ‘islamo-conservatore’ del presidente ave ottenuto uno stupefancente annullamento del voto. Domani quindi sarà voto test di portata nazionale in una situazione segnata dalla profonda crisi economica e sociale che ha colpito la Turchia con i sondaggi che anticipano un ulteriore progresso del candidato dell’opposizione, Ekrem İmamoğlu, del laico Partito popolare repubblicano, il Chp.

‘Chi ha Istanbul controlla la Turchia’
vale per tutti o solo per Erdoğan?

L’incontinenza dell’orgoglio e se vuoi, dell’arroganza. Una frase autocelebrativa, una delle tante, di Erdogan, che ora rischia di travolgerlo. Erdoğan, sindaco di Istanbul negli anni novanta alla conquista del paese, proclamò allora, «chi ha Istanbul controlla la Turchia». Per questo non vuole perdere. A tutti i costi. Istanbul, capitale economica e culturale della Turchia, e società civile, tendenzialmente laica e progressista, si è mobilitata per scongiurare il rischio di brogli. Dopo il voto del 31 marzo, militanti che hanno dormito accanto alle urne. Stavolta migliaia di avvocati, studenti e semplici cittadini organizzati dal Chp, si sono offerti come osservatori in tutti i seggi. Mentre tutte le forze di opposizione si sono compattate attorno a İmamoğlu, a partire da Demirtaş, leader del partito filo curdo Hdp, in carcere ormai da due anni e mezzo, che ha invitato i suoi sostenitori a votare per il candidato dell’opposizione.

Ma chi è lo sconosciuto İmamoğlu
batte il potere islamista dell’AKP?

Ekrem İmamoğlu non era una figura popolare prima della competizione elettorale per Istanbul. A differenza del suo rivale Binali Yıldırım, ex primo ministro della Turchia, İmamoğlu poteva vantare un’esperienza politica limitata. Tuttavia, il candidato del CHP è riuscito ad emergere in breve tempo. Come è stato possibile? Tono moderati in un contesto politico molto teso. ‘Retorica inclusiva’ viene definita, che ha catturato l’attenzione dei cittadini di Istanbul. L’opposto del linguaggio politico che domina oggi il panorama politico turco. «Rispettiamo tutti gli 82 milioni di cittadini che vivono in questo paese, a prescindere dalle loro radici etniche», ha dichiarato recentemente a Trabzon, la città sul Mar Nero dove, lo ricordiamo, il 5 febbraio 2006,venne ucciso da un giovane integralista islamico, il sacerdote italiano Andrea Santoro, missionario a Trebisonda.

Erdogan, elezioni valide
solo quelle che vince lui

Se Erdogan perde Istanbul rivota, Ocalan e ‘Orso’ Orsetti
Turchia, il partito del superpresidente Erdogan (che poi è Erdogan allo specchio) vince il ricorso: Istanbul che lo aveva tradito eleggendo come sindaco Ekrem Imamoglu, candidato dell’opposizione, di nuovo al voto il 23 giugno. Perché Erdogan aveva avvertito prima delle elezioni inciampo: «Chi vince a Istanbul, vince la Turchia». Il problema è che era sicuro di vincere lui, già ex sindaco della megalopoli su due continenti, ma aveva sbagliato i conti. Anzi no, scusate: avevano sbagliato quelli che avevano contato i voti il 31 marzo scorso, sostiene lui.
Ricorso del partito pigliatutto AKP, confidenzialmente Ak Parti, non educato alla possibilità di perdere. E dopo oltre un mese di incertezza, la ‘Commissione elettorale suprema’ ha deciso a maggioranza la ripetizione del voto amministrativo il prossimo 23 giugno. Una decisione non appellabile rispetto a presunti brogli a danno del presidente Recep Tayyip Erdogan, che già, detta così, fa un po’ sorridere: Erdogan vittima di brogli altrui!

Gioco sporco senza vergogna

Mentre Erdoğan aveva fatto ricorso, le tv e i giornali, in stragrande maggioranza controllati dal governo, avevano iniziato a parlare di brogli accusando implicitamente l’opposizione di aver truccato le elezioni. Lo scorso 17 aprile la Commissione aveva stabilito la vittoria del CHP ad Ankara e a Istanbul. Ed Ekrem Imamoglu era diventato quindi formalmente il nuovo sindaco di Istanbul,dopo 15 anni consecutivi di potere dell’AKP.
Martedì l’Ak Parti aveva presentato alla Commissione un’ultima richiesta di riconteggio dei voti, che oggi è stata accolta, decisione contrastata, a maggioranza e per giunta incontestabile. A giugno si voterà solo per il sindaco, e non per i consiglieri comunali: per quel voto, che invece era stato vinto dall’AKP, non è stato presentato nessun ricorso. Strano vero? Da parte di Erdogan, alla vigilia della decisione della Commissione elettorale, accuse di ‘legami con il terrorismo’ contro decine di ispettori elettorali, l’alternativa all’accusa di golpista, pronti per la galera.

Chi è contro è terrorista

Durissima la protesta del partito repubblicano. Il ritorno alle elezioni di Istanbul è «pura dittatura». «Illegale vincere contro il partito di Erdoğan. Un sistema che reprime la volontà popolare e disprezza la legge non è democratico né legittimo». Ieri intanto, per la prima volta dopo 8 anni, è tornata anche a farsi sentire per la prima volta la voce di Abdullah Ocalan, il fondatore del Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan, formazione considerata terrorista, confinato all’ergastolo nell’isola di Imrali, nel Mare di Marmara, dal 1999.
Ocalan, segnala Marco Ansaldo da Istanbul, ha diffuso tramite i suoi legali un messaggio di negoziato e di pace: «Nella soluzione dei problemi c’è bisogno di un metodo di negoziazione democratico lontano da tutti i tipi di polarizzazione e cultura dei conflitti. Possiamo risolvere i problemi della Turchia e della regione, non con la guerra, non con strumenti che veicolino la violenza fisica, ma con il ‘soft power’».

Ocalan pacifista e ‘Orso’ Orsetti

Non solo Turchia ma politica di area dei curdi tra Siria e Iraq. Ocalan nel suo messaggio affidato agli avvocati: «Abbiamo fiducia che le Forze democratiche siriane nell’ambito degli scontri in Siria, siano in grado di risolvere i problemi evitando la cultura del conflitto; la posizione dovrebbe essere finalizzata a risolvere la situazione nel quadro dell’integrità della Siria e nella prospettiva della democrazia locale garantita costituzionalmente. In questo contesto, è altresì necessario che vengano viste le sensibilità della Turchia».
Posizioni politiche abbastanza sorprendenti. Nella vicina Siria lo stesso Erdogan e jihadisti alleati hanno intensificato gli attacchi ai villaggi nelle zone sud del cantone di Afrin, occupato dai turchi poco più di un anno fa. Le Forze di Liberazione di Afrin denunciano gli attacchi e parlano della resistenza che ha fatto, per ora, 30 jihadisti e 4 soldati turchi morti. Intanto ieri, nel Rojava, omaggio popolare alla salma di Sehid Tekosher, Lorenzo Orso Orsetti. La bara è sfilata tra due ali di folla, prima di ripartire, a breve, per l’Italia.

 

 

210 mandati di cattura nei confronti di militari in servizio attivo. Colonnelli, comandanti e sergenti di forze di terra, aviazione, marina, gendarmeria e guardia costiera.

All’indomani del fallito tentativo di golpe in Turchia, nel luglio del 2016, le domande che il mondo si poneva erano tante, ma, prima fra tutte, cosa sarebbe successo in un paese dove le libertà democratiche erano da tempo limitate e a forte rischio?

Stato parallelo e repressione

Gli interventi repressivi uniti a colpi di Stato organizzati dai militari, sino all’altro ieri tutori della laicità dello Stato fondato da Ataturk, l’ultimo nel 1997, hanno caratterizzato il Paese cerniera tra Occidente ed Oriente, dove effettivamente hanno agito strutture parallele a quelle statali, simili ad altre emanazioni della Guerra Fredda come ‘Stay Behind’. In questo senso non ha fatto eccezione neanche l’ultimo triennio dal fallito golpe, che ha visto rafforzarsi il potere di Recep Erdogan e del suo partito AKP. Ma democrazia (sempre più relativa e autoritaria) e stabilità, hanno avuto un costo altissimo in termini di libertà civili e come contraltare una accentuata identità islamica rispetto al laicirmo della Turchia di Ataturk, ma sempre all’interno di un forte nazionalismo.

Il giorno stesso del mancato putsch, l’ex Presidente della Repubblica, Abdullah Gül, annunciò che da quel momento per la Turchia sarebbe cominciata una nuova era democratica, seguito dal  primo ministro Binali Yildirim che definì il 15 luglio come “giorno di festa”. Il risultato di queste parole fu una serie di misure durissime contro quelli che vennero immediatamente individuati come golpisti, una campagna di arresti tra il mondo della cultura, personale e funzionari della giustizia (2745 giudici rimossi dall’incarico dall’Alto Consiglio), polizia e militari (2893 imprigionati). Un’azione che non si è mai fermata e che continua ancora oggi.

Ancora arresti di massa

Dall’inizio di quest’anno sono in corso numerose operazioni nei confronti di presunti infiltrati nelle forze armate che agirebbero ancora per conto della rete di Fethullah Gulen. In febbraio diverse procure del Paese hanno emesso 295 mandati d’arresto contro militari in servizio attivo. Per l’agenzia di stampa del governo turco Anadolu, i sospetti erano accusati di aver tenuto contatti telefonici congli eversori di ‘Feto’.
Il 26 aprile un’altra maxi-operazione contro altri supposti fiancheggiatori di Gulen nelle forze armate, coordinata dalla procura di Istanbul che ha emesso 210 mandati di cattura. In un’altra operazione contro presunti ‘gulenisti’, condotta dalla procura di Ankara, 41 persone sono accusate di aver truccato gli esami di accesso all’accademia di polizia, in modo da favorire l’infiltrazione di affiliati al presunto gruppo eversivo.

Gulen, un nemico per tutte le stagioni

Insieme all’opera repressiva, la campagna contro Gulen. L’ex maestro nel partito di ispitazione islamista che aveva formato il giovale Erdogan, diventato il nemico assoluto, il mandante di una gigantesca cospirazione. Il religioso che per le minacce dovette riparare negli Stati Uniti. Si arriva così al golpe del 2016 che però Gulen condannò quasi immediatamente respingendo ogni accusa. In una famosa dichiarazione rilasciata al New York Times il predicatore affermò: “Condanno, nel modo più assoluto, il tentativo di golpe in Turchia. Il governo dovrebbe essere vinto attraverso delle libere elezioni e non preso con la forza. Prego per la Turchia, per i cittadini turchi e per tutti quelli che attualmente si trovano in Turchia. È particolarmente offensivo essere accusati di possibili legami con un’azione del genere, dopo aver sofferto sotto i continui colpi di stato militari che si sono susseguiti in Turchia negli ultimi decenni. Io nego categoricamente tali accuse”.
Erdogan ha ripetutamente richiesto l’estradizione di Gulen agli Usa, ma la Casa Bianca ha richiesto prove del coinvolgimento nel golpe mai arrivate.

Erdogan imperatore, un’opera gigantesca

Erdogan imperatore. Un’opera faraonica, la metafora di un potere quasi illimitato contrapposto ad un prezzo di vite altissimo. Il nuovo aeroporto di Istanbul rappresenta in pieno la Turchia governata da Erdogan. Il 17 gennaio il ministro dei trasporti e delle infrastrutture, Cahit Turhan, ha reso noto che nella costruzione dello scalo sono morte 55 persone. Le cifre sono state fornite in risposta all’interrogazione parlamentare presentata dal partito di opposizione Chp all’indomani dell’inaugurazione avvenuta il 29 ottobre dello scorso anno.

Segreto di Stato

La realtà però potrebbe essere ben peggiore come ha denunciato l’unico giornale antigovernativo rimasto. Il quotidiano Cumhuriyet aveva parlato di 400 vittime. In ogni caso sapere la verità rimane difficilissimo visto che fin dall’inizio dei lavori, nel 2015, quelle morti sono state state dichiarate segreto di Stato.

Sfruttamento senza limiti

La costruzione è proceduta  a ritmi incessanti impiegando circa 36mila operai, molti stranieri, che hanno lavorato in condizioni estreme. Il 14 febbraio 2018 è stato indetto un grande sciopero, i lavoratori hanno incrociato le braccia, lo slogan era “non vogliamo vivere come animali”. La risposta però è stata la minaccia di licenziamenti di massa anche nell’occasione della festività del 1 maggio.

Dimensioni gigantesche

Lo scalo aeroportuale entrerà ufficialmente in funzione il 3 marzo prossimo, per il momento a testimoniare la “grandeur” di Erdogan sono alcune cifre: un investimento complessivo da 10,2 miliardi di euro, un traffico potenziale di 150-200 milioni di passeggeri entro il 2023. Il mega hub  sarà uno dei tre più grandi del mondo e ospiterà anche un complesso commerciale duty-free di 53mila metri quadrati. E’prevista anche un’area residenziale di 100mila metri quadrati e un mega parcheggio con capacità di 25mila veicoli, un sistema di smistamento bagagli di 42 chilometri e 143 ponti interni per i passeggeri.

Devastazione ambientale

Le sei piste per i velivoli si estendono su 7.650 ettari di terreno, ad esse però corrisponde anche quella che diversi osservatori hanno descritto come una devastazione ambientale. Il complesso infatti sorge in una delle zone verdi di foreste e sorgenti che erano protette. Lo stesso Erdogan, quando era sindaco di Istanbul nel 1995, aveva giurato che mai sarebbero state violate. Difficile che l’opinione pubblica si ricordi di ciò visto che per il ministero dell’Economia, l’aeroporto dovrebbe apportare al paese un flusso di 73 miliardi di lire turche, circa 13,1 miliardi di euro all’anno e creare 225mila posti di lavoro.

Un favore agli amici del sultano

Tuttavia lo scalo rimane un’opera ad alto rischio, infatti se il numero di passeggeri non supererà gli 80 milioni sarà il Tesoro turco a dover compensare le perdite con almeno 97 milioni di euro. Una specie di trappola connessa all’estensione del complesso che appare francamente esagerata rispetto ai voli attuali. Ma forse i milioni di metri cubi rappresentano la necessaria contropartita per i finanziatori, la serie di aziende legate ad Erdogan come Kalyan, Cegiz, Limak e Mng che in cambio dell’aggiudicazione di molte opere pubbliche hanno finanziato media vicini al “sultano” della Turchia.

 

AVEVAMO DETTO

Il nuovo mega aeroporto di Istanbul, tra potenza turca ed azzardo

Don Andrea Santoro, Turchia 

Don Andrea Santoro, sacerdote italiano in Turchia, ucciso a Trabzon, Trebisonda, sul Mar Nero, il 5 febbraio 2006. Per il suo omicidio a sfondo nazionalistico religioso fu arrestato Ouzhan Akdil, un sedicenne esaltato, condannato a 18 anni e 10 mesi di carcere. Ma Ouzhan era ormai libero da tempo -le galere turche del dopo golpe sono decisamente troppo affollate-, ma adesso qualcuno ha provato a saldargli il conto a Bodrum, la città sul Mar Egeo nota come luogo di vacanze. Ignote le ragioni del tentato omicidio, ma certo uno strano destino.

Un omicidio da sempre avvolto nel mistero, quello di don Santoro, ed ora il tentato omicidio a seguire, anche se nulla al momento collega i due fatti. Ouzhan Akdil aveva colpito don Santoro con due colpi alla schiena mentre il sacerdote stava pregando, la domenica pomeriggio, sull’ultimo banco nella chiesa di Santa Maria. Una violenza che colpì molto l’opinione pubblica italiana, governo Berlusconi schierato in prima fila per l’ammissione della Turchia nell’Ue, tanto da spingere l’allora premier Erdogan ad una rara intervista ‘riparatoria’ verso l’Italia col Tg1.

L’attentato, secondo le indagini, era nato negli ambienti nazionalistici e ultrareligiosi, ‘lupi grigi’ versione islamica già allora con istigatori/addestratori locali e via Internet su cui la Turchia non ha mai indagato abbastanza. Il delitto era maturato nel periodo seguente alle feroci proteste anti cristiane per le vignette raffiguranti Maometto, pubblicate su un quotidiano danese. Akdil era stato liberato nel 2016, dopo un indulto voluto dal governo turco per sgomberare le celle necessarie a fare posto ai golpisti arrestati con l’accusa di avere legami con gli organizzatori del colpo di Stato.

Poi fu Monsignor Padovese

Il 3 giugno 2010 moriva a Iskenderun, l’antica Alessandretta, monsignor Luigi Padovese, il vicario apostolico dell’Anatolia, assassinato dal suo autista islamico fanatizzato. Nessuno sa con precisione perché Altun l’abbia ucciso. L’autista è stato condannato a 15 anni di carcere nel 2013 e durante il processo ha dato motivazioni contrastanti per il suo gesto: alla polizia aveva detto di «rivelazione divina», ai giudici di un rituale islamico, poi ha confessato di essere infermo mentalmente e infine ha citato un presunto rapporto omosessuale con il vescovo. I giudici hanno escluso collegamenti tra l’omicidio e appartenenza all’islam di Altun, mentre al processo la famiglia l’aveva sostenuto: «Dio è con te».

 

INTEGRALISMI CRESCONO
DA TV2000

‘Istanbul’ in attesa di
altra gloria postuma

Il nuovo mega aeroporto di Istanbul
Lo hanno chiamato ‘Istanbul’, anche se da lì, le piste e le mega struttura sulla rive del Mar Nero, la città sul Bosforo puoi solo immaginartela. E’ il nuovo aeroporto di Istanbul. «Il più grande del mondo», vanta Recep Tayyip Erdogan, che non ha la modestia tra le sua molto decantate qualità. ‘Istanbul’ in attesa di miglior nome, con i sostenitori del super presidente a fare scongiuri. Terzo scalo della metropoli sul Bosforo, che si aggiunge al vecchio aeroporto internazionale “Ataturk”, il sempre meno imperativo Padre della Patria, e a quello sulla parte asiatica della città, “Sabiha Gokcen”, nome della figlia pilota di Ataturk. Cerimonia fastosa, come ama esibire il Presidente-Sultano che dal palco, racconta Marco Ansaldo che c’era, aziona una cloche e fa decollare un velivolo sullo schermo dietro di lui. Attorno a lui, decine di leader invitati da mezzo mondo.

Lavori forzati

Un solo anno e mezzo per costruire il mostro entro ieri 29 ottobre, 95° anniversario della Repubblica di Turchia. Il quel barlume di opposizione che serve per fingere democrazia, Cumhuriyet, spara in prima pagina l’elenco dei 200 morti nei cantieri della Grandeur turca a lavori forzati. Un bel rischio quella notizia per il quotidiano, che sopravvive privo di pubblicità e con i suoi 11 giornalisti arrestati usciti da poco di prigione. Ed è lite subito, col ministro delle Infrastrutture, Ahmet Arslan, che i morti ufficiali li riduce a 27, dimenticandosi dei subappalti del massacro e degli operai stranieri senza nome. 36 mila operai (sempre quelli ufficiali) impiegati in questa opera oggettivamente grandiosa, con molto altri numeri da paura. Scalo è pronto a gestire 3.500 fra decolli e atterraggi giornalieri. 42 i chilometri di nastri bagagli operativi. Un parcheggio per 25 mila vetture. E un’area residenziale di 100 mila metri quadrati lì attorno. Per i popoli attesi in transito, 77 milioni di metri quadrati, 53 mila dei quali destinati al solo duty free, che, promettono, sarà lo shopping più fornito del pianeta.

Pensa in grande e spera in bene

90 milioni di passeggeri l’anno, destinati a diventare 150 milioni nel 2023, prevede il governo. Sperando non soi sbagli altrimenti sarebbero guai ancora più grossi dell’aeroporto. L’appalto del nuovo scalo era stato affidato a cinque compagnie, tutte turche, pronte a pagare 26 miliardi di dollari l’anno per 25 anni. Solo la Torre di controllo che campeggia da giorni su tutte le fotografie e le pubblicità sui giornali, ci ricorda Ansaldo, è di produzione italiana. «L’ha ideata Pininfarina, è a forma di tulipano (per molti secoli il simbolo della Turchia, che in proposito ha un contenzioso con l’Olanda), un gioiello di vetro e acciaio alto 90 metri». Poi, la parte oscura dell’operazione ‘nuovo aeroporto’. Le vittime, come già detto, operai e sindacalisti ancora in carcere per aver rivendicato sicurezza e salari. Poi il peso di tanto gigantismo sulla asfittica economia turca attuale (lira locale a circa 6,5 sull’euro).

O il boom o a sbattere

225 mila posti di lavoro in più promette il governo conservatore-religioso di Erdogan, ed entrate per 11,5 miliardi di euro l’anno. Ma, studio di una delle università più prestigiose di Istanbul, quella di Bahcesehir, sostiene che se il numero di passeggeri non supererà gli 80 milioni, sarà il ministero del Tesoro che dovrà compensare le perdite con 97 milioni di euro. La cifra sale addirittura a 162 milioni se i viaggiatori dovessero essere meno di 70 milioni. Nella ricerca gli studiosi hanno comparato il nuovo “Istanbul” all’aeroporto di Atlanta e sostengono che con il volume di voli atteso sarebbe bastata la metà dell’estensione utilizzata. Con un vero a proprio il disastro ambientale -accusano le organizzazioni ambientaliste-, costato il taglio di un milione di alberi nell’area nord est della metropoli, da secoli considerata il suo polmone.

Arrestati 600 operai
nel cantiere ‘cimitero’

Turchia, ‘Airport cimitero. Arresti di massa tra i lavoratori in sciopero nel cantiere del terzo aeroporto di Istanbul, e la notizia ci arriva dalla Turchia grazie a Dimitri Bettoni e al Manifesto. Scopriamo che sabato mattina, ieri, le forze speciali della polizia hanno fatto irruzione nei dormitori dell’enorme cantiere e hanno messo le manette ad almeno 600 tra lavoratori e rappresentanti sindacali. Lavoratori in sciopero a denunciare le condizioni di lavoro con centinaia di infortuni e morti nel cantiere, non riconosciuti né dalle aziende costruttrici e negati dalle autorità. Gli arrestati sono stati trasferiti in tre diverse stazioni di polizia, con bus messi a disposizione dalle ditte appaltatrici.

Secondo i sindacati di settore, le condizioni nel cantiere sarebbero radicalmente peggiorate negli ultimi mesi, con l’avvicinarsi del termine dei lavori previsto per il 29 ottobre. Le autorità premono perché la scadenza venga rispettata e i ritmi di lavoro. Già intensissimi, sono diventati disumani. A febbraio il ministero del Lavoro, pressato da famiglie, sindacato e poca stampa critica che ancora resiste, aveva ammesso la morte di 27 operai nel cantiere aeroportuale. Nulla secondo i report di alcuni giornali turchi vicini ai movimenti dei lavoratori e secondo le stime del Sindacato Edilizia che denunciano centinaia di vittime.

«Tanto che ormai il cantiere è soprannominato ‘il cimitero’ -scrive Dimitri Bettoni-. E poi le condizioni igieniche nei fatiscenti dormitori, dove non arriva acqua pulita e i materassi sono pieni di pulci e zecche. Gli operai raccontano di doversi lavare negli stagni attorno al cantiere, mentre nelle mense non c’è mai cibo a sufficienza per gli oltre 30mila lavoratori impiegati nel mega progetto. A tutto questo si aggiungono gli stipendi in ritardo: migliaia i lavoratori senza paga da almeno sei mesi, perché il crollo della lira turca ha messo in ginocchio le ditte subappaltatrici, che hanno così smesso di erogare i compensi».

Allo sciopero, le autorità complici delle azienda hanno deciso di rispondere con polizia ed arresti. Già due giorni fa, un primo intervento della squadre speciali della polizia, con lacrimogeni e idranti. Nella prima di mattinata di ieri l’irruzione e le centinaia di arresti, sollecitati dalla ‘holding Iga’ che gestisce i lavori.La costruzione del terzo aeroporto di Istanbul, destinato a essere il più grande d’Europa e uno dei maggiori al mondo, è in mano a un consorzio di aziende turche vicine al governo. Il progetto, fortemente contestato dalle associazioni ambientaliste per l’impatto su un’enorme zona boschiva che si affaccia sul mar Nero e il taglio di migliaia di alberi, è una delle punte di diamante delle grandi opere volute dal presidente Erdoğan.

 

Antichi problemi di democrazia

A fine agosto, sempre una polizia con ordini di brutalità, contro il raduno delle madri dei desaparecidos turchi. Quasi 800 i civili scomparsi tra il 1992 e il 1996, nelle mani di esercito e polizia. Prima di Erdogan, va detto, e delle recenti leggi di emergenza del dopo tentato golpe. Questione kurda, sopratutto. Madri di persone scomparse nei durissimi anni ’90, epoca di repressione in Turchia, in particolare nel sud-est curdo sottoposto a perenne stato di emergenza e teatro di operazioni militari su larga scala. Le ‘Madri del Sabato’, da oltre 700 volte a Galatasaray, nel cuore storico di Istanbul.

Protesta di civiltà, madri e figli di scomparsi che siedono a terra, reggendo in mano cartelli con le foto di parenti e amici svaniti nel nulla. Spesso a chiedere soltanto che sia restituito il corpo. Centinaia di persone (792 secondo l’Associazione turca per i diritti umani) furono arrestate tra il 1992 e il 1996, fagocitate dalla macchina repressiva dello Stato, spesso senza lasciare più traccia. Il primo raduno delle Madri del Sabato nel 1995. Ogni settimana fino al 1999, quando la violenza della polizia e gli arresti imposero un’interruzione lunga dieci anni, fino al 2009, anno in cui i sit-in poterono riprendere. Ora la nuova stretta repressiva.