venerdì 19 gennaio 2018

Terrorismo

La fantascienza del terrore

Nella notte tra il 5 e il 6 gennaio, la difesa aerea russa è riuscita ad evitare gli attacchi dei terroristi effettuati con 13 piccoli droni armati con esplosivi contro le basi militari di Hmaymim e Tartus, informa l’Associated Press.
«13 droni dei jihadisti prodotti da paesi con alta capacità tecnologica».
Ed è allarme rosso non soltanto a Mosca.
«L’attacco con i droni a base russa in Siria è nuova pagina nella storia del terrorismo», titola l’agenzia Sputnik, non a caso.

La tecnica e l’armamento usato per la prima volta in una azione di vera e propria guerra, modello azioni terroristica che poteva scegliere qualsiasi altri bersaglio, mostra le nuove possibilità tecnologiche dei terroristi, ha dichiarato a Sputnik l’esperto militare russo Igor Korotchenko.
I militari russi hanno osservato che le soluzioni ingegneristiche utilizzate durante l’attacco «potevano essere ottenute solo da un Paese in possesso di elevate capacità tecnologiche».

Sempre da fonti russe viene svelato e rilevato come i droni siano partiti da lontano.
«Si tratta di una vera e propria minaccia che non devono sottovalutare tutte le agenzie di intelligence mondiali, è una nuova sfida che il terrorismo internazionale ha lanciato contro tutti i Paesi», ha detto Korotchenko.
Attacchi terroristici potrebbero verificarsi in qualsiasi Paese, in Europa, in Medio Oriente o in Asia. Con obiettivi possibili non solo militari. Allarme rosso, dicevamo.

Tra i potenziali obiettivi civili dei terrorismo, residenze dei capi di Stato, impianti industriali, depositi di combustibile, stazioni di pompaggio di gas ed altre strutture civili di importanza strategica. Da parte russa, sul caso specifico, dubbi sul fatto che i terroristi possano padroneggiare in modo indipendente la tecnologia di produzione e di utilizzo dei droni.
«E’ del tutto evidente che da soli e senza assistenza è improbabile che i terroristi abbiano potuto organizzare un massiccio bombardamento con droni dotati di esplosivi artigianali, il meccanismo di sgancio di queste mini-bombe non si può improvvisare».

Segnale e assieme avvertimento, con Mosca che forse sa chi dover ‘ringraziare’ in questo caso.
Ma la fantascienza del terrore è già realtà.

L’ennesimo sanguinoso attentato di matrice islamica a New York potrebbe avere, in realtà, una “firma” diversa da quella dell’uzbeko che ne è stato l’autore materiale. Parliamo di Turjuman al-Asawirti, un nome che gira solo negli uffici dei servizi segreti occidentali o, al massimo, tra gli esperti dei “think-tank” accademici che si occupano di sicurezza globale e di terrorismo. Al-Asawirti, nome di copertura di una persona o di una struttura, di un gruppo operativo, è comunque una specie di genio dell’informatica, non tanto in senso tecnico, quanto, piuttosto, sul versante della capacità “massmediologica”.

Mette la sua esperienza al servizio del Califfato e ne cura l’immagine e le campagne di reclutamento “a distanza”, incuneandosi abilmente nelle menti e nei cuori di tutti i potenziali jihadiisti di questo mondo. Insomma, è internet la nuova frontiera dell’estremismo islamico, capace di eludere qualsiasi “filtro” delle agenzie di sicurezza nei Paesi scelti come bersaglio. E il Presidente Trump dimostra di non avere capito un fico secco del problema, quando definisce gli attentatori “dei poveri malati di mente”.

La verità è che il Califfo, Abu Bakr al-Baghdadi, scaltramente, ha sovvertito le vecchie strategie utilizzate da Bin Laden e da Al Qaida, che puntavano su un nocciolo duro di terroristi professionisti, accuratamente selezionati e addestrati. Ma anche più facilmente schedabili e controllabili. Con l’Isis (e con le “primavere arabe”) è cambiato tutto. Prima i “foreign fighters” arrivati in massa dall’Europa sui teatri di guerra mediorientali (Siria e Irak, ma anche Libia) e adesso i “lupi solitari”, i terroristi “della porta accanto”, indottrinati e votati alla causa del jihadismo internazionale via web.

I servizi segreti occidentali sono stati colti di sorpresa e stanno cercando, solo adesso, di metterci una pezza, in colpevole ritardo. Mentre da un pezzo i gruppi di ricerca specializzati hanno lanciato l’allarme. La direttrice del SITE (Intelligence Group Enterprise) Rita Katz, analizza da anni il fenomeno internet come cavallo di Troia del terrorismo. E proprio il mese scorso ha pubblicato una lunga analisi, dopo l’attentato di Las Vegas, sull’impatto esponenziale del reclutamento (ma sarebbe meglio parlare di “aizzamento”) di aspiranti terroristi in nome dell’Islam, pescati negli angoli più impensati della società.

Cioè, in quello pieghe di malessere e di disagio diffuso che si mischiano all’emarginazione e all’odio verso un sistema di valori (quello occidentale), ritenuto, a torto o a ragione, all’origine di tutti i mali. Anche se gli specialisti invitano a non generalizzare: esiste un terrorismo “delle banlieues” (periferie) come quello francese o inglese, che è ha un miscuglio di radici sociali e religiose, e un terrorismo più squisitamente “coranico”, dominato da motivazioni essenzialmente islamistiche. Fanno danni entrambi, ma quello che vede protagonisti anche immigrati di terza generazione è il più pericoloso, perché assolutamente imprevedibile.

I terroristi “faidatè” magari si armano come per andare a una festa in maschera (vedi il caso di Manhattann) ma poi finiscono lo stesso per fare otto morti e una catasta di feriti. Dopo Las Vegas, il SITE ha trovato chiare tracce informatiche (su “Telegram” e su “Twitter”) dell’opera di indottrinamento via web condotta attraverso al-Asawirti. Per questo gli specialisti aspettano che, da un’ora all’altra, compaia su internet qualche rivendicazione in arrivo dalle centrali del Califfato. Loro non hanno organizzato operativamente l’attentato di Manhattan, ma potrebbero limitarsi soltanto ad apporvi il loro “brand”, il marchio di qualità che è una specie di “Iso 9mila” del terrorismo.

Così la pensano anche lo studioso Charlie Winter (Centro per la Ricerca su terrorismo e radicalizzazione politica dell King’s College di Londra) e Aaron Zelin del “think-tank” Jihadology. Lo dimostra anche il blog di Bayt al-Masadyr, dove è possibile reperire una quantità impressionante di materiale vario sul Califfato e sui suoi messaggi, postati con chiare finalità propagandistiche. Ma fatta questa lunga premessa, l’intelligence occidentale come si difende? Chiudendo a ripetizione i siti sospetti di fiancheggiare il terrorismo, è ovvio. Che, però, al-Asawirti -chiunque e qualunque cosa esso sia- riapre regolarmente da un’altra parte il giorno dopo. Finora l’ha fatto per almeno 130 volte.

Terrorismo diretto, guidato, ispirato

Il terrorismo non è una novità, a New York. Gli attacchi dell’11 settembre avevano mostrato al mondo la violenza meticolosamente pianificata da Al Qaeda, guerra di assoluta complessità. L’assalto di ieri ripropone l’esatto contrario, quello che potremmo definire il ‘terrorismo casuale’. Estremisti radicalizzati via Internet o chissà come, turbe personali e follie varie, che avevano colpito sino a ieri in Europa che adesso puntano sugli Stati Uniti. Terrorismo meno letale degli addestrati sicari di Osama bin Laden, osserva qualcuno, ma potenzialmente assai più pericoloso, perché può uccidere ovunque limitandosi ad affittare un furgone o a tirar fuori un coltello dalla cucina di casa.

La prima volta che New York aveva scoperto di vivere nel terrore era stata il 26 febbraio del 1993 -ricorda Paolo Mastrolilli su La Stampa– quando un’autobomba era scoppiata sotto la Torre Nord del World Trade Center, uccidendo sei persone. L’anticipo non valutato della strage dell’11 settembre, stesso bersaglio. L’attacco era stato organizzato da Ramzi Yousef, un kuwaitiano che si era addestrato con Al Qaeda in Afghanistan. Yousef aveva ricevuto i finanziamenti da Khaled Sheik Mohammed, poi mente degli attentati dell’11 settembre 2001, e aveva trovato la sua guida spirituale in Omar Abdel Rahaman, lo sceicco cieco che dal New Jersey fomentava l’odio contro gli Stati Uniti.

Allora, in quel 2001, la paura non confessata degli esperti era che Al Qaeda facesse seguire agli attentati dell’11 settembre operazioni più piccole, più facili da organizzare, impossibili da prevenire. È accaduto con Isis. Le paure che nel 2001 erano state vissute negli Usa, si sono poi materializzate in Europa, dove i terroristi hanno iniziato a sparare nei locali, negli stadi, a lanciarsi sulla gente con camion e auto, e ad usare coltelli. Facili da reclutare, -sempre Mastrolilli- perché il continente era pieno di immigrati islamici alienati da radicalizzare. L’America, paradossalmente, sembrava più al sicuro, con meno immigrati dalle regioni dell’estremismo e formalmente più integrati. Fino a ieri.

Il problema diventa pubblico con la caduta di Raqqa. Foreign fighters in fuga con famiglie per andare dove? Il fronte curdo-americano li dirotta contro le forze governative di Assad e russe iraniane, ma dopo? Terroristi addestrati e pronti all’uso sparsi per il mondo, è la minaccia ultima del Califfato morente. Come si prepara a reagire il mondo che l’islam radicale ha scelto come bersaglio?

Pena di morte

La Francia meno ipocrita. Mentre Raqqa conosceva la sue ultime ore da capitale dello Stato islamico, la ministra della Difesa francese Florence Parly ha chiarito la posizione di Parigi sul destino dei militanti dell’Isis e in particolare dei foreign fighters: «Se ci sono degli jihadisti che muoiono in questi combattimenti, tanto meglio. E se invece finiscono nelle mani delle forze siriane, dipenderanno dalla giurisdizione siriana».
Due punti chiari: meglio morti che vivi, meglio nelle galere lontane che quelle di casa, anche se non sarà facile ottenerlo da Paesi sconvolti dalla guerra e dilaniati ancora al loro interno.
Quindi il problema rimane.

G7 di Ischia e l’Italia

Più lungimirante la prospettiva sollecitata dall’Italia al G7 dei ministri degli interni ad Ischia.
«L’Isis – ha spiegato Marco Minniti in conferenza stampa – ha costruito la più imponente legione straniera mai esistita, 25-30mila combattenti provenienti da 100 Paesi del mondo. Dopo la caduta di Raqqa, i cosiddetti foreign fighter cercheranno di spostarsi. L’obiettivo è quello di lavorare insieme per impedire di farli tornare a casa come terroristi e di far trovare loro zone franche dove poter agire. C’è bisogno di collaborazione, soprattutto con i più grandi Paesi nord africani».
«La sconfitta dello Stato Islamico sul campo non rappresenta la fine del terrorismo. La raccolta e la condivisione delle informazioni è di fondamentale importanza», ha proseguito il ministro memore del suo recente passato di responsabile dei servizi segreti.

Intelligence e informatica

«Lo Stato Islamico è caduto a Raqqa ma non è caduta la sua ideologia. Da oggi un’alleanza internazionale che sconfigga il malware del terrorismo». ‘Malware’, linguaggio informatico per indicare gli strumenti di propaganda e di comunicazione anche terroristica.
«Le organizzazioni terroristiche – nota congiunta al termine del vertice – fanno un uso distorto di Internet per diffondere l’ideologia, reclutare nuovi combattenti, incitare agli attacchi, fornire guide sui metodi di attacco e raccogliere fondi per finanziare le loro azioni. È dunque urgente lavorare in collaborazione tra tutti gli attori coinvolti, incluse le autorità governative, il mondo dell’industria e la società civile, per contrastare efficacemente l’abuso di Internet da parte delle organizzazioni terroristiche».

La ‘Rete’ anti terrorismo

Google, Microsoft, Facebook e Twitter, mobilitate acanto ai ministri. Le società attive sul web impegnate a rendere le loro piattaforme ‘più ostili al terrorismo’. Oltre il ‘Global Internet Forum to Counter Terrorism’ di anni fa. Con alcuni impegni incrociati: 1) utilizzo di tecnologie automatizzate per la rapida rilevazione e la rimozione dei contenuti terroristici; 2) condivisione delle migliori prassi e tecnologie per migliorare le difese; 3) miglioramento della nostra base di conoscenza attraverso la ricerca e lo sviluppo; 4) potenziamento della crescita dei partner della società civile per sviluppare ‘narrative alternative’, ad esempio l’islam tradizionale e pacifico che diffonda con adeguata forza la corretta visione pacifica della sua fede.

Nascostamente modello Francia

Prevenire meglio che curare, ovviamente, ma quando non bastano le medicine, chirurgia. Nell’anti terrorismo, si fa ma non si dice. Sempre la Francia. Nel 2014 Parigi lancia l’operazione ‘Chammal’ contro lo Stato islamico in Iraq e Siria senza inviare truppe di terra ma affidandosi ai raid aerei. In realtà François Hollande quando era ancora presidente ha raccontato ai giornalisti di Le Monde di avere ordinato l’assassinio mirato di alcuni jihadisti nel Levante, e a fine maggio il Wall Street Journal ha scritto che le forze speciali francesi stavano fornendo all’esercito iracheno identità e coordinate precise dei foreign fighters francesi a Mosul perché venissero eliminati. L’allora portavoce del governo Castaner: «Lo dico a quanti vanno all’estero per arruolarsi nelle file di Daech: fare la guerra comporta dei rischi».

Figlio di una cittadina vaticana e del responsabile della sala stampa della Santa Sede, Casimirri vive da anni in Nicaragua dove ha aperto un ristorante e messo su famiglia. Condannato a sei ergastoli non ha mai fatto un giorno di prigione.

Non solo Cesare Battisti, latitante del terrorismo nostrano in sud America, ma anche un brigatista rosso di livello -niente di meno che il sequestro di Aldo Moro- ospite felice in Nicaragua, senza aver mai scontato un solo giorno di carcere.
«La vita avventurosa dell’ex brigatista rosso Alessio Casimirri, uno dei dieci componenti del commando che rapì Aldo Moro in via Fani il 16 marzo 1978, oggi sessantaseienne cittadino nicaraguense», scrive sul Corriere il bravo Giovanni Bianconi, memoria storica di quelle vicende che in questa circostanza dà spazio alle ipotesi della ennesima commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Moro.

Una inafferrabile «primula rossa», intorno alla quale si sono costruite ipotesi più o meno fondate, e persino leggende, commenta Bianconi. Dietrologia facili e spesso ben motivate. L’essere figlio e nipote di alti funzionari della Santa Sede, con tanto di prima comunione ricevuta dalle mani di Paolo VI, e poi dalle presunte protezioni garantite dal governo sandinista in Nicaragua. Una vita
‘dipanata tra i giardini vaticani dove giocava da bambino, la lotta armata praticata negli anni Settanta e il rifugio centro-americano dove vive dal 1983’.
Unico tra i sequestratori del presidente della Democrazia cristiana ad aver evitato l’arresto.

Ora, dagli archivi del Comando provinciale dei carabinieri di Roma, spunta un documento -quello che vedete nella foto in copertina- che ripropone gli interrogativi sull’ex terrorista ancora libero per il mondo. Un cartellino fotodattiloscopico utilizzato per identificare le persone, saltato fuori dalle ricerche ordinate dall’ultima commissione parlamentare d’inchiesta sul sequestro e l’omicidio Moro.
La data sulla scheda, il 4 maggio 1982, quando a carico di Casimirri pendevano due mandati di cattura per associazione sovversiva e partecipazione a banda armata. Ufficio segnalatore, «Reparto operativo carabinieri Roma». Un ricercato nelle mani dell’Arma, galera assicurata.

Ma non risulta che l’allora militante delle Br dal nome di battaglia «Camillo» abbia mai messo piede in una cella. Perché? Com’è possibile che un ricercato venga fermato e fotosegnalato, ma poi liberato? Dell’operazione non c’è traccia in nessun altro documento giudiziario -afferma la commissione- e alla data del 4 maggio ’82 non si hanno notizie del suo fermo né di altri terroristi. Un arresto fantasma, insomma; certificato da un documento apparentemente autentico, senza che si sia mai realmente verificato.
L’apparenza dell’autenticità deriva dal fatto che il cartellino è di quelli effettivamente in uso, nel 1982, alle forze di polizia, ma nella compilazione ci sono diverse anomalie.

La fotonon è di quelle normalmente scattate negli uffici investigative. Le dieci impronte digitali delle due mani non si sa di chi siano. La commissione Moro ha chiesto alle autorità nicaraguensi il recupero di quelle autentiche, ma la risposta è stata che non le hanno. Nello spazio riservato alla firma della persona segnalata, il carabiniere compilatore scrisse «si rifiuta», e dunque non c’è nemmeno la possibilità di perizie calligrafiche.
Il mistero c’è tutto. Un’operazione interrotta da chi sa quali pressioni, ma di cui qualche zelante militare volle comunque lasciare una traccia rimasta sepolta in un archivio per 35 anni? Oppure proprio quella scheda è un falso costruito apposta?

L’ex Br presunto informatore dei carabinieri (il generale Antonio Delfino, morto nel 2014), ipotesi raccontata dall’ex pubblico ministero Antonio Marini, nel 1995 all’allora Commissione stragi.
Dubbia allora, dubbi oggi. Dalla commissione Moro una lettera al presidente del Consiglio Gentiloni e ministri Alfano, Minniti e Orlando, sulla opportunità di «promuovere l’estradizione del latitante Alessio Casimirri».
Dubbi della Commissione parlamentare sulle protezioni di cui Casimirri avrebbe goduto, e qualche dubbio opposto sull’attendibilità di ricostruzioni di fatti e responsabilità a 35 anni dagli eventi.

Il terrore corre sul filo e sconvolge la Russia, dove il governo si è visto costretto a fare evacuare dalle loro abitazioni centinaia di migliaia di persone. Ufficialmente, tutto è cominciato a Mosca mercoledì scorso, quando, dopo una serie di allarmi-bomba simultanei, oltre 10 mila abitanti sono stati invitati a spostarsi di gran carriera da edifici pubblici, stazioni ferroviarie, alberghi, università e shopping centers. Coinvolta nell’operazione anche la Piazza Rossa. Ma questo è stato solo l’ultimo atto di una sorta di psicosi di massa che, ieri, ha interessato anche San Pietroburgo (l’ex Leningrado), dove le evacuazioni forzate sono state estese ad almeno una decina di siti.

Il clamoroso stato d’allerta sta scuotendo la quotidianità dei russi, tanto che le autorità del Paese hanno cercato di tenerlo nascosto fino a quando hanno potuto. Forse per non alimentare il panico. Ma proprio ieri il “Moscow Times” ha pubblicato un lungo articolo, in cui si spiega l’origine di quella che ormai appare come una vera e propria emergenza nazionale, che la televisione di Stato ha però ignorato. Tutto è cominciato domenica, quando l’allarme-bomba si è diffuso in dodici città. I servizi di sicurezza hanno preso molto sul serio la minaccia, imponendo a una massa imponente di persone di abbandonare i luoghi “sensibili”.

La Tass parla di almeno 50 mila cittadini evacuati, all’inizio, mentre Interfax fa salire il numero a ben 100 mila, nella fase acuta. Da Omsk e Ryazan, all’inizio, il “si salvi chi può” si è progressivamente esteso, arrivando fino a Chelyabinsk, Ufa, Stavropol, Kopeisk, Saratov e alla Siberia (45 mila evacuati), toccando anche Novosibirsk e Yekaterinburg. Insomma, l’allarme è dilagato. In almeno dodici città sono state chiuse scuole, stazioni, uffici e aeroporti. Ancora poco si sa su tutto il bailamme. C’è stato un tentativo (molto ufficioso) delle autorità di coprire l’accaduto: “esercitazioni” è stato detto a mezza voce.

Anche se altre fonti hanno attribuito l’emergenza a “telefonate fatte dall’estero” (Ucraina, secondo spifferi in arrivo dall’ex Kgb). Nonostante la massiccia caccia all’ordigno, che ha coinvolto migliaia di poliziotti, non è stato però trovato un grammo di esplosivo. Nelle ultime ore si è saputo che la gigantesca operazione di messa in sicurezza si è estesa anche all’estremo oriente, interessando Irkutsk, Yakutsk e Petropavlosk-Kamchatsky, dove sono stati chiusi gli aeroporti regionali e bloccati tutti i voli. In Siberia (ad Abakan) sgomberati anche gli ospedali. È chiaro che, per avviare un’operazione di questa portata gli elementi in mano all’ex Kgb (oggi Fsb) devono essere consistenti. Per ora, invece, Putin tace.

I servizi di intelligence occidentali stanno pazientemente riunendo tutte le tessere del mosaico per riuscire a capire la complicata trama tessuta dietro l’attentato di Barcellona. È ormai accertato che la nuova strategia terroristica dell’Isis punta a costituire cellule pronte a colpire in tutta Europa. Sembra anche confermato che alcuni dei jihadisti coinvolti in Spagna siano in qualche modo legati all’unità speciale che il Califfato sta addestrando in certe zone della Siria. Si tratta di aderenti alla cosiddetta Brigata Al-Kharsha, formazione la cui esistenza è stata rivelata per la prima volta dai servizi di informazione inglesi. Per gli analisti, si tratterebbe, in pratica, di “foreign fighters”, ex combattenti Isis tornati in Europa e in possesso di passaporti “puliti”. A questo nucleo verrebbero affiancati elementi “locali”.

Secondo autorevoli fonti di intelligence, già da diversi mesi i servizi segreti spagnoli e marocchini, collaborando insieme, avrebbero scoperto una cellula terroristica in via di formazione tra Tangeri e Melilla, incaricata di colpire in Spagna. Lo scorso 22 maggio, le agenzie antiterroristiche di Spagna e Marocco sarebbero riuscite a bloccare nella cittadina di Essaouira, sulla costa atlantica del Maghreb, un gruppo di jihadisti in possesso di un vero arsenale. Erano in procinto di compiere un attentato nel corso di un famoso festival musicale marocchino. In quell’occasione sarebbero stati scoperti documenti che indicavano esplicitamente l’esistenza di un progetto per colpire in Catalogna.

Il devastante attentato di Barcellona non sarebbe quindi giunto inaspettato. Il gruppo coinvolto, in particolare, farebbe capo a “Wilaya of the Islamic State in the Maghreb al-Aqsa-Morocco”, la succursale organizzata dal Califfato che prende ordini direttamente dalla Siria. L’Isis, starebbe cercando di esportare la guerra ormai perduta in Siria e in Iraq direttamente nelle strade delle città europee. L’asse portante di questa strategia restano comunque i “foreign fighters”, di ritorno dal teatro bellico mediorientale. Questi gruppi si appoggerebbero a cellule locali “in sonno” per organizzare gli attentati. Gli 007 occidentali ritengono che l’esperienza maturata sul campo dai “foreign fighters” sia indispensabile per la “manifattura” degli esplosivi utilizzati e per il rifornimento di armi.

Attentato non imprevedibile

In Spagna, dopo gli attentati alla stazione di Madrid del marzo 2004 in cui rimasero uccise quasi 200 persone e 2.000 feriti, sono stati arrestati ben 636 presunti jihadisti. Alberto Negri, reporter di lungo corso e memoria attenta de il Sole 24ore, fornisce i dettagli.
Uno studio dell’Instituto Elcano ha rilevato che dei 150 jihadisti arrestati in Spagna negli ultimi quattro anni, 124 erano collegati allo Stato islamico e 26 ad al-Qaida.

Dalla cronaca alla Storia
Cosa significa la penisola iberica nell’immaginario del mondo musulmano su cui puntano le organizzazioni terroristiche di matrice islamica?
Al-Andalus, nome che gli arabi hanno dato a quei territori di Spagna, Portogallo e Francia occupati dai conquistatori musulmani, i Mori, dal 711 al 1492.
‘Molti musulmani credono che i territori islamici perduti durante la riconquista cristiana della Spagna appartengano ancora al regno dell’Islam e i più radicali sostengono che la legge islamica dia loro il diritto di ristabilirvi la dominazione musulmana’, ci ricorda Negri.

Isis come le Br, avverte prima
«Riconquisteremo Al Andalus, col volere di Allah. O carissimo al-Andalus! Pensavi che ti avessimo dimenticato ma quale musulmano potrebbe dimenticare Cordoba e Toledo», si afferma in un video dello Stato islamico.
In un opuscolo dello Stato islamico si legge che dalla creazione dell’Inquisizione spagnola nel 1478, la Spagna «ha fatto di tutto per distruggere il Corano». Poi ricorda che la Spagna ha torturato i musulmani e li ha bruciati vivi. Pertanto, secondo i jihadisti, «la Spagna è uno Stato criminale che usurpa la nostra terra». Il testo esorta esplicitamente i militanti al terrorismo e a «perlustrare rotte aeree e ferroviarie per compiere attentati».

Intelligence distratta
Recenti arresti in Spagna di jihadisti di origine marocchina, una cellula dell’Isis che agiva tra Palma di Maiorca, Madrid, la Gran Bretagna e la Germania, avevano preavvertito. Uno degli arrestati di Barcellona, veniamo a sapere, si era recato in varie occasioni a Palma di Maiorca per avviare -questa l’ipotesi investigativa- la struttura terroristica che avrebbe dovuto seminare il terrore nell’isola delle Baleari.
Tre dei membri della cellula risultano tra gli attori di un video di propaganda, pubblicato su un canale con oltre 12mila sottoscrittori. In primavera proprio a Barcellona erano stati arrestati alcuni jihadisti marocchini che erano presenti il 22 marzo 2016 a Bruxelles, nel giorno del duplice attentato dell’Isis all’aeroporto Zaventem e alla metro.

Spagna troppo ‘americana’
La Spagna è considerata dai gruppi jihadisti uno degli alleati chiave degli americani nella lotta al terrorismo. Truppe spagnole in Iraq e in Libano, Madrid ha il fronte più vulnerabile nel Maghreb per la vicinanza geografica al Marocco e le enclave di Ceuta e Melilla, proprio nel territorio del regno alauita.
Alterno Negri attento ai dettagli: «Le statistiche sono abbastanza esplicite: quasi oltre il 45% di tutti i jihadisti arrestati in Spagna è nato in Marocco, il 39% in Spagna e solo il 15% in altri Paesi. Consapevole della centralità della lotta al terrorismo il governo spagnolo nel 2014 ha persino avviato un’applicazione per smartphone, AlertCops, per coinvolgere i cittadini nella segnalazione alla polizia di sospetti jihadisti».

Caccia al jihadista o caccia alla streghe?
Restano, evidenti, tutte le difficoltà per i servizi di sicurezza non solo spagnoli di prevenire un attacco terroristico da parte di piccole cellule o di “lupi solitari”, armati di coltelli e auto a noleggio , come hanno tragicamente dimostrato gli attentati di Parigi, Londra, Manchester, Nizza, Colonia, Berlino, Stoccolma.
La Spagna, scrive El Pais, ha più di 1000 potenziali integralisti sorvegliati, 250 sotto inchiesta, e almeno 500 persone intercettate, eppure il terrore insanguina Barcellona, su quella Rambla, lunga più di un chilometro, che collega Plaça de Catalunya al vecchio porto.
«Rambla, un nome che deriva proprio dall’arabo e che in queste ore segna un tragico destino», ancora Negri.
Ramla, in arabo ‘arenile’, quasi ultima spiaggia.

La Catalogna bersaglio

Barcellona, la ‘capitale’ della Catalogna che vuol farsi Stato, bersaglio del terrorismo sovranazionale. Intorno alle 17 un furgone è piombato su una folla di centinaia di cittadini e turisti lungo la Ramblas. L’Isis ha rivendicato il gesto. Due persone sono state arrestate, ma si dà ancora la caccia ad una terza che potrebbe essere il conducente del furgone.

Più commandos terroristi
Attorno all’una di notte un nuovo attacco a Cambrils, città catalana a circa due ore d’auto da Barcellona. Sei civili e un poliziotto sono stati feriti. Uno è in condizioni gravi.
Gli attentatori, che indossavano cinture esplosive, si erano lanciati con un’auto contro la folla nell’area pedonale del lungomare, ma sono stati intercettati dalla polizia che ha bloccato la vettura dei terroristi.
Nel successivo conflitto a fuoco, gli agenti hanno sparato uccidendo quatto assalitori e ferendone un quinto che è morto in seguito. Le autorità locali hanno dichiarato che gli attentatori erano in collegamento con chi ha compiuto l’attacco a Barcellona.

Tredici le vittime accertate a Barcellona, ma ancora non ci sono informazioni precise sulla loro identità. Sono invece 86 i feriti, secondo quanto riferito dalla Protezione civile. Tra loro, quindici sono in condizioni gravi, inclusi alcuni bambini.

L’illusione della vacanza dal terrore

Las Ramblas, il cuore di Barcellona, invaso dai turisti e violentato dal terrore. E l’illusione, loro come nostra, che le sconfitte militari del radicalismo islamico Isis in Siria e Iraq, avessero cancellato il terrorismo delegato piccolo gruppi di folli suicidi.
Eppure ci avevano avvertito su cosa sarebbe stato.
Attacchi diffusi e sostanzialmente incontrastabili perché affidati e piccoli nuclei di indottrinati suicidi e con armi di fatto incontrollabili, dal coltello di cucina all’auto a noleggio.

Spagna e Catalugna

Va forse detto anche di una Spagna disattenta, prima impressione, dopo attentati analoghi che avevano colpito le altre capitali europee. Il livello di attenzione e sicurezza non era stato elevato al suo massimo possibile.
Eppure i segnali c’erano da tempo. Del resto la Spagna, storicamente, è terra bersaglio dallo Stato Islamico e Al Qaeda e vittima già nel terribile attentato di Madrid.
La Cia aveva avvisato due mesi fa le autorità spagnole per il rischio di un attacco terroristico a Barcellona. Lo riferisce il giornale catalano El Periodico.

Quasi maggiore acutezza politica del terrorismo nello scegliere proprio Barcellona come bersaglio, una città da settimane invasa da un turismo di massa quasi selvaggio, ormai considerato da tanti residenti non più una risorsa, ma il principale problema per la qualità della loro vita.

Forse a preoccupare in questo momento il governo di Madrid l’avvicinarsi del primo ottobre, il giorno in cui le forze indipendentiste che governano la Catalogna hanno convocato un referendum con l’obiettivo di separarsi dalla Spagna se otterranno la maggioranza dei voti di questa importante parte del paese.