venerdì 16 novembre 2018

Terrorismo

Terrorist Threat ‘More Fluid and
Complex Than Ever,’ White House Says

Terrorismo islamico o islamista? La minaccia terroristica “è più fluida e complessa che mai”, afferma la Casa Bianca, dopo averci pensato su a lungo. L’acqua carda bruciam e via così. Mesi difficili di gestazione, svela il New York Times, ma alla fine l’amministrazione Trump ha partorito il topolino della nuova ‘National Defense Strategy’, che copia di fatto l’odiato Obama e chi lo ha preceduto nella lotta al terrorismo, che cambia soltanto come potenzialità tecnica delle minaccia. Poi c’è il nemico prediletto sul fronte politico, e Trump, con alla sua destra Bolton, preferisce l’Iran sciita al sunnismo saudita e dintorni, bombe o non bombe.
Il documento di 25 pagine riconosce solo “successi contrastanti” nella prevenzione degli attacchi contro gli interessi americani. “Mentre siamo riusciti a interrompere gli attacchi su larga scala in patria dal 2001”, afferma il rapporto, “non abbiamo sufficientemente attenuato la minaccia complessiva che i terroristi pongono”.

Trump counterterrorism strategy

Il piano è stato ritardato di molti mesi, vittima di feroci dibattiti interni sulla politica antiterrorismo e di un tiro alla fune burocratico tra i due principali ex consiglieri di sicurezza del presidente Trump, il generale McMaster e Thomas P. Bossert. Più bozze elaborate dall’inizio del 2017 prima di languire nel Consiglio di sicurezza nazionale.
Problemi di sostanza a volte sotto l’apparenza delle forma. Una prima bozza fatta trapelare a Reuters nel maggio 2017 non includeva la frase “terrorismo islamico radicale”, che Trump usava regolarmente durante la campagna presidenziale del 2016 ma che il generale McMaster aveva sollecitato ad evitare. Il generale McMaster è stato costretto ad uscire dalla Casa Bianca ad aprile, sostituito da John R. Bolton, già tra i promotori della guerra all’Iraq del 2003.

L’islam amico e il diavolo Iran

La ‘strategy’ è perentoria: “Elimineremo la capacità dei terroristi di minacciare l’America, i nostri interessi e il nostro impegno nel mondo, e abbraccia il linguaggio marziale usato dall’ex presidente George W. Bush dopo l’11 settembre, 2001. Oggi come ieri, “Siamo una nazione in guerra”, dice il documento, “ed è una guerra che vinceranno gli Stati Uniti”. Altro strappo all’ex presidente Barack Obama, che nel maggio 2013 disse: “Il nostro sistematico sforzo di smantellare le organizzazioni terroristiche deve continuare. Ma questa guerra, come tutte le guerre, deve finire”.
Il rapporto attenua molto la minaccia rappresentata dallo Stato islamico. Il gruppo estremista -sostiene l’Intelligenza Usa- costituito da otto diramazioni ufficiali e più di due dozzine di reti correlate che conducono regolarmente attacchi in Africa, Asia, Europa e Medio Oriente. Peggio la rete globale di Al Qaeda che “rappresenta una minaccia duratura per la patria e gli interessi degli Stati Uniti in tutto il mondo”.

Counterterrorism, come?

Tagliare i finanziamenti del terrorismo e bloccare i loro movimenti. Maggiore attenzione all’uso di Internet da parte dei terroristi per tracciare attacchi, raccogliere denaro e attrarre nuove reclute. Trump aveva promesso di essere più aggressivo nell’affrontare lo Stato islamico -in campagna elettorale aveva sostenuto di avere ‘un piano segreto’- ma anche il desiderio di frenare sul ruolo degli Stati Uniti come il guardiani del mondo. Alla fine Trump, sostiene il NYT, ha scelto di mantenere lo stesso approccio di Obama, ma ha dato al Pentagono più spazio nelle zone di conflitto come la Somalia e lo Yemen. Sollecitando i partner alleati a missioni di controterrorismo, come la la Francia in Africa occidentale e gli Emirati arabi nello Yemen. Salvo un po’ di massacri attorno, per quell’ultima sporca guerra.

Cyberwarriors

La Strategy chiede di utilizzare le cyber-operazioni contro i terroristi. La scorsa settimana Trump aveva autorizzato nuovi ordini classificati per i cyberwarriors del Pentagono per condurre attacchi offensivi contro avversari statali . L’amministrazione ha riconosciuto che un altro obiettivo dell’era dell’informazione social globale – combattere l’ideologia estremista, compresi i terroristi la capacità delle organizzazioni di continuare ad attirare nuove reclute – rimane uno dei problemi più difficili per anti-terrorismo.
“A meno che non contrastiamo la radicalizzazione e il reclutamento del terrorismo”, conclude il documento, “combatteremo una battaglia senza fine contro il terrorismo in patria, oltreoceano e online”. «Unless we counter terrorist radicalization and recruitment,” the document concluded, “we will be fighting a never-ending battle against terrorism in the homeland, overseas and online».

Terroristi neonazisti a Chemnitz
nella ex Germania comunista

Terroristi neonazisti in Germania, le spie distratte e il nostro Aisi. «Rivoluzione Chemnitz», gruppo terroristico per “superare lo Stato di diritto democratico”, e sei neonazisti che ne facevano parte sono stati arrestati in Baviera e Sassonia. La notizia dalla Procura federale, che ha perquisito numerosi appartamenti in Sassonia e impegnato 100 agenti della polizia per inchiodare la cellula terroristica. Il gruppo voleva colpire domani, 3 ottobre, festa nazionale tedesca. I terroristi neri stavano già cercando di procurarsi delle armi semiautomatiche.
Chemnitz, della allora Germania comunista, la Ddr, era stata teatro di manifestazioni dell’estrema destra a fine agosto, dopo che un tedesco (anche lui di origini straniere) era rimasto ucciso in una rissa da un migrante. Nel mirino dei nostalgici eversivi erano finiti stranieri e oppositori politici, cioè “rappresentanti dei partiti tradizionali e esponenti dell’establishment” secondo gli inquirenti della procura di Karlsruhe.

Karl Marx-Stadt fucina
del terrorismo neonazista

I sei arrestati provengono tutti da ambienti neonazisti, skinhead e di hooligan dell’area di Chemnitz. E “Rivoluzione Chemnitz”, il gruppo clandestino, nasce sull’onda delle famose manifestazioni nella vecchia Karl-Marx-Stadt tra fine agosto con la saldatura tra l’estrema destra, smantellata un attimo prima che diventasse operativa. L’arresto, di nuovo a Chemnitz, di estremisti di destra pronti a passare alla strategia degli attentati conferma che l’ex Karl Marx-Stadt è la fucina del terrorismo neonazista nella Bundesrepublik.
Sempre qui nel recente passato ha potuto agire quasi indisturbata Beate Zschäpe, sola sopravvissuta del «Nationalsozialistischer Untergrund», responsabile dei cosiddetti «delitti del Kebab», l’omicidio efferato di nove immigrati e una poliziotta. Il capo della «Revolution Chemnitz» si chiama Christian K., ha 31 anni, era stato arrestato già due settimane fa dopo aver preso a bottigliate alcuni migranti. Pessimi segnali della radicalizzazione razzista favorita da certa politica populista.

Capo servizi segreti rimosso
amico dell’estrema destra

Due settimane fa il capo dei Servizi di sicurezza interna della Germania, Hans-Georg Maassen, è stato rimosso e trasferito ad altro incarico: segretario di Stato al ministero dell’Interno. Decisione sofferta e lacerante all’interno del governo tedesco tra la cancelliera e il suo ministro dell’Interno e presidente della Csu, Horst Seehofer. La coalizione ha deciso di rimuovere Maassen, accusato di eccessiva morbidezza verso l’estrema destra e finito nella bufera per i rapporti non proprio chiari con l’Afd, la formazione politica ultra destra con pesanti tentazioni neonaziste.
A imporre la decisione, le polemiche dichiarazioni di Maassen sulle rivolte xenofobe a Chemnitz. Crisi politica pesante: se il presidente del servizio segreto interno BfV fosse rimasto al suo posto per l’ostinazione di Seehofer, la socialdemocratica Nahles non aveva escluso la caduta della Grosse Koalition. Tutt’ora molto critica l’opposizione dei Verdi, “quella che di fatto è una promozione è un segnale devastante”.

Servizi segreti tedeschi
troppi vizi neonazisti

Luglio 2012, esplode lo scandalo di collusioni tra i servizi segreti e la cellula neonazista NSU, responsabile di undici omicidi a sfondo xenofobo negli ultimi dieci anni. I servizi segreti interni tedeschi del Verfassungsschutz (BfV) hanno sistematicamente occultato, ignorato o addirittura distrutto documenti riguardo a una cellula terrorista di estrema destra, conosciuta col nome di Nationalistischer Untergrund (Nsu), responsabile di 11 morti negli ultimi 10 anni. Caso venuto alla luce nel novembre 2011 con il suicidio di Uwe Mundlos e Uwe Böhnhardt, due neonazisti che avevano la polizia alle calcagna dopo una rapina.
Come può un gruppo terrorista uccidere e delinquere per dieci anni alla luce del sole senza destare sospetti? Una serie di negligenze all’interno del Verfassungschutz ha fatto sì che i file sulla NSU ‘andassero persi’ nelle comunicazioni tra stati federati tedeschi. Dubbioso ruolo dei cosiddetti V-Leute, informatori dei servizi segreti infiltrati nelle fila neonaziste, spesso ex estremisti, magari neanche tanto pentiti.

Persino l’Aisi italiano
li aveva avvertiti

In quel 2012, ill quotidiano Berliner Zeitung aveva scritto di una connessione italiana al caso che scuoteva la Germania. Una lettera dell’AISI (allora Sisde, servizi segreti interni) ai colleghi tedeschi in cui si ricordava che il servizio italiano aveva avvisato già nel 2003 la Germania dell’esistenza di questa cellula organizzata che curava con attenzione i suoi contatti proprio in Italia. In particolare, la lettera fa riferimento a un raduno neonazista nella località belga di Waasmunster. In questa occasione, gli italiani sarebbero venuti a conoscenza di una rete di terroristi di estrema destra internazionale pronta all’azione.
Dalla lettera dell’AISI emergeva anche che i neonazisti tedeschi di Turingia e Baviera si prendono particolarmente cura dei soci italiani in particolare gli “Skinhead Tirol – Sektion Meran” e “Veneto Fronte Skinheads”. Nel 2008, sempre secondo le informazioni dell’AISI, i neonazisti altoatesini avrebbero discusso con i tedeschi «della possibilità di compiere esemplari azioni xenofobe» e avrebbero tracciato una cartina dettagliata di una serie di attività e negozi gestiti da extraeuropei.

L’anniversario della guerra a Saddam

Iran, attentato alla parata. Doppia rivendicazione per l’attentato a Ahvaz, nella provincia del Khuzestan iraniano vicino ai confini con l’Iraq, durante la celebrazione della vittoria nella guerra contro l’Iraq di Saddam Hussei, con parata militare. Il bilancio ancora provvisorio parla di 29 morti, tra cui almeno una donna e un bambino e 8 militari del corpo delle Guardie della rivoluzione islamica, e 60 feriti.
Uomini armati hanno aperto il fuoco da dietro una tribuna mentre era in corso la manifestazione organizzata in occasione dell’anniversario dell’invasione dell’Iran ordinata da Saddam Hussein. L’attentato è stato prima rivendicato dal gruppo arabo separatista, “Al-Ahvaziyah” e poi anche dall’Isis attraverso un messaggio. Secondo la tv di stato iraniana, che ha parlato di «elementi takfir» (un termine in genere utilizzato per definire i sostenitori dell’Isis), 5 terroristi sono stati uccisi.

‘Regimi stranieri’

«I terroristi uccisi durante l’attacco sono stati identificati come mercenari dei servizi di intelligence degli Stati Uniti e del Mossad», ha detto all’agenzia Irna un portavoce delle Forze armate iraniane, il generale Abolfazh Shekarchi sottolineando che gli attentatori «sono stati sostenuti finanziariamente, forniti di armi e addestrati anche in due stati del Golfo Persico». Il riferimento all’Arabia saudita e ad Israele è evidente
«L’Iran risponderà rapidamente e con decisione in difesa delle vite iraniane», ha assicurato il ministro degli Esteri iraniano, Java Zarif, via Twitter.

Triade Usa, sauditi, Israele

«I terroristi, che sono stati ingaggiati, addestrati, armati e finanziati da regimi stranieri, hanno compiuto l’attacco ad Ahvaz. Tra le vittime bambini e giovani. L’Iran attribuisce la responsabilità dell’attacco agli sponsor regionali del terrorismo e ai loro istruttori americani» ha twittato il ministro degli Esteri Zarif.
Come riportato dall’agenzia IRNA, l’attentato è stato rivendicato dal gruppo “Movimento democratico arabo patriottico di Ahvaz”, che ha legami con l’Arabia Saudita. Ahvaz è il capoluogo della provincia del Khuzestan ed è stata teatro di alcuni tra i più cruenti scontri durante la guerra tra Iran e Iraq.

La feroce guerra Iran Iraq 1980-88

Ai tempi del conflitto era chiamata Guerra del Golfo, fino all’attacco Usa del 1990 per l’invasione del Kuwait. Il 20 agosto del 1988, 30 anni fa, il cessate il fuoco. Fu una delle guerre più sanguinose, lunghe e inutili della storia Medio Oriente. Saddam Hussein aveva lanciato l’attacco nell’estate del 1980 sperando di ottenere una rapida vittoria. Nei suoi piani, la guerra gli avrebbe consentito di impadronirsi di nuovi territori ricchi di petrolio e di destabilizzare la teocrazia iraniana, rendere più sicuri i suoi confini e trasformare l’Iraq nella potenza egemone del Medio Oriente. Gli iracheni, che godevano in quella guerra del sostegno occidentale, utilizzarono spesso armi chimiche fabbricate utilizzando componenti comprati da aziende europee o americane. Si calcola che probabilmente tra i 50 mila e i 100 mila iraniani, tra militari e civili, furono uccisi dalle armi chimiche irachene.

IL VIDEO DI TV2000

Sposi ed eredi del terrore

Bin Laden jr, Hamza Bin Laden, uno dei figli del leader di al-Qaeda, ha sposato la figlia di Mohammed Atta, uno dei dirottatori, egiziano, degli attacchi terroristici dell’11 settembre. L’unione è stata confermata dai fratellastri di Osama Bin Laden durante un’intervista al Guardian.
«Exclusive: union confirmed by Osama bin Laden’s family during interview with the Guardian».
L’unione è stata confermata dai fratellastri di Osama bin Laden, Ahmad e Hassan al-Attas.
Secondo i due, Hamza (in una foto dei suoi 18 anni), avrebbe assunto una posizione di comando all’interno di al-Qaeda, puntando a sostituire l’attuale leader del gruppo terroristico, Ayman al-Zawahiri.
Hamza bin Laden è il figlio di una delle tre mogli superstite di Osama bin Laden, Khairiah Sabar, che viveva con suo marito in un compound di Abbottabad, vicino a una grande base militare pakistana, quando fu ucciso. Da allora ha rilasciato dichiarazioni pubbliche che esortano i seguaci a dichiarare guerra a Washington, Londra, Parigi e Tel Aviv e viene visto come un sostituto dell’attuale leader del gruppo terroristico, Ayman al-Zawahiri.

Hamza Bin Laden, uno dei figli del leader di al-Qaeda

Molti figli, un solo erede

Le agenzie di intelligence occidentali si sono sempre concentrate su Hamza bin Laden negli ultimi due anni, individuato come più probabile erede politico-militare del creatore di Al-Qaeda. Il matrimonio di Hamza con la figlia di Atta, un cittadino egiziano, sembra confermare la centralità dell’attacco alle Torri gemelle per l’organizzazione terroristica, che continuerebbe + essere organizzata intorno all’eredità di Osama bin Laden.
Un altro dei figli di Bin Laden, Khalid, fu ucciso nel raid americano ad Abbottabad. Un terzo, Saad, è stato ucciso con un attacco di droni in Afghanistan nel 2009. Le lettere presumibilmente scritte da Osama bin Laden e sequestrate nel complesso dove è stato ucciso, già indicavano chiedevano ad Hamza di vendicare vendicare la morte del fratello Saad.
Le mogli e i figli sopravvissuti di Bin Laden sono tornati in Arabia Saudita, protetti dall’ex principe ereditario Mohammed bin Nayef. Le donne e i bambini rimangono in stretto contatto con la madre di Bin Laden, Alia Ghanem, a sua volta intervistata dal Guardian.

La madre di Osama Bin Laden

La caccia continua

La potente famiglia Bin Laden, tra i principi sauditi, e mille complicità possibili. Con la famiglia che cerca ovviamente di prendere la distanza ufficiali dal passato e del rischioso futuro dello sposo vendicatore. Hassan al-Attas, fratello di Osama bin Laden, ammette i propositi di vendetta del nipote. «Se Hamza fosse di fronte a me ora, gli direi: Dio ti guidi. Pensa due volte a quello che stai facendo. Non ripetere le scelte di tuo padre».
La famiglia ha sempre affermato di non aver avuto alcun contatto con Osama bin Laden dal 1999 fino alla sua morte nel 2011. Stesso vuoto (dichiarato) oggi, nei confronti di Hamza bin Laden. Vero o non vero ciò che dichiara la famiglia, il giovane sposo può contare su tutte le attenzioni possibili da parte dell’intelligence e dell’antiterrorismo Usa.
A causa del suo apparente ruolo all’interno di al-Qaida, il governo degli Stati Uniti lo ha etichettato come ‘terrorista globale’ –a specially designated global terrorist– già nel gennaio 2017, il che significa che i suoi beni potrebbero essere bloccati e chiunque si rapportasse con lui sarebbe arrestato.

https://www.theguardian.com/world/video/2017/nov/02/cia-releases-video-of-osama-bin-ladens-son-video

 

 

National Sozialistechen Underground, in tedesco, è già capisci tutto.
Gruppo terroristico neonazista con almeno dieci assassini alle spalle.

Neonazi tedeschi schedano i nemici. Notizia ‘quasi per caso’ da rassegna stampa, sul The Times di Londra, che non si caratterizza per notizie azzardate, prudenza ‘tory’, ma su certi temi, la storia britannica insegna prudenza guardando verso Berlino.
«Neo-Nazis amass blacklist of `enemies’», scrive da Berlino David Crossland. Gli estremisti di destra in Germania, terroristi veri e proprio, hanno accumulato ‘blacklist’ di oltre 25.000 persone individuate come “nemici”, ammette il governo.
Antichi vizi di schedatura che ritornano (anche in Italia). Gli elenchi, che includono indirizzi e numeri di telefono, sono stati scoperti quando la polizia tedesca ha inziiato ad indagare un po’ seriamente sulla rete terroristica del National Sozialistechen Underground (NSU) che ha assassinato dieci persone, la maggior parte immigrate turche, tra il 2000 e il 2007.

Sempre il foglio britannico, scrive che l’ufficio federale di polizia criminale avrebbe contattato solo tre persone che erano su una lista nera. Terroristi per finta, o sottovalutazione irresponsabile? Martina Renner, deputata del Partito della Sinistra, ha accusato il governo di ignorare la minaccia. “Non c’è altra spiegazione se la Polizia criminale federale informa meno di una manciata di persone colpite, su decine di migliaia”. “Immagina di essere in una lista come quella e di essere lasciato al buio”. E non esisterebbe neppure un database centralizzato di quelle blacklist della rete NSU.
Ma gli omicidi e gli attacchi di estrema destra sono una minaccia molto reale. L’intelligence tedesca, proprio la scorsa settimana, ha dichiarato che il numero di estremisti di estrema destra in Germania è salito a 12.700 l’anno scorso (12.100 nel 2016), anche se i crimini violenti commessi da loro sono scesi a 1.054 da 1.600.

FILE – In this June 20, 2017 file photo terror suspect Beate Zschaepe arrives in the court room in Munich, southern Germany, besides her lawyer Mathias Grasel. On Tuesday, Sept. 12, 2017 prosecutors will finish their closing arguments with a demand for the length of Zschaepe’s sentence. Zschaepe is accused of being involved in 10 neo-Nazi murders of the National Socialist Underground group, which allegedly killed eight Turkish men, a Greek and a policewoman between 2000 and 2007. (AP Photo/Matthias Schrader,pool, file)

Non minor ferocia ma meno bersagli. Ad esempio una diminuzione del numero di ostelli per rifugiati, poiché l’afflusso di migranti è diminuito. La crisi dei migranti del 2015 ha causato un aumento degli attacchi incendiari agli ostelli. L’ultimo membro superstite noto della cellula del NSU, Beate Zschaepe, 43 anni, è stata condannato a 15 anni di carcere l’11 luglio per il ruolo avuto nei dieci omicidi. Un caso clamoroso che aveva svelato il razzismo della polizia e la mancanza di coordinamento tra i servizi segreti e autorità dei Land.
Zschaepe, soprannominata “la sposa nazista”, insieme ai suoi amanti Uwe Boehnhardt e Uwe Mundlos, ha ucciso otto turchi, un greco e una poliziotta tedesca. La polizia aveva trascurato la pista del terrorismo di estrema destra, indagando invece sulle vittime, venditori di kebab, fruttivendoli, per presunte rese dei conti tra malavitosi o clan familiari.

alt="Contatori del terrorismo"

Contatori del terrorismo

Martedì 29 maggio un uomo ha ucciso quattro persone in Belgio. È stato l’attacco terroristico numero 546 dall’inizio dell’anno e ha portato il numero di morti per terrorismo nel mondo nel 2018 a 2.882. Fine maggio, primo 150 giorni di vita del 2018, dai tre e quattro attentato ogni giorno (3,64), per 20 vittime ogni giorno che la follia ci manda.
Lo scorso anno in tutto il mondo sono morte più di ottomila persone (8.354) in 1.347 attentati. Ma il 2016 era stato molto peggio, con 14.801 morti in 1.487 attentati. Sono i dati raccolti dal sito Storymaps.
https://storymaps.esri.com/stories/terrorist-attacks/
Il sito permette di verificare per ogni luogo quanti attentati si siano verificati, di quale gravità, e a chi siano stati attribuiti.

Contatori del terrorismo
Fiori sul luogo dell’attentato a Liegi

Classifica tragica

Kabul mattatoio
Dalla sua mappa interattiva emerge che il luogo più colpito è stata la città di Kabul, dove quest’anno sono avvenuti 19 attacchi e ci sono stati 338 morti: più di una persona su dieci tra le vittime del terrorismo, è stata uccisa nella capitale dell’Afghanistan.
L’anno scorso a Kabul gli attentati erano stati solo 36, ma i morti 665.
Somalia dannata
Il maggior numero di vittime nel 2017 si è verificato invece a Mogadiscio: nella capitale della Somalia le vittime sono state 891, soprattutto a causa del micidiale attentato del 14 ottobre che uccise 587 persone.

Statistiche incerte

Le statistiche sul terrorismo sono però molto incerte e dipendono non solo dalle fonti ma anche dal tipo di eventi che vengono inclusi. Il Washington Post all’inizio dell’anno, sulla base dei dati del Jane’s Terrorism and Insurgency Center, ha calcolato 22.487 attacchi nel 2017 e 18.487 morti. Il numero di vittime nel 2017 sarebbe in calo del 33%: un terzo in meno rispetto ai 27.687 morti del 2016. L’anno peggiore, secondo i dati del Jane’s Terrorism and Insurgency Center, sarebbe stato il 2014 con quasi cinquantamila vittime (48.786).

Massacro 2014

Il sito Ourworldindata (https://ourworldindata.org/) che utilizza il Global Terrorism Database (GTD) della University of Maryland (aggiornato solo fino al 2016), mostra come dal 2011 al 2014 ci sia stata una impennata degli attacchi e del numero di vittime, passate da 8.000 nel primo di questi quattro anni a oltre 43.500 nel 2014, per poi cominciare a ridursi. Solo in Iraq ci sono stati quattro anni fa oltre 13.000 morti, più di 7.700 in Nigeria, 5.000 in Afghanistan, 3.300 in Siria, 2.400 in Pakistan.

alt="Liegi, terrorismo per ogni violenza"

Terrorismo modello di violenza

Sparatoria a Liegi, modello terrorismo che vale ormai per ogni violenza. A metà mattina nel pieno centro della città: uccise due poliziotte e una passante. A sparare sarebbe stato un uomo che, dopo essere stato fermato dalla polizia per un controllo di routine, sarebbe riuscito a disarmare una delle agenti, facendo successivamente fuoco anche contro i passanti nel pieno centro della città. Era uscito dal carcere il giorno prima ed era armato di coltello.
Secondo alcune fonti di media come la Dernier Heure e Vtm Niews, l’uomo avrebbe urlato “Allah Akbar” prima di essere ucciso. Non c’è ancora una conferma ufficiale da parte della polizia, ma la procura antiterrorismo è intervenuta sul caso.

Liegi, terrorismo per ogni violenza

Dopo la prima sparatoria, l’aggressore si sarebbe rifugiato nell’androne di un liceo, il Léonie de Waha dove avrebbe preso una donna in ostaggio. Braccato dagli uomini del peloton anti-banditisme sarebbe stato ucciso dopo uno scontro a fuoco dove anche due agenti sono rimasti feriti. Illesa la donna presa in ostaggio.
Per la tv belga Rtbf, l’autore sarebbe Benjamin Herman, nato nel 1982, un passato da criminale comune entrato e uscito varie volte di prigione. L’ultima ieri, per un congedo. Violento e solitario, non è conosciuto per radicalismo ma la polizia indaga ora se possa essersi radicalizzato in prigione.

Liegi, terrorismo per ogni violenza

Se anche non è terrorismo
quella violenza ha fatto scuola

Non solo foreign fighter, quelli che tornano addestrati dal fronte jihadista, loro il pericolo maggiore, ma anche gli imitatori per ideologia o per pura violenza. Rimaniamo all’accertabile, i combattenti di ritorno. Storie molto diverse di uomini, donne, minori, qualche volta di intere famiglie che hanno deciso di aderire al jihad. Oggi i foreign fighter individuati dalla direzione centrale della Polizia di prevenzione (l’antiterrorismo della Ps) sono 129, 117 uomini e 12 donne. I cittadini italiani (o con doppia nazionalità) sono 24, tra cui 13 convertiti; di essi solo 8 sono partiti dall’Italia. Dei 24 cittadini italiani, 7 sono donne, di cui 6 convertite.
Su 129, certa la morte di 42 soggetti, probabilmente di più, e tra i deceduti due italiani di nascita: Giuliano Del Nevo e Francesco Cascio. I ritornati in Europa sono 23, di cui 11 in Italia e in gran parte si tratta di siriani dichiarati oppositori al regime di Assad. 4 di quegli 11 sono in carcere.

L’ex Isis vuole l’Afghanistan. Con l’attacco kamikaze contro un centro elettorale a Kabul con 48 morti e 112 feriti, ‘al-Dawla al-Islāmiyya’, l’ex Isis, ha avviato la sua campagna contro le elezioni per il Parlamento afghano, che si terranno il prossimo 20 ottobre. Il bagno di sangue, ancora una volta, è avvenuto in mezzo ai civili che si apprestavano a registrarsi in un quartiere sciita della capitale. Un terrorista si è fatto esplodere all’ingresso della struttura allestita in una scuola. Nel mirino, ha affermato la sedicente agenzia di stampa jihadista Aamaq, vi erano gli sciiti «apostati» del quartiere Dasht-e-Barshi, nella parte est di Kabul.

Anche i talebani si dissociano

La rivendicazione da parte dello Stati Islamico assieme alla presa di distanza dei talebani. Sullo sfondo l’incertezza tra l’adesione ai negoziati di pace offerti governo e l’avvio della consueta offensiva di primavera. Un’altra esplosione è avvenuta in un centro elettorale di Pol-e Khomri, capoluogo della provincia settentrionale afghana di Baghlan con un bilancio di almeno 12 morti e cinque feriti. Fonti amministrative locali hanno indicato che l’attentato ha avuto caratteristiche simili a quello realizzato all’ingresso della scuola di Kabul.

Opposti terrorismi

Nel mese di febbraio diversi attacchi sono stati messi a segni contro l’esercito ora dai talebani, ora dall’Isis. Solo un mese fa un’azione suicida rivendicata dall’ex Isis in un santuario sciita nella zona ovest della città con una trentina di morti. A gennaio a colpire la capitale afgana fu invece una terribile strage compiuta con un’ambulanza imbottita di esplosivo e rivendicata dai talebani: allora le vittime furono 103 e 253 i feriti. Attentati mirati a creare un clima di sfiducia verso il governo del presidente Ghani, indebolendo la credibilità della sua offerta ai talebani, presentata due mesi fa.

14 milioni alle urne

Offerta di colloqui di pace fatta dal presidente Ashraf Ghani messa in difficoltà a colpi di strage. Comunque, il processo elettorale, cominciato il 14 aprile scorso, prosegue: la scommessa del governo e della comunità internazionale è portare alle urne 14 milioni di adulti, facendoli registrare nei 7.000 centri elettorali sparsi in tutto il paese. Più alto sarà il numero di registrazioni, più alta l’affluenza, più pesante diventerà la sconfitta del terrorismo.

Il processo emulativo

Münster, Germania: un uomo, un camion, decine di vittime. Terrorismo, come a Berlino, a Nizza, Londra e Barcellona. Dopo qualche ora abbiamo scoperto che il conducente del furgone assassino lanciato sulla folla era un tedesco con problemi psichici. Nessuna matrice islamica. Un dato che apparentemente crea sollievo ma che, a ben pensare, solleva altre paure. La violenza del Califfato ha fatto scuola e riesce a condizionare anche soggetti estranei al circuito.
Certo, anche quello dello squilibrato tedesco è un atto terroristico. Era terrorismo anche Las Vegas, e altri episodi di violenza senza motivazioni politiche. Il problema è quello del processo emulativo dell’assalto di Münster.

Terrorismo ‘fuori di testa’

Il fenomeno dei ‘lupi solitari’, osserva Augusto Rubei sull’Huffington Post, ha spinto i terroristi a improvvisare violenze rozze, elementari, come accoltellamenti, colpi di arma da fuoco in strada, ma soprattutto l’uso di veicoli per investire indiscriminatamente dei civili, e uccidere. Purtroppo è l’era dei camion-killer, visto che da Digione nel 2014, primo attentato di questo tipo, sono ben 18 gli attacchi condotti con l’uso di un veicolo, che sia stato un’automobile, un furgone, un camion.
Dopo Digione abbiamo avuto Nantes, Nizza, l’Ohio State University, Berlino appunto, Westminster, Gerusalemme, Stoccolma, il London Bridge, il Finsbury Park, gli Champs-Élysées, Charlottesville (in Virginia), Barcellona, New York, Edmonton (in Canada) e altri.

Camion-killer prima di Isis

La paternità della nuova tecnica assassina viene erroneamente attribuita all’Isis dopo che il suo portavoce, Abu Mohammad al-Adnani, quattro anni fa consigliò ai fiancheggiatori del Califfato di usare la propria auto o dei camion per uccidere gli infedeli. In verità, è la branca yemenita di al Qaeda che incoraggia per la prima volta le sue reclute in Occidente a usare i camion come delle armi. Anno 2010, sulla rivista Inspire, l’articolo “The Ultimate Mowing Machine”, pickup come “falciatrici, non per l’erba ma per i nemici di Allah”.
Il via all’uso di veicoli per uccidere risale però al 1973, precisa Rubei. Storicamente il primo uso che se ne fa è a Praga, ex Cecoslovacchia, con l’assassina Olga Hepnarová. È nel 2001, attacco ad Azor da parte di un terrorista palestinese ad avvicinarsi al tipo di assalto come lo conosciamo oggi.