lunedì 25 settembre 2017

Terrorismo

Il terrore corre sul filo e sconvolge la Russia, dove il governo si è visto costretto a fare evacuare dalle loro abitazioni centinaia di migliaia di persone. Ufficialmente, tutto è cominciato a Mosca mercoledì scorso, quando, dopo una serie di allarmi-bomba simultanei, oltre 10 mila abitanti sono stati invitati a spostarsi di gran carriera da edifici pubblici, stazioni ferroviarie, alberghi, università e shopping centers. Coinvolta nell’operazione anche la Piazza Rossa. Ma questo è stato solo l’ultimo atto di una sorta di psicosi di massa che, ieri, ha interessato anche San Pietroburgo (l’ex Leningrado), dove le evacuazioni forzate sono state estese ad almeno una decina di siti.

Il clamoroso stato d’allerta sta scuotendo la quotidianità dei russi, tanto che le autorità del Paese hanno cercato di tenerlo nascosto fino a quando hanno potuto. Forse per non alimentare il panico. Ma proprio ieri il “Moscow Times” ha pubblicato un lungo articolo, in cui si spiega l’origine di quella che ormai appare come una vera e propria emergenza nazionale, che la televisione di Stato ha però ignorato. Tutto è cominciato domenica, quando l’allarme-bomba si è diffuso in dodici città. I servizi di sicurezza hanno preso molto sul serio la minaccia, imponendo a una massa imponente di persone di abbandonare i luoghi “sensibili”.

La Tass parla di almeno 50 mila cittadini evacuati, all’inizio, mentre Interfax fa salire il numero a ben 100 mila, nella fase acuta. Da Omsk e Ryazan, all’inizio, il “si salvi chi può” si è progressivamente esteso, arrivando fino a Chelyabinsk, Ufa, Stavropol, Kopeisk, Saratov e alla Siberia (45 mila evacuati), toccando anche Novosibirsk e Yekaterinburg. Insomma, l’allarme è dilagato. In almeno dodici città sono state chiuse scuole, stazioni, uffici e aeroporti. Ancora poco si sa su tutto il bailamme. C’è stato un tentativo (molto ufficioso) delle autorità di coprire l’accaduto: “esercitazioni” è stato detto a mezza voce.

Anche se altre fonti hanno attribuito l’emergenza a “telefonate fatte dall’estero” (Ucraina, secondo spifferi in arrivo dall’ex Kgb). Nonostante la massiccia caccia all’ordigno, che ha coinvolto migliaia di poliziotti, non è stato però trovato un grammo di esplosivo. Nelle ultime ore si è saputo che la gigantesca operazione di messa in sicurezza si è estesa anche all’estremo oriente, interessando Irkutsk, Yakutsk e Petropavlosk-Kamchatsky, dove sono stati chiusi gli aeroporti regionali e bloccati tutti i voli. In Siberia (ad Abakan) sgomberati anche gli ospedali. È chiaro che, per avviare un’operazione di questa portata gli elementi in mano all’ex Kgb (oggi Fsb) devono essere consistenti. Per ora, invece, Putin tace.

I servizi di intelligence occidentali stanno pazientemente riunendo tutte le tessere del mosaico per riuscire a capire la complicata trama tessuta dietro l’attentato di Barcellona. È ormai accertato che la nuova strategia terroristica dell’Isis punta a costituire cellule pronte a colpire in tutta Europa. Sembra anche confermato che alcuni dei jihadisti coinvolti in Spagna siano in qualche modo legati all’unità speciale che il Califfato sta addestrando in certe zone della Siria. Si tratta di aderenti alla cosiddetta Brigata Al-Kharsha, formazione la cui esistenza è stata rivelata per la prima volta dai servizi di informazione inglesi. Per gli analisti, si tratterebbe, in pratica, di “foreign fighters”, ex combattenti Isis tornati in Europa e in possesso di passaporti “puliti”. A questo nucleo verrebbero affiancati elementi “locali”.

Secondo autorevoli fonti di intelligence, già da diversi mesi i servizi segreti spagnoli e marocchini, collaborando insieme, avrebbero scoperto una cellula terroristica in via di formazione tra Tangeri e Melilla, incaricata di colpire in Spagna. Lo scorso 22 maggio, le agenzie antiterroristiche di Spagna e Marocco sarebbero riuscite a bloccare nella cittadina di Essaouira, sulla costa atlantica del Maghreb, un gruppo di jihadisti in possesso di un vero arsenale. Erano in procinto di compiere un attentato nel corso di un famoso festival musicale marocchino. In quell’occasione sarebbero stati scoperti documenti che indicavano esplicitamente l’esistenza di un progetto per colpire in Catalogna.

Il devastante attentato di Barcellona non sarebbe quindi giunto inaspettato. Il gruppo coinvolto, in particolare, farebbe capo a “Wilaya of the Islamic State in the Maghreb al-Aqsa-Morocco”, la succursale organizzata dal Califfato che prende ordini direttamente dalla Siria. L’Isis, starebbe cercando di esportare la guerra ormai perduta in Siria e in Iraq direttamente nelle strade delle città europee. L’asse portante di questa strategia restano comunque i “foreign fighters”, di ritorno dal teatro bellico mediorientale. Questi gruppi si appoggerebbero a cellule locali “in sonno” per organizzare gli attentati. Gli 007 occidentali ritengono che l’esperienza maturata sul campo dai “foreign fighters” sia indispensabile per la “manifattura” degli esplosivi utilizzati e per il rifornimento di armi.

Attentato non imprevedibile

In Spagna, dopo gli attentati alla stazione di Madrid del marzo 2004 in cui rimasero uccise quasi 200 persone e 2.000 feriti, sono stati arrestati ben 636 presunti jihadisti. Alberto Negri, reporter di lungo corso e memoria attenta de il Sole 24ore, fornisce i dettagli.
Uno studio dell’Instituto Elcano ha rilevato che dei 150 jihadisti arrestati in Spagna negli ultimi quattro anni, 124 erano collegati allo Stato islamico e 26 ad al-Qaida.

Dalla cronaca alla Storia
Cosa significa la penisola iberica nell’immaginario del mondo musulmano su cui puntano le organizzazioni terroristiche di matrice islamica?
Al-Andalus, nome che gli arabi hanno dato a quei territori di Spagna, Portogallo e Francia occupati dai conquistatori musulmani, i Mori, dal 711 al 1492.
‘Molti musulmani credono che i territori islamici perduti durante la riconquista cristiana della Spagna appartengano ancora al regno dell’Islam e i più radicali sostengono che la legge islamica dia loro il diritto di ristabilirvi la dominazione musulmana’, ci ricorda Negri.

Isis come le Br, avverte prima
«Riconquisteremo Al Andalus, col volere di Allah. O carissimo al-Andalus! Pensavi che ti avessimo dimenticato ma quale musulmano potrebbe dimenticare Cordoba e Toledo», si afferma in un video dello Stato islamico.
In un opuscolo dello Stato islamico si legge che dalla creazione dell’Inquisizione spagnola nel 1478, la Spagna «ha fatto di tutto per distruggere il Corano». Poi ricorda che la Spagna ha torturato i musulmani e li ha bruciati vivi. Pertanto, secondo i jihadisti, «la Spagna è uno Stato criminale che usurpa la nostra terra». Il testo esorta esplicitamente i militanti al terrorismo e a «perlustrare rotte aeree e ferroviarie per compiere attentati».

Intelligence distratta
Recenti arresti in Spagna di jihadisti di origine marocchina, una cellula dell’Isis che agiva tra Palma di Maiorca, Madrid, la Gran Bretagna e la Germania, avevano preavvertito. Uno degli arrestati di Barcellona, veniamo a sapere, si era recato in varie occasioni a Palma di Maiorca per avviare -questa l’ipotesi investigativa- la struttura terroristica che avrebbe dovuto seminare il terrore nell’isola delle Baleari.
Tre dei membri della cellula risultano tra gli attori di un video di propaganda, pubblicato su un canale con oltre 12mila sottoscrittori. In primavera proprio a Barcellona erano stati arrestati alcuni jihadisti marocchini che erano presenti il 22 marzo 2016 a Bruxelles, nel giorno del duplice attentato dell’Isis all’aeroporto Zaventem e alla metro.

Spagna troppo ‘americana’
La Spagna è considerata dai gruppi jihadisti uno degli alleati chiave degli americani nella lotta al terrorismo. Truppe spagnole in Iraq e in Libano, Madrid ha il fronte più vulnerabile nel Maghreb per la vicinanza geografica al Marocco e le enclave di Ceuta e Melilla, proprio nel territorio del regno alauita.
Alterno Negri attento ai dettagli: «Le statistiche sono abbastanza esplicite: quasi oltre il 45% di tutti i jihadisti arrestati in Spagna è nato in Marocco, il 39% in Spagna e solo il 15% in altri Paesi. Consapevole della centralità della lotta al terrorismo il governo spagnolo nel 2014 ha persino avviato un’applicazione per smartphone, AlertCops, per coinvolgere i cittadini nella segnalazione alla polizia di sospetti jihadisti».

Caccia al jihadista o caccia alla streghe?
Restano, evidenti, tutte le difficoltà per i servizi di sicurezza non solo spagnoli di prevenire un attacco terroristico da parte di piccole cellule o di “lupi solitari”, armati di coltelli e auto a noleggio , come hanno tragicamente dimostrato gli attentati di Parigi, Londra, Manchester, Nizza, Colonia, Berlino, Stoccolma.
La Spagna, scrive El Pais, ha più di 1000 potenziali integralisti sorvegliati, 250 sotto inchiesta, e almeno 500 persone intercettate, eppure il terrore insanguina Barcellona, su quella Rambla, lunga più di un chilometro, che collega Plaça de Catalunya al vecchio porto.
«Rambla, un nome che deriva proprio dall’arabo e che in queste ore segna un tragico destino», ancora Negri.
Ramla, in arabo ‘arenile’, quasi ultima spiaggia.

La Catalogna bersaglio

Barcellona, la ‘capitale’ della Catalogna che vuol farsi Stato, bersaglio del terrorismo sovranazionale. Intorno alle 17 un furgone è piombato su una folla di centinaia di cittadini e turisti lungo la Ramblas. L’Isis ha rivendicato il gesto. Due persone sono state arrestate, ma si dà ancora la caccia ad una terza che potrebbe essere il conducente del furgone.

Più commandos terroristi
Attorno all’una di notte un nuovo attacco a Cambrils, città catalana a circa due ore d’auto da Barcellona. Sei civili e un poliziotto sono stati feriti. Uno è in condizioni gravi.
Gli attentatori, che indossavano cinture esplosive, si erano lanciati con un’auto contro la folla nell’area pedonale del lungomare, ma sono stati intercettati dalla polizia che ha bloccato la vettura dei terroristi.
Nel successivo conflitto a fuoco, gli agenti hanno sparato uccidendo quatto assalitori e ferendone un quinto che è morto in seguito. Le autorità locali hanno dichiarato che gli attentatori erano in collegamento con chi ha compiuto l’attacco a Barcellona.

Tredici le vittime accertate a Barcellona, ma ancora non ci sono informazioni precise sulla loro identità. Sono invece 86 i feriti, secondo quanto riferito dalla Protezione civile. Tra loro, quindici sono in condizioni gravi, inclusi alcuni bambini.

L’illusione della vacanza dal terrore

Las Ramblas, il cuore di Barcellona, invaso dai turisti e violentato dal terrore. E l’illusione, loro come nostra, che le sconfitte militari del radicalismo islamico Isis in Siria e Iraq, avessero cancellato il terrorismo delegato piccolo gruppi di folli suicidi.
Eppure ci avevano avvertito su cosa sarebbe stato.
Attacchi diffusi e sostanzialmente incontrastabili perché affidati e piccoli nuclei di indottrinati suicidi e con armi di fatto incontrollabili, dal coltello di cucina all’auto a noleggio.

Spagna e Catalugna

Va forse detto anche di una Spagna disattenta, prima impressione, dopo attentati analoghi che avevano colpito le altre capitali europee. Il livello di attenzione e sicurezza non era stato elevato al suo massimo possibile.
Eppure i segnali c’erano da tempo. Del resto la Spagna, storicamente, è terra bersaglio dallo Stato Islamico e Al Qaeda e vittima già nel terribile attentato di Madrid.
La Cia aveva avvisato due mesi fa le autorità spagnole per il rischio di un attacco terroristico a Barcellona. Lo riferisce il giornale catalano El Periodico.

Quasi maggiore acutezza politica del terrorismo nello scegliere proprio Barcellona come bersaglio, una città da settimane invasa da un turismo di massa quasi selvaggio, ormai considerato da tanti residenti non più una risorsa, ma il principale problema per la qualità della loro vita.

Forse a preoccupare in questo momento il governo di Madrid l’avvicinarsi del primo ottobre, il giorno in cui le forze indipendentiste che governano la Catalogna hanno convocato un referendum con l’obiettivo di separarsi dalla Spagna se otterranno la maggioranza dei voti di questa importante parte del paese.

Non chiamatelo terrorismo
E’ accaduto il giorno in cui il presidente Macron aveva fissato il suo ultimo Consiglio dei ministri prima della pausa estiva, senza emergenza apparenti. Ma un’auto lanciata ad alta velocità ha travolto una pattuglia di militari dell’operazione antiterrorismo “Sentinelle” a Levallois-Perret, comune alle porte di Parigi. A bordo dell’auto un algerino che vive in Francia ‘in situazione irregolare’, che è stato arrestato. L’inchiesta è stata affidata alla procura antiterrorismo. Dei 6 soldati investiti, due sono ricoverati in condizioni gravi all’ospedale militare Percy di Clamart, gli altri quattro riportano ferite lievi, nessuno è comunque in pericolo di vita.

‘Atto volontario’ senza nome
Il dipartimento di polizia Hauts-de-Seine, alle porte di Parigi spiega che «si tratta di un atto a priori volontario», voluto e programmato. Anche il sindaco di Levallois, Patrick Balkany, non ha dubbi: «È sicuramente un atto deliberato», ha detto il primo cittadino, il cui municipio i trova a poche centinaia di metri dal luogo dei fatti. Balkany ha anche riferito che «una Bmw era posteggiata e quando i soldati sono usciti ha accelerato e si è precipitata su di loro». Costrette ad usare la parola ‘vietata’, la parola maledetta, le fonti giudiziarie sul posto: «Nessuna pista è esclusa: un atto terroristico, il gesto di uno squilibrato o un semplice incidente stradale». Ma l’incidente è di fatto subito escluso.

Ordinario stato di emergenza
In Francia l’allerta terrorismo resta alta e lo stato di emergenza decretato dopo gli attentati del 13 novembre dovrebbe rimanere in vigore fino al prossimo autunno, quando verrà definitivamente introdotta la nuova legge sulla sicurezza voluta dal nuovo presidente da appena tre mesi all’Eliseo. L’Emergenza come stato ordinario, criticano in molti.
Proprio ieri, l’Istituto Nazionale di Statistica (Insee) annunciava l’uscita dalla crisi del settore turistico francese. Nel secondo trimestre dell’anno il numero dei pernottamenti nei luoghi di villeggiatura della Francia è aumentato del 10,2% superando il livello registrato durante lo stesso periodo nel 2015, prima degli attentati di Parigi.

L’antiterrorismo bersaglio
Operazione ‘Sentinelle’ varata nel gennaio 2015, dopo l’attentato a Charlie Hebdo, dall’allora presidente François Holland: circa 10mila soldati impiegati per il controllo del territorio contro il terrorismo, metà di loro impiegati nella regione dell’Ile de France e della capitale. Ma da dissuasori i militari dell’operazione Sentinelle si sono trasformati in obiettivi di azioni individuali, come quella accaduta ieri mattina a Levallois-Perret. Per ora la sezione antiterrorismo della Procura di Parigi ha aperto un’indagine per “tentato omicidio di persone investite di autorità pubblica nell’ambito di un’azione terroristica”. Va sottolineato il fatto che Levallois-Perret è sede della divisione nazionale antiterrorismo della Francia.

Antiterrorismo di polizia
Ha scritto Le Monde, che lo stato maggiore dell’esercito ha ottenuto a partire dal 2016 di rendere segrete le statistiche su violenze minori subite dai soldati dell’operazione Sentinelle: si parla di una decina di “incidenti” al mese. Nel 2017 gli attacchi importanti e dichiarati sono stati due: quello al Carrousel du Louvre a febbraio (l’attentatore è stato gravemente ferito) e quello di marzo a Orly, quando l’attentatore che aveva preso in ostaggio un militare è stato ucciso. L’impressione è che ora si vada verso un cambio di strategia: meno soldati per le strade, ma maggiori strumenti alla forze di sicurezza per intercettare le mosse di eventuali cellule terroristiche. Sottraendo ad attentatori solitari e paranoici obiettivi a volte sin troppo visibili e facili.

Germania non solo bersaglio
«La Germania è al centro del terrorismo islamista. Attentati terroristici sono possibili, in qualsiasi momento adesso e in futuro».
Lapidario il ‘Bundesamts für Verfassungsschutz’, l’Ufficio Federale per la Protezione della Costituzione l’impegnativo nome ufficiale, il BFV in sigla.
Rapporto analisi 2016 dei servizi segreti tedeschi presentato a Berlino a ridosso del G20 di Amburgo del 7 e 8 luglio, con dati da far paura.
Problemi in parte esclusivamente tedeschi, ma ricchi di indicazioni utili per ogni Paese occidentale coinvolto nel fenomeno Foreign Fighters, sia bersaglio diretto di terrorismo militante.

I numeri dei terroristi di casa
930 le persone che hanno lasciato la Germania per andare a combattere in Siria e Iraq, e il 20% di loro sono donne. I morti in combattimento sono stati 145, mentre 270 coloro che sarebbero riusciti a rientrare in patria.
Di questi, uno dei più noti -annota Stefano Piazza su LookOut- è il rapper Deso Dogg, alias Dennis Cuspert, divenuto il combattente Abu Talha al-Almani, responsabile dei media dell’ISIS. Da tempo di lui si sono perse le tracce.
Al di là delle smentite, Dennis Cuspert potrebbe essere davvero morto in uno scontro fratricida con un commando di qaedisti di Jabhat Al Nusra, oggi la nuova coalizione jihadista Hayat Tahrir al-Sham.

Il rapper Deso Dogg, alias Dennis Cuspert, divenuto Abu Talha al-Almani

Cosa li spinge
Dennis Cuspert, l’ex rapper, per diversi anni è stato uno degli elementi di riferimento noti e pubblici del radicalismo islamico tra la Germania e l’Austria. Nel 2011, dopo la conversione all’Islam, fonda a Solingen un gruppo il cui obiettivo è imporre la sharia in Germania.
Al gruppo aderiscono presto circa 50 giovani che, in buona parte, seguono in Siria Dennis Cuspert prima della messa al bando del movimento, decisa a fine 2012. Tra questi c’è anche Abu Usama al-Gharib. Divenuto famoso per essere apparso in un video in cui bruciava il passaporto austriaco, anche di lui da tempo non si hanno più notizie.

I turchi tedeschi
In Germania gli elementi appartenenti o considerati vicini alle varie sigle della galassia islamista sarebbero 24.400. Da paura. Di questi, 10mila -sempre rapporto BFV- aderiscono a Millî Görüş ‘Punto di vista nazionale’, movimento estremista fondato negli anni Settanta dall’ex premier turco Necmettin Erbakan.
Da premier a presidente, si potrebbe dire visto che l’attuale super presidente turco Erdogan fu allievo/collaboratore di Erbakan, con cui condivise persino un breve periodo di carcere per il suo estremismo islamico. In Europa l’organizzazione conta più di 500mila membri attivi. Dei 10mila simpatizzati tedeschi, ‘mille -scive LookOut- sarebbero monitorati dall’intelligence perché pronti all’azione violenta’.

Lo scomparso leader islamista turco Erbakan con accanto un giovane Erdogan, attuale presidente

Germania bersaglio
Oltre ai cinque attentati che hanno colpito la Germania nel 2016, altri sette sono stati sventati dai servizi segreti di Berlino, ci dicono. Due di questi erano particolarmente gravi per bersaglio e dimensione, uno nella capitale, l’altro a Dortmund. Nel loro rapporto, gli analisti del BFV pongono l’accento sull’incessante proselitismo portato avanti in Germania dai movimenti salafiti attraverso i sermoni di “predicatori itineranti” come il convertito Pierre Vogel o tramite l’operosità di gruppi come “We Love Muhammad”.

‘Missionari’ e proseliti
Il reclutamento è mirato soprattutto nei confronti dei giovani definiti nel rapporto del BFV «particolarmente suscettibili alla propaganda jihadista, in particolare alla sua diffusione attraverso i social media».
I video e i testi che vengono fatti circolare in rete sono confezionati in modo da «far sviluppare una prontezza a obbedire, e di conseguenza a rispondere all’ordine di uccidere i non credenti».
Le frenetiche attività di proselitismo degli islamisti tedeschi sarebbero rivolte anche alle migliaia di profughi giunti in questi ultimi anni in Germania. Massima attenzione sul rientro dei foreign fighers e sulla possibilità che percorrano le rotte classiche della migrazione, soprattutto quella balcanica per ritornare in patria, spesso aiutati dai loro vecchi documenti.

Perché negli ultimi anni nel cuore dell’Europa solo l’Italia è stata risparmiata da grandi attentati terroristici? Ce lo chiediamo silenziosamente da tempo in molti, con teorie assurde su presunte complicità italiane sul transito di migranti come moneta di scambio. Se lo domanda per fortuna seriamente il quotidiano britannico The Guardian che, attraverso esperti individua una serie di fattori che, hanno reso il nostro Paese meno esposto alla minaccia del terrorismo islamico.

Innanzitutto c’è l’esperienza maturata, sia dal punto di vista legale che investigativo, durante gli anni di piombo. “Abbiamo imparato una lezione molto dura durante i nostri anni di terrorismo”, spiega al Guardian Giampiero Massolo, ex ambasciatore e per quattro anni direttore del Dis, il Dipartimento per la sicurezza che fa da coordinamento tra le due agenzie di intelligence vere. Il rapporto tra intelligence e forze dell’ordine nella prevenzione e controllo del territorio evidentemente più efficace.

Vantaggio dell’Italia l’assenza di luoghi paragonabili alle banlieu parigine o il ghetto di Mobembeck a Bruxelles, e la predominanza di città medio-piccole dove è più facile tenere d’occhio la situazione. Altro fattore centrale, per Francesca Galli, assistente universitaria alla Maastricht University ed esperta di politiche di antiterrorismo, il fatto che «l’Italia non ha una consistente popolazione di immigranti di seconda generazione che sono stati radicalizzati o che potrebbero esserlo».

L’assenza di italiani di seconda e terza generazione che potrebbero essere sensibili alla propaganda dell’Isis consente alle autorità italiane di concentrarsi su chi non ha la cittadinanza, che può quindi essere allontanato da Paese al primo segno di minaccia, spiega Arturo Varvelli, ricercatore ed esperto di terrorismo dell’Ispi. Il Guardian ci ricorda che da gennaio l’Italia ha già espulso 135 sospettati di radicalismo islamico. Se erano veramente terroristi non lo sono più a casa nostra.

Altro dato ‘tecnico’, le intercettazioni telefoniche. Da noi, a differenza che nel Regno Unito, le intercettazioni possono essere usate come prove nei processi e -in casi collegati a mafia e terrorismo – possono essere ottenute sulla base di semplici attività sospette. Altro vantaggio non invidiabile, le reti terroristiche relazioni sociali e persino familiari molto strette, proprio come nella Camorra, Cosa Nostra e ‘Ndrangheta. E noi italiani, su questo fronte abbiamo purtroppo vasta esperienza.

Poi l’esperienza del ‘pentitismo’. Francesca Galli, Maastricht University: «Le persone sospettate di jihadismo sono incoraggiate a dissociarsi dal gruppo e cooperare con le autorità italiane, che utilizzano i permessi di residenza e altri incentivi. C’è inoltre la consapevolezza della pericolosità di tenere in carcere i sospetti terroristi, dal momento in cui la prigione è vista come un territorio particolarmente fertile per il reclutamento e la radicalizzazione, come avveniva con i capi mafia».

L’articolo del Guardian passa in rassegna alcuni esempi di come vengono gestiti, in Italia, gli individui sospettati di attività terroristiche. L’esempio più recente è quello di Youssef Zaghba, il 22enne italiano di origini marocchine identificato come uno dei tre attentatori del London Bridge. Scrive Guardian: «Ogni volta che Youssef Zaghba atterrava a Bologna, c’era qualcuno che lo aspettava in aeroporto. Non era un segreto in Italia che il 22enne [..] era sotto stretta sorveglianza».

La madre del giovane, Valeria Collina: «Venivano a parlargli in aeroporto. Poi, durante il suo soggiorno, ufficiali di polizia venivano un paio di volte al giorno a controllare. Erano amichevoli con lui. Gli dicevano: ‘Hey, figliolo, dimmi cosa hai fatto ultimamente. Cosa ti sta succedendo? Come stai?». Il capo della polizia italiana ha raccontato degli sforzi dell’Italia per allertare il Regno Unito: Scotland Yard, dal canto suo, ha ripetuto che Zaghba «non era un soggetto attenzionato».

La notizia di ieri, dell’arresto in provincia di Alessandria della 26enne Lara Bombonati, l’italiana convertita all’islam e accusata di terrorismo internazionale, sembra ricalcare il ‘metodo’ descritto sopra per il giovanissimo Zaghba da Bologna. Lara, che da almeno tre anni si faceva chiamare Khadija, era costantemente monitorata dalla Digos, che aveva iniziato a indagare su di lei dopo una denuncia di scomparsa da parte dei familiari, preoccupati dalla sua progressiva radicalizzazione.

A Parigi il ‘terrorista fai da te’ si arma di martello

Un uomo armato di martello e due coltelli da cucina, ha aggredito diversi passanti e un poliziotto gridando «questo è per la Siria». Le forze dell’ordine hanno reagito, neutralizzando la minaccia e ferendo l’uomo alle gambe. Il poliziotto aggredito sarebbe rimasto ferito solo lievemente al collo da un colpo di martello, mentre l’aggressore è stato portato via pochi minuti dopo in ambulanza.

Dentro la chiesa sono rimasti bloccati 900 turisti, cui è stato chiesto di sedersi e alzare le mani per consentire alla polizia di verificare la presenza di eventuali complici mimetizzati tra i fedeli. Immagini abbastanza sconvolgenti all’interno della cattedrale francese quelle braccia alzate non per una preghiera. Intanto, all’esterno, le autorità avevano mobilitato la Brigata di pronto intervento per cercare possibili complici  nei dintorni.

L’aggressore è Farid Ikken, uno studente dell’Università di Metz, dottorando in giornalismo, con una tesi sui media, in particolare quelli del Nord Africa. All’università affermano che Ikken era giornalista in Algeria. Nato nel 1977 era dal 2014 in Francia. Nella sua abitazione trovato un video con il giuramento all’Isis e il proposito di commettere attentati.

A Londra il killer venuto dall’Italia

Youssef Zaghba, il terzo uomo della strage del London Bridge, ragazzo dalla doppia cittadinanza, italiana e marocchina, mamma italiana separata che vive a Bologna e il padre in Marocco. Lui è nato a Fez il 26 gennaio del 1995, 22 anni da fantasma. Per l’Intelligence e la Polizia britannica. Eppure l’Aisi, il nostro Servizio interno, lo aveva segnalato nel database europeo Sis, le informazioni di polizia degli Stati Ue.

Il 15 marzo 2016 all’aeroporto di Bologna, Youssef, con un biglietto di sola andata per Istanbul, alla domanda della polizia su cosa va a fare a Istanbul, fa lo sbruffone: “Vado a fare il terrorista”. Youssef non sale sul suo aereo per Istanbul. La polizia scopre che il giovale italo marocchino, la madre italiana separata dal marito vive a Bologna, il padre in Marocco, sta cercando fortuna a Londra e lo segnale ai colleghi.

Ora sappiamo che il padre,Mohammed, marocchino di 55 anni, commerciante, padre di Youssef , a un certo punto inizia a frequentare chierici islamisti radicali che fanno capo alla rete missionaria itinerante dei Tablig Eddawa. E al figlio impone ripetute sedute di “roquiya charaiya”, di lettura e recitazione ad alta voce del Corano.

Isis in Australia, attacco a Melbourne

Lo Stato islamico ha rivendicato come un suo attacco quanto accaduto a Melbourne, in Australia, dove un uomo ha preso in ostaggio una donna nel quartiere di Brighton e ha sparato contro tre agenti prima di essere ucciso. «Soldato dello Stato islamico», rivendica Isis attraverso l’agenzia di stampa Amaq «in risposta agli inviti a prendere di mira gli Stati della coalizione» anti Isis,

Nella sparatoria che è seguita a un negoziato con la polizia sono rimasti feriti tre agenti. Il killer è alla fine stato ucciso, ma prima di morire ha telefonato a un canale televisivo locale affermando di agire «in nome di al Qaida e dell’Isis». «Questo è per lo Stato Islamico, questo è per al Qaida». Appena diffusa la notizia i network jihadisti stavano celebrando l’evento.

Khayre era stato rilasciato sulla parola nel novembre scorso dalla prigione dove era detenuto per provocato incendio e crimini violenti non legati all’estremismo. In un primo momento anche l’attacco di Melbourne non sembrava di matrice terrorista, ma poi l’Isis ha rivendicato l’azione, definendo Khayre «un nostro soldato». Radicalizzazione carceraria.

E’ accaduto nuovamente su un ponte storico di Londra, sul London Bridge, poi la corsa dei tre assalitori che menavano coltellate sui passanti, verso Borough Market dove sono stati bloccati e uccisi dalla polizia. Testimoni raccontano che i tre, mentre correvano e colpivano, gridavano «Questo è per Allah». Terrore nel centro di Londra e sangue sulle elezioni in Gran Bretagna, a soli 4 giorni dal voto dell’8 giugno. Un attacco condotto nella notte nel cuore della capitale. Prima su London Bridge, ponte simbolo della città, dove un pulmino ha investito diversi pedoni e da cui ne sono usciti i tre aggressori che hanno accoltellato altri passanti, quindi nella zona di Borough Market, dove lo stesso commando ha continuato la sua azione di morte prima di cadere sotto i colpi della polizia.

La cronaca attenta dell’agenzia Ansa. Mark Rowley, numero uno dell’antiterrorismo di Scotland Yard, ha precisato prima dell’alba il numero delle vittime: ‘Sette morti, mentre i feriti sono 48 diversi dei quali sono in condizioni critiche’. Il funzionario ha descritto l’accaduto come “un attacco prolungato iniziato a London Bridge e concluso a Borough Market”, aggiungendo che non risultano altri assalitori e smentendo che vi siano sospetti in fuga. Ma ha evidenziato che le indagini proseguono senza escludere eventuali fiancheggiatori esterni.

Il movente del terrorismo, evocato inizialmente come “potenziale” dalla premier Theresa May, è stato confermato quasi subito dagli investigatori. La sequenza si è consumata in pochi minuti (ne sono passati 8 fra la prima telefonata di allarme e la sparatoria finale), a neppure due settimane di distanza dell’atroce attentato suicida commesso alla Manchester Arena il 22 maggio dove Salman Abedi, giovane britannico figlio di ex rifugiati politici libici anti-Gheddafi, si era fatto esplodere fra la folla che usciva dal concerto di Ariana Grande – fra cui molti giovanissimi – causando 22 morti e più di 100 feriti.

Ma il paragone più evidente è quello con un altro episodio avvenuto a Londra qualche mese fa, nella zona di un secondo ponte cittadino celebre, Westminster Bridge, quando un uomo, Khalid Masood, si lanciò alla guida di un Suv su un gruppo di pedoni, uccidendone 5, per poi scendere dalla vettura e accoltellare a morte un poliziotto all’ingresso dell’adiacente palazzo del parlamento prima d’esser ucciso a sua volta da un agente armato. Se in quel caso l’attacco si era svolto in pieno giorno, questa volta è avvenuto nel buio affollato del sabato sera in una zona amata da giovani e turisti.

A London Bridge numerosi testimoni hanno visto il van, un veicolo bianco noleggiato dalla Hertz, piombare ad alta velocità, attorno agli 80 chilometri all’ora, su un marciapiede e falciare una mezza dozzina di persone. Finché dal mezzo sono saltati fuori tre ossessi, tutti uomini e armati di coltelli che si sono scagliati sui passati a tirare fendenti gridando: “Questo è per Allah”. Panico, confusione tra chi correva per aggredire e chi per salvarsi. “Run, hide and tell” (Scappate, nascondetevi e riferite), ha twittato a un certo punto Scotland Yard rivolgendosi a chi si trovava nell’epicentro del caos.

I corpi stesi a terra di due dei tre terroristi uccisi

Il terzetto intanto era arrivato nella zona dei bar e dei ristoranti di Borough Market, dove vi sono stati altri accoltellamenti, l’attacco a un poliziotto e lo scontro a fuoco finale: suggellato dallo scatto d’un giovane fotografo italiano, Gabriele Sciotto, con l’immagine di due dei terroristi distesi sull’asfalto ormai senza vita, uno dei quali con indosso una simil-cintura esplosiva. Nessuna rivendicazione finora, ma sostenitori dell’Isis, in pieno Ramadan, hanno affidato come di consueto la loro esultanza ai social media.

 

I VIDEO DA LONDRA

http://video.repubblica.it/dossier/london-bridge-borough-market-attacco-londra-3-6-2017/londra-sotto-attacco-le-persone-in-fuga-la-scena-ripresa-dall-alto/277641/278238?video