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sabato 14 Dicembre 2019

Terrorismo

Global Terrorism Index

Numeri da far paura quelli del Global Terrorism Index realizzato dall’Institute for Economics & Peace (IEP), think-tank australiano di Sydney. Un colpo al cerchio e uno alla botte: meno morti per terrorismo ma i potenziali assassini invece crescono. Partendo dalla definizione stessa di terrorismo, che non è cosa così scontata. Quanto organizzazioni armate nel mondo sono state di terroristi o di patrioti nello stesso tempo, a seconda dei punti di vista e degli interessi di lettura?  Lo studio australiano definisce terrorismo «la minaccia o l’uso illegale della forza e della violenza da parte di un attore non statale, per conseguire vantaggi a livello politico, sociale, economico o religioso attraverso l’uso della forza, della coercizione o dell’intimidazione». Sidney dice, l’Onu non ha ancora una definizione condivisa.

Versione australiana del terrore

«Una definizione che identifica movimenti terroristici che in termini militari hanno carattere insurrezionale come l’Isis, i Talebani o le milizie quaediste». Ovviamente nel mondo arabo integralista e in parte dell’Afghanistan, stiamo parlando di eroici combattenti e martiri quando li uccidiamo. «Se da un lato il rapporto mostra un calo di intensità degli attacchi terroristici, dall’altro il fenomeno “risulta tuttora diffuso e in crescita”. Nel 2018, infatti, 71 Stati hanno registrato almeno un decesso legata al terrorismo, il secondo maggior valore dall’inizio del secolo». Ieri dati da paura: rispetto al massimo storico di 33.555 morti per terrorismo registrato nel 2014 quando lo Stato islamico proclamò il Califfato nei territori dell’Iraq settentrionale e della Siria Orientale, il numero è più che dimezzato nel 2018, con 15.952 morti, che è sempre una guerra feroce.

Dove e come si cambia

L’ex Isis, l’Islamic State o Califfato come si preferisca chiamarlo, dopo la sconfitta sui campi di battaglia dove -meglio citare- «ha perso territori, forza combattente, ricchezza e capacità operative», -Remocontro suggerisce una valutazione meno ottimistica- «le sue capacità si colpire sarebbero oggi ridotte allo stato insurrezionale primario, cioè alla capacità di compiere attentati, imboscate e limitate azioni tattiche nei territori che prima occupava». Speriamo che gli analisti australiani abbiamo ragione. Conclusione indiscutibile e quasi ovvia: «La stretta relazione tra l’ascesa e la caduta dello Stato Islamico e l’escalation e poi il drastico calo delle vittime del terrorismo conferma come l’IS rappresenti il movimento terroristico più pericoloso su scala globale».

Somalia, Iraq e Afghanistan record

«I due Paesi che hanno fatto registrare il calo più significativo di vittime lo scorso anno sono Somalia (646 morti nel 2018 contro 1.470 l’anno precedente) e Iraq, con quest’ultimo che – per la prima volta dall’invasione statunitense del 2003 – non è più la nazione al mondo maggiormente colpita dal terrorismo». Ma non c’è molto fa festeggiare (vedi in nostri militari feriti gravemente nel kurdistan iracheno): «Con 1.131 attacchi che hanno provocato 1.054 vittime (contro 4.271 nel 2017), l’Iraq resta però il secondo paese più colpito dal terrorismo, dopo l’Afghanistan». I talebani, nati molto prima e radicati sul territorio, ovviamente prevalgono sull’ex Isis e ottengono il primato di gruppo terroristico più efficace al mondo

Classifica migliori assassini mondo

Talebano, Afghanistan, campioni mondiali con 1.443 attacchi e 7.379 morti tra civili e forze di sicurezza governative e internazionali (in crescita netta rispetto ai 4.653 del 2017). Un dato confermato sul piano geopolitico dalla posizione di forza raggiunta dai Talebani che controllano oggi oltre metà del territorio afghano e negoziano direttamente con gli Stati Uniti un eventuale accordo di pace. Dell’Iraq sceso al secondo posti s’è detto. In terza posizione, nella classifica stilata dal Global Terrorism Index la Nigeria con 562 attacchi e 2.040 morti attribuiti al gruppo jihadista Boko Haram: fenomeno in crescita rispetto ai 1,542 morti del 2017. Solo quarta la Siria con 131 episodi di violenze estremiste, nei quali hanno perso la vita 662 persone contro 1.096 nel 2017, a marcare il ritorno del controllo governativo (e russo) su gran parte del territorio nazionale.

Una parte di mondo ignorata

Quinto nella classifica dei paesi più colpiti dal terrorismo è il Pakistan, alle prese con movimenti jihadisti interni e di esportazione (il confinante Afghanistan di marca talebana e non soltanto). A rovesciare il racconto, i cinque Stati più sicuri rispetto la minaccia terroristica (che non è garanzia di buona vita e di sicurezza) sono Bielorussia, Guinea Bissau, Oman, Gambia e Corea del Nord. Considerazioni assenti ma facili, quelle tra sicurezza assoluta e democrazia, ma non è tema. «In Europa nel 2018 non si sono avuti gravi episodi di terrorismo e il numero delle vittime è passato dalle oltre 200 del 2017 a 62». Un dato incoraggiante legato alle vicende militari in medio Oriente. Annotazione Analisi Difesa: «Il collasso dell’Isis in Siria e Iraq è uno dei fattori che hanno permesso all’Europa occidentale di registrare il numero più basso di attacchi terroristici dal 2012». Resta il dovuto richiamo della ministra dell’Interno Luciana Lamorgese a non abbassare la guardia.

Armamenti per buoni e cattivi

Analisi utile con spazio a troppe ovvietà. L’evoluzione degli armamenti non ha mai distinto tra buoni e cattivi ed ora ‘autorevoli think-tank’ scoprono che l’acqua calda brucia e che la tecnologia evoluta (vedi i droni), può essere (è) impiegata dai terroristi per condurre i propri attacchi. Per fortuna il racconto di Luciano Piacentini e Claudio Masci in Analisi Sicurezza è cosa seria e interessante. Ci viene documentato che i droni (armi impiegate in ‘conflitti a bassa intensità e/o asimmetrici’, ci spiegano), hanno attirato l’interesse dell’Islamic State (Daesh). «Quest’ultimo ha addestrato molti suoi affiliati alla costruzione, modifica ed impiego di droni».

Droni da avvistamento, battaglia o terrorismo

I due autori, esperti militari, di sicurezza e di spionaggio, si soffermano sui diversi possibili utilizzi militari dei droni e le diverse ‘categorie’ di velivono a guiDa remota sulla base dell’impegno umano richiesto. Ma l’argomento centrale è quello dei droni non troppo sofisticati (e costosi) ma potenzialmente micidiali. Guerra ‘ibrida’ o terrorismo. Primo caso noto, il 6 gennaio 2017, tredici droni lanciati dall’ex Isis contro la base militare russa di Tartus in Siria. I droni, i loro resti, sembravano rozzi giocattoli radiocomandati che hanno volato per 50 km portando bombe a frammentazione sotto le ali.

Arma ‘fai da te’ e da paura vera

«L’ISIS sembra che abbia cominciato ad interessarsi ai droni già dal 2014 per trasformarli in armi da impiegare contro le truppe della coalizione anti ISIS», scrivono i nostri. A Mosul, sempre IS, avrebbe usato droni spia e droni ‘kamikaze’ contro edifico o folla. A marzo 2017, l’International Center for the Study sull’estremismo sosteneva che l’ex ISIS avesse costituito un centro per addestrare i miliziani ad impiegare droni armati. Droni commerciali che venivano trasferiti a Raqqa dove venivano modificati da tre ingegneri: il giordano Abu Azam e i siriani Abu Saad e Abu Usama (nomi di battaglia non ancora compiutamente identificati).

Droni e foreign figther europei

«In tali attività prestavano la loro opera anche foreign fighters europei». L’allora ISIS ha distribuito guide e manuali per armare e modificare i droni anche nell’impiego in attentati terroristici. Tuttavia, -allarme ultimo- con l’avvento del 5G, i droni stessi potranno essere impiegati oltre gli attuali limiti chilometrici. «In alcuni casi, tali macchine -divenute dual use, con apparati di sorveglianza e di armi- sono state impiegate da alcuni armatori su loro navi per individuare e contrastare azioni di pirateria marittima». Altro che i nostri due poveri Marò ancora in attesa di sentenza.

Droni e usi malintenzionati

Mandare in tilt un grande aeroporto (come il 18 dicembre 2018 al Gatwick di Londra), o attacco hacker (a Torino il 13 luglio 2019) con droni sottratti al controllo dei rispettivi piloti. Attentati di natura chimica e/o batteriologica impiegando droni commerciali per le irrorazioni agricole. Nel 2013 un drone gestito dal Pirate Party Germany (Piraten), riuscì ad atterrare vicino al cancelliere tedesco Angela Merkel, durante un evento sportivo a Dresda. Nell’aprile 2015 un drone che trasportava sabbia radioattiva proveniente dalla centrale nucleare di Fukushima riuscì ad atterrare sul tetto degli uffici del Primo Ministro giapponese a Tokyo.

Droni contro Maduro

Droni commerciali sono già stati impiegati per un attentato il 4 agosto 2018 in Venezuela, fatti esplodere durante una parata militare presenziata da Nicolás Maduro, il contestato Presidente. Bersagli potenziali tutti (e non solo i nostri ‘cattivi’). A livello internazionale, corsa all’acquisto di droni quale tecnologia commerciale ampiamente disponibile. È un mercato in forte espansione che prevede una vendita globale,nel 2021 valuta a 4,8 miliardi di dollari. E i droni commerciali volano ad una quota estremamente bassa, difficilmente intercettabili da radar anche per le ridotte dimensioni. E possono trasportare pesi e quindi ordigni.

Potenziali armi d’attacco

«Questa tipologia di droni è facilmente modificabile, rendendone quindi possibile la trasformazione in armi in molteplici modi». Esempio senza suggerimenti pericolosi: sostituire la fotocamera con esplosivo o oppure trasformando l’apparecchio in un “drone suicida”», e ci fermiamo qui. Il guaio è che tali apparati sono troppo facilmente trasformabili in armi micidiali, «oggi sono alla portata di tutti, si trovano in vendita perfino nei supermercati a meno di 50 euro, mentre quelli da appassionati possono costare fino a 1.500 euro». Quasi peggio delle armerie Usa, a questo punto.

Racconto da paura e sicurezza addio?

Oggi, denunciano i due autori (Luciano Piacentini, incursore, già Capo di Stato Maggiore della Brigata Folgore, e Claudio Masci, Ufficiale dei Carabinieri con finale tra le spie), manca qualsiasi sistema di sicurezza  commisurato all’evoluzione dei droni. «La diffusa avvertita mancanza di una appropriata regolamentazione, non più rinviabile favorisce il loro impiego per compiere azioni terroristiche, che possono incidere sulla sicurezza nazionale», la denuncia (e non soltanto la loro). La loro analisi sottolinea il pericolo legato al rientro di foreign fighter e dalla migrazione di reduci ex Isis.

Conclusione che avremmo preferito evitare

«Nel contesto urbano, l’impiego dei droni a scopi terroristici rappresenta una minaccia dagli effetti devastanti»: 1) danni materiali, 2) attacco filmato in tempo reale, a rilanciare e moltiplicare l’effetto paura/panico. «La minaccia attuale è molto complessa a causa delle tecniche di occultamento inventate dai terroristi, associate ai nuovi dispositivi elettronici ed esplosivi improvvisati». Tutto questo altera il concetto stesso minaccia e di difesa. «Questa nuova asimmetria di rischio impone il ricorso a nuove e più sofisticate tecniche e contromisure a protezione delle grandi città europee».

Cari generali, grazie per l’allarme, ma noi, oltre alla paura che adesso cresce in noi, in cosa dobbiamo sperare?

Pasqua di odio cieco e totale

Sri Lanka, Pasqua di sangue per i cristiani, bombe nelle chiese
Otto esplosioni in Sri Lanka, nel giorno di Pasqua, hanno colpito chiese e hotel, tra la capitale Colombo e un’altra città del Paese, facendo una strage. Il bilancio è salito ad almeno 207 vittime e oltre 450 feriti. Sette persone sono state arrestate. Tra le vittime ci sono anche almeno 35 stranieri. Fra questi ci sono anche cittadini americani, britannici e olandesi, un cinese e un portoghese. Almeno due degli attacchi odierni sono stati eseguiti da kamikaze. Nel Paese dell’Asia meridionale la minoranza cristiana è circa il 7,5% della popolazione, in una nazione in cui convivono nazionalismo e fondamentalismo. Il capo della polizia 10 giorni fa aveva messo in guardia contro possibili attentati kamikaze a “chiese di rilievo” del Paese. Informazioni riservate recente su possibili attacchi da parte di un gruppo islamico locale, il National Thowheeth Jama’ath (NTJ), già noto per aver distrutto delle immagini di Buddha negli anni passati. Ma la notizia è stata poi smentita da alcune fonti, una delle quali citata dalla tv araba Al Jazeera.

Quel maledetto 2009

La domanda del mondo, di tutti noi, il chi può aver ordito e organizzato una serie di attentati suicidi di questa dimensione, inedita non solo per lo Sri Lanka, e quale motivazione di tanto odio disumano. Dal 2009 l’isola vive in relativa pace dopo 23 anni di massacri quotidiani, rastrellamenti, posti di blocco e regioni off limits durante la guerra civile per l’indipendenza del territorio reclamato dalle Tigri Tamil in nome dell’etnia del sud dell’India a maggioranza hindu. La pista islamica è stata la prima tra le ipotesi sia per le modalità in altri attacchi attribuiti a gruppi dell’estremismo sunnita, sia per un precedente che ancora vede rimbalzare le responsabilità tra il governo buddhista di Colombo e i sopravvissuti delle Tigri Tamil. Il 3 agosto del 1990 infatti un commando attaccò la moschea di Kattankudy, nel distretto tamil di Batticaloa uccidendo 147 fedeli.

Tigri Tamil ma non soltanto

Molte ipotesi possibili, rileva l’orientalista Raimondo Bultrini su Repubblica, in un contesto in cui il nazionalismo e il fondamentalismo convivono come nella vicina Birmania e dentro lo stesso Sri Lanka, dai cui porti salparono le navi con le reliquie del Buddha che contribuirono alla conversione dell’intero sud est asiatico. Episodi e storia a odi contrapposti. Come il tristemente celebre monaco birmano U Wiratu che aizzò la popolazione buddhista contro i musulmani Rohingya, anche nell’ex isola di Ceylon esiste un gruppo della destra religiosa e intollerante contro cristiani o musulmani indifferentemente per difendere il dharma religioso contro ogni tentativo di conversione e ogni minaccia all’identità buddhista dell’isola.

Il Bodu Bala Sena

Il Bodu Bala Sena, detto anche Forza del potere buddista, è stato accusato di fomentare l’odio settario anche durante la tragedia tsunami, quando gran parte degli aiuti internazionali vennero dirottati verso le comunità della loro fede per la forte influenza ecclesiastica sul governo. Divinità dell’odio e governi fantoccio. «Ciò nonostante le varie comunità hanno vissuto qui più o meno pacificamente per questi ultimi dieci anni e l’economia stava riprendendosi bene fino all’arrivo di questo cataclisma emotivo peggiore dello stesso tsunami. Ognuna delle ipotesi sui responsabili trova argomenti a favore ed altri contro», sempre Raimondo Bultrini.

Islamic State d’oriente

L’ipotesi di una vendetta delle ex tigri tamil viene considerata debole. Uno sparuto gruppo di sopravvissuti attualmente fuori dalle carceri, pochi per organizzare un attacco ben superiore a quelli dei loro anni di guerra a Colombo. Maggior preoccupazione l’ipotesi ‘pista islamica’, mentre le forze di sicurezza cingalesi segnalavano un massiccio espatrio di militanti IS, l’ex Isis in cerca di nome e di futuro, verso la Turchia e la Siria. Lo ‘Stato islamico’ potrebbe vantarsi di aver commissionato l’azione, lasciando aperta l’ipotesi che un gruppo panasiatico di militanti anche suicidi siano ormai distribuiti in diversi paesi asiatici spingendo a est la guerra persa in medio oriente.

Quel 21 aprile di 10 anni fa

Un ultimo dettaglio che nemmeno le agenzie di stampa sembrano aver rivelato, osserva ancora Raimondo Bultrini. Forse solo una coincidenza, ammette. «Ma il 21 aprile di esattamente dieci anni fa decine di civili tamil, se non centinaia come dicono le organizzazioni umanitarie, vennero massacrati dall’esercito cingalese nelle province dell’est lungo la costa dove si nascondevano le ultime “Tigri dell’Eelam”. La fase finale della guerra durò meno di un mese. Ma nessuno ha mai conosciuto ancora l’entità dei massacri commessi e le inchieste internazionali si sono sempre arenate».

ABBIAMO ANCHE DETTO

La jihad in Sri Lanka? La galassia terrorista nel subcontinente indiano

La capitale europea del Natale

Terrorismo di Natale a Strasburgo
Strasburgo, capitale europea del Natale, così cercava di qualificarsi. Quando le luminarie delle feste mostrano all’improvviso una scena di guerra: spari in mezzo alla folla, morti, feriti accasciati nelle strade, persone che fuggono urlando. Sono tre le vittime accertate (s’era detto quattro), e un solo attentatore (s’era temuto fossero due), che ha aperto il fuoco intorno alle 20, l’ora in cui tutti sono in giro per mercatini o per locali. Dodici i feriti, tra cui anche un italiano, un giovane giornalista radiofonico. Sette sarebbero in gravi condizioni,  compreso il nostro connazionale. Numerose ambulanze sono state viste entrare nel centro mentre negli ospedali locali è scattato il ‘piano bianco’, la massima allerta per le situazioni di crisi.

Putroppo l’italiano colpito è grave

E’ Antonio Megalizzi, il giornalista italiano ferito. Raggiunto da un colpo alla testa. Il giovane, 28 anni, residente a Trento, lavora per Europhonica, un consorzio radio universitario. È stato colpito da un proiettile durante l’assalto terroristico compiuto da Chérif Chekatt la sera di martedì 11 dicembre 2018, mentre si trovava nei pressi del mercatino di Natale di Strasburgo.

Antonio Megalizzi, il giornalista italiano ferito

L’attentatore noto?

Il killer, identificato, era finito già in carcere in passato per aggressione. In seguito era stato segnalato come elemento ‘radicalizzato’ e come minaccia per la sicurezza nazionale. Si chiama Cherif C., 29 anni, di origini nordafricane ma nato a Strasburgo. Per prenderlo la polizia ha messo in piedi una caccia all’uomo imponente. L’uomo è riuscito comunque a scappare allontanandosi dal centro. Dopo qualche ora lo hanno individuato in un quartiere di periferia, Neudorf, dove in un primo momento sembrava si fosse asserragliato in un immobile. A quanto pare l’attentatore non avrebbe agito da solo e in centro si continua a cercare anche un secondo sospetto.

Tutti i bersagli

A Strasburgo, sede del Parlamento europeo, è la settimana più affollata, quella che oltre ai turisti vede arrivare in città tutto il personale politico per la plenaria mensile. Molti gli eurodeputati, anche italiani, che si sono ritrovati bloccati dentro i ristoranti e i bar. Mentre il parlamento è stato blindato, su ordine del presidente Antonio Tajani, e tantissime persone sono rimaste chiuse nel palazzo. Il presidente francese Emmanuel Macron ha lasciato in anticipo un ricevimento in corso all’Eliseo per seguire personalmente i fatti nella città alsaziana. “Il cuore della democrazia europea colpito dalla follia omicida”, ha commentato a caldo il commissario europeo agli Affari economici Pierre Moscovici, oggi anche lui a Strasburgo.

La sfida continua

Un attentato che tuttavia non arriva del tutto come un fulmine a ciel sereno. Già due anni fa, sotto Natale, la polizia francese aveva sventato un possibile attacco terrorista ai mercatini, smantellando una cellula a Marsiglia. Stavolta qualcuno si è riuscito a infilare tra le maglie della sicurezza, e a macchiare di sangue la città-bomboniera dell’Alsazia. E diventa di 4 morti e 11 feriti, di cui sette gravi, l’ultimo provvisorio bilancio fornito dalla polizia francese. I presenti – tra cui molti turisti, numerosi nella stagione pre natalizia – si sono dati alla fuga tra scene di panico. Negli ospedali locali è scattato il “piano bianco”, ovvero la massima allerta per le situazioni di crisi.

EURO
NEWS

Terrorist Threat ‘More Fluid and
Complex Than Ever,’ White House Says

Terrorismo islamico o islamista? La minaccia terroristica “è più fluida e complessa che mai”, afferma la Casa Bianca, dopo averci pensato su a lungo. L’acqua carda bruciam e via così. Mesi difficili di gestazione, svela il New York Times, ma alla fine l’amministrazione Trump ha partorito il topolino della nuova ‘National Defense Strategy’, che copia di fatto l’odiato Obama e chi lo ha preceduto nella lotta al terrorismo, che cambia soltanto come potenzialità tecnica delle minaccia. Poi c’è il nemico prediletto sul fronte politico, e Trump, con alla sua destra Bolton, preferisce l’Iran sciita al sunnismo saudita e dintorni, bombe o non bombe.
Il documento di 25 pagine riconosce solo “successi contrastanti” nella prevenzione degli attacchi contro gli interessi americani. “Mentre siamo riusciti a interrompere gli attacchi su larga scala in patria dal 2001”, afferma il rapporto, “non abbiamo sufficientemente attenuato la minaccia complessiva che i terroristi pongono”.

Trump counterterrorism strategy

Il piano è stato ritardato di molti mesi, vittima di feroci dibattiti interni sulla politica antiterrorismo e di un tiro alla fune burocratico tra i due principali ex consiglieri di sicurezza del presidente Trump, il generale McMaster e Thomas P. Bossert. Più bozze elaborate dall’inizio del 2017 prima di languire nel Consiglio di sicurezza nazionale.
Problemi di sostanza a volte sotto l’apparenza delle forma. Una prima bozza fatta trapelare a Reuters nel maggio 2017 non includeva la frase “terrorismo islamico radicale”, che Trump usava regolarmente durante la campagna presidenziale del 2016 ma che il generale McMaster aveva sollecitato ad evitare. Il generale McMaster è stato costretto ad uscire dalla Casa Bianca ad aprile, sostituito da John R. Bolton, già tra i promotori della guerra all’Iraq del 2003.

L’islam amico e il diavolo Iran

La ‘strategy’ è perentoria: “Elimineremo la capacità dei terroristi di minacciare l’America, i nostri interessi e il nostro impegno nel mondo, e abbraccia il linguaggio marziale usato dall’ex presidente George W. Bush dopo l’11 settembre, 2001. Oggi come ieri, “Siamo una nazione in guerra”, dice il documento, “ed è una guerra che vinceranno gli Stati Uniti”. Altro strappo all’ex presidente Barack Obama, che nel maggio 2013 disse: “Il nostro sistematico sforzo di smantellare le organizzazioni terroristiche deve continuare. Ma questa guerra, come tutte le guerre, deve finire”.
Il rapporto attenua molto la minaccia rappresentata dallo Stato islamico. Il gruppo estremista -sostiene l’Intelligenza Usa- costituito da otto diramazioni ufficiali e più di due dozzine di reti correlate che conducono regolarmente attacchi in Africa, Asia, Europa e Medio Oriente. Peggio la rete globale di Al Qaeda che “rappresenta una minaccia duratura per la patria e gli interessi degli Stati Uniti in tutto il mondo”.

Counterterrorism, come?

Tagliare i finanziamenti del terrorismo e bloccare i loro movimenti. Maggiore attenzione all’uso di Internet da parte dei terroristi per tracciare attacchi, raccogliere denaro e attrarre nuove reclute. Trump aveva promesso di essere più aggressivo nell’affrontare lo Stato islamico -in campagna elettorale aveva sostenuto di avere ‘un piano segreto’- ma anche il desiderio di frenare sul ruolo degli Stati Uniti come il guardiani del mondo. Alla fine Trump, sostiene il NYT, ha scelto di mantenere lo stesso approccio di Obama, ma ha dato al Pentagono più spazio nelle zone di conflitto come la Somalia e lo Yemen. Sollecitando i partner alleati a missioni di controterrorismo, come la la Francia in Africa occidentale e gli Emirati arabi nello Yemen. Salvo un po’ di massacri attorno, per quell’ultima sporca guerra.

Cyberwarriors

La Strategy chiede di utilizzare le cyber-operazioni contro i terroristi. La scorsa settimana Trump aveva autorizzato nuovi ordini classificati per i cyberwarriors del Pentagono per condurre attacchi offensivi contro avversari statali . L’amministrazione ha riconosciuto che un altro obiettivo dell’era dell’informazione social globale – combattere l’ideologia estremista, compresi i terroristi la capacità delle organizzazioni di continuare ad attirare nuove reclute – rimane uno dei problemi più difficili per anti-terrorismo.
“A meno che non contrastiamo la radicalizzazione e il reclutamento del terrorismo”, conclude il documento, “combatteremo una battaglia senza fine contro il terrorismo in patria, oltreoceano e online”. «Unless we counter terrorist radicalization and recruitment,” the document concluded, “we will be fighting a never-ending battle against terrorism in the homeland, overseas and online».

Terroristi neonazisti a Chemnitz
nella ex Germania comunista

Terroristi neonazisti in Germania, le spie distratte e il nostro Aisi. «Rivoluzione Chemnitz», gruppo terroristico per “superare lo Stato di diritto democratico”, e sei neonazisti che ne facevano parte sono stati arrestati in Baviera e Sassonia. La notizia dalla Procura federale, che ha perquisito numerosi appartamenti in Sassonia e impegnato 100 agenti della polizia per inchiodare la cellula terroristica. Il gruppo voleva colpire domani, 3 ottobre, festa nazionale tedesca. I terroristi neri stavano già cercando di procurarsi delle armi semiautomatiche.
Chemnitz, della allora Germania comunista, la Ddr, era stata teatro di manifestazioni dell’estrema destra a fine agosto, dopo che un tedesco (anche lui di origini straniere) era rimasto ucciso in una rissa da un migrante. Nel mirino dei nostalgici eversivi erano finiti stranieri e oppositori politici, cioè “rappresentanti dei partiti tradizionali e esponenti dell’establishment” secondo gli inquirenti della procura di Karlsruhe.

Karl Marx-Stadt fucina
del terrorismo neonazista

I sei arrestati provengono tutti da ambienti neonazisti, skinhead e di hooligan dell’area di Chemnitz. E “Rivoluzione Chemnitz”, il gruppo clandestino, nasce sull’onda delle famose manifestazioni nella vecchia Karl-Marx-Stadt tra fine agosto con la saldatura tra l’estrema destra, smantellata un attimo prima che diventasse operativa. L’arresto, di nuovo a Chemnitz, di estremisti di destra pronti a passare alla strategia degli attentati conferma che l’ex Karl Marx-Stadt è la fucina del terrorismo neonazista nella Bundesrepublik.
Sempre qui nel recente passato ha potuto agire quasi indisturbata Beate Zschäpe, sola sopravvissuta del «Nationalsozialistischer Untergrund», responsabile dei cosiddetti «delitti del Kebab», l’omicidio efferato di nove immigrati e una poliziotta. Il capo della «Revolution Chemnitz» si chiama Christian K., ha 31 anni, era stato arrestato già due settimane fa dopo aver preso a bottigliate alcuni migranti. Pessimi segnali della radicalizzazione razzista favorita da certa politica populista.

Capo servizi segreti rimosso
amico dell’estrema destra

Due settimane fa il capo dei Servizi di sicurezza interna della Germania, Hans-Georg Maassen, è stato rimosso e trasferito ad altro incarico: segretario di Stato al ministero dell’Interno. Decisione sofferta e lacerante all’interno del governo tedesco tra la cancelliera e il suo ministro dell’Interno e presidente della Csu, Horst Seehofer. La coalizione ha deciso di rimuovere Maassen, accusato di eccessiva morbidezza verso l’estrema destra e finito nella bufera per i rapporti non proprio chiari con l’Afd, la formazione politica ultra destra con pesanti tentazioni neonaziste.
A imporre la decisione, le polemiche dichiarazioni di Maassen sulle rivolte xenofobe a Chemnitz. Crisi politica pesante: se il presidente del servizio segreto interno BfV fosse rimasto al suo posto per l’ostinazione di Seehofer, la socialdemocratica Nahles non aveva escluso la caduta della Grosse Koalition. Tutt’ora molto critica l’opposizione dei Verdi, “quella che di fatto è una promozione è un segnale devastante”.

Servizi segreti tedeschi
troppi vizi neonazisti

Luglio 2012, esplode lo scandalo di collusioni tra i servizi segreti e la cellula neonazista NSU, responsabile di undici omicidi a sfondo xenofobo negli ultimi dieci anni. I servizi segreti interni tedeschi del Verfassungsschutz (BfV) hanno sistematicamente occultato, ignorato o addirittura distrutto documenti riguardo a una cellula terrorista di estrema destra, conosciuta col nome di Nationalistischer Untergrund (Nsu), responsabile di 11 morti negli ultimi 10 anni. Caso venuto alla luce nel novembre 2011 con il suicidio di Uwe Mundlos e Uwe Böhnhardt, due neonazisti che avevano la polizia alle calcagna dopo una rapina.
Come può un gruppo terrorista uccidere e delinquere per dieci anni alla luce del sole senza destare sospetti? Una serie di negligenze all’interno del Verfassungschutz ha fatto sì che i file sulla NSU ‘andassero persi’ nelle comunicazioni tra stati federati tedeschi. Dubbioso ruolo dei cosiddetti V-Leute, informatori dei servizi segreti infiltrati nelle fila neonaziste, spesso ex estremisti, magari neanche tanto pentiti.

Persino l’Aisi italiano
li aveva avvertiti

In quel 2012, ill quotidiano Berliner Zeitung aveva scritto di una connessione italiana al caso che scuoteva la Germania. Una lettera dell’AISI (allora Sisde, servizi segreti interni) ai colleghi tedeschi in cui si ricordava che il servizio italiano aveva avvisato già nel 2003 la Germania dell’esistenza di questa cellula organizzata che curava con attenzione i suoi contatti proprio in Italia. In particolare, la lettera fa riferimento a un raduno neonazista nella località belga di Waasmunster. In questa occasione, gli italiani sarebbero venuti a conoscenza di una rete di terroristi di estrema destra internazionale pronta all’azione.
Dalla lettera dell’AISI emergeva anche che i neonazisti tedeschi di Turingia e Baviera si prendono particolarmente cura dei soci italiani in particolare gli “Skinhead Tirol – Sektion Meran” e “Veneto Fronte Skinheads”. Nel 2008, sempre secondo le informazioni dell’AISI, i neonazisti altoatesini avrebbero discusso con i tedeschi «della possibilità di compiere esemplari azioni xenofobe» e avrebbero tracciato una cartina dettagliata di una serie di attività e negozi gestiti da extraeuropei.

L’anniversario della guerra a Saddam

Iran, attentato alla parata. Doppia rivendicazione per l’attentato a Ahvaz, nella provincia del Khuzestan iraniano vicino ai confini con l’Iraq, durante la celebrazione della vittoria nella guerra contro l’Iraq di Saddam Hussei, con parata militare. Il bilancio ancora provvisorio parla di 29 morti, tra cui almeno una donna e un bambino e 8 militari del corpo delle Guardie della rivoluzione islamica, e 60 feriti.
Uomini armati hanno aperto il fuoco da dietro una tribuna mentre era in corso la manifestazione organizzata in occasione dell’anniversario dell’invasione dell’Iran ordinata da Saddam Hussein. L’attentato è stato prima rivendicato dal gruppo arabo separatista, “Al-Ahvaziyah” e poi anche dall’Isis attraverso un messaggio. Secondo la tv di stato iraniana, che ha parlato di «elementi takfir» (un termine in genere utilizzato per definire i sostenitori dell’Isis), 5 terroristi sono stati uccisi.

‘Regimi stranieri’

«I terroristi uccisi durante l’attacco sono stati identificati come mercenari dei servizi di intelligence degli Stati Uniti e del Mossad», ha detto all’agenzia Irna un portavoce delle Forze armate iraniane, il generale Abolfazh Shekarchi sottolineando che gli attentatori «sono stati sostenuti finanziariamente, forniti di armi e addestrati anche in due stati del Golfo Persico». Il riferimento all’Arabia saudita e ad Israele è evidente
«L’Iran risponderà rapidamente e con decisione in difesa delle vite iraniane», ha assicurato il ministro degli Esteri iraniano, Java Zarif, via Twitter.

Triade Usa, sauditi, Israele

«I terroristi, che sono stati ingaggiati, addestrati, armati e finanziati da regimi stranieri, hanno compiuto l’attacco ad Ahvaz. Tra le vittime bambini e giovani. L’Iran attribuisce la responsabilità dell’attacco agli sponsor regionali del terrorismo e ai loro istruttori americani» ha twittato il ministro degli Esteri Zarif.
Come riportato dall’agenzia IRNA, l’attentato è stato rivendicato dal gruppo “Movimento democratico arabo patriottico di Ahvaz”, che ha legami con l’Arabia Saudita. Ahvaz è il capoluogo della provincia del Khuzestan ed è stata teatro di alcuni tra i più cruenti scontri durante la guerra tra Iran e Iraq.

La feroce guerra Iran Iraq 1980-88

Ai tempi del conflitto era chiamata Guerra del Golfo, fino all’attacco Usa del 1990 per l’invasione del Kuwait. Il 20 agosto del 1988, 30 anni fa, il cessate il fuoco. Fu una delle guerre più sanguinose, lunghe e inutili della storia Medio Oriente. Saddam Hussein aveva lanciato l’attacco nell’estate del 1980 sperando di ottenere una rapida vittoria. Nei suoi piani, la guerra gli avrebbe consentito di impadronirsi di nuovi territori ricchi di petrolio e di destabilizzare la teocrazia iraniana, rendere più sicuri i suoi confini e trasformare l’Iraq nella potenza egemone del Medio Oriente. Gli iracheni, che godevano in quella guerra del sostegno occidentale, utilizzarono spesso armi chimiche fabbricate utilizzando componenti comprati da aziende europee o americane. Si calcola che probabilmente tra i 50 mila e i 100 mila iraniani, tra militari e civili, furono uccisi dalle armi chimiche irachene.

IL VIDEO DI TV2000

Sposi ed eredi del terrore

Bin Laden jr, Hamza Bin Laden, uno dei figli del leader di al-Qaeda, ha sposato la figlia di Mohammed Atta, uno dei dirottatori, egiziano, degli attacchi terroristici dell’11 settembre. L’unione è stata confermata dai fratellastri di Osama Bin Laden durante un’intervista al Guardian.
«Exclusive: union confirmed by Osama bin Laden’s family during interview with the Guardian».
L’unione è stata confermata dai fratellastri di Osama bin Laden, Ahmad e Hassan al-Attas.
Secondo i due, Hamza (in una foto dei suoi 18 anni), avrebbe assunto una posizione di comando all’interno di al-Qaeda, puntando a sostituire l’attuale leader del gruppo terroristico, Ayman al-Zawahiri.
Hamza bin Laden è il figlio di una delle tre mogli superstite di Osama bin Laden, Khairiah Sabar, che viveva con suo marito in un compound di Abbottabad, vicino a una grande base militare pakistana, quando fu ucciso. Da allora ha rilasciato dichiarazioni pubbliche che esortano i seguaci a dichiarare guerra a Washington, Londra, Parigi e Tel Aviv e viene visto come un sostituto dell’attuale leader del gruppo terroristico, Ayman al-Zawahiri.

Hamza Bin Laden, uno dei figli del leader di al-Qaeda

Molti figli, un solo erede

Le agenzie di intelligence occidentali si sono sempre concentrate su Hamza bin Laden negli ultimi due anni, individuato come più probabile erede politico-militare del creatore di Al-Qaeda. Il matrimonio di Hamza con la figlia di Atta, un cittadino egiziano, sembra confermare la centralità dell’attacco alle Torri gemelle per l’organizzazione terroristica, che continuerebbe + essere organizzata intorno all’eredità di Osama bin Laden.
Un altro dei figli di Bin Laden, Khalid, fu ucciso nel raid americano ad Abbottabad. Un terzo, Saad, è stato ucciso con un attacco di droni in Afghanistan nel 2009. Le lettere presumibilmente scritte da Osama bin Laden e sequestrate nel complesso dove è stato ucciso, già indicavano chiedevano ad Hamza di vendicare vendicare la morte del fratello Saad.
Le mogli e i figli sopravvissuti di Bin Laden sono tornati in Arabia Saudita, protetti dall’ex principe ereditario Mohammed bin Nayef. Le donne e i bambini rimangono in stretto contatto con la madre di Bin Laden, Alia Ghanem, a sua volta intervistata dal Guardian.

La madre di Osama Bin Laden

La caccia continua

La potente famiglia Bin Laden, tra i principi sauditi, e mille complicità possibili. Con la famiglia che cerca ovviamente di prendere la distanza ufficiali dal passato e del rischioso futuro dello sposo vendicatore. Hassan al-Attas, fratello di Osama bin Laden, ammette i propositi di vendetta del nipote. «Se Hamza fosse di fronte a me ora, gli direi: Dio ti guidi. Pensa due volte a quello che stai facendo. Non ripetere le scelte di tuo padre».
La famiglia ha sempre affermato di non aver avuto alcun contatto con Osama bin Laden dal 1999 fino alla sua morte nel 2011. Stesso vuoto (dichiarato) oggi, nei confronti di Hamza bin Laden. Vero o non vero ciò che dichiara la famiglia, il giovane sposo può contare su tutte le attenzioni possibili da parte dell’intelligence e dell’antiterrorismo Usa.
A causa del suo apparente ruolo all’interno di al-Qaida, il governo degli Stati Uniti lo ha etichettato come ‘terrorista globale’ –a specially designated global terrorist– già nel gennaio 2017, il che significa che i suoi beni potrebbero essere bloccati e chiunque si rapportasse con lui sarebbe arrestato.

https://www.theguardian.com/world/video/2017/nov/02/cia-releases-video-of-osama-bin-ladens-son-video

 

 

National Sozialistechen Underground, in tedesco, è già capisci tutto.
Gruppo terroristico neonazista con almeno dieci assassini alle spalle.

Neonazi tedeschi schedano i nemici. Notizia ‘quasi per caso’ da rassegna stampa, sul The Times di Londra, che non si caratterizza per notizie azzardate, prudenza ‘tory’, ma su certi temi, la storia britannica insegna prudenza guardando verso Berlino.
«Neo-Nazis amass blacklist of `enemies’», scrive da Berlino David Crossland. Gli estremisti di destra in Germania, terroristi veri e proprio, hanno accumulato ‘blacklist’ di oltre 25.000 persone individuate come “nemici”, ammette il governo.
Antichi vizi di schedatura che ritornano (anche in Italia). Gli elenchi, che includono indirizzi e numeri di telefono, sono stati scoperti quando la polizia tedesca ha inziiato ad indagare un po’ seriamente sulla rete terroristica del National Sozialistechen Underground (NSU) che ha assassinato dieci persone, la maggior parte immigrate turche, tra il 2000 e il 2007.

Sempre il foglio britannico, scrive che l’ufficio federale di polizia criminale avrebbe contattato solo tre persone che erano su una lista nera. Terroristi per finta, o sottovalutazione irresponsabile? Martina Renner, deputata del Partito della Sinistra, ha accusato il governo di ignorare la minaccia. “Non c’è altra spiegazione se la Polizia criminale federale informa meno di una manciata di persone colpite, su decine di migliaia”. “Immagina di essere in una lista come quella e di essere lasciato al buio”. E non esisterebbe neppure un database centralizzato di quelle blacklist della rete NSU.
Ma gli omicidi e gli attacchi di estrema destra sono una minaccia molto reale. L’intelligence tedesca, proprio la scorsa settimana, ha dichiarato che il numero di estremisti di estrema destra in Germania è salito a 12.700 l’anno scorso (12.100 nel 2016), anche se i crimini violenti commessi da loro sono scesi a 1.054 da 1.600.

FILE – In this June 20, 2017 file photo terror suspect Beate Zschaepe arrives in the court room in Munich, southern Germany, besides her lawyer Mathias Grasel. On Tuesday, Sept. 12, 2017 prosecutors will finish their closing arguments with a demand for the length of Zschaepe’s sentence. Zschaepe is accused of being involved in 10 neo-Nazi murders of the National Socialist Underground group, which allegedly killed eight Turkish men, a Greek and a policewoman between 2000 and 2007. (AP Photo/Matthias Schrader,pool, file)

Non minor ferocia ma meno bersagli. Ad esempio una diminuzione del numero di ostelli per rifugiati, poiché l’afflusso di migranti è diminuito. La crisi dei migranti del 2015 ha causato un aumento degli attacchi incendiari agli ostelli. L’ultimo membro superstite noto della cellula del NSU, Beate Zschaepe, 43 anni, è stata condannato a 15 anni di carcere l’11 luglio per il ruolo avuto nei dieci omicidi. Un caso clamoroso che aveva svelato il razzismo della polizia e la mancanza di coordinamento tra i servizi segreti e autorità dei Land.
Zschaepe, soprannominata “la sposa nazista”, insieme ai suoi amanti Uwe Boehnhardt e Uwe Mundlos, ha ucciso otto turchi, un greco e una poliziotta tedesca. La polizia aveva trascurato la pista del terrorismo di estrema destra, indagando invece sulle vittime, venditori di kebab, fruttivendoli, per presunte rese dei conti tra malavitosi o clan familiari.