martedì 21 agosto 2018

Terrorismo

Sposi ed eredi del terrore

Bin Laden jr, Hamza Bin Laden, uno dei figli del leader di al-Qaeda, ha sposato la figlia di Mohammed Atta, uno dei dirottatori, egiziano, degli attacchi terroristici dell’11 settembre. L’unione è stata confermata dai fratellastri di Osama Bin Laden durante un’intervista al Guardian.
«Exclusive: union confirmed by Osama bin Laden’s family during interview with the Guardian».
L’unione è stata confermata dai fratellastri di Osama bin Laden, Ahmad e Hassan al-Attas.
Secondo i due, Hamza (in una foto dei suoi 18 anni), avrebbe assunto una posizione di comando all’interno di al-Qaeda, puntando a sostituire l’attuale leader del gruppo terroristico, Ayman al-Zawahiri.
Hamza bin Laden è il figlio di una delle tre mogli superstite di Osama bin Laden, Khairiah Sabar, che viveva con suo marito in un compound di Abbottabad, vicino a una grande base militare pakistana, quando fu ucciso. Da allora ha rilasciato dichiarazioni pubbliche che esortano i seguaci a dichiarare guerra a Washington, Londra, Parigi e Tel Aviv e viene visto come un sostituto dell’attuale leader del gruppo terroristico, Ayman al-Zawahiri.

Hamza Bin Laden, uno dei figli del leader di al-Qaeda

Molti figli, un solo erede

Le agenzie di intelligence occidentali si sono sempre concentrate su Hamza bin Laden negli ultimi due anni, individuato come più probabile erede politico-militare del creatore di Al-Qaeda. Il matrimonio di Hamza con la figlia di Atta, un cittadino egiziano, sembra confermare la centralità dell’attacco alle Torri gemelle per l’organizzazione terroristica, che continuerebbe + essere organizzata intorno all’eredità di Osama bin Laden.
Un altro dei figli di Bin Laden, Khalid, fu ucciso nel raid americano ad Abbottabad. Un terzo, Saad, è stato ucciso con un attacco di droni in Afghanistan nel 2009. Le lettere presumibilmente scritte da Osama bin Laden e sequestrate nel complesso dove è stato ucciso, già indicavano chiedevano ad Hamza di vendicare vendicare la morte del fratello Saad.
Le mogli e i figli sopravvissuti di Bin Laden sono tornati in Arabia Saudita, protetti dall’ex principe ereditario Mohammed bin Nayef. Le donne e i bambini rimangono in stretto contatto con la madre di Bin Laden, Alia Ghanem, a sua volta intervistata dal Guardian.

La madre di Osama Bin Laden

La caccia continua

La potente famiglia Bin Laden, tra i principi sauditi, e mille complicità possibili. Con la famiglia che cerca ovviamente di prendere la distanza ufficiali dal passato e del rischioso futuro dello sposo vendicatore. Hassan al-Attas, fratello di Osama bin Laden, ammette i propositi di vendetta del nipote. «Se Hamza fosse di fronte a me ora, gli direi: Dio ti guidi. Pensa due volte a quello che stai facendo. Non ripetere le scelte di tuo padre».
La famiglia ha sempre affermato di non aver avuto alcun contatto con Osama bin Laden dal 1999 fino alla sua morte nel 2011. Stesso vuoto (dichiarato) oggi, nei confronti di Hamza bin Laden. Vero o non vero ciò che dichiara la famiglia, il giovane sposo può contare su tutte le attenzioni possibili da parte dell’intelligence e dell’antiterrorismo Usa.
A causa del suo apparente ruolo all’interno di al-Qaida, il governo degli Stati Uniti lo ha etichettato come ‘terrorista globale’ –a specially designated global terrorist– già nel gennaio 2017, il che significa che i suoi beni potrebbero essere bloccati e chiunque si rapportasse con lui sarebbe arrestato.

https://www.theguardian.com/world/video/2017/nov/02/cia-releases-video-of-osama-bin-ladens-son-video

 

 

National Sozialistechen Underground, in tedesco, è già capisci tutto.
Gruppo terroristico neonazista con almeno dieci assassini alle spalle.

Neonazi tedeschi schedano i nemici. Notizia ‘quasi per caso’ da rassegna stampa, sul The Times di Londra, che non si caratterizza per notizie azzardate, prudenza ‘tory’, ma su certi temi, la storia britannica insegna prudenza guardando verso Berlino.
«Neo-Nazis amass blacklist of `enemies’», scrive da Berlino David Crossland. Gli estremisti di destra in Germania, terroristi veri e proprio, hanno accumulato ‘blacklist’ di oltre 25.000 persone individuate come “nemici”, ammette il governo.
Antichi vizi di schedatura che ritornano (anche in Italia). Gli elenchi, che includono indirizzi e numeri di telefono, sono stati scoperti quando la polizia tedesca ha inziiato ad indagare un po’ seriamente sulla rete terroristica del National Sozialistechen Underground (NSU) che ha assassinato dieci persone, la maggior parte immigrate turche, tra il 2000 e il 2007.

Sempre il foglio britannico, scrive che l’ufficio federale di polizia criminale avrebbe contattato solo tre persone che erano su una lista nera. Terroristi per finta, o sottovalutazione irresponsabile? Martina Renner, deputata del Partito della Sinistra, ha accusato il governo di ignorare la minaccia. “Non c’è altra spiegazione se la Polizia criminale federale informa meno di una manciata di persone colpite, su decine di migliaia”. “Immagina di essere in una lista come quella e di essere lasciato al buio”. E non esisterebbe neppure un database centralizzato di quelle blacklist della rete NSU.
Ma gli omicidi e gli attacchi di estrema destra sono una minaccia molto reale. L’intelligence tedesca, proprio la scorsa settimana, ha dichiarato che il numero di estremisti di estrema destra in Germania è salito a 12.700 l’anno scorso (12.100 nel 2016), anche se i crimini violenti commessi da loro sono scesi a 1.054 da 1.600.

FILE – In this June 20, 2017 file photo terror suspect Beate Zschaepe arrives in the court room in Munich, southern Germany, besides her lawyer Mathias Grasel. On Tuesday, Sept. 12, 2017 prosecutors will finish their closing arguments with a demand for the length of Zschaepe’s sentence. Zschaepe is accused of being involved in 10 neo-Nazi murders of the National Socialist Underground group, which allegedly killed eight Turkish men, a Greek and a policewoman between 2000 and 2007. (AP Photo/Matthias Schrader,pool, file)

Non minor ferocia ma meno bersagli. Ad esempio una diminuzione del numero di ostelli per rifugiati, poiché l’afflusso di migranti è diminuito. La crisi dei migranti del 2015 ha causato un aumento degli attacchi incendiari agli ostelli. L’ultimo membro superstite noto della cellula del NSU, Beate Zschaepe, 43 anni, è stata condannato a 15 anni di carcere l’11 luglio per il ruolo avuto nei dieci omicidi. Un caso clamoroso che aveva svelato il razzismo della polizia e la mancanza di coordinamento tra i servizi segreti e autorità dei Land.
Zschaepe, soprannominata “la sposa nazista”, insieme ai suoi amanti Uwe Boehnhardt e Uwe Mundlos, ha ucciso otto turchi, un greco e una poliziotta tedesca. La polizia aveva trascurato la pista del terrorismo di estrema destra, indagando invece sulle vittime, venditori di kebab, fruttivendoli, per presunte rese dei conti tra malavitosi o clan familiari.

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Contatori del terrorismo

Martedì 29 maggio un uomo ha ucciso quattro persone in Belgio. È stato l’attacco terroristico numero 546 dall’inizio dell’anno e ha portato il numero di morti per terrorismo nel mondo nel 2018 a 2.882. Fine maggio, primo 150 giorni di vita del 2018, dai tre e quattro attentato ogni giorno (3,64), per 20 vittime ogni giorno che la follia ci manda.
Lo scorso anno in tutto il mondo sono morte più di ottomila persone (8.354) in 1.347 attentati. Ma il 2016 era stato molto peggio, con 14.801 morti in 1.487 attentati. Sono i dati raccolti dal sito Storymaps.
https://storymaps.esri.com/stories/terrorist-attacks/
Il sito permette di verificare per ogni luogo quanti attentati si siano verificati, di quale gravità, e a chi siano stati attribuiti.

Contatori del terrorismo
Fiori sul luogo dell’attentato a Liegi

Classifica tragica

Kabul mattatoio
Dalla sua mappa interattiva emerge che il luogo più colpito è stata la città di Kabul, dove quest’anno sono avvenuti 19 attacchi e ci sono stati 338 morti: più di una persona su dieci tra le vittime del terrorismo, è stata uccisa nella capitale dell’Afghanistan.
L’anno scorso a Kabul gli attentati erano stati solo 36, ma i morti 665.
Somalia dannata
Il maggior numero di vittime nel 2017 si è verificato invece a Mogadiscio: nella capitale della Somalia le vittime sono state 891, soprattutto a causa del micidiale attentato del 14 ottobre che uccise 587 persone.

Statistiche incerte

Le statistiche sul terrorismo sono però molto incerte e dipendono non solo dalle fonti ma anche dal tipo di eventi che vengono inclusi. Il Washington Post all’inizio dell’anno, sulla base dei dati del Jane’s Terrorism and Insurgency Center, ha calcolato 22.487 attacchi nel 2017 e 18.487 morti. Il numero di vittime nel 2017 sarebbe in calo del 33%: un terzo in meno rispetto ai 27.687 morti del 2016. L’anno peggiore, secondo i dati del Jane’s Terrorism and Insurgency Center, sarebbe stato il 2014 con quasi cinquantamila vittime (48.786).

Massacro 2014

Il sito Ourworldindata (https://ourworldindata.org/) che utilizza il Global Terrorism Database (GTD) della University of Maryland (aggiornato solo fino al 2016), mostra come dal 2011 al 2014 ci sia stata una impennata degli attacchi e del numero di vittime, passate da 8.000 nel primo di questi quattro anni a oltre 43.500 nel 2014, per poi cominciare a ridursi. Solo in Iraq ci sono stati quattro anni fa oltre 13.000 morti, più di 7.700 in Nigeria, 5.000 in Afghanistan, 3.300 in Siria, 2.400 in Pakistan.

alt="Liegi, terrorismo per ogni violenza"

Terrorismo modello di violenza

Sparatoria a Liegi, modello terrorismo che vale ormai per ogni violenza. A metà mattina nel pieno centro della città: uccise due poliziotte e una passante. A sparare sarebbe stato un uomo che, dopo essere stato fermato dalla polizia per un controllo di routine, sarebbe riuscito a disarmare una delle agenti, facendo successivamente fuoco anche contro i passanti nel pieno centro della città. Era uscito dal carcere il giorno prima ed era armato di coltello.
Secondo alcune fonti di media come la Dernier Heure e Vtm Niews, l’uomo avrebbe urlato “Allah Akbar” prima di essere ucciso. Non c’è ancora una conferma ufficiale da parte della polizia, ma la procura antiterrorismo è intervenuta sul caso.

Liegi, terrorismo per ogni violenza

Dopo la prima sparatoria, l’aggressore si sarebbe rifugiato nell’androne di un liceo, il Léonie de Waha dove avrebbe preso una donna in ostaggio. Braccato dagli uomini del peloton anti-banditisme sarebbe stato ucciso dopo uno scontro a fuoco dove anche due agenti sono rimasti feriti. Illesa la donna presa in ostaggio.
Per la tv belga Rtbf, l’autore sarebbe Benjamin Herman, nato nel 1982, un passato da criminale comune entrato e uscito varie volte di prigione. L’ultima ieri, per un congedo. Violento e solitario, non è conosciuto per radicalismo ma la polizia indaga ora se possa essersi radicalizzato in prigione.

Liegi, terrorismo per ogni violenza

Se anche non è terrorismo
quella violenza ha fatto scuola

Non solo foreign fighter, quelli che tornano addestrati dal fronte jihadista, loro il pericolo maggiore, ma anche gli imitatori per ideologia o per pura violenza. Rimaniamo all’accertabile, i combattenti di ritorno. Storie molto diverse di uomini, donne, minori, qualche volta di intere famiglie che hanno deciso di aderire al jihad. Oggi i foreign fighter individuati dalla direzione centrale della Polizia di prevenzione (l’antiterrorismo della Ps) sono 129, 117 uomini e 12 donne. I cittadini italiani (o con doppia nazionalità) sono 24, tra cui 13 convertiti; di essi solo 8 sono partiti dall’Italia. Dei 24 cittadini italiani, 7 sono donne, di cui 6 convertite.
Su 129, certa la morte di 42 soggetti, probabilmente di più, e tra i deceduti due italiani di nascita: Giuliano Del Nevo e Francesco Cascio. I ritornati in Europa sono 23, di cui 11 in Italia e in gran parte si tratta di siriani dichiarati oppositori al regime di Assad. 4 di quegli 11 sono in carcere.

L’ex Isis vuole l’Afghanistan. Con l’attacco kamikaze contro un centro elettorale a Kabul con 48 morti e 112 feriti, ‘al-Dawla al-Islāmiyya’, l’ex Isis, ha avviato la sua campagna contro le elezioni per il Parlamento afghano, che si terranno il prossimo 20 ottobre. Il bagno di sangue, ancora una volta, è avvenuto in mezzo ai civili che si apprestavano a registrarsi in un quartiere sciita della capitale. Un terrorista si è fatto esplodere all’ingresso della struttura allestita in una scuola. Nel mirino, ha affermato la sedicente agenzia di stampa jihadista Aamaq, vi erano gli sciiti «apostati» del quartiere Dasht-e-Barshi, nella parte est di Kabul.

Anche i talebani si dissociano

La rivendicazione da parte dello Stati Islamico assieme alla presa di distanza dei talebani. Sullo sfondo l’incertezza tra l’adesione ai negoziati di pace offerti governo e l’avvio della consueta offensiva di primavera. Un’altra esplosione è avvenuta in un centro elettorale di Pol-e Khomri, capoluogo della provincia settentrionale afghana di Baghlan con un bilancio di almeno 12 morti e cinque feriti. Fonti amministrative locali hanno indicato che l’attentato ha avuto caratteristiche simili a quello realizzato all’ingresso della scuola di Kabul.

Opposti terrorismi

Nel mese di febbraio diversi attacchi sono stati messi a segni contro l’esercito ora dai talebani, ora dall’Isis. Solo un mese fa un’azione suicida rivendicata dall’ex Isis in un santuario sciita nella zona ovest della città con una trentina di morti. A gennaio a colpire la capitale afgana fu invece una terribile strage compiuta con un’ambulanza imbottita di esplosivo e rivendicata dai talebani: allora le vittime furono 103 e 253 i feriti. Attentati mirati a creare un clima di sfiducia verso il governo del presidente Ghani, indebolendo la credibilità della sua offerta ai talebani, presentata due mesi fa.

14 milioni alle urne

Offerta di colloqui di pace fatta dal presidente Ashraf Ghani messa in difficoltà a colpi di strage. Comunque, il processo elettorale, cominciato il 14 aprile scorso, prosegue: la scommessa del governo e della comunità internazionale è portare alle urne 14 milioni di adulti, facendoli registrare nei 7.000 centri elettorali sparsi in tutto il paese. Più alto sarà il numero di registrazioni, più alta l’affluenza, più pesante diventerà la sconfitta del terrorismo.

Il processo emulativo

Münster, Germania: un uomo, un camion, decine di vittime. Terrorismo, come a Berlino, a Nizza, Londra e Barcellona. Dopo qualche ora abbiamo scoperto che il conducente del furgone assassino lanciato sulla folla era un tedesco con problemi psichici. Nessuna matrice islamica. Un dato che apparentemente crea sollievo ma che, a ben pensare, solleva altre paure. La violenza del Califfato ha fatto scuola e riesce a condizionare anche soggetti estranei al circuito.
Certo, anche quello dello squilibrato tedesco è un atto terroristico. Era terrorismo anche Las Vegas, e altri episodi di violenza senza motivazioni politiche. Il problema è quello del processo emulativo dell’assalto di Münster.

Terrorismo ‘fuori di testa’

Il fenomeno dei ‘lupi solitari’, osserva Augusto Rubei sull’Huffington Post, ha spinto i terroristi a improvvisare violenze rozze, elementari, come accoltellamenti, colpi di arma da fuoco in strada, ma soprattutto l’uso di veicoli per investire indiscriminatamente dei civili, e uccidere. Purtroppo è l’era dei camion-killer, visto che da Digione nel 2014, primo attentato di questo tipo, sono ben 18 gli attacchi condotti con l’uso di un veicolo, che sia stato un’automobile, un furgone, un camion.
Dopo Digione abbiamo avuto Nantes, Nizza, l’Ohio State University, Berlino appunto, Westminster, Gerusalemme, Stoccolma, il London Bridge, il Finsbury Park, gli Champs-Élysées, Charlottesville (in Virginia), Barcellona, New York, Edmonton (in Canada) e altri.

Camion-killer prima di Isis

La paternità della nuova tecnica assassina viene erroneamente attribuita all’Isis dopo che il suo portavoce, Abu Mohammad al-Adnani, quattro anni fa consigliò ai fiancheggiatori del Califfato di usare la propria auto o dei camion per uccidere gli infedeli. In verità, è la branca yemenita di al Qaeda che incoraggia per la prima volta le sue reclute in Occidente a usare i camion come delle armi. Anno 2010, sulla rivista Inspire, l’articolo “The Ultimate Mowing Machine”, pickup come “falciatrici, non per l’erba ma per i nemici di Allah”.
Il via all’uso di veicoli per uccidere risale però al 1973, precisa Rubei. Storicamente il primo uso che se ne fa è a Praga, ex Cecoslovacchia, con l’assassina Olga Hepnarová. È nel 2001, attacco ad Azor da parte di un terrorista palestinese ad avvicinarsi al tipo di assalto come lo conosciamo oggi.

Terrorismo, smantellata rete Amri: cinque arresti
Nuova operazione antiterrorismo della Polizia di Roma e Latina che hanno arrestato diverse persone riconducibili alla rete di Anis Amri, il tunisino autore della strage al mercatino di Natale di Berlino, ucciso a Sesto San Giovanni il 23 dicembre del 2016.
Sono cinque le ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse dal Gip del Tribunale di Roma nei confronti degli arrestati: i reati ipotizzati, addestramento e attività con finalità di terrorismo internazionale e associazione a delinquere finalizzata alla falsificazione di documenti e al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Oltre agli arresti, sono in corso una serie di perquisizioni nelle province di Latina, Roma, Caserta, Napoli, Matera e Viterbo.

Anis Amri, il tunisino autore della strage al mercatino di Natale di Berlino, ucciso a Sesto San Giovanni il 23 dicembre del 2016

Non solo ‘Paese di transito’

L’allarme del ministro a rendere pubblico un pericolo che stava diventando palese per tutti, a volerlo leggere. Gli arrestati dell’Antiterrorismo in questi giorni, e prima l’incremento delle espulsioni di elementi legati al radicalismo islamico, e poi il solitamente silente ministro Marco Minniti a rendere pubblico l’allarme in corso. Non siamo più soltanto un Paese di transito per il Jihad globale che dai territori di Siria, Iraq e dintorni si sposta in Europa.
«Stiamo diventando una delle trincee del Vecchio Continente nelle quali ‘Isis 2.0’ combatte», denuncia Umberto De Giovannangeli sull’Huffington Post. Non è solo un dato quantitativo citato sopra, tra arresti ed espulsioni, ma è qualcosa di più profondo, qualitativo, legato alle scelte strategiche dei comandi militari dello Stato islamico dopo le sconfitte sul campo subite in Siria, in particolare a Raqqa, e in Iraq con Mosul.

Sciolto l’esercito, è guerriglia

L’esempio di cosa analisti e antiterrorismo temono, viene dall’Afghanistan. Come al-Qaeda dopo la reazione americana all’11 Settembre. Scalzato dai territori del Califfato, lo Stato islamico si reinventa in una struttura meno piramidale, fondata su cellule a compartimenti che decidono tempi e modi di azione. «Comando strategico impiantato nell’area desertica ai confini tra Libia e Tunisia», per De Giovannangeli. Ed ecco pronto l’altro elemento di preoccupante novità, il rischio della ‘jihad dei barconi’, e non per fare del leghismo mal riuscito.
«Che da tempo esista un patto criminale tra milizie jihadiste, nel Maghreb e nell’Africa centrale, e trafficanti di esseri umani, è cosa nota. La novità consiste nella diversificazione delle rotte e nei mezzi utilizzati». L’opera di contrasto attuata in Libia, spiegano fonti a contatto con i militari italiani a comando Aise -servizi segreti esteri- che operano nel Paese nordafricano, ha costretto ‘Isis 2.0’ (come molti hanno ribattezzato l’ex Isis) a puntare su coste e porti meno controllati dalle forze locali e da quelle internazionali: Tunisia e Algeria, per l’appunto.

Il Jihad si decentra

L’ex Isis, in attesa di nuova sigla che lo identifichi, si decentra. Qualcuno, dopo l’attentato di giorni fa in Francia, già parla di una “jihad delle campagne”, affidata a lupi solitari, foreign fighter di ritorno e a nuovi indottrinati. Mentre, il diradarsi degli attentati e delle cronache di guerra fa abbassare la guardia nell’opinione pubblica. Nasce da qui -probabilmente- il grido d’allarme lanciato dal ministro dell’Interno Marco Minniti nella intervista concessa a La Stampa. Oltre a notizia che lui ha ma che certo non può diffondere. Ma l’avvertimento che viene dai recenti arresti è chiaro.
«Il quadro della minaccia di Isis rimane radicalmente immutato. Anzi, la caduta di Raqqa e Mosul, se da una parte fa venir meno l’elemento ‘territoriale’ del Califfato, dall’altro aumenta la pericolosità dell’altra componente, quella terroristica. Grazie a un’indagine svolta da personale super-specializzato – continua Minniti – siamo stati capaci di penetrare un ‘cuore di tenebra’. Lì veniva utilizzato il vocabolario tipico dell’Isis e di Al Adnani, il ministro della propaganda del Califfato».

Il vecchio Isis si trasforma in Europa

Minniti parla dell’arresto a Foggia dell’egiziano che indottrinava i bambini ai precetti dell’Isis, e rileva che l’indagine ha disegnato uno “scenario assolutamente agghiacciante. Una cosa che non ha eguali in Occidente. L’unica cosa che si può associare alla ‘scuola’ di Foggia – dice il ministro – sono le immagini che provenivano dal profondo dell’Iraq e della Siria, quelle di bambini addestrati a usare la pistola o utilizzati per esecuzioni capitali”.
Sui bambini che frequentavano le lezioni dell’egiziano arrestato” certamente gli educatori e gli psicologi dovranno lavorare molto. Ma – prosegue Minniti – l’importante è che, grazie a un’indagine svolta da personale super-specializzato, siamo stati capaci di penetrare un “cuore di tenebra”. Lì veniva utilizzato il vocabolario tipico dell’Isis e di Al Adnani, il ministro della propaganda del Califfato. L’elemento di novità assoluta è che tutto questo avviene qui, non a Dacca o nei territori dell’Isis. Nel cuore dell’Europa”.

Sono oltre 36mila, tra morti e feriti, le vittime del terrorismo in Iraq nel 2014. Il bilancio di sangue, ad un anno dalla nascita dello Stato Islamico autoproclamato il 29 giugno 2014. Dati del ministero dei Diritti dell’Uomo iracheno. Oltre ai danni provocati dalla furia distruttrice degli uomini del Califfato come la distruzione di ben 201 moschee e della fuga di circa mezzo milione di famiglie dalle province controllate dai Jihadisti: Ninive, al Anbar e Salhuddine.
«Il numero dei morti nel corso dell’anno scorso in tutte le province irachene ad eccezione di Ninive, Salhuddine e al Anabr (quelle controllate dall’ex Isis, ndr) e la regione autonoma del Kurdistan è stato di 4722 persone uccise e 28.525 quelle ferite», calcola il ministero iracheno.

Pesante anche il bilancio delle vittime tra noi operatori dei media. Secondo i dati del ministero iracheno, dal 2013 al 2014 sono stati uccisi 406 giornalisti, 14 come ‘assaggio’ di quell’inizio di califfato tagliagole. Tributo di sangue anche tra i magistrati che nel corso dell’anno appena passato (2017) hanno perso “sei giudici uccisi dai terroristi”. Noi ‘infedeli’, i nemici assoluti, ma non va meglio ai musulmani di diversa obbedienza. Loro sono ‘eretici’, che è quasi peggio. Secondo i dati della Sovraintendenza sunnita dalla nascita dell’Isis a giugno ad oggi nelle zone controllate dagli uomini del Califfo Abu bakr al Baghdadi sono state colpite 201 moschee, mentre già sappiamo delle 493.990 costrette ad abbandonare le loro case.

Dopo aver perso tutte le città che un tempo controllavano, sotto l’egida dell’auto-dichiarato califfato, il territorio ora in mano al gruppo terroristico si riduce a una piccola striscia nell’area dell’Eufrate e delle zone rurali della Siria, dell’Iraq e del confine tra i due paesi. Ma, nonostante le recenti battute d’arresto in Iraq e in Siria -scrive su Analisi Difesa Elvio Rotondo da AskaNews- «Il terrorismo rimane una minaccia significativa e in evoluzione in tutto il mondo».
Secondo le Nazioni Unite, la propaganda di al-Qaeda continua a presentare una nuova generazione di potenziali leader, come Hamza bin Laden, figlio di Osama bin Laden, in un apparente tentativo di proporre un’immagine più giovane e rinnovata ai suoi simpatizzanti.

In Siria, secondo alcuni esperti, il Fronte di Al-Nusra rimane uno degli affiliati di Al Qaida più forti a livello globale. Lo scopo del gruppo è di inglobare i piccoli gruppi autonomi che operano in Siria. Alcuni membri sostengono che il Fronte al-Nusra dovrebbe avere una prospettiva più internazionale e operare anche al di fuori della Siria.
Il Fronte al-Nusra rimane la forza dominante nella coalizione Hay’at Tahrir al Sham di al-Qaida, con un numero di combattenti tra i 7.000 e gli 11.000, tra cui diverse migliaia di stranieri. Al-Qaida rimane una seria minaccia all’interno della penisola araba, da dove pianifica gli attacchi nel Medio Oriente allargato.

Gli esperti hanno riferito che ‘Al-Qaida nella Penisola Arabica’, AQAP, starebbe svolgendo un ruolo di primo piano nelle attività di propaganda e comunicazione di al-Qaida, mentre nell’Africa occidentale la minaccia dei gruppi legati ad al-Qaida e allo Stato islamico continua a diffondersi in tutto il Mali come anche nei paesi vicini, sfruttando anche la profonda crisi caratterizzata da insicurezza, crescente criminalizzazione e fragilità degli stati.
Nel 2017, la maggior parte delle ‘entità terroristiche’ nella regione del Sahel (Niger e dintorni, dove stiamo per mandare i nostri militari) ha stabilito legami formali con lo Stato Islamico o al-Qaeda. Nell’Africa orientale il gruppo di al-Shabab, affiliato ad al-Qaida, ha mantenuto il proprio dominio sui seguaci dello Stato Islamico in Somalia, più pericolosi dell’ex Isis contro l’Unione Africana.

In Afghanistan, secondo gli esperti, ci sarebbe stato un aumento dei combattenti dell’opposizione, almeno 60.000 fedeli ai talebani in combinazione con vari gruppi affiliati ad Al Qaeda. Da parte americana -utile ricordarlo- la guerra in Afghanistan costa 45 miliardi di dollari l’anno. La cifra comprende 5 miliardi per le forze afghane e 13 miliardi per le forze americane all’interno del Paese.
Le perdite dello Stato islamico in Iraq e in Siria farebbero aumentare la minaccia per il Sud-Est asiatico. La regione ha visto “un marcato aumento degli attacchi terroristici di ispirazione Stato Islamico” negli ultimi anni, con almeno 10 attacchi nella sola Indonesia nella prima metà del 2017.

Per il reclutamento e la comunicazione tra i militanti, costante l’uso dei social media da parte dei combattenti, sostenitori e simpatizzanti dello Stato Islamico. Lo Stato Islamico, inoltre, continua a trasferire fondi in tutto il Medio Oriente, utilizzando reti di trasferimento di denaro con il sistema ‘hawala’, uno dei sistemi più antichi e più anonimi di trasferimento di denaro, oppure i classici corrieri con denaro contante.
Un importante fattore per il sostentamento economico del terrorismo è senz’altro il legame tra attività terroristiche e attività criminali. In particolare, flusso di armi, confini aperti e immigrazione verso i paesi occidentali spesso aiutano a creare opportunità senza precedenti per le organizzazioni terroristiche di fare soldi con attività criminali.

L’illusione del ‘dopo terrorismo’

Afghanistan

L’attacco di un commando dell’Isis alla sezione di Jalalabad City della ong Save The Children si è concluso alle 19 locali (le 15,30 italiane) con l’uccisione di cinque militanti. Lo riferiscono le tv Tolo e 1TvNews, citando fonti ufficiali. Circa 45 membri dello staff della ong sono stati liberati dalle forze di sicurezza afghane. Il bilancio provvisorio di tre morti (fra cui due dipendenti della ong) e 24 feriti, riferisce l’agenzia di stampa Pajhwok, è stato confermato nel tardo pomeriggio dal governatore della provincia di Nangarhar, Gulab Mangal.

In seguito all’attentato Save the Children sospende le sue attività in Afghanistan. Lo riferiscono i media internazionali.

Libia, Bengasi

Due autobomba esplose a Bengasi, in Libia, intorno alle 21 di fronte alla moschea Baiat al Ridwan, nel quartiere di Al Salmani. Le autorità hanno confermato che ci sono almeno 27 morti ma secondo i riscontri citati dall’agenzia Reuters il bilancio sale almeno a 33. Decine, invece, i feriti. I fedeli coinvolti nel sanguinoso attentato stavano uscendo dalla moschea non lontano dalla zona portuale.
Tra le persone coinvolte nell’attentato ci sarebbero anche alti esponenti della sicurezza della città libica.
È rimasto ferito Almahdi Al Fellah, capo dell’Intelligence department, Internal security e state security, mentre sarebbe morto Ahmed Alfaytori, capo del dipartimento delle unità investigative. Fonti locali riferiscono che, in seguito all’esplosione, sarebbe rimasto ferito anche il colonnello Belkasim Al Obaidi del Direttorato della sicurezza di Bengasi.

Il bersaglio e chi ha colpito

Le due esplosioni nella seconda città della Libia, scenario dal 2014 e fino allo scorso anno, della sanguinosa guerra civile. Le bombe sono esplose a distanza di 10-15 minuti l’una dall’altra, a cercare la strage anche dei primo soccorritori.
Il secondo ordigno ha infatti colpito anche un’ambulanza arrivata per soccorrere le persone coinvolte nella prima esplosione.
La cellula terroristica che ha colpito, apparterrebbe allo Shura Council of Benghazi Revolutionary, una coalizione di milizie integraliste islamiche tra cui la più nota è Ansar al-sharia.