venerdì 25 maggio 2018

Terrorismo

L’ex Isis vuole l’Afghanistan. Con l’attacco kamikaze contro un centro elettorale a Kabul con 48 morti e 112 feriti, ‘al-Dawla al-Islāmiyya’, l’ex Isis, ha avviato la sua campagna contro le elezioni per il Parlamento afghano, che si terranno il prossimo 20 ottobre. Il bagno di sangue, ancora una volta, è avvenuto in mezzo ai civili che si apprestavano a registrarsi in un quartiere sciita della capitale. Un terrorista si è fatto esplodere all’ingresso della struttura allestita in una scuola. Nel mirino, ha affermato la sedicente agenzia di stampa jihadista Aamaq, vi erano gli sciiti «apostati» del quartiere Dasht-e-Barshi, nella parte est di Kabul.

Anche i talebani si dissociano

La rivendicazione da parte dello Stati Islamico assieme alla presa di distanza dei talebani. Sullo sfondo l’incertezza tra l’adesione ai negoziati di pace offerti governo e l’avvio della consueta offensiva di primavera. Un’altra esplosione è avvenuta in un centro elettorale di Pol-e Khomri, capoluogo della provincia settentrionale afghana di Baghlan con un bilancio di almeno 12 morti e cinque feriti. Fonti amministrative locali hanno indicato che l’attentato ha avuto caratteristiche simili a quello realizzato all’ingresso della scuola di Kabul.

Opposti terrorismi

Nel mese di febbraio diversi attacchi sono stati messi a segni contro l’esercito ora dai talebani, ora dall’Isis. Solo un mese fa un’azione suicida rivendicata dall’ex Isis in un santuario sciita nella zona ovest della città con una trentina di morti. A gennaio a colpire la capitale afgana fu invece una terribile strage compiuta con un’ambulanza imbottita di esplosivo e rivendicata dai talebani: allora le vittime furono 103 e 253 i feriti. Attentati mirati a creare un clima di sfiducia verso il governo del presidente Ghani, indebolendo la credibilità della sua offerta ai talebani, presentata due mesi fa.

14 milioni alle urne

Offerta di colloqui di pace fatta dal presidente Ashraf Ghani messa in difficoltà a colpi di strage. Comunque, il processo elettorale, cominciato il 14 aprile scorso, prosegue: la scommessa del governo e della comunità internazionale è portare alle urne 14 milioni di adulti, facendoli registrare nei 7.000 centri elettorali sparsi in tutto il paese. Più alto sarà il numero di registrazioni, più alta l’affluenza, più pesante diventerà la sconfitta del terrorismo.

Il processo emulativo

Münster, Germania: un uomo, un camion, decine di vittime. Terrorismo, come a Berlino, a Nizza, Londra e Barcellona. Dopo qualche ora abbiamo scoperto che il conducente del furgone assassino lanciato sulla folla era un tedesco con problemi psichici. Nessuna matrice islamica. Un dato che apparentemente crea sollievo ma che, a ben pensare, solleva altre paure. La violenza del Califfato ha fatto scuola e riesce a condizionare anche soggetti estranei al circuito.
Certo, anche quello dello squilibrato tedesco è un atto terroristico. Era terrorismo anche Las Vegas, e altri episodi di violenza senza motivazioni politiche. Il problema è quello del processo emulativo dell’assalto di Münster.

Terrorismo ‘fuori di testa’

Il fenomeno dei ‘lupi solitari’, osserva Augusto Rubei sull’Huffington Post, ha spinto i terroristi a improvvisare violenze rozze, elementari, come accoltellamenti, colpi di arma da fuoco in strada, ma soprattutto l’uso di veicoli per investire indiscriminatamente dei civili, e uccidere. Purtroppo è l’era dei camion-killer, visto che da Digione nel 2014, primo attentato di questo tipo, sono ben 18 gli attacchi condotti con l’uso di un veicolo, che sia stato un’automobile, un furgone, un camion.
Dopo Digione abbiamo avuto Nantes, Nizza, l’Ohio State University, Berlino appunto, Westminster, Gerusalemme, Stoccolma, il London Bridge, il Finsbury Park, gli Champs-Élysées, Charlottesville (in Virginia), Barcellona, New York, Edmonton (in Canada) e altri.

Camion-killer prima di Isis

La paternità della nuova tecnica assassina viene erroneamente attribuita all’Isis dopo che il suo portavoce, Abu Mohammad al-Adnani, quattro anni fa consigliò ai fiancheggiatori del Califfato di usare la propria auto o dei camion per uccidere gli infedeli. In verità, è la branca yemenita di al Qaeda che incoraggia per la prima volta le sue reclute in Occidente a usare i camion come delle armi. Anno 2010, sulla rivista Inspire, l’articolo “The Ultimate Mowing Machine”, pickup come “falciatrici, non per l’erba ma per i nemici di Allah”.
Il via all’uso di veicoli per uccidere risale però al 1973, precisa Rubei. Storicamente il primo uso che se ne fa è a Praga, ex Cecoslovacchia, con l’assassina Olga Hepnarová. È nel 2001, attacco ad Azor da parte di un terrorista palestinese ad avvicinarsi al tipo di assalto come lo conosciamo oggi.

Terrorismo, smantellata rete Amri: cinque arresti
Nuova operazione antiterrorismo della Polizia di Roma e Latina che hanno arrestato diverse persone riconducibili alla rete di Anis Amri, il tunisino autore della strage al mercatino di Natale di Berlino, ucciso a Sesto San Giovanni il 23 dicembre del 2016.
Sono cinque le ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse dal Gip del Tribunale di Roma nei confronti degli arrestati: i reati ipotizzati, addestramento e attività con finalità di terrorismo internazionale e associazione a delinquere finalizzata alla falsificazione di documenti e al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Oltre agli arresti, sono in corso una serie di perquisizioni nelle province di Latina, Roma, Caserta, Napoli, Matera e Viterbo.

Anis Amri, il tunisino autore della strage al mercatino di Natale di Berlino, ucciso a Sesto San Giovanni il 23 dicembre del 2016

Non solo ‘Paese di transito’

L’allarme del ministro a rendere pubblico un pericolo che stava diventando palese per tutti, a volerlo leggere. Gli arrestati dell’Antiterrorismo in questi giorni, e prima l’incremento delle espulsioni di elementi legati al radicalismo islamico, e poi il solitamente silente ministro Marco Minniti a rendere pubblico l’allarme in corso. Non siamo più soltanto un Paese di transito per il Jihad globale che dai territori di Siria, Iraq e dintorni si sposta in Europa.
«Stiamo diventando una delle trincee del Vecchio Continente nelle quali ‘Isis 2.0’ combatte», denuncia Umberto De Giovannangeli sull’Huffington Post. Non è solo un dato quantitativo citato sopra, tra arresti ed espulsioni, ma è qualcosa di più profondo, qualitativo, legato alle scelte strategiche dei comandi militari dello Stato islamico dopo le sconfitte sul campo subite in Siria, in particolare a Raqqa, e in Iraq con Mosul.

Sciolto l’esercito, è guerriglia

L’esempio di cosa analisti e antiterrorismo temono, viene dall’Afghanistan. Come al-Qaeda dopo la reazione americana all’11 Settembre. Scalzato dai territori del Califfato, lo Stato islamico si reinventa in una struttura meno piramidale, fondata su cellule a compartimenti che decidono tempi e modi di azione. «Comando strategico impiantato nell’area desertica ai confini tra Libia e Tunisia», per De Giovannangeli. Ed ecco pronto l’altro elemento di preoccupante novità, il rischio della ‘jihad dei barconi’, e non per fare del leghismo mal riuscito.
«Che da tempo esista un patto criminale tra milizie jihadiste, nel Maghreb e nell’Africa centrale, e trafficanti di esseri umani, è cosa nota. La novità consiste nella diversificazione delle rotte e nei mezzi utilizzati». L’opera di contrasto attuata in Libia, spiegano fonti a contatto con i militari italiani a comando Aise -servizi segreti esteri- che operano nel Paese nordafricano, ha costretto ‘Isis 2.0’ (come molti hanno ribattezzato l’ex Isis) a puntare su coste e porti meno controllati dalle forze locali e da quelle internazionali: Tunisia e Algeria, per l’appunto.

Il Jihad si decentra

L’ex Isis, in attesa di nuova sigla che lo identifichi, si decentra. Qualcuno, dopo l’attentato di giorni fa in Francia, già parla di una “jihad delle campagne”, affidata a lupi solitari, foreign fighter di ritorno e a nuovi indottrinati. Mentre, il diradarsi degli attentati e delle cronache di guerra fa abbassare la guardia nell’opinione pubblica. Nasce da qui -probabilmente- il grido d’allarme lanciato dal ministro dell’Interno Marco Minniti nella intervista concessa a La Stampa. Oltre a notizia che lui ha ma che certo non può diffondere. Ma l’avvertimento che viene dai recenti arresti è chiaro.
«Il quadro della minaccia di Isis rimane radicalmente immutato. Anzi, la caduta di Raqqa e Mosul, se da una parte fa venir meno l’elemento ‘territoriale’ del Califfato, dall’altro aumenta la pericolosità dell’altra componente, quella terroristica. Grazie a un’indagine svolta da personale super-specializzato – continua Minniti – siamo stati capaci di penetrare un ‘cuore di tenebra’. Lì veniva utilizzato il vocabolario tipico dell’Isis e di Al Adnani, il ministro della propaganda del Califfato».

Il vecchio Isis si trasforma in Europa

Minniti parla dell’arresto a Foggia dell’egiziano che indottrinava i bambini ai precetti dell’Isis, e rileva che l’indagine ha disegnato uno “scenario assolutamente agghiacciante. Una cosa che non ha eguali in Occidente. L’unica cosa che si può associare alla ‘scuola’ di Foggia – dice il ministro – sono le immagini che provenivano dal profondo dell’Iraq e della Siria, quelle di bambini addestrati a usare la pistola o utilizzati per esecuzioni capitali”.
Sui bambini che frequentavano le lezioni dell’egiziano arrestato” certamente gli educatori e gli psicologi dovranno lavorare molto. Ma – prosegue Minniti – l’importante è che, grazie a un’indagine svolta da personale super-specializzato, siamo stati capaci di penetrare un “cuore di tenebra”. Lì veniva utilizzato il vocabolario tipico dell’Isis e di Al Adnani, il ministro della propaganda del Califfato. L’elemento di novità assoluta è che tutto questo avviene qui, non a Dacca o nei territori dell’Isis. Nel cuore dell’Europa”.

Sono oltre 36mila, tra morti e feriti, le vittime del terrorismo in Iraq nel 2014. Il bilancio di sangue, ad un anno dalla nascita dello Stato Islamico autoproclamato il 29 giugno 2014. Dati del ministero dei Diritti dell’Uomo iracheno. Oltre ai danni provocati dalla furia distruttrice degli uomini del Califfato come la distruzione di ben 201 moschee e della fuga di circa mezzo milione di famiglie dalle province controllate dai Jihadisti: Ninive, al Anbar e Salhuddine.
«Il numero dei morti nel corso dell’anno scorso in tutte le province irachene ad eccezione di Ninive, Salhuddine e al Anabr (quelle controllate dall’ex Isis, ndr) e la regione autonoma del Kurdistan è stato di 4722 persone uccise e 28.525 quelle ferite», calcola il ministero iracheno.

Pesante anche il bilancio delle vittime tra noi operatori dei media. Secondo i dati del ministero iracheno, dal 2013 al 2014 sono stati uccisi 406 giornalisti, 14 come ‘assaggio’ di quell’inizio di califfato tagliagole. Tributo di sangue anche tra i magistrati che nel corso dell’anno appena passato (2017) hanno perso “sei giudici uccisi dai terroristi”. Noi ‘infedeli’, i nemici assoluti, ma non va meglio ai musulmani di diversa obbedienza. Loro sono ‘eretici’, che è quasi peggio. Secondo i dati della Sovraintendenza sunnita dalla nascita dell’Isis a giugno ad oggi nelle zone controllate dagli uomini del Califfo Abu bakr al Baghdadi sono state colpite 201 moschee, mentre già sappiamo delle 493.990 costrette ad abbandonare le loro case.

Dopo aver perso tutte le città che un tempo controllavano, sotto l’egida dell’auto-dichiarato califfato, il territorio ora in mano al gruppo terroristico si riduce a una piccola striscia nell’area dell’Eufrate e delle zone rurali della Siria, dell’Iraq e del confine tra i due paesi. Ma, nonostante le recenti battute d’arresto in Iraq e in Siria -scrive su Analisi Difesa Elvio Rotondo da AskaNews- «Il terrorismo rimane una minaccia significativa e in evoluzione in tutto il mondo».
Secondo le Nazioni Unite, la propaganda di al-Qaeda continua a presentare una nuova generazione di potenziali leader, come Hamza bin Laden, figlio di Osama bin Laden, in un apparente tentativo di proporre un’immagine più giovane e rinnovata ai suoi simpatizzanti.

In Siria, secondo alcuni esperti, il Fronte di Al-Nusra rimane uno degli affiliati di Al Qaida più forti a livello globale. Lo scopo del gruppo è di inglobare i piccoli gruppi autonomi che operano in Siria. Alcuni membri sostengono che il Fronte al-Nusra dovrebbe avere una prospettiva più internazionale e operare anche al di fuori della Siria.
Il Fronte al-Nusra rimane la forza dominante nella coalizione Hay’at Tahrir al Sham di al-Qaida, con un numero di combattenti tra i 7.000 e gli 11.000, tra cui diverse migliaia di stranieri. Al-Qaida rimane una seria minaccia all’interno della penisola araba, da dove pianifica gli attacchi nel Medio Oriente allargato.

Gli esperti hanno riferito che ‘Al-Qaida nella Penisola Arabica’, AQAP, starebbe svolgendo un ruolo di primo piano nelle attività di propaganda e comunicazione di al-Qaida, mentre nell’Africa occidentale la minaccia dei gruppi legati ad al-Qaida e allo Stato islamico continua a diffondersi in tutto il Mali come anche nei paesi vicini, sfruttando anche la profonda crisi caratterizzata da insicurezza, crescente criminalizzazione e fragilità degli stati.
Nel 2017, la maggior parte delle ‘entità terroristiche’ nella regione del Sahel (Niger e dintorni, dove stiamo per mandare i nostri militari) ha stabilito legami formali con lo Stato Islamico o al-Qaeda. Nell’Africa orientale il gruppo di al-Shabab, affiliato ad al-Qaida, ha mantenuto il proprio dominio sui seguaci dello Stato Islamico in Somalia, più pericolosi dell’ex Isis contro l’Unione Africana.

In Afghanistan, secondo gli esperti, ci sarebbe stato un aumento dei combattenti dell’opposizione, almeno 60.000 fedeli ai talebani in combinazione con vari gruppi affiliati ad Al Qaeda. Da parte americana -utile ricordarlo- la guerra in Afghanistan costa 45 miliardi di dollari l’anno. La cifra comprende 5 miliardi per le forze afghane e 13 miliardi per le forze americane all’interno del Paese.
Le perdite dello Stato islamico in Iraq e in Siria farebbero aumentare la minaccia per il Sud-Est asiatico. La regione ha visto “un marcato aumento degli attacchi terroristici di ispirazione Stato Islamico” negli ultimi anni, con almeno 10 attacchi nella sola Indonesia nella prima metà del 2017.

Per il reclutamento e la comunicazione tra i militanti, costante l’uso dei social media da parte dei combattenti, sostenitori e simpatizzanti dello Stato Islamico. Lo Stato Islamico, inoltre, continua a trasferire fondi in tutto il Medio Oriente, utilizzando reti di trasferimento di denaro con il sistema ‘hawala’, uno dei sistemi più antichi e più anonimi di trasferimento di denaro, oppure i classici corrieri con denaro contante.
Un importante fattore per il sostentamento economico del terrorismo è senz’altro il legame tra attività terroristiche e attività criminali. In particolare, flusso di armi, confini aperti e immigrazione verso i paesi occidentali spesso aiutano a creare opportunità senza precedenti per le organizzazioni terroristiche di fare soldi con attività criminali.

L’illusione del ‘dopo terrorismo’

Afghanistan

L’attacco di un commando dell’Isis alla sezione di Jalalabad City della ong Save The Children si è concluso alle 19 locali (le 15,30 italiane) con l’uccisione di cinque militanti. Lo riferiscono le tv Tolo e 1TvNews, citando fonti ufficiali. Circa 45 membri dello staff della ong sono stati liberati dalle forze di sicurezza afghane. Il bilancio provvisorio di tre morti (fra cui due dipendenti della ong) e 24 feriti, riferisce l’agenzia di stampa Pajhwok, è stato confermato nel tardo pomeriggio dal governatore della provincia di Nangarhar, Gulab Mangal.

In seguito all’attentato Save the Children sospende le sue attività in Afghanistan. Lo riferiscono i media internazionali.

Libia, Bengasi

Due autobomba esplose a Bengasi, in Libia, intorno alle 21 di fronte alla moschea Baiat al Ridwan, nel quartiere di Al Salmani. Le autorità hanno confermato che ci sono almeno 27 morti ma secondo i riscontri citati dall’agenzia Reuters il bilancio sale almeno a 33. Decine, invece, i feriti. I fedeli coinvolti nel sanguinoso attentato stavano uscendo dalla moschea non lontano dalla zona portuale.
Tra le persone coinvolte nell’attentato ci sarebbero anche alti esponenti della sicurezza della città libica.
È rimasto ferito Almahdi Al Fellah, capo dell’Intelligence department, Internal security e state security, mentre sarebbe morto Ahmed Alfaytori, capo del dipartimento delle unità investigative. Fonti locali riferiscono che, in seguito all’esplosione, sarebbe rimasto ferito anche il colonnello Belkasim Al Obaidi del Direttorato della sicurezza di Bengasi.

Il bersaglio e chi ha colpito

Le due esplosioni nella seconda città della Libia, scenario dal 2014 e fino allo scorso anno, della sanguinosa guerra civile. Le bombe sono esplose a distanza di 10-15 minuti l’una dall’altra, a cercare la strage anche dei primo soccorritori.
Il secondo ordigno ha infatti colpito anche un’ambulanza arrivata per soccorrere le persone coinvolte nella prima esplosione.
La cellula terroristica che ha colpito, apparterrebbe allo Shura Council of Benghazi Revolutionary, una coalizione di milizie integraliste islamiche tra cui la più nota è Ansar al-sharia.

Fosse calcio, campagna acquisti. Purtroppo paliamo di centravanti del terrore, esperti assassini di sfondamento. Al-Qaida, titolare del primo terrorismo islamico planetario, cerca di conquistare gli estremisti dello Stato islamico, mentre il ‘Califfato’ collassa tra pesanti perdite di uomini, materiali, territorio e prestigio.
L’allarme dal britannico The Guardian. E il suo corrispondente dall’Africa, Jason Burke, ci svela che la campagna di reclutamento è iniziata già dalla scorsa estate, ancor prima che Isis avesse perso le roccaforti di Mosul e Raqqa. Al-Qaida alla conquista dei combattenti e delle risorse dai suoi rivali sconfitti dal nemici occidentale, per prenderne l’eredità. Segnale preoccupante per la sicurezza, già dicono gli specialisti.

Conversioni e nuove affiliazioni

Fatti citati da Burke. Algeria lo scorso agosto: dieci combattenti di una piccola formazione affiliata all’Isis, ‘convertita’ dopo i dibattiti con degli Studiosi islamici fedeli ad al-Qaida, riferiscono fonti di sicurezza locali. Episodio analogo in Siria a settembre. Nella regione del Sahel, Africa settentrionale e prossima destinazione anche italiana, è ormai al Qaida a guidare le azioni armate, compreso l’attacco in cui, ad ottobre, sono stati uccisi anche Notizie pro-al-Qaida in Yemen per ‘pentimento’ di combattenti Isis scoraggiati del comportamento dei loro leader e dai ‘maltrattamenti’, e cambio bandiera del terrore. Accade anche in Afghanistan dove un gruppo di combattenti dell’Isis nella remota ma strategicamente importante provincia centrale di Ghor, disertato il califfato e passano ai talebani.

«Governorates of the caliphate»

Certamente molti più episodi rispetto a quelli a noi noti, studiati dai funzionari della sicurezza occidentale nella speranza di comprendere l’evoluzione della minaccia rappresentata da l’ex Isis nei prossimi mesi e anni. ‘Califfato’ che per molti analisti non sui arrende, e ciò che ancora rimane, ora farà leva sulla sua vasta rete di gruppi e fazioni affini in tutto il mondo per lanciare attacchi a ovest e mantenere il suo ruolo di avanguardia tra gli estremisti. Gli affiliati – una volta noti come i ‘governati del califfato’- diventano ora una ‘cassaforte rifugio’ di combattenti in fuga dall’Iraq e dalla Siria. E la lealtà dei miliziani passati allo Stato islamico proprio da al-Qaida, diventa un indicatore chiave della capacità di recupero delle formazioni Islamic State all’indomani del tentativo fallito di costruirsi come nuovo potere territoriale.

Esame Africa e Boko Haram

Boko Haram, gruppo islamista indipendente nel nord-est della Nigeria che ha promesso fedeltà all’ Isis nel 2015. Ora è diviso, anche se due delle principali fazioni sembrano ancora fedeli ad Abu Bakr al-Bagdhadi, vivo o morto che sia. Si crede che Al-Qaida stia cercando di riconquistare la fedeltà di Adnan Abu Walid al-Sahrawi, il comandante i cui uomini si ritiene abbiano ucciso i quattro statunitensi in Niger. Isis non ha rivendicato l’attacco, suggerendo che il gruppo è incerto sulla fedeltà di Sahrawi. Per alcuni servizi segreti, il Sahrawi sarebbe ora fedele ad al-Qaida. Nello Yemen, è invece il califfato che lotta per affermarsi sul predominio di al-Qaida, anche se, intelligence Usa, i due gruppi stavano collaborando anche se recentemente le fazioni ex Isis sarebbero state assorbite da Qaida.

Isis al-Qaeda, peggio e meno peggio

Per Daveed Gartenstein-Ross, un esperto della Fondazione per la difesa di Washington, «Il pericolo per Isis è forte». Non sono primato ma sopravvivenza. «La riserva di denaro rischia di esaurirsi … e per quei jihadisti che lo sono comunque mercenario … è probabile che la relazione si spezzi». L’Islamic State aveva accumulato ingenti somme da saccheggi, estorsioni e tasse nei territori in cui controllava in Iraq e Siria tra il 2014 e il 2017, ma ci sono adesso segnali di una crisi di cassa. Difficile valutare quanto questo peserà sui ‘cambi casacca’. Al-Qaida non ha lanciato da tempo attacchi in Occidente. Scelta strategica, valutano gli analisti e non segno di debolezza. Altra valutazione: «è abbastanza chiaro che un Islamic State con meno territorio, prestigio e soldi, trova più difficile attrarre reclute e raccogliere risorse per operazioni importanti ».

Considerazione finale di The Guardian tutta da condividere:
«If the people who gain from that are al-Qaida, I don’t think anyone would describe that as an ideal outcome,” said one, speaking on condition of anonymity».
Se a guadagnare dalla crisi Isis sarà o al-Qaida, non sarà certo un risultato ideale.

La fantascienza del terrore

Nella notte tra il 5 e il 6 gennaio, la difesa aerea russa è riuscita ad evitare gli attacchi dei terroristi effettuati con 13 piccoli droni armati con esplosivi contro le basi militari di Hmaymim e Tartus, informa l’Associated Press.
«13 droni dei jihadisti prodotti da paesi con alta capacità tecnologica».
Ed è allarme rosso non soltanto a Mosca.
«L’attacco con i droni a base russa in Siria è nuova pagina nella storia del terrorismo», titola l’agenzia Sputnik, non a caso.

La tecnica e l’armamento usato per la prima volta in una azione di vera e propria guerra, modello azioni terroristica che poteva scegliere qualsiasi altri bersaglio, mostra le nuove possibilità tecnologiche dei terroristi, ha dichiarato a Sputnik l’esperto militare russo Igor Korotchenko.
I militari russi hanno osservato che le soluzioni ingegneristiche utilizzate durante l’attacco «potevano essere ottenute solo da un Paese in possesso di elevate capacità tecnologiche».

Sempre da fonti russe viene svelato e rilevato come i droni siano partiti da lontano.
«Si tratta di una vera e propria minaccia che non devono sottovalutare tutte le agenzie di intelligence mondiali, è una nuova sfida che il terrorismo internazionale ha lanciato contro tutti i Paesi», ha detto Korotchenko.
Attacchi terroristici potrebbero verificarsi in qualsiasi Paese, in Europa, in Medio Oriente o in Asia. Con obiettivi possibili non solo militari. Allarme rosso, dicevamo.

Tra i potenziali obiettivi civili dei terrorismo, residenze dei capi di Stato, impianti industriali, depositi di combustibile, stazioni di pompaggio di gas ed altre strutture civili di importanza strategica. Da parte russa, sul caso specifico, dubbi sul fatto che i terroristi possano padroneggiare in modo indipendente la tecnologia di produzione e di utilizzo dei droni.
«E’ del tutto evidente che da soli e senza assistenza è improbabile che i terroristi abbiano potuto organizzare un massiccio bombardamento con droni dotati di esplosivi artigianali, il meccanismo di sgancio di queste mini-bombe non si può improvvisare».

Segnale e assieme avvertimento, con Mosca che forse sa chi dover ‘ringraziare’ in questo caso.
Ma la fantascienza del terrore è già realtà.

L’ennesimo sanguinoso attentato di matrice islamica a New York potrebbe avere, in realtà, una “firma” diversa da quella dell’uzbeko che ne è stato l’autore materiale. Parliamo di Turjuman al-Asawirti, un nome che gira solo negli uffici dei servizi segreti occidentali o, al massimo, tra gli esperti dei “think-tank” accademici che si occupano di sicurezza globale e di terrorismo. Al-Asawirti, nome di copertura di una persona o di una struttura, di un gruppo operativo, è comunque una specie di genio dell’informatica, non tanto in senso tecnico, quanto, piuttosto, sul versante della capacità “massmediologica”.

Mette la sua esperienza al servizio del Califfato e ne cura l’immagine e le campagne di reclutamento “a distanza”, incuneandosi abilmente nelle menti e nei cuori di tutti i potenziali jihadiisti di questo mondo. Insomma, è internet la nuova frontiera dell’estremismo islamico, capace di eludere qualsiasi “filtro” delle agenzie di sicurezza nei Paesi scelti come bersaglio. E il Presidente Trump dimostra di non avere capito un fico secco del problema, quando definisce gli attentatori “dei poveri malati di mente”.

La verità è che il Califfo, Abu Bakr al-Baghdadi, scaltramente, ha sovvertito le vecchie strategie utilizzate da Bin Laden e da Al Qaida, che puntavano su un nocciolo duro di terroristi professionisti, accuratamente selezionati e addestrati. Ma anche più facilmente schedabili e controllabili. Con l’Isis (e con le “primavere arabe”) è cambiato tutto. Prima i “foreign fighters” arrivati in massa dall’Europa sui teatri di guerra mediorientali (Siria e Irak, ma anche Libia) e adesso i “lupi solitari”, i terroristi “della porta accanto”, indottrinati e votati alla causa del jihadismo internazionale via web.

I servizi segreti occidentali sono stati colti di sorpresa e stanno cercando, solo adesso, di metterci una pezza, in colpevole ritardo. Mentre da un pezzo i gruppi di ricerca specializzati hanno lanciato l’allarme. La direttrice del SITE (Intelligence Group Enterprise) Rita Katz, analizza da anni il fenomeno internet come cavallo di Troia del terrorismo. E proprio il mese scorso ha pubblicato una lunga analisi, dopo l’attentato di Las Vegas, sull’impatto esponenziale del reclutamento (ma sarebbe meglio parlare di “aizzamento”) di aspiranti terroristi in nome dell’Islam, pescati negli angoli più impensati della società.

Cioè, in quello pieghe di malessere e di disagio diffuso che si mischiano all’emarginazione e all’odio verso un sistema di valori (quello occidentale), ritenuto, a torto o a ragione, all’origine di tutti i mali. Anche se gli specialisti invitano a non generalizzare: esiste un terrorismo “delle banlieues” (periferie) come quello francese o inglese, che è ha un miscuglio di radici sociali e religiose, e un terrorismo più squisitamente “coranico”, dominato da motivazioni essenzialmente islamistiche. Fanno danni entrambi, ma quello che vede protagonisti anche immigrati di terza generazione è il più pericoloso, perché assolutamente imprevedibile.

I terroristi “faidatè” magari si armano come per andare a una festa in maschera (vedi il caso di Manhattann) ma poi finiscono lo stesso per fare otto morti e una catasta di feriti. Dopo Las Vegas, il SITE ha trovato chiare tracce informatiche (su “Telegram” e su “Twitter”) dell’opera di indottrinamento via web condotta attraverso al-Asawirti. Per questo gli specialisti aspettano che, da un’ora all’altra, compaia su internet qualche rivendicazione in arrivo dalle centrali del Califfato. Loro non hanno organizzato operativamente l’attentato di Manhattan, ma potrebbero limitarsi soltanto ad apporvi il loro “brand”, il marchio di qualità che è una specie di “Iso 9mila” del terrorismo.

Così la pensano anche lo studioso Charlie Winter (Centro per la Ricerca su terrorismo e radicalizzazione politica dell King’s College di Londra) e Aaron Zelin del “think-tank” Jihadology. Lo dimostra anche il blog di Bayt al-Masadyr, dove è possibile reperire una quantità impressionante di materiale vario sul Califfato e sui suoi messaggi, postati con chiare finalità propagandistiche. Ma fatta questa lunga premessa, l’intelligence occidentale come si difende? Chiudendo a ripetizione i siti sospetti di fiancheggiare il terrorismo, è ovvio. Che, però, al-Asawirti -chiunque e qualunque cosa esso sia- riapre regolarmente da un’altra parte il giorno dopo. Finora l’ha fatto per almeno 130 volte.

Terrorismo diretto, guidato, ispirato

Il terrorismo non è una novità, a New York. Gli attacchi dell’11 settembre avevano mostrato al mondo la violenza meticolosamente pianificata da Al Qaeda, guerra di assoluta complessità. L’assalto di ieri ripropone l’esatto contrario, quello che potremmo definire il ‘terrorismo casuale’. Estremisti radicalizzati via Internet o chissà come, turbe personali e follie varie, che avevano colpito sino a ieri in Europa che adesso puntano sugli Stati Uniti. Terrorismo meno letale degli addestrati sicari di Osama bin Laden, osserva qualcuno, ma potenzialmente assai più pericoloso, perché può uccidere ovunque limitandosi ad affittare un furgone o a tirar fuori un coltello dalla cucina di casa.

La prima volta che New York aveva scoperto di vivere nel terrore era stata il 26 febbraio del 1993 -ricorda Paolo Mastrolilli su La Stampa– quando un’autobomba era scoppiata sotto la Torre Nord del World Trade Center, uccidendo sei persone. L’anticipo non valutato della strage dell’11 settembre, stesso bersaglio. L’attacco era stato organizzato da Ramzi Yousef, un kuwaitiano che si era addestrato con Al Qaeda in Afghanistan. Yousef aveva ricevuto i finanziamenti da Khaled Sheik Mohammed, poi mente degli attentati dell’11 settembre 2001, e aveva trovato la sua guida spirituale in Omar Abdel Rahaman, lo sceicco cieco che dal New Jersey fomentava l’odio contro gli Stati Uniti.

Allora, in quel 2001, la paura non confessata degli esperti era che Al Qaeda facesse seguire agli attentati dell’11 settembre operazioni più piccole, più facili da organizzare, impossibili da prevenire. È accaduto con Isis. Le paure che nel 2001 erano state vissute negli Usa, si sono poi materializzate in Europa, dove i terroristi hanno iniziato a sparare nei locali, negli stadi, a lanciarsi sulla gente con camion e auto, e ad usare coltelli. Facili da reclutare, -sempre Mastrolilli- perché il continente era pieno di immigrati islamici alienati da radicalizzare. L’America, paradossalmente, sembrava più al sicuro, con meno immigrati dalle regioni dell’estremismo e formalmente più integrati. Fino a ieri.