mercoledì 22 maggio 2019

spionaggio

Silence And Mysteries: Did Hacking Team
Play Any Role in The Khashoggi Murder?

Khasoggi, delitto di Stato saudita, pista italiana di cyberspionaggio
Silenzi e misteri: Hacking Team ha mai giocato a un ruolo nell’omicidio Khashoggi? Repubblica.it lo pubblica sulla pagina web in inglese per sollecitare le vendite di ‘Rep’. Ma noi siamo curiosi. E scopriamo che due dei sauditi sotto accusa per l’omicidio del giornalista oppositore, hanno avuto rapporti con l’azienda milanese di cybersicurezza Hacking Team. Scopriamo anche che ha azionisti chiave a Ryad. E, peggio, è appena passata sotto il controllo di una società israeliana. Snowden, ex spia che dice (riporta Stefania Maurizi), «L’opinione pubblica dovrebbe essere spaventata dall’esistenza di aziende del genere». Ma il sottosegretario Andrea Cioffi, M5S, che vigila (dovrebbe) sull’esportazione dei sistemi di spionaggio, non risponde alle domande. E noi, più che spaventati, come dice Snowden, siamo abbastanza ‘arrabbiati’ col politico di casa che forse fraintende di suoi doveri istituzionali, oltre che politici. Ma avremo tempo a curarcelo dopo. Promessa.

Restiamo al delitto Khashoggi

Uno dei delitti più brutali mai messi a segno contro un giornalista. L’uccisione e lo smembramento di Jamal Khashoggi che Stefania Maurizi paragona ad una trama da film dell’orrore. Una trama in cui non manca l’Italia, ed è questo il colpo giornalistico. Sì, perché i due personaggi centrali, la presunta mente dell’operazione, Saud al-Qahtani, e il presunto coordinatore della squadra di assassini, Maher Mutreb, hanno avuto contatti con l’italiana Hacking Team, una delle aziende italiane già sospettata per il caso Regeni e attaccata da Wikileaks. Hacking team, tra le aziende che hanno contribuito a potenziare l’arsenale cybernetico dei sauditi e del principe ereditario Mohammed bin Salman. Arsenale usato non solo contro i terroristi, ma contro i dissidenti, tra cui c’era anche il giornalista Jamal Khashoggi, ucciso da agenti di Riad a Istanbul. Lo ha scritto a dicembre scrive autorevole columnist David Ignatius sul Washington Post, il quotidiano con cui collaborava Khashoggi.

Il ‘trojan’ Rcs Galileo

L’azienda italiana su cui punta l’indice il Wp e ora altri sospetti e accuse, sarebbe la creatrice del ‘trojan’ Rcs Galileo, il software che consente di spiare a distanza dati e informazioni che transitano su computer e smartphone. L’azienda milanese, nel 2016 vittima di una intrusione, aveva creato uno software di difesa efficace venduto in 46 Paesi, tra cui l’Egitto. Ecco il caso Regeni. Tecnologia usata per accedere al suo cellulare. Accuse senza prove su una materia volatile. Ma, secondo il Wp, il 20 per cento del pacchetto azionario della srl milanese ma con sede a Cipro, e già questo fa pensare, sarebbe dei sauditi, rendendo decisamente più facile la vendita all’estero di certi prodotti che riguardano la sicurezza dello Stato, senza una precisa autorizzazione o controlli dei sicurezza.

Al-Qathani intelligence saudita

Il columnist del quotidiano Usa a cui collaborava lo stesso Khashoggi, indica come figura centrale in questa cyber guerra agli oppositori, l’avvocato Saud al-Qathani, ex membro dell’aeronautica militare saudita e dirigente ambizioso alla corte di Riad, dove è responsabile del Center for Studies and Media Affairs. Al-Qathani è uno dei due individui indicati dalla Turchia come direttamente responsabili della morte di Khashoggi. Lui e i suoi cyber colleghi hanno lavorato inizialmente con l’italiana Hacking Team, che ha come clienti circa 40 governi. Poi hanno acquistato prodotti realizzati da due compagnie israeliane -Nso Group e la sua affiliata, Q Cyber Technologies- e da una degli Emirati, la DarkMatter. L’intelligence saudita, scrive il Wp, ottenne nel 2013 da Hacking team strumenti per penetrare iPhone e iPads, e due anni dopo voleva un accesso analogo ai telefonini con sistema Android, secondo documenti rivelati da Wikileaks nel 2015.

Accuse Wikileaks alla Hacking

Hacking Team diventa nota nel 2011 quando Wikileaks rende pubblici  documenti sull’azienda italiana. Anche Reporter senza Frontiere aveva inserito l’azienda nella sua lista di ‘nemici della rete’, accusata di vendere i propri software non a governi democratici( e quindi forze di polizia ed intelligence), ma a regimi e governi repressivi, e l’elenco dei clienti conferma. Dai documenti pubblicati, sembra che HackingTeam abbia venduto i suoi software a Kazakistan, Arabia Saudita, Oman, Libano, Mongolia, Sudan, Russia, Tunisia, Turchia, Nigeria, Bahrain, Emirati Arabi, che non è il gotha delle democrazie garantiste. Più altre dozzine di Paesi occidentali come Cipro, Repubblica Ceca, Ungheria, Lussemburgo, Spagna, Polonia, Germania, Svizzera, e anche lì con qualche problemino sulla tutela dei diritti umani.

Istruzione per l’uso

Ricominciamo da capo. Hacking Team, accusata di vendere i suoi strumenti cyberspionaggio, e i due personaggi principali che avrebbero pianificato e supervisionato l’operazione che ha portato l’assassinio di Khashoggi: Saud al-Qahtani, e Maher Mutreb. Mutreb risulta aver frequentato corsi di formazione alla Hacking Team, ma ora una ‘fonte’ parla di corsi italiani fatti in casa araba. «Eravamo in una base militare in cui i telefoni cellulari non sono stati autorizzati e non erano stati forniti con l’identità delle persone che avremmo dovuto allenare», dice la fonte, riferendosi a un corso di formazione per l’intelligence militare saudita ha tenuto a Riyadh tra il 2010 e il 2011. Invece Saud al-Qahtani, a fine giugno 2015 avrebbe incontrato il titolare di Hacking Team, David Vincenzetti, per concordare «una lunga e strategica partnership».

Cyberspionaggio e scatole cinesi

In che modo i sauditi hanno utilizzato la tecnologia di sorveglianza dell’Hacking Team? Il New York Times scrive che dal momento in cui Mohammed bin Salman diventa principe ereditario nel 2017, Saud al-Qahtani e Maher Mutreb hanno il compito di creare un “Rapid Intervention Group” per ‘schiacciare’ i dissidenti, anche quelli che hanno lasciato l’Arabia Saudita. Che ruolo ha giocato la tecnologia dell’Hacking Team nello schiacciare il dissenso saudita? Repubblica, scrive Stefania Maurizi, ha cercato di ottenere risposte dalla società italiana, ma è finita dentro un gioco di scatole cinesi. Hacking Team milanese appena acquisita dal ‘gruppo Cyber’ con sede a Lugano. Fondatore e amministratore delegato, Paolo Lezzi, ex amministratore delegato di Maglan Europe, una società israeliana nel settore cyberspionaggio con ottimi contatti con l’intelligence italiana. ‘Relazioni utili’ a facilitare la vendita di tecnologia di sorveglianza israeliana in Arabia Saudita.

Al Qahtani e il principe Saud

Mano, manina, manona

Il gruppo Cyber ha acquisito da Vincenzetti l’80 per cento della società. Il resto, rimane alla Tablem Limited, con sede a Cipro. I documenti presentati alla Camera di Commercio Italiana, dicono che il direttore di Tablem è un uomo di nome Abdullah Algahtani, che nel 2017 delega l’avvocato saudita, Khalid Al-Thebity, a rappresentarlo a Milano. I conti in tasca ad Hacking Team. Nel 2015 ricavi a 5 milioni e 448.624 euro, rispetto ai 6 milioni di 640,409 euro nel 2016 e 8 milioni di 266,531 euro nel 2017. Discesa. Nel 2015 l’azienda ha dovuto investire 1 milione 195.000 euro in tecnologia. Soglia della bancarotta e vendita ‘provvidenziale’. Edward Snowden spiega: «L’industria hacker è di gran lunga la parte più pericolosa del commercio moderne armi. Se si vende un missile, si sa che anche nel peggiore dei casi, può essere usato solo una volta. Questi tipo di armi digitali sono a rischio proliferazione, peggio se i clienti sono regimi autoritari».

Il governo italiano tace

Il sottosegretario del Governo italiano incaricato delle esportazioni ‘dual use’, duplice uso, Andrea Cioffi, Movimento Cinque Stelle, al Ministero dello Sviluppo Economico che ha il compito di approvare licenze di esportazione. Chieste spiegazioni, visto che Saud al-Qahtani, compratore, era nella lista rossa degli avvisi dell’Interpol. Chiesto anche l’elenco delle esportazioni autorizzate per l’Arabia Saudita, previsto dalla legge. Sottosegretario silente o distratto, da ricordarsene. Silenti anche, ma questo ha almeno una logica, le agenzie italiane per l’intelligence estera e interna Aise e Aisi, se stanno ancora utilizzando software Hacking. Guardia di Finanza e l’unità antiterrorismo dei Carabinieri, i ROS, hanno risposto che Hacking Team è finta in cantina. Ma la risposta che conta e che manca è politica: la totale mancanza di trasparenza delle aziende come Hacking Team e loro rapporti con regimi indegni, imprese e clienti coperti da segretezza a loro esclusivo vantaggio.

Huawei, spionaggio industriale-5G,
guerra Usa-Cina l’Italia con chi sta?

In questo periodo si parla meno di Meng Wanzhou, top manager del colosso cinese delle telecomunicazioni Huawei e figlia del fondatore dell’azienda, fermata in Canada lo scorso dicembre su richiesta degli Stati Uniti. Tuttora agli arresti, non è ancora chiaro quale sorte le toccherà.
Il padre Ren Zhengfei, presidente della multinazionale basata a Shenzhen, e il governo di Pechino insistono nel dire che la vicenda è puramente politica, e rientra nella guerra commerciale scatenata dall’amministrazione Trump per porre freno all’espansione economica e commerciale del Dragone, in particolare nel comparto hi-tech.

Dal canto loro gli americani rispondono che proprio Meng Wanzhou è pesantemente coinvolta in operazioni di spionaggio industriale ai danni dell’Occidente, e attribuiscono al caso un significato emblematico.
Invitando gli alleati a seguire il loro esempio, gli Usa vogliono far riflettere le maggiori nazioni occidentali sul “pericolo cinese” nei settori ad alta tecnologia. E si parla soprattutto delle reti di quinta generazione (5G), che forniscono prestazioni assai più veloci rispetto alle precedenti, quelle di quarta generazione.

A nessuno sfugge che la posta in palio è enorme, poiché proprio su tali reti tecnologiche si basa il futuro predominio nei processi economici mondiali, con ovvie conseguenze anche sul piano politico. Gli Usa hanno esercitato il predominio sin dal dopoguerra, e ora la Repubblica Popolare cerca di scalzarli. Ovviamente gli Stati Uniti si oppongono ed è questa, in fondo, l’origine della guerra commerciale in corso.
Sarebbe naturalmente opportuno capire se – e fino a che punto – le accuse Usa a Huawei e ad altre aziende come Zte siano fondate. E qui la nebbia è fitta. E’ probabile che gli americani si basino in primo luogo su un dato incontestabile, vale a dire lo strettissimo intreccio tra politica ed economia che caratterizza il contesto cinese.

Nella Repubblica Popolare non si muove foglia che il partito comunista non voglia, giacché proprio esso è l’unico detentore non solo del potere, ma anche delle strategie economico-commerciali. Non a caso tutti i grandi manager cinesi, inclusi Ren Zhengfei e la figlia, Jack Ma di Alibaba e tanti altri, del partito hanno la tessera in tasca e, senza, non potrebbero fare carriera (né affari).
Con l’avvento di Donald Trump l’allarme circa questa situazione è cresciuto, ed è aumentata la percezione di essere di fronte a una sfida globale lanciata dalla Cina per il predominio globale nel futuro prossimo. Va detto, tuttavia, che finora non sono emerse prove concrete a carico delle aziende poste sotto accusa. Lo ha dichiarato, pochi giorni orsono, il nostro Ministero dello Sviluppo Economico (Mise), secondo il quale, al momento, non sono emersi pericoli per la sicurezza nazionale.

E allora mette conto notare che l’Italia, rispetto agli altri membri del sistema occidentale, è adesso un po’ in difficoltà. Infatti Regno Unito, Francia, Germania etc. hanno accolto le richieste Usa diminuendo o eliminando Huawei e Zte dai progetti 5G. L’Italia – almeno finora – non l’ha fatto.
Non è quindi un caso che l’ambasciatore americano a Roma abbia incontrato pochi giorni fa i vertici di Tim, che con le aziende cinesi dell’hi-tech intrattiene profondi rapporti. A detta degli stessi interessati oggetto del colloquio è stato proprio il ruolo di Huawei nello sviluppo del sistema 5G in Italia.

Sembra evidente che l’attuale governo o, almeno, una parte di esso, stia tentando di resistere alla pressione Usa. Con quali risultati finali non si sa ancora, anche se è difficile prevedere che il nostro Paese, debole strutturalmente, possa condurre battaglie di grande portata che altre nazioni più forti neppure si sognano di fare.
Al fondo c’è il problema che un sistema di alleanze non si può abbandonare di punto in bianco e, per quanto in crisi, il nostro resta pur sempre quello occidentale. La debolezza economica italiana è un punto davvero cruciale, sfruttabile da forze esterne intenzionate a farci mantenere il percorso intrapreso sin dal 1945.

Poco di 007 più
da Sacher Torte

L’Austria scopre la spia russa in casa e accusa un suo ufficiale in pensione. Il ministro Esteri dell’Austria convoca l’ambasciatore e annulla il suo viaggio ufficiale a Mosca. Un colonnello in pensione dell’esercito austriaco è sospettato di avere compiuto attività di spionaggio in favore della Russia per diversi decenni: lo ha annunciato il cancelliere austriaco Sebastian Kurz, durante una conferenza stampa. Secondo le informazioni di una fonte ufficiale il colonnello potrebbe rischiare fino a 10 anni di prigione. Kurz ha spiegato che il colonnello è sospettato di aver iniziato a lavorare con l’intelligence russa negli anni ’90 e di avere portato avanti questa collaborazione fino al 2018. Il ministro degli Esteri Karin Kneissl ha convocato l’ambasciatore russo per chiarimenti ed ha annullato un imminente viaggio in Russia, ha aggiunto Kurz. L’ambasciata di Russia non ha commentato le informazioni sul colonnello austriaco, ma Mosca convoca l’ambasciatore di Austria, Johannes Eigner, al ministero degli Esteri.

L’esperto Lavrov perplesso

Il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov si è detto ‘spiacevolmente sorpreso’ dalle informazioni.  «Sapete, l’ho appena scoperto prima di iniziare il nostro incontro (quello annullato col ministro austriaco), e francamente, l’informazione mi ha sorpreso spiacevolmente. L’Austria avrebbe dovuto rivolgersi direttamente alla Russia spiegando le sue preoccupazioni e sospetti -Lavrov poi ha aggiunto-. Negli ultimi tempi i partner occidentali come regola ricorrono non alla diplomazia tradizionale, come detterebbe la buona educazione, ma piuttosto alla diplomazia del megafono e ci accusano, chiedendo scuse pubbliche, per cose di cui non sappiamo nulla». Il servizio di intelligence esterno russo (SRV) ha rifiutato di commentare la dichiarazione del cancelliere. Kurz invece, dopo la sparata, ha esortato la Russia a fornire le informazioni ‘trasparenti sulla situazione’. E, velata minaccia di entità incerta, “Discuteremo il resto con i nostri partner europei”, ha detto.

Spia post sovietica?

Cosa sarebbe accaduto. Secondo l’agenzia Apa, le informazioni che hanno consentito di scoprire la spia sono arrivate da servizi segreti stranieri. Il traditore austriaco, in pensione da cinque anni, quando era in servizio avrebbe spiato per conto della Russia dagli inizi degli anni Novanta. E ora il giovane Cancelliere austriaco Sebastian Kurz, fa la voce grossa: “Se le accuse verranno confermate questo non migliorerà i rapporti tra Russia e Unione europea”, facendo pesare il fatto che l’Austria è uno dei pochi stati membri dell’Unione Europea che ha mantenuto stretti contatti diplomatici con la Russia nonostante il conflitto in Ucraina e l’avvelenamento dell’ex spia russa Sergei Skripal in Gran Bretagna. Il fatto che la notizia sia stata diffusa per prima da un importante quotidiano britannico, potrebbe suggerire un seguito di passate e non ancora risolta cattiverie incrociate, in attesa di pareggio riconosciuto tra le due parti ed armistizio.

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Il ‘dissidente’ di comodo ucciso per finta
trama patacca per servizi segreti da ridere

Ucraina, Kiev, finto delitto, finto reporter, trama giallistico spionistica che non appare scritta dal genio di Fleming con 007.
Martedì sera. Il giornalista russo dissidente Arkadij Babčenko rifugiato nella ospitale capitale ucraina rientra a casa dal supermercato. Ad attenderlo un killer che lo uccide all’ingresso dell’appartamento. La moglie, in bagno, lo soccorre, ma Babčenko muore pochi attimi dopo.
Ieri ore 16, mentre il nuovo caso Skripal, spionaggio killer di mano russa, ma prima che da qualche cancelleria arrivi qualche solidarietà azzardata, arriva il dietrofront: Arkadij Babčenko è vivo e vegeto. Ed è lui stesso ad annunciarlo in conferenza stampa a Kiev.
Il ministero degli interni ucraino, dopo aver accusato i servizi segreti russi dell’omicidio convoca una conferenza stampa per sostenere che si era trattato solo di una operazione di intelligence. Poco più uno scherzo, ironizza Yurii Colombo su Il Manifesto (lui e noi pronti ad una accusa di ‘fakeNews’ da parte dei tifosi di chi aveva montato la comica mal riuscita).
Služba Bezpeky Ukrayiny – Servizio di Sicurezza dell’Ucraina. «Abbiamo impedito l’omicidio di Babčenko da parte dei servizi segreti russi conducendo un’operazione speciale», ha sostenuto Vasily Gritsak, il capo dei servizi segreti ucraini davanti ai giornalisti.

Valutazioni Usa, oltre ogni sospetto

Versione americana dalla prestigiosa Vanity Fair. «Se qualche sceneggiatore ci avesse presentato questa scena in un film o in una serie tv di sicuro lo avremmo ricoperto di fischi». Il riassunto di quanto raccontato dal capo dei servizi segreti ucraini, un killer arruolato dai servizi russi per uccidere il dissidente, per 30mila dollari, poi arrestato.
Dubbio filmico di Vanity Fair: «Arkadij Babčenko indossava un giubbotto antiproiettile e delle sacche di sangue finto? Un falso sicario inviato dalla polizia ucraina ha sorpreso il (presunto) killer vero? E con quante persone bisogna mettersi d’accordo, infermieri dell’ambulanza a parte, per fingere la tua morte e sperare che la verità non venga a galla per il tempo necessario a catturare chi progettava di ucciderti?».
«Dopotutto anche Sherlock Holmes aveva adottato la strategia di fingere la sua morte per indagare su chi voleva ucciderlo, non importa quanto dolore potesse aver causato alla sua famiglia e agli amici come il Dottor John Watson», ha scritto come se fosse la cosa più normale del mondo il viceministro degli Interni ucraino Anton Geraschenko in un post su Facebook.

Ucraina, finto delitto, finto reporter

Agente provocatore addestrato

«Siamo lieti di scoprire che Babčenko sia vivo – ha detto la combattiva portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova – ma è evidente che l’Ucraina ha organizzato questa messinscena per motivi propagandistici». Sputtanamento suicida senza necessità di infierire.  A farsi male ci pensa lo stesso Babčenko per primo.
«Questa operazione è stata preparata per due mesi, mi è stato dato un mese di corso di formazione, e questo mese ho visto come lavoravano i ragazzi dei servizi… Il risultato è stata questa operazione speciale» ha dichiarato l’agente provocatore. E per rendere la fiction ancora più appassionante ha perfino affermato che «per quello che ne so il mio omicidio era stato programmato durante Real Madrid-Liverpool», la finale di Champions League, tenutasi proprio a Kiev scorso sabato.

Il mondo che ha abboccato

Il ministero degli interni ucraino, aveva anche fatto circolare un identikit del presunto assassino, ammettendo sia mai esistito. Poi l’accusa diretta contro il Cremlino: «Per metodo e stile è evidente che si tratta di una azione del Fsb russo» affermava il governo di Kiev. Abbocca per prima la Commissione Europea che si dichiara «sconcertata per l’omicidio di un coraggioso giornalista». Certo a Bruxelles la biografia di Arkadij non l’avevano letta con attenzione, ma di questo parleremo dopo.
Amnesty International chiede che «venga assicurato alla giustizia l’autore del crimine».
Reporters sans frontières invita l’Ucraina e la Russia a collaborare all’inchiesta sull’omicidio del giornalista russo dissidente.
Davanti all’ambasciata russa a Kiev fiori, lacrime e qualche manifesto di protesta.

Ucraina, finto delitto, finto reporter

Da contractor a giornalista,
la strana carriera di Arkadij Babčenko

La biografia del protagonista non letta a Bruxelles.
Nato a Mosca 41 anni, Babčenko nel 1999 partecipa alla seconda guerra cecena come «contractor». Dal 2000 inizia l’attività di giornalista seguendo in particolare il conflitto in Ossezia. In questo periodo scrive per «Moskovsky Konsomolez» quotidiano moscovita vicino alle posizioni governative, per riviste militari specializzate ed è inviato dei canali televisivi Ntv e Tv6.
Nel 2011 partecipa ai movimenti anti-brogli seguiti alle elezioni presidenziali del 2011, inizia a scrivere per «Novaya Gazeta» distinguendosi per una violenta polemica contro Putin. Si schiera a fianco dell’Ucraina nel conflitto del Donbass. Successivamente lavora principalmente come scrittore e blogger, assumendo posizioni sempre più radicali e bizzarre.
Quando nel dicembre 2016, a causa di una catastrofe aerea trova la morte l’intero coro dell’Ensemble Alexandrov, l’ex Coro dell’Armata Rossa, scrive su Facebook: «Non ho né compassione né pietà. Non esprimo condoglianze alle famiglie e ai loro amici…Ho un solo sentimento verso costoro: l’indifferenza».
Provocazioni pesanti non solo contro Putin, ma sostanzialmente anti russe, subisce minacce e decide l’auto esilio. Prima in Repubblica Ceca, poi in Israele e infine a Kiev, ospite apprezzato. Scrive nel 2017: «Se tornerò a Mosca? Certo ho una faccenda da regolare lì. Sarò sul primo carrarmato Abrams a sventolante la bandiera della Nato che sfilerà per la Via Tverskaya».

Bel personaggio vero?

 

CINEMA

LA TRAMA E IL DELITTO

LA RESURREZIONE

IL BABČENKO ITALIANO
Carmagnola (To) 2011

Un nuovo caso Litvinenko?

Paura in Gran Bretagna per quello che potrebbe rivelarsi un nuovo caso Litvinenko, l’ex agente del Kgb ucciso nel 2006 a Londra con una dose letale di polonio radioattivo. Un’ex spia russa, il colonnello dell’intelligence militare Sergej Skripal ricoverato in gravi condizioni assieme a una giovane donna all’ospedale di Salisbury, nel sud dell’Inghilterra. I due erano stati trovati in stato di incoscienza su una panchina in un centro commerciale. L’ex agente segreto russo è ricoverato in ospedale in condizioni critiche per avvelenamento.
Serghei Skripal, 66 anni, colonnello dell’intellingence russa, aveva ottenuto asilo politico nel Regno Unito nel 2010 dopo uno scambio di spie tra Mosca e Washington destinato a riportare a casa dieci agenti russi arrestati poco tempo prima dall’Fbi, tra i quali Anna Chapman, nota come “Anna la rossa”.
A suscitare allarme nell’opinione pubblica, l’intervento in forze di squadre anti-contaminazione vestite di pesanti scafandri: l’ipotesi dunque è che si tratti di un avvelenamento con una sostanza sconosciuta e potenzialmente molto pericolosa.

L’ex spia russa era stata condannata nel suo Paese, nel 2006, a 13 anni di prigione da un tribunale militare con l’accusa di alto tradimento. Secondo le autorità di Mosca il colonnello Skripal aveva cominciato a lavorare per i servizi segreti britannici fin dagli anni Novanta passando informazioni classificate come segreti di Stato: in cambio sarebbe stato pagato 100 mila dollari, una cifra enorme per la Russia.
Skripal fu graziato dall’allora presidente russo Dmitry Medvedev, oggi primo ministro. Dopo aver ottenuto l’asilo politico da Londra, Skripal si eclissò in provincia, evitando ogni attività, intervento o rivelazione pubblica. Un “basso profilo”, sottolinea ancora la Bbc, che non sembra essere bastato a farlo dimenticare, se si confermerà lo scenario di un avvelenamento deliberato. Ipotesi destinata inevitabilmente ad attirare nuovi sospetti sull’intelligence russa, non nuova – fin dall’epoca sovietica, e come altri servizi segreti del resto – a regolare con metodi simili i suoi conti.

Markov, Litvinenko e Anna la rossa

Il caso dell’ombrello con la punta intinta in una micidiale dose di ricina che nel 1978 uccise il dissidente bulgaro Georgi Markov, sorpreso a una fermata dell’autobus all’imbocco del Ponte di Waterloo, esempio scuola in anni in cui ancora c’era la cortina di ferro. Più recente e non ancora archiviato, il caso di Aleksandr Litvinenko, l’ex ufficiale dell’Fsb, divenuto braccio destro dell’ oligarca Boris Berezovski e nemico giurato del Cremlino putiniano. Litvinenko morì 12 anni fa sempre a Londra (dove era riparato dal 2000) dopo aver incontrato due vecchi compagni d’arme, Aleksandr Lugovoi e Dmitri Kovtun, e aver bevuto con loro un tè nel bar di un hotel.
Episodio per il quale nel gennaio del 2016 una “commissione d’inchiesta indipendente”, voluta dal governo britannico e guidata dall’alto magistrato in pensione sir Robert Owen, ha indicato come mandante lo stesso Fsb, in un presunto piano “probabilmente approvato” dall’allora numero uno della Lubianka, Nikolai Patrushev, e “dal presidente Putin”.

La Russia ha sempre respinto tutte le accuse e il principale sospettato dell’omicidio, Andrej Lugovoj, è stato eletto al Parlamento di Mosca ed è diventato in patria una specie di eroe nazionale. Altra pagina di spionaggio, cronaca quasi rosa, rispunta Anna Chapman, russa, capelli rossi, alias Anya Kuschenko. Di lei si era parlato parecchio qualche anno fa, e guarda la quasi inverosimile coincidenza: ‘Anna la rossa’ era una delle dieci spie russe che erano finite in manette nel 2010 negli Stati Uniti, assieme -guarda guarda- al più sfortunato Sergej Skripal, a rischio di vita nell’ospedale di Salisbury, nel sud dell’Inghilterra. Accusata di spionaggio, era stata rispedita in patria dopo essere diventata praticamente una star (le erano arrivate persino proposte per girare film, una Barbie era stata disegnata ispirata a lei). Era stata dichiarata colpevole di cospirazione e di agire come agente segreto di un governo straniero, riportata in Russia in uno scambio di prigionieri, ora sui social racconta la sua nuova vita. Tra vacanze, sole, costumi e bikini.

 

A PROPOSITO DI SPIE,
LA STORIA DI KAREL KOECHER,
LA PIÙ GRANDE SPIA SOVIETICA
DELLA GUERRA FREDDA