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mercoledì 11 Dicembre 2019

Siraq: Siria-Iraq

‘Stato islamico’ senza più territorio

Con la caduta di Deir Ezzor e al Qaim, ultimi bastioni jihadisti in Siria e Iraq, l’Isis come ‘Stato Islamico’ de facto non esiste più, se si esclude Albu Kamal, un piccolo centro urbano sul lato siriano della frontiera tra Siria e Iraq ancora in mano degli uomini di Abu Bakr al Baghdadi, oltre ad alcune zone desertiche non abitate della provincia di Deir Ezzor. Una questione di giorni e la frontiera tra la Siria e l’Iraq tornerà sotto il controllo pieno delle autorità di Damasco e Baghdad.
La vittoria a Deir Ezzor annunciata ieri dell’esercito siriano con la liberazione di tutta la città sull’Eufrate, è coincisa con l’ingresso delle forze amate irachene ad Al Qaim, ultima roccaforte dei jihadisti vicina al confine con la Siria. E i due Paesi, alleati tra di loro e dell’Iran, torneranno a comunicare regolarmente con enormi vantaggi strategici, militari ed economici.

Un scenario che certo non piace all’Amministrazione Trump e ai suoi principali alleati nella regione, Israele e Arabia saudita, che nelle ultime vittorie delle truppe siriane e irachene leggono il ricostituirsi sul terreno del demonizzato ”Asse sciita” sotto il comando dell’Iran. Asse che parte da Tehran, passa per Baghdad e Damasco, e arriva fino al Libano del sud, di fatto controllato dal movimento Hezbollah.
Dietro le quinte però Washington sembra rendersi conto che deve fare i conti con la realtà, a cominciare dalla solidità del potere del presidente Bashar Assad in Siria, rileva Michele Giorgio, su il Manifesto. Un funzionario dell’intelligence Usa sarebbe in visita ‘segreta’ a Damasco, riferiva ieri il quotidiano libanese Al Akhbar. Contatti in corso tra la Cia e i servizi di sicurezza siriani.

Intanto ieri, mentre i siriani festeggiavano la riconquista di Deir Ezzor e di altre porzioni di ha rischiato di precipitare. Un attacco di An Nusra contro il villaggio druso di Khader, sul versante siriano del Golan ma a soli tre chilometri dalle linee israeliane. Tel Aviv ha fatto sapere di essere pronta ad intervenire con suoi soldati per «proteggere e portare soccorso agli abitanti». Israele come protettore dei drusi siriani nella regione a ridosso del Golan, in alternativa alle autorità di Damasco.
L’ingresso di truppe israeliane in territorio siriano darebbe il via a una immediata escalation militare. La tensione tra i due Paesi è già alta a causa dei raid aerei israeliani in territorio siriano contro presunti convogli di armi destinate, secondo Tel Aviv, agli Hezbollah libanesi alleati di Damasco.

Abu Bakr al-Baghdadi ha la pellaccia dura. Ergo, la notizia diffusa dai russi (in maniera confusa e alquanto inusuale) relativa alla sua uccisione durante un raid di caccia-bombardieri di Mosca su Raqqa è un po’ difficile da inghiottire. Per carità, sotto questo cielo tutto è possibile, anche che i russi, per sbaglio, abbiano finito per liquidare l’uomo più ricercato del mondo. Ma…… i latini dicevano “est modus in rebus”. Una notizia di questo taglio è una bomba mediatica, che non può essere data via Facebook (Ministero della Difesa di Mosca), per poi essere sostenuta, mettendo pezze, con tanto di coperchio un po’ forzato, dal Ministro degli Esteri Lavrov.

Mentre il generalissimo a tante stelle, col petto pieno di medaglie, Vladimir Vladimirovic Putin, non dice una parola. Quale migliore occasione per prendersi una rivincita sugli odiati concorrenti, un po’ brachettoni, a stelle e strisce? In effetti, la notizia fa acqua da tutte le parti. I “notai” di ciò che accade in Medio Oriente, i servizi segreti israeliani, tacciono imbarazzati. Non ne sanno niente. Gli stessi 007 occidentali sono stati colti di sorpresa e si stanno affannando per cercare conferme a quella che sembra una rivelazione nata male (per caso) è cresciuta peggio.

La verità è che al-Baghdadi è semplicemente scomparso dalla circolazione. Cioè i servizi segreti di mezzo mondo ne hanno perso le tracce. E questo era pure ipotizzabile, visto che Raqqa dovrebbe cadere nelle mani degli alleati da una settimana all’altra. I russi dicono che i Sukhoi 34 e 35 avrebbero colpito il 27 maggio, seguendo una soffiata circa una riunione notturna di capi dell’Isis che si accingevano a scappare. Questo è anche possibile. Meno credibile è che al-Baghdadi, come Hitler, abbia aspettato nel bunker che i russi gli mettessero il sale sulla coda.

E infatti l’Osservatorio siriano sui diritti umani smentisce: “Il Califfo è da un’altra parte”. Mentre i blogger fondamentalisti, inviperiti, tacciano la notizia di essere una fandonia e ribadiscono che quando l’Isis perde un leader lo conferma subito, come nel caso di Abu Muhammad al-Adnani, il portavoce del gruppo ucciso nell’agosto del 2016. Comunque sia, nell’attacco vengono date per certe le morti di alcuni pezzi da 90 del Califfato, tra cui l’emiro di Raqqa Abu al-Haji al-Masri, il capo della Sicurezza al-Sawahi e l’emiro al-Naef al Haji. Vedremo se al-Baghdadi, invece, confermerà di avere sette vite, come i gatti.

Le guerre del ‘quasi’ e del ‘forse’, che non è molto onorevole per le cose militari e per il giornalismo che se ne occupa. Raqqa e Mosul ‘quasi’ cadute ci dice Analisi Difesa in un suo reportage. Dalla quasi guerra alla quasi vittoria, e via rinviando la conclusione di ciò che era stato troppe volte imprudentemente promesso.
«A giudicare dallo spazio dedicato dai grandi media, specie in Italia, non sembra essere una gran notizia la disfatta militare dello Stato Islamico in Iraq e Siria e la probabile morte di Abu Bakr al-Baghdadi, con tutte le conseguenze di cui già da tempo si vedevano le anticipazioni», scrive indignata AD.

Cose militari
Le forze curdo-siriane sostenute dagli Stati Uniti hanno annunciato di aver conquistato una zona a nord-ovest di Raqqa, il quartiere Romaniah, dopo due giorni di combattimenti. L’Osservatorio Siriano da Londra, voce anti Assad vicina ai ribelli, ha fatto sapere che i curdi controllano anche un quartiere nell’est della roccaforte dell’Isis in Siria. Difficile disporre di maggiori dettagli per l’assenza di fonti neutrali sul campo di battaglia.
L’offensiva che ha portato le truppe delle SDF appoggiate da forze speciali anglo-americane a raggiungere la capitale del Califfato avrebbe provocato anche numerose vittime civili. Almeno 653 dal 15 marzo ad oggi a causa dei raid della Coalizione a guida Usa e dell’artiglieria delle milizie curde secondo quanto riferito da Aki-Adnkronos.

Jihadisti utili
Ma l’offensiva in corso su tre lati, lasciando un corridoio a sud che consentirebbe ai 4mila miliziani che si stima difendano la città di ritirarsi. L’allarme da parte delle forze armate russe in Siria che stanno monitorando la situazione nell’area di Raqqa che denunciano l’esfiltrazione dei miliziani del Califfato. Mosca accusa la Coalizione a guida Usa e i gruppi armati curdi di permettere ai miliziani dell’Isis di lasciare Raqqa e di “dirigersi verso le province dove sono attive le forze governative siriane”.
Di fatto Washington e i suoi alleati consentirebbero all’Isis di ritirare le sue truppe da Raqqa per consentire loro di continuare a combattere nei settori di Palmyra e di Deir ez Zor contro le truppe di Damasco. Una valutazione resa ancora più credibile dalle reiterate azioni belliche delle forze aeree Usa in Giordania contro le unità militari di Damasco e dei loro alleati nel settore di al-Tanf.

Stop guerra civile
“La guerra civile in Siria si è praticamente fermata” dopo che il 4 maggio ad Astana è stato firmato un memorandum per la creazione delle zone di de-escalation, ha dichiarato il generale russo Serghiei Rudskoi. 2.640 miliziani siriani avrebbero utilizzato le procedure di amnistia del governo siriano, abbandonando le armi nel nord della provincia di Damasco, nelle città di Zabadani, Madaya e Buqeyn. Amnistia e bombe contro Isis e Jabhat al-Nusra. 1.268 raid russi in Siria nell’ultimo mese, colpendo 3.200 obiettivi tra cui stazioni di controllo, depositi di armi e munizioni, basi di trasferimento e campi di addestramento.
L’esercito di Assad ha ripreso il controllo di 105 chilometri del confine con la Giordania e ha raggiunto la frontiera con l’Iraq, nell’Est del Paese, per la prima volta dal 2015, quando la quasi totalità del territorio era nelle mani dello Stato islamico.

Sul fronte di Mosul
La capitale Isis in Iraq che doveva essere liberata da mesi. Il comandante della polizia federale irachena, conferma che l’Isis mantiene il controllo solamente su alcune aree della Città Vecchia, e si sapeva. Le Forze di Mobilitazione popolare, i paramilitari paramilitari sciti, hanno affermato di aver ripreso il controllo di tutte le zone situate a ovest di Mosul.
Ma in Iraq, la vittoria ormai imminente sul Califfato riaccende le tensioni locali. Pochi giorni fa la decisione del presidente del Kurdistan iracheno, Masoud Barzani, di fissare un referendum per l’indipendenza dall’Iraq il 25 settembre. Il governo di Baghdad ha annunciato che respingerà ogni decisione unilaterale delle autorità del Kurdistan per ottenere l’indipendenza. Un’altra guerra? Anche la Turchia, con il primo ministro Binali Yildirim, ha contestato il referendum curdo, parlando di scelta “irresponsabile”.

Il sito specializzato Airwars ha pubblicato il bilancio dei primi mille giorni di guerra aerea all’Isis, cominciata l’8 agosto 2014 con raid americano vicino a Erbil, in Iraq, allora minacciata dall’avanzata dei jihadisti del Califfato. Una delle più lunghe e sanguinose campagne della storia dell’aviazione dopo il Vietnam. Al costo medio di 13 milioni di dollari al giorno, quindi 13 miliardi in totale, gli aerei della coalizione a guida statunitense hanno condotto 21.064 raid, e sganciato almeno 76 mila bombe.

Tante vittime civili
Secondo le ultime stime del Pentagono, la campagna aerea ha ucciso o messo fuori combattimento circa 70 mila terroristi dell’Isis, cioè i due terzi delle loro forze, in base alle stime più alte. Airwars ha però anche calcolato le perdite fra i civili, che ammonterebbero a oltre 3200.
Di mille è stata anche ricostruita l’identità. Il dato dopo le polemiche per le centinaia di vittime in un raid statunitense a Mosul Ovest, lo scorso mese.
Le perdite nella coalizione ammontano a 7, compreso un pilota giordano catturato e bruciato vivo dagli islamisti nel gennaio 2015.

Le operazioni
La prima bomba, a guida laser, è stata lanciata da un F-18 americano l’8 agosto 2014. Da allora la coalizione ha condotto 12.552 raid in Iraq e 8502 in Siria. Gli americani hanno condotto il 95 per cento dei raid in Siria, e il 68 per cento in Iraq. Al secondo posto arrivano i britannici con 1214 raid in Iraq e 92 in Siria. Seguono poi l’Olanda, che però si è ritirata nel giugno del 2016, con 493 bombardamenti e l’Australia con 489 azioni. Il numero di ordigni usati era di 76.649 a fine marzo 2017. Nei primi tre mesi del 2017, +58 per cento nel numero di bombe rispetto al 2016.

I raid russi
Airwars ha anche analizzato i raid russi in Siria in particolare ad Aleppo, che non fanno parte del conteggio. Fra il 30 settembre 2015 e il 30 aprile 2016 avrebbero causato fra 2210 e 2984 vittime civili, a fronte delle 3294 causate dalla coalizione occidentale in quasi tre anni di guerra. Ovviamente questi dati vengono contestati da fonte russa e siriana governativa.

Conseguenze sul terreno
Nei mille giorni di campagna aerea, assieme alle offensive delle forze curde in Siria e Iraq, e delle forze regolari irachene appoggiate da milizie sciite, l’Isis ha perso il 57 per cento del territorio che controllava nell’autunno del 2014, all’apice della sua espansione e il 73 per cento della popolazione sotto il suo dominio, da 11 milioni di persone a meno di 3.
Nelle battaglie, oltre a migliaia di vittime civili, sono caduti anche almeno 1200 guerriglieri curdi e fino a 8 mila soldati e miliziani iracheni, secondo le stime più alte, smentite però dal governo di Baghdad.

Lo Stato islamico sta perdendo terreno in Iraq e Siria, attorno a Mosul e Raqqah, ma continua a mostrare grandi capacità di resistenza nelle roccaforti ancora nelle sue mani e la capacità di colpire in altre regioni, vedi l’attacco a Kirkuk. Ben altro dei facili trionfalismi delle prime ore. Spina dorsale dei territori del ‘Califfato’, la valle dell’Eufrate, nel nord della Siria, da Raqqah a Deyr Az Zor, entrando nel territorio iracheno fino a circa 200 chilometri a ovest di Baghdad. Più a nord, sempre in Iraq, lo Stato Islamico controlla ancora il vastissimo centro di Mosul e i territori a sud e ad ovest della città. In Siria, oltre alla ‘valle dell’Eufrate’, alcune aree verso sud in direzione di Homs e di Damasco, con avamposti che arrivano a 50 chilometri dalla capitale.

La battaglia di Raqqa. Quindi, nessun facile trionfalismo e prospettive di guerra molti difficili protratte nel tempo. Anche in Siria, dove l’operazione “Collera dell’Eufrate” su Raqqa, lanciata sabato scorso, è appena agli inizi. «Come a Mosul la battaglia non sarà facile e il lavoro da fare sarà duro», ammonisce il segretario alla Difesa Usa Ashton Carter. La «riconquista» in due tappe: liberare la provincia per isolare la città e poi conquistarla, spiegano i comandati della formazioni miste curde e in npiccola parte arabe (Forzse democratiche siriane, Fds), armate dagli Stati Uniti. Direttamente coinvolti solo una cinquantina di consiglieri ed esperti americani nei centri operativi.

Il fronte di Mosul. A Mosul i jihadisti presenti in città in un numero stimato tra 3.000 e 5.000 sono ormai quasi circondati. Quasi ma non del tutto, e in guerra il quasi ti può far perdere non solo la battaglia. Dopo essere entrati nella estrema periferia di Mosul da est, le truppe irachene si stanno spostando verso Sud, ancora a una quindicina di chilometri dalla periferia di Mosul. Versioni clamorosamente contrastanti tra alcuni proclami di vittoria da parte irachena, e poi i dettagli dal fronte. “Nel quartiere di al-Intissar, combattimento casa per casa dove il nemico si trincera negli stretti vicoli urbani”, spiega il generale Qassem Jassem Nazal, comandante della 9a divisione corazzata.

I dettagli della 'Mosul conquistata'
I dettagli della ‘Mosul conquistata’

Le guerre nella guerra. Lo Stato islamico ha reagito alle offensive su Raqqah e Mosul con una serie di attentati e azioni diversive a Baghdad e in altre località irachene come Samarra e Tikrit. Altra guerra nella guerra a Kirkuk dove la componente curda e la sue milizie starebbero facendo pulizia etnica della popolazione araba. Nei giorni scorsi l’incursione Isis in cui 74 combattenti e 46 civili erano rimasti uccisi. Secondo Amnesty International, le autorità della città, controllata dai curdi, avrebbero distrutto le abitazioni di centinaia di arabi. Kirkuk è una città multietnica, ma soprattutto petrolifera, a 170 chilometri a Sud-est di Mosul e i curdi da sempre ne cercano il controllo in contrasto con Baghdad.

Bilancio della Coalizione. 15.959 raid in Iraq (10.310) e in Siria (5.649) dall’8 agosto 2014. Sganciate oltre 20 mila bombe e missili. L’offensiva contro il Califfato costa 12,3 milioni di dollari al giorno. In totale il costo delle operazioni si aggira intorno ai 9 miliardi di dollari. I Paesi che hanno partecipato direttamente alle operazioni di guerra aerea sono Australia, Belgio, Danimarca, Canada, Giordania, Bahrein, Turchia, Arabia Saudita, Emirati arabi, Olanda, Francia e Regno Unito. L’Italia, ricorda Analisi Difesa, è nella coalizione dall’ottobre 2014 con forze non combattenti in Iraq e Kuwait. 1400 militari che addestrano i peshmerga curdi e la polizia irachena a Baghdad, presidiano la Diga di Mosul mentre i cacciabombardieri AMX di base in Kuwait volano disarmati in missioni di sorveglianza e ricognizione.

«Muri di fuoco Isis a difesa di Mosul».
«Siria, fine della tregua ad Aleppo ‘feroci combattimenti’».
«Yemen, riprendono i raid aerei dei sauditi sulla capitale Sanaa».
Sottotitolo valido per tutte tre le notizie, ‘Massacro continua’.

Le temibili tregue
I titoli Ansa sulle crisi aperte oggi. In questi giorni tregue quasi contemporanee sui tre fronti, con alterne fortune. Ad Aleppo, la tregua proclamata dai russi e dalle forze di Bashar Al Assad, hanno consentito l’apertura di corridoi umanitari sotto il controllo delle milizie islamiste del Fronte Jabhat Al Nusra, ora ‘Jabhat Fateh Al Islam’, dove sono rimasti intrappolati 275.000 abitanti della città.
Decine di autobus in attesa presso i due varchi aperti, pronti ad accogliere sia i civili che i miliziani disposti ad arrendersi. Peccato che le forze ribelli si oppongono al passaggio dei civili verso le zone sicure perché se le aree sotto attacco vengono “svuotate dei civili, Mosca e Assad potrebbero completare la conquista della città”, in quattro e quattr’otto.

Obama pensa ad altro?
La diplomazia americana divenuta stranamente silenziosa sulla sorte della città siriana, mentre gli sforzi militari Usa sono polarizzati sull’offensiva su Mosul. Secondo il sito israeliano Debka File, generalmente ritenuto bene informato in quanto ‘vicino’ ai servizi segreti di Tel Aviv, “la retorica bellicosa di Washington sulla situazione della disgraziata città di Aleppo non esprime alcuna intenzione da parte dell’amministrazione Obama di intervenire”. «Obama ha la mente rivolta altrove».
Un quasi disimpegno americano di fatto dalla Siria per concentrare gli sforzi sull’Iraq e sulla liberazione di Mosul, aiutando tra l’altro la corsa elettorale di Hillary Clinton con un successo militare in Iraq e mettendo i bastoni tra le ruote della campagna di Donald Trump che insiste sull’inerzia dimostrata dalla Casa Bianca nella guerra al Califfato.

Mosul in cambio di Aleppo?
Mosul tutta da conquistare, e non sarà affatto facile, vedi cosa sta accadendo a Sirte, ‘liberata’ da mesi, ma con la guerriglia Isis in casa. E Aleppo dove, oltre al dramma umano dei civili usati dalle forze ribelli perdenti come scudi umani, come sta facendo Isis a Mosul, è battaglia militarmente persa.
A conferma dei sospetti legittimi su uno scambio inconfessabile, l’esibito dispiegamento di forze, la flotta russa del Baltico, compresa la portaerei Admiral Kuznetzov, di trasferirsi a tutta velocità nel Mediterraneo per prendere parte alle operazioni in Siria. Putin fa perché sa di poter fare.
E Mosul e Aleppo, città bersaglio, tappe chiave della lotta all’Isis, diventano parte della partita strategica tra Mosca e Washington e, peggio, carte da giocare nella campagna elettorale americana.
Ovviamente piangendo delle vittime civili, ogni parte a denunciare quelle attribuibili agli altri.

Ancora lontani dall’aver risolto la follia dello Stato Islamico del Califfo Al Baghdadi nel mondo arabo, che già, sullo scenario mediorientale, si affaccia l’irrisolta questione politica del popolo curdo. Notizie a grappolo, da mettere assieme sperando di trovare la giusta chiave di lettura.

I curdi di Siria
Dalla redazione ANSA di Beirut. Fonti curde hanno accusato oggi le forze governative siriane di avere bombardato con aviazione e artiglieria aree controllate dalle forze curde che combattono l’Isis nel nord del Paese, in particolare la città di Hasaka. E’ la prima volta che un episodio del genere viene denunciato, sebbene in passato siano stati registrati sporadici scontri tra le truppe lealiste e i miliziani curdi siriani.

Il sito curdo-iracheno Rudaw riferisce che in particolare sono stati presi di mira il quartiere di Mihlaj e il bazar di Hura e che vi sono diversi morti e feriti. Il portavoce delle forze curde locali Redur Khalil ha detto all’agenzia Ap che sono state colpite aree residenziali e postazioni della polizia curda e ha aggiunto che il governo di Damasco sarà ritenuto responsabile per questi “attacchi brutali”.

Quasi battaglia aerea
Battaglia sfiorata nella zona di Hasaka: intercettori americani si levano in volo per bloccare il raid di aerei di Damasco. La battaglia sfiorata ieri, quando una coppia di aerei di Damasco ha colpito la zona di Hasaka, dove una coalizione di insorti siriani -milizie che agiscono insieme a squadre di commandos statunitensi, tra cui curdi del Ypg- conduceva una offensiva contro lo Stato islamico. La notizia sulla forse in campo è confusa e contraddittoria. Il Pentagono sostiene di avere cercato di contattare gli aggressori da terra, senza ricevere risposta.

Dopo l’inizio del bombardamento, gli intercettori Usa sono decollati a tutta velocità per bloccare il raid e la coppia di velivoli di Damasco si è allontanata prima di entrare in contatto. Adesso pattuglie di caccia americani presidiano lo spazio aereo per impedire nuovi attacchi. E il Pentagono ha lanciato un avvertimento chiaro a Damasco: “Difenderemo le truppe della nostra coalizione se verranno minacciate”. Un avviso trasmesso attraverso la Russia, visto che tra i due paesi non ci sono relazioni. E l’impressione di vpnfusi riflessi delle nuove tensioni tra Ankara e Washington.

I conti curdi in Iraq
Ora a Baghdad dove si riaccendono le tensioni tra il governo centrale dell’Iraq e la regione autonoma del Kurdistan, mentre si comincia a pensare agli assetti territoriali dopo la sconfitta dell’Isis. Il portavoce del governo del Kurdistan, Safin Dezai, ha affermato che i miliziani Peshmerga continueranno ad avanzare anche fuori degli attuali confini della regione autonoma. E che in seguito “non si ritireranno dalle aree già liberate o che libereranno in futuro” se in quelle aree c’è una presenza curda.

Baghdad chiedeva che i militari curdi, nel prossimo attacco a Mosul, lasciassero liberazione della città alle forze federali. I Peshmerga curdi, in prima linea nella lotta all’Isis dopo la rotta dell’esercito iracheno nell’estate 2014, hanno già preso il controllo di Kirkuk, da lungo tempo al centro di contese tra curdi e arabi e ricca di petrolio. La presenza del feroce nemico Isis alla disperazione per il momento frena la contese interne, e neppure troppo stando al poco che si capisce di quanto avvenuto in Siria, ma la partita del popolo curdo sparso tra Iraq, Turchia, Siria e Iran, è un conto aperto con la storia.