giovedì 16 agosto 2018

Sicurezza

Più pistole e fucili in mano
ai privati che agli eserciti

Un miliardo di armi private, pistole, carabine e mitragliatrici in circolazione, soprattutto tra i civili. E’ quanto risulta dall’ultimo censimento realizzato in 230 Paesi dall’osservatorio ‘Small arms survey’, da cui risulta che l’85% delle armi che si contano sulla Terra sia in mano ai privati, compresi ovviamente guardaspalle, paramilitari e criminali.
La loro quantità è aumentata del 17% negli ultimi 10 anni, quanto alla crescita totale del numero di armi, comprese quindi quelle militari, è pari a quasi il 32 %. Della Santa Barbara mondiale, le forze di polizia ne possiedono solo il 2% mentre negli arsenali dei vari eserciti ce n’è circa il 13%.

Armi a difendere la ricchezza

Per quanto strano possa sembrare, nei Paesi poveri o in quelli in guerra, se ne contano meno che nelle democrazie più ricche. Non a caso, sono gli Stati Uniti la nazione con più armi in assoluto, dove si registra il più alto rapporto di armi pro capite (120 ogni 100 abitanti) e dove risulta esserci il 40% delle armi totali per una popolazione che è appena il 4% di quella planetaria. ‘Secondo Pew Research Center’, un terzo degli americani di più di 50 anni tiene una pistola nel cassetto o un fucile d’assalto nell’armadio. Ecco perché nel 2016, il 64% degli omicidi negli Stati Uniti è stato compiuto con armi da fuoco e che, dal 1980 a oggi, ci siano stati 90 casi di fucilate con uccisioni di massa nelle scuole, università, parcheggi, fast-food o discoteche.

Sindrome da Far West

Sempre secondo lo Small arms survey, organismo di controllo con sede a Ginevra, la polizia più armata è quella russa con 2,4 milioni di pistole e kalashnikov, seguita da quella cinese (1,9 milioni) e da quella indiana (1,7 milioni). Il secondo Paese con più armi al mondo è invece l’India, e il terzo la Cina. Tuttavia, al secondo posto per la quantità di armi per ogni abitante è lo Yemen (52,8 ogni 100). Terzi, in questa pericolosa graduatoria, arrivano la Serbia e il Montenegro (39,1 ogni 100). Ma ci sono anche nazioni più virtuose, dove si registra meno di un’arma ogni 100 abitanti. Queste, che andrebbero premiate per umanità e consapevolezza del pericolo, sono l’Indonesia, il Malawi e il Giappone.

Tangentopoli saudita

Il 4 novembre 2017 commissione governativa anti corruzione voluta dall’erede al trono saudita, principe Mohammed bin Salman, MbS per sintesi popolare, ha fatto arrestare ministri, membri della famiglia reale, delle forze armate e uomini d’affari. Tra gli arrestati, -dettagli di Pietro Orizio su Analisi Difesa-personaggi del calibro di al-Waleed bin Talal, nipote del re e uomo più ricco del Medioriente con un patrimonio di 17 miliardi di dollari e partecipazioni in Twitter, Lyft e Citigroup, l’investitore saudo-etiope Mohammed al-Amoudi con un patrimonio del valore di 10,4 miliardi di dollari, il pezzo grosso dei media da 2,5 miliardi, Saleh Kamel, il tycoon dei centri commerciali Fawaz Alhokair, da 1,16 miliardi e perfino Bakr bin Laden, magnate delle costruzioni e fratellastro di Osama, il padre di Al-Qaeda.

Import di ‘inquisitori privati’

Non potendosi fidare delle forze di sicurezza ordinarie, il principe ereditario mette in campo il suo schieramento di inquisitori privati, 150 contractors giunti appositamente da Abu Dhabi, che con sistemi ‘decisi’, hanno ottenuto informazioni sui 100 miliardi di dollari svaniti in corruzione. L’Arabia Saudita d’altronde ha visto le PMSCs statunitensi muovere i primi passi. Nel 1975 la Vinnel Corporation è stata la prima società americana a firmare un contratto per l’addestramento di forze armate straniere: 77 milioni di dollari per l’addestramento della Guardia Nazionale saudita, attraverso 3.000 contractors, tra cui ex membri delle forze speciali e reduci del Vietnam. Il Regno saudita è stato anche uno dei primi luoghi in cui i contractors sono stati colpiti, compound della Vinnel costato la vita a 27 persone, tra cui 14 occidentali nel maggio 2003.

Mercenari di Sua Maestà

Tutto iniziò durante la guerra civile in Yemen degli anni ’60 quando alcuni imprenditori britannici decisero di assoldare dei mercenari per difendere i propri interessi. Da questa operazione nacque la prima PMC. Storia di violenze e massacri de mezzo mondo. Recentemente il piano degli Emirati Arabi Uniti (poi fermato dagli Usa) per cacciare l’attuale monarca del Qatar con 15.000 contractors, colombiani e sudamericani addestrati e comandati da americani, britannici, francesi ed australiani della ex Blackwater. Khalifa bin Zayed bin Sultan Al Nahyan emiro di Abu Dhabi nel 2010 ha assunto Erik Prince per costituire un’unità per operazioni speciali con un forte contributo di soldi sauditi, da impiegare anche nella guerra in Yemen e bombardamenti aerei in Libia, in supporto a Khalifa Haftar.

Intelligence e spie private

Novità assoluta, la creazione di un vero e proprio apparato d’intelligence nazionale degli Emirati Arabi Uniti. Ex membri e dirigenti di servizi d’intelligence occidentali – CIA, principalmente – sono stati riuniti in una struttura a 30 minuti da Abu Dhabi, con una paga giornaliera di circa 1.000 dollari ed alloggio presso ville o hotel a 5 stelle, scrive Orizio. Operazione avviata nel 2008 da Larry Sanchez, ex agente CIA. Operatori d’intelligence a contratto farebbero parte anche di una recente proposta presentata al presidente Trump, l’istituzione di una rete di intelligence parallela a quella statunitense ufficiale. Il progetto della società Amyntor Group comprende la raccolta di informazioni su terroristi attraverso “un network di risorse in aree proibite”. Per la Cyber security (e non solo) sta conquistando mercato Israele.

Reprimere senza pietà

I contractors si sono occupati anche di repressione dei dissensi interni. Governo britannico e società di sicurezza private scozzesi che collaborano con Paesi come Arabia Saudita e Bahrain. 16 miliardi di sterline di forniture militari britanniche nel 2010, rivela Arming Repression. Lo scozzese Graeme Lamb, ex comandante delle special forces di Sua Maestà ha operato per conto della Aegis Defence e G3 in Bahrein per 1,5 milioni di sterline. La ‘professionalità protagonista’ del giro di vite saudita, quella dei ’97E’, “97 Echoes”, il numero di classificazione del corso inquisitori nei college militari americani. I ’97E’ nascono all’indomani dell’11 Settembre quando, a causa di una drastica fuga di cervelli iniziata negli anni 90, il Governo americano ha dovuto rivolgersi a società private per ottenere linguisti, traduttori e qualcuno che interrogasse i prigionieri della Guerra al terrore.

La paga del torturatore

Agli inquisitori venivano proposti 6 mesi nelle prigioni irachene o afghane, con turni fino a 14 ore al giorno, 7 giorni su 7. Ma il salario si aggirava intorno a 70.000/90.000 dollari oltre a diversi bonus: 2.000 dollari alla firma del contratto, 1.000 a metà turno e 2.000 a fine missione. Bonus venivano raddoppiati per chiunque si fosse ripresentato. Le PMSC addebitavano al Governo fino a 200 dollari all’ora per quei servizi in prigioni come Abu Ghraib, Camp Cropper e Camp Whitehorse. Lì, affiancavano il personale militare o dell’intelligence durante sessioni di ‘domanda e risposta’, con la possibilità di impiegare fino a 17 tecniche ‘ufficialmente previste’, compreso il ‘waterboarding’, la terribile simulazione d’annegamento. Si dice che l’85% degli interrogatori condotti dalla CIA dopo l’11 Settembre impiegasse i contractors.

‘Waterboarding’ e dintorni

«Sebbene Donald Trump sia favorevole alla tortura per ottenere informazioni da terroristi o presunti tali, generali ed alti funzionari l’hanno spesso contestata», sostiene Orizio. «L’uso dei contractors per gli interrogatori fa parte di un problematico e ormai consolidato trend del Governo americano». Per i crimini di Abu Grahib, mentre 11 militari sono stati condannati, nessun dei 5 contractors implicati è mai stato processato. Sebbene CIA e Dipartimento della Difesa abbiano bandito l’impiego d’inquisitori privati, esisterebbero tuttavia eccezioni in caso di vitali questioni di sicurezza nazionale. Inoltre, un ampio bacino di maestranze sono comunque disponibili sul mercato al miglior offerente. E, come abbiamo visto, inquisitori e torturatori formato ‘export’.

AVEVAMO ANCHE DETTO

Contractors Usa, Afghanistan Iraq guerre in appalto

Depleted uranium

Depleted uranium, uranio impoverito. Proiettili resi più micidiali da una piccola parte di scarto delle lavorazioni nucleari. Riciclo di materiale costoso da conservare e un proiettile o missile la cui testata con quel poco uranio dei poveri, ‘fonde’ l’acciaio contro sui è puntata senza doverlo frantumare. Potenza moltiplicata, e ‘la cacca che diventa oro’.
Peccato che quanto quell’uranio poco radioattivo raggiunge temperature folli dell’esplosione, tremila gradi, si trasforma in ossido di uranio e dintorni, polveri, sostanze pericolose per l’uomo che si spargono attorno al luogo dell’esplosione contaminando terreno, acque, animali, persone.
Se poi ti mandano in giro a fare il militare in zone di guerra dove sono stati usati quei proiettili, senza adeguate istruzioni e protezioni -o peggio, sei un civile inconsapevole che campa lì attorno- beh, allora hai molte probabilità di morire di cancro. È accaduto, dicono fonti sanitarie, a 6mila militari italiani, e non siamo l’esercito americano sparso per il mondo.

Sconvolgenti criticità

«Sconvolgenti criticità» scoperte nel settore della sicurezza e della salute sul lavoro dei militari «in Italia e nelle missioni all’estero, che hanno contribuito a seminare morti e malattie»: è la relazione finale della Commissione parlamentare d’inchiesta sull’uranio impoverito. Sotto accusa il «negazionismo» dei vertici militari e gli «assordanti silenzi generalmente mantenuti dalle Autorità di Governo».
Una svolta che dà ragione a chi, ha iniziato in solitudine e spesso clandestinamente questa battaglia 20 anni fa, denunciando la Sindrome del Golfo che già mieteva vittime tra i militari Usa. Che poi, per noi italiani fu la ‘sindrome Kosovo’.

La Difesa di arrabbia

Violenta reazione dello Stato maggiore della Difesa: «Conclusioni inaccettabili, le Forze Armate mai hanno acquistato o impiegato munizionamento all’uranio impoverito…».
Certamente vero se degli ufficiali al servizio dello Stato lo sostengono, ma che vuol dire, sei poi i nostri militari operano dove quei proiettili sono stati usati da altri, vedi Bosnia e Kosovo e chi sa quanti altri posti ancora? E i poligoni, nessuna altra forza armata amica, alleata, usa i nostri poligoni in qualche occasione con suoi proiettili?
Campagna elettorale, e la questione decennale che tocca la vita di migliaia di persone, diventa occasione di strumentalizzazioni di parte. E furberie.
Noi stiamo ai fatti, alle migliaia di militari colpiti (solo in Marina 1.101 tra morti e malati), 340 morti e già 76 sentenze di risarcimento. E la commissione ammonisce sulle «missioni all’estero», compresa quella in Niger che si annuncia.

I civili ‘senza matricola’

Se si considerano come vittime i militari delle missioni e dei poligoni e il personale civile delle basi, quello che scompare -sottolinea Francesco Di Tommaso su Il Manifesto– è infatti il destino delle popolazioni civili colpite dai bombardamenti all’Uranio impoverito in Iraq, Somalia, Afghanistan, ex Jugoslavia (Bosnia e Kosovo), ecc… «Quali centri di verifica medica e quali risarcimenti per queste vittime e queste aree devastate dalle nostre guerre ‘umanitarie’?».

 

L’URANIO IMPOVERITO IN CASA D’ALTRI
Un articolo ritrovato scritto nel 2013

L’uranio ‘umanitario’ continua a uccidere

Ad oltre un decennio dai bombardamenti Nato contro la Jugoslavia con l’uso di proiettili all’uranio impoverito, i tumori in Serbia, Kosovo e paesi vicini si moltiplicano

Un argomento che si continua a tenere nascosto, ovvero quello delle conseguenze dei proiettili ad uranio impoverito sganciati dalla Nato sulla Serbia, continua ad imporsi all’attenzione di tutti attraverso un argomento indiscutibile, quello del numero dei morti. Secondo la Società dei medici serbi dal 1999, anno della campagna di bombardamenti, il numero dei tumori continua a crescere non soltanto in Serbia ma in molte zone dei Balcani. “Esistono falsi esperti i quali continuano a sostenere che l’epidemia di tumori maligni nell’ultimo decennio non ha nulla a che vedere con le oltre 15 tonnellate di uranio impoverito disseminate nel nostro Paese in 78 giorni di bombardamenti soprattutto in Kosovo e nella regione di Pcjnj – dice alla “Tanjug” Slobodan Cikaric, presidente dell’associazione – ma oltre che dal nostro Paese continuano a giungere rapporti da Grecia e Bulgaria che parlano di un incremento di oltre 30 volte dei casi di neoplasie e lo collegano all’evidente innalzamento della radioattività in molte aree della penisola balcanica”.

Le particelle rilasciate dalle bombe all’uranio impoverito, continua il professor Cikaric dopo essersi diffuse nell’aria e dopo essere penetrate nel terreno sono entrate a far parte della catena alimentare ed oramai causano una serie di linfomi ch si sono manifestati in un arco di tempo dai cinque ai dieci anni, e nell’arco oltre i dieci provocheranno un incremento dei cosiddetti “tumori solidi”. “Il periodo di latenza si è concluso nel 2008 – continua il medico – fino ad allora la crescita delle manifestazioni tumorali era stata del due per cento circa, poi anno per anno ha cominciato a crescere prima dei sei, poi del dieci per cento, e continuerà a farlo nei tempi a venire. Il disastro giapponese di Fukusima è nulla paragonato a quanto sta accadendo nelle nostre regioni, e se consideriamo il fatto che ai pescatori di quell’area è stato riconosciuto un risarcimento di due milioni di dollari soltanto per l’effetto che la fuga radioattiva avrebbe potuto avere sul mare, sarebbe interessante chiedersi quanti miliardi di dollari potrebbero mai chiedere la Serbia ed i Paesi vicini”.

Normalmente sarebbe toccato al Vicesegretario alla Presidenza del Consiglio quell’impegno, rispondere alle domande di deputati e senatori della Commissione di controllo sui Servizi Segreti, il Copasir. Ma la tradizionale delega ai Servizi segreti -il vero capo politico delle spie in Italia- Gentiloni se l’è tenuta, forse per non oberare di troppi impegni la nuova sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio Maria Elena Boschi.
Gentiloni, referente politico delle nostre spie, ruolo sino a poco tempo fa dell’allora sottosegretario Minniti, attuale ministro degli interni e grande protagonista politico di questa fine legislatura. Cronaca per quanto ci è concesso sapere di una riunione a porte chiude col vincolo di segretezza per i partecipanti.

Libia. L’Italia continua a lavorare con il governo di Fayez Al Serraj, ma si confronta con “tutti gli attori in campo”. Compreso il generale Khalifa Haftar, che governa la Cirenaica e che fino a qualche mese fa aveva legami quasi esclusivi con la Francia, oltre che con il suo sponsor principale, l’Egitto.
Haftar passaggio chiave, divenuto pubblico solo dopo l’incontro di fine agosto tra il ministro Marco Minniti e il generale Haftar a Tripoli, un vertice rimasto segreto fino a pochi giorni fa. In sostanza, l’Italia ha rapporti diplomatici con tutti gli attori in campo in Libia, compreso Egitto. E qui la questione Libia si intreccia col caso Regeni.

Egitto. Rapporto politico diplomatico strategico quello con l’Egitto. Rapporto perduto, o quantomeno incrinato, da quando il caso Regeni ha gelato le relazioni internazionali con questo paesi. Da qui la decisione di far tornare l’ambasciatore italiano in Egitto, Giampaolo Cantini, che proprio domani dovrebbe prendere servizio al Cairo.
L’invio di Cantini “non è una resa” rispetto alla ricerca della verità sul caso Regeni”, ha argomentato Gentiloni. Anzi, è un modo per riallacciare contatti “che possano tornare utili a ristabilire cosa è successo al Cairo il 25 gennaio dell’anno scorso”. “Gli interessi economici non possono impedire l’accertamento della verità”, è l’affermazione di principio. Poi vedremo.

Terrorismo. Presente all’audizione anche il direttore del Dis, il coordinamento tra i due veri servizi segreti, Alessandro Pansa, che ha smentito un allarme terrorismo da parte dei servizi per furto di 4 furgoni a Milano. Allerta alta ma nessuna evidenza di attentati in Italia, è la linea.
Ma il tema terrorismo rilancia la questione Regeni. Forme di terrore di Stato nel caso di uno dei legali egiziani della famiglia Regeni, Ibrahim Metwaly, di cui non si hanno notizie da domenica. L’Egitto ha confermato ieri il suo arresto.
Dopodomani a Londra il ministro degli Esteri Angelino Alfano incontrerà il suo omologo egiziano Sameh Shoukry a margine di una riunione ministeriale sulla Libia. E la Farnesina, fa sapere che Alfano porrà la questione.

Giornalisti. Sul documento dei servizi americani che secondo il New York Times già l’anno scorso avrebbe rivelato al governo di Roma il coinvolgimento dei servizi egiziani nell’omicidio Regeni. Gentiloni: quel documento non aggiungeva nulla alle informazioni già in possesso dell’autorità giudiziaria e dei servizi italiani. Sempre i ‘cattivi giornalisti’ a proposito delle inchieste che hanno riferito di pagamenti da parte dell’Italia ai trafficanti di uomini per bloccare le partenze dei migranti. “Accordi sono stati fatti dall’Italia non con i trafficanti, ma con i rappresentanti istituzionali libici, che non sono come da noi i sindaci democraticamente eletti, ma potremmo definirli i capivillaggio, i referenti che gestiscono amministrativamente quelle realtà”, ha detto in conferenza stampa finale il presidente della Commissione, il leghista Stucchi, insolitamente istituzionale. Che è esattamente quanto abbiamo detto noi giornalisti: capi milizie diventati ‘capivillaggio’.

Quando ipotetici virus di armi batteriologiche si temeva potessero annientare la popolazione di interi continenti. E quendo, negli incubi da Guerra Fredda nelle fasi più calde, si temeva che qualche virus micidiale sfuggisse dai laboratori nei quali si mettevano a punto armi batteriologiche o potesse mutare e non rispondere ai vaccini preparati da chi lo aveva creato. Verità o fantascienza che fosse, quelle erano sino all’altro ieri le minacce note da virus.
Incubo che ancora oggi non può certo dirsi del tutto scongiurato, ammonisce Giandomenico Gaiani, di Analisi Difesa su Il mattino. Perché le biotecnologie sono oggi in possesso di molti Paesi e possono essere utilizzate anche da gruppi terroristici, ammonisce, ma soprattutto perché è ormai diventata realtà quotidiana la minaccia cyber.

Il virus WannaCry, che nelle scorse ore ha colpito un centinaio di Paesi in tutto il mondo, è la fotografia più vicina a quel virus che si temeva potesse sfuggisse dai laboratori nei quali si mettevano a punto armi batteriologiche. Catastrofe potenziale fuori controllo che va oltre l’azione di di hacker emersi negli ultimi anni, alcuni gestiti direttamente o meno da Stati per colpire nemici, rivali o competitor commerciali.
WannaCry sembra essere uno dei super virus sottratti lo scorso anno dagli hacker del gruppo noto come Shadow Brokers niente meno che alla National Security Agency statunitense, l’agenzia di intelligence probabilmente meglio equipaggiata al mondo in termini di cyberwar con armi informatiche. Guerra difensiva contro gli attacchi hacker e offensiva, vedi WannaCry, studiata per colpire le reti militari o infrastrutturali dell’avversario.

Gaiani ci ricorda il virus ‘Stuxnet’, messo a punto a quanto pare dalla NSA insieme ai colleghi israeliani, che nel 2010 paralizzò il programma che gestiva le centrifughe utilizzate dall’Iran per l’arricchimento dell’uranio determinando un ritardo di alcuni anni nello sviluppo de programma atomico di Teheran. Il virus imperversò anche fuori dai confini iraniani e per un po’ andò fuori controllo ma, da quanto emerso, venne neutralizzato dal “vaccino” messo a punto dai suoi ideatori.
La stessa cosa è probabilmente accaduta con WannaCry anche se è stato reso noto che a sconfiggerlo è stato l’intuito di un hacker giovanissimo, appena 22 anni, che quasi per caso avrebbe trovato la vulnerabilità del virus attivandone “l’interruttore” che lo ha fermato.
Molto troppo simile ad una favola alla Harry Potter, viene da sospettare con malizia. O il ragazzino hacker che nel film War Games del 1983 scongiura una guerra nucleare sfidando il super computer che gestisce la difesa del Nord America.

Il buono contro il cattivo, con il buono che vince sempre. Ma è davvero così? È possibile che quei folli alla Nsa che avavano creato il virus ‘mostro’, accortisi del furto, non avessero creato loro un anti virus in grado di fermare la loro creatura malvagia? Ed ecco che la storia del ragazzo genio
Ma WannaCry conferma anche la precarietà assoluta di certi ‘cyber-arsenali’ e la inadeguatezza della difesa. Il ministro degli interni britannico Amber Rudd ammetteva l’incapacità non solo di fermare il virus, ma addirittura di stabilire l’origine dell’attacco. E la Gran Bretagna è il paese occidentale che investe molte risorse in questo settore, seconda solo a Stati Uniti e Israele.
Si ripete, in forma diversa, quanto accaduto nel dopo Guerra Fredda quando, superati gli schieramenti di amici/nemici per appartenenza ideologica, gli avversari si definivano per interessi contrapposti e molto spesso variabili.
E l’Itali? A pensare al tentativo di inserire l’amico d’infanzia dell’allora presidente del consiglio Renzi alle cyber intelligence italiana, oggi fa sorridere o arrabbiare. Qualcosa accede a livello Unione europea e Nato. L’alleanza militare prevede di spendere 3 miliardi di euro entro il 2020 solo per proteggere le comunicazioni satellitari dagli attacchi cyber.
Il governo con la Legge di Stabilità ha stanziato 150 milioni per la cyber-defense ma non è ancora chiaro quali programmi verranno finanziati.
Battuta feroce che circola nel mondo della cyber-sicurezza. L’Italia che conta sul cyber-culo.