domenica 19 novembre 2017

Sicurezza

Normalmente sarebbe toccato al Vicesegretario alla Presidenza del Consiglio quell’impegno, rispondere alle domande di deputati e senatori della Commissione di controllo sui Servizi Segreti, il Copasir. Ma la tradizionale delega ai Servizi segreti -il vero capo politico delle spie in Italia- Gentiloni se l’è tenuta, forse per non oberare di troppi impegni la nuova sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio Maria Elena Boschi.
Gentiloni, referente politico delle nostre spie, ruolo sino a poco tempo fa dell’allora sottosegretario Minniti, attuale ministro degli interni e grande protagonista politico di questa fine legislatura. Cronaca per quanto ci è concesso sapere di una riunione a porte chiude col vincolo di segretezza per i partecipanti.

Libia. L’Italia continua a lavorare con il governo di Fayez Al Serraj, ma si confronta con “tutti gli attori in campo”. Compreso il generale Khalifa Haftar, che governa la Cirenaica e che fino a qualche mese fa aveva legami quasi esclusivi con la Francia, oltre che con il suo sponsor principale, l’Egitto.
Haftar passaggio chiave, divenuto pubblico solo dopo l’incontro di fine agosto tra il ministro Marco Minniti e il generale Haftar a Tripoli, un vertice rimasto segreto fino a pochi giorni fa. In sostanza, l’Italia ha rapporti diplomatici con tutti gli attori in campo in Libia, compreso Egitto. E qui la questione Libia si intreccia col caso Regeni.

Egitto. Rapporto politico diplomatico strategico quello con l’Egitto. Rapporto perduto, o quantomeno incrinato, da quando il caso Regeni ha gelato le relazioni internazionali con questo paesi. Da qui la decisione di far tornare l’ambasciatore italiano in Egitto, Giampaolo Cantini, che proprio domani dovrebbe prendere servizio al Cairo.
L’invio di Cantini “non è una resa” rispetto alla ricerca della verità sul caso Regeni”, ha argomentato Gentiloni. Anzi, è un modo per riallacciare contatti “che possano tornare utili a ristabilire cosa è successo al Cairo il 25 gennaio dell’anno scorso”. “Gli interessi economici non possono impedire l’accertamento della verità”, è l’affermazione di principio. Poi vedremo.

Terrorismo. Presente all’audizione anche il direttore del Dis, il coordinamento tra i due veri servizi segreti, Alessandro Pansa, che ha smentito un allarme terrorismo da parte dei servizi per furto di 4 furgoni a Milano. Allerta alta ma nessuna evidenza di attentati in Italia, è la linea.
Ma il tema terrorismo rilancia la questione Regeni. Forme di terrore di Stato nel caso di uno dei legali egiziani della famiglia Regeni, Ibrahim Metwaly, di cui non si hanno notizie da domenica. L’Egitto ha confermato ieri il suo arresto.
Dopodomani a Londra il ministro degli Esteri Angelino Alfano incontrerà il suo omologo egiziano Sameh Shoukry a margine di una riunione ministeriale sulla Libia. E la Farnesina, fa sapere che Alfano porrà la questione.

Giornalisti. Sul documento dei servizi americani che secondo il New York Times già l’anno scorso avrebbe rivelato al governo di Roma il coinvolgimento dei servizi egiziani nell’omicidio Regeni. Gentiloni: quel documento non aggiungeva nulla alle informazioni già in possesso dell’autorità giudiziaria e dei servizi italiani. Sempre i ‘cattivi giornalisti’ a proposito delle inchieste che hanno riferito di pagamenti da parte dell’Italia ai trafficanti di uomini per bloccare le partenze dei migranti. “Accordi sono stati fatti dall’Italia non con i trafficanti, ma con i rappresentanti istituzionali libici, che non sono come da noi i sindaci democraticamente eletti, ma potremmo definirli i capivillaggio, i referenti che gestiscono amministrativamente quelle realtà”, ha detto in conferenza stampa finale il presidente della Commissione, il leghista Stucchi, insolitamente istituzionale. Che è esattamente quanto abbiamo detto noi giornalisti: capi milizie diventati ‘capivillaggio’.

Quando ipotetici virus di armi batteriologiche si temeva potessero annientare la popolazione di interi continenti. E quendo, negli incubi da Guerra Fredda nelle fasi più calde, si temeva che qualche virus micidiale sfuggisse dai laboratori nei quali si mettevano a punto armi batteriologiche o potesse mutare e non rispondere ai vaccini preparati da chi lo aveva creato. Verità o fantascienza che fosse, quelle erano sino all’altro ieri le minacce note da virus.
Incubo che ancora oggi non può certo dirsi del tutto scongiurato, ammonisce Giandomenico Gaiani, di Analisi Difesa su Il mattino. Perché le biotecnologie sono oggi in possesso di molti Paesi e possono essere utilizzate anche da gruppi terroristici, ammonisce, ma soprattutto perché è ormai diventata realtà quotidiana la minaccia cyber.

Il virus WannaCry, che nelle scorse ore ha colpito un centinaio di Paesi in tutto il mondo, è la fotografia più vicina a quel virus che si temeva potesse sfuggisse dai laboratori nei quali si mettevano a punto armi batteriologiche. Catastrofe potenziale fuori controllo che va oltre l’azione di di hacker emersi negli ultimi anni, alcuni gestiti direttamente o meno da Stati per colpire nemici, rivali o competitor commerciali.
WannaCry sembra essere uno dei super virus sottratti lo scorso anno dagli hacker del gruppo noto come Shadow Brokers niente meno che alla National Security Agency statunitense, l’agenzia di intelligence probabilmente meglio equipaggiata al mondo in termini di cyberwar con armi informatiche. Guerra difensiva contro gli attacchi hacker e offensiva, vedi WannaCry, studiata per colpire le reti militari o infrastrutturali dell’avversario.

Gaiani ci ricorda il virus ‘Stuxnet’, messo a punto a quanto pare dalla NSA insieme ai colleghi israeliani, che nel 2010 paralizzò il programma che gestiva le centrifughe utilizzate dall’Iran per l’arricchimento dell’uranio determinando un ritardo di alcuni anni nello sviluppo de programma atomico di Teheran. Il virus imperversò anche fuori dai confini iraniani e per un po’ andò fuori controllo ma, da quanto emerso, venne neutralizzato dal “vaccino” messo a punto dai suoi ideatori.
La stessa cosa è probabilmente accaduta con WannaCry anche se è stato reso noto che a sconfiggerlo è stato l’intuito di un hacker giovanissimo, appena 22 anni, che quasi per caso avrebbe trovato la vulnerabilità del virus attivandone “l’interruttore” che lo ha fermato.
Molto troppo simile ad una favola alla Harry Potter, viene da sospettare con malizia. O il ragazzino hacker che nel film War Games del 1983 scongiura una guerra nucleare sfidando il super computer che gestisce la difesa del Nord America.

Il buono contro il cattivo, con il buono che vince sempre. Ma è davvero così? È possibile che quei folli alla Nsa che avavano creato il virus ‘mostro’, accortisi del furto, non avessero creato loro un anti virus in grado di fermare la loro creatura malvagia? Ed ecco che la storia del ragazzo genio
Ma WannaCry conferma anche la precarietà assoluta di certi ‘cyber-arsenali’ e la inadeguatezza della difesa. Il ministro degli interni britannico Amber Rudd ammetteva l’incapacità non solo di fermare il virus, ma addirittura di stabilire l’origine dell’attacco. E la Gran Bretagna è il paese occidentale che investe molte risorse in questo settore, seconda solo a Stati Uniti e Israele.
Si ripete, in forma diversa, quanto accaduto nel dopo Guerra Fredda quando, superati gli schieramenti di amici/nemici per appartenenza ideologica, gli avversari si definivano per interessi contrapposti e molto spesso variabili.
E l’Itali? A pensare al tentativo di inserire l’amico d’infanzia dell’allora presidente del consiglio Renzi alle cyber intelligence italiana, oggi fa sorridere o arrabbiare. Qualcosa accede a livello Unione europea e Nato. L’alleanza militare prevede di spendere 3 miliardi di euro entro il 2020 solo per proteggere le comunicazioni satellitari dagli attacchi cyber.
Il governo con la Legge di Stabilità ha stanziato 150 milioni per la cyber-defense ma non è ancora chiaro quali programmi verranno finanziati.
Battuta feroce che circola nel mondo della cyber-sicurezza. L’Italia che conta sul cyber-culo.