Privacy Policy
lunedì 16 Settembre 2019

Razzismo

Peggio essere democratiche
o ‘diversamente’ colorate?

Troppo a sinistra o troppo colorate? Dagli insulti di Trump alle minacce
Quesito per Trump: peggio essere democratiche o ‘diversamente colorate’? Detto in politica, più fascismo o più razzismo? Le quattro deputate invise a Trump: Ilmar Omar, Alexandria Ocasio-Cortez, Ayanna Pressley e Rashida Tlaib, «the squad», la squadra. Le deputate elette nelle recenti elezioni di midterm, tutte non caucasiche, non bianche, e a sinistra della sinistra alla Camera.
«Super preparate, giovani, volitive -le definisce Marina Catucci-, e recentemente hanno procurato non pochi problemi all’amministrazione Trump riguardo la gestione dei migranti nei centri di detenzione al confine tra Stati uniti e Messico». E il sempre rozzo Trump aveva scritto su Twitter che se a loro non piacciono le politiche statunitensi, possono lasciare il Paese e tornarsene «a casa loro».  E lui ce lo dovremmo riprendere in Europa? ‘Suprematismo bianco’ trasparente.

Trump contestato a Chicago

Istigazione alla violenza

Bersagli. Ilmar Omar l’obiettivo principale, somalo-americana è una dei primi musulmani eletti al Congresso e la prima donna a indossare l’hijab alla Camera. Peggio nera che socialista? «Trump e la sua base la odiano forse anche di più della socialista newyorchese Ocasio-Cortez e da mesi la destra Usa, da Fox news al presidente stesso, divulga una narrativa falsa e pericolosa su di lei, dicendo che è una nemica del popolo Usa e di Israele in quanto sostenitrice di Al Qaeda», bugie pericolose.
«La squadra riceve più minacce di morte di qualsiasi altro politico Usa, specialmente Omar e Ocasio-Cortez, al punto che Fbi e Cia hanno dovuto fare ai loro team dei training speciali per insegnare come riconoscere le minacce concrete e cosa fare in caso di attacchi. Una serie di regole da rispettare per salvaguardare la sicurezza delle deputate, come comunicare i loro appuntamenti pubblici e i luoghi dove si svolgeranno solo all’ultimo momento».

Vietato dare del razzista al razzista

La Camera dei Rappresentanti ha approvato una risoluzione di condanna per i commenti ritenuti razzisti fatti dal presidente Donald Trump nei confronti delle quattro deputate democratiche. 240 voti favorevoli e 187 contrari. A favore della risoluzione hanno votato anche quattro deputati repubblicani. La speaker democratica della Camera, Nancy Pelosi, aveva definito ‘vergognose’ le parole di Trump, attaccata a sua volta perché non si può dare del razzista al presidente, fin che è presidente. A causa anche dell’incitamento alla violenza, le richieste di impeachment da parte dei democratici aumentano.
Nel frattempo, altro vecchio scandalo che torna alla luce: da razzista a puttaniere. Documenti Fbi dal tribunale di Manhattan: Trump diede soldi a pornostar Stormy Daniels per comprarne il silenzio. 280.000 dollari alla Daniels e a all’ex modella di Playboy, Karen McDougal, anche lei presunta ex amante di Trump.

Il mondo costretto a fare
i conti con Donald Trump

Il mondo costretto a fare i conti con Donald Trump, commenta Pierre Haski, France Inter, su Internazionale. Altra lettura degli stessi fatti. Il mondo tra tanti guai -il Medio Oriente, crisi iraniana, la Brexit apparentemente impossibile e la Cina, lasciando da parte Africa e America Latina- e alla casa Bianca il personaggio di cui sopra. «Donald Trump, “distruttore in capo” del pianeta, l’uomo che fustiga gli europei, minaccia i cattivi iraniani (ma coccola i cattivi nordcoreani) e porta avanti in modo incoerente il suo scontro con il gigante cinese». La scena internazionale per Trump solo il prolungamento della campagna elettorale e occasione per ribadire che gli Stati Uniti possono contare “sulla più grande economia e sul più potente esercito del mondo”.
L’11 luglio, le dimissioni dell’ambasciatore britannico a Washington che aveva definito il presidente Usa un ‘vanitoso inetto’ date alla stampa dai Brexiter. «Il paradosso, confessa un diplomatico europeo, è che tutti gli ambasciatori a Washington hanno inviato lo stesso messaggio ai rispettivi governi».

AVEVAMO DETTO

Trump incompetente, vanesio, inetto, parola di ambasciatore

Alabama nonostante Matin Luter King

Quando il bigottismo di Stato, da crudele diventa anche imbecille
Ai limiti dell’assurdo, e non stupirci se poi negli stati Uniti vincono certi presidenti. In Alabama, una donna incinta che era stata ferita alla pancia da un proiettile è stata incriminata per la morte del suo feto. ‘Procurato aborto’ l’essersi fatta sparare nel corso di una lite, la folle ipotesi di reato in Alabama, lo stato del Sud che ha recentemente adottato la più restrittiva legge contro l’aborto, anche in caso di violenza carnale.

La ventisettenne Marshae Jones è stata arrestata e rilasciata dopo aver versato una cauzione di 50mila dollari. Rischia fino a 20 anni di reclusione. La sua colpa, secondo la corte della Contea di Jefferson, è di aver provocato la lite al culmine della quale è stata ferita, mettendo a rischio il feto di cinque mesi che portava in grembo. La procura non ha ancora deciso se portarla in giudizio. La stessa corte ha anche stabilito di non procedere nei confronti della donna che ha sparato.

In difesa di Jones sono arrivati diversi movimenti per i diritti delle donne e dei neri (Jones è nera), che hanno accusato la polizia di aver trattato Jones con ingiustificata durezza. Le conclusioni investigative hanno rinfocolato le polemiche di chi sostiene che in Alabama si dà priorità ai feti rispetto alle donne. Oltre ad aver approvato la nuova legge contro l’aborto, questo Stato è uno dei 38 in cui una legge riconosce il feto come potenziale vittima di omicidio.

«Questo è quello che succede nel 2019 a una donna incinta afroamericana senza mezzi», denuncia Naral Pro Choice America. «Lo Stato dell’Alabama – rincaral’ organizzazione per i diritti delle donne che offre assistenza legale a Jones – ha voluto certificare che dal momento in cui una donna resta incinta è la sola responsabile della vita del bambino, e ogni azione intrapresa che possa impedirne la nascita è considerata un atto criminale. La decisione del giudice è ridicola».

Africa nera nera e ministro scemo

Dalla Tanzania, Africa nera, il razzismo al femminile non è così grave come in Alabama, ma è certamente più ridicolo. Legge di bilancio 2019 presentata al Parlamento dal ministro tanzaniano delle Finanze Philip Mpango a nome del governo del premnier John Magufuli detto ‘tingatinga’, bulldozer nella nostra lingua. Nomen omen, un nome un destino. Bilancio con cifre fantasiose sulla ipotesi di entrata (ma per questo nel serve andare sino in Tanzania), voci di spesa alla grandeur se mai sarà, e nuove tassazioni decisamente originali per non parlare subito di vergogna.

A creare più clamore, la decisione del governo di reintrodurre una tassa sugli assorbenti perché, secondo il ministro Philip Mpango, i rivenditori non hanno abbassato i prezzi. Secondo Anna Henga del Centro per diritti umani (Legal and Human Rights Centre) «qualunque sia la ragione del governo, la reintroduzione della tassa è una decisione che ha pesanti conseguenze per la maggior parte delle donne e delle ragazze… il governo dovrebbe cercare di capire perché l’esenzione non ha portato ai risultati attesi, e quindi correggere gli errori nell’applicazione dell’esenzione».

Secondo l’attivista del centro diritti umani, i prodotti sanitari femminili andrebbero distribuiti gratuitamente perché lo stigma sulle mestruazioni è spesso citato come motivo principale per cui le ragazze lasciano la scuola. Ci sarebbe un legame tra «l’alto tasso di fallimenti scolastici delle ragazze nelle zone rurali e le assenze legate al ciclo». «Le mestruazioni non sono un lusso o una scelta» e l’hastag sui social media #PediBilaKodi (assorbenti senza tasse). Un parlamentare ha chiesto perché se «il governo distribuisce liberamente i preservativi non può distribuire liberamente gli assorbenti?».

Meno drammatica ma analogamente antifemminile e contestata, l’imposta del 25% su extension e parrucche (sconto al 10% se sono di produzione locale). Il sorriso del ministro ha bollato l’allungare i capelli come vezzo femminile: un extension di superficialità e subalternità che ha offeso la bellezza femminile. Poi le proteste corporative degli addetti del settore, i dati sull’occupazione, il rischio chiusura delle attività. Ma forse c’è qualcosa di più, è come se stessero punendo il nostro desiderio di bellezza», ha detto Lynda Kwesi. Decisamente una legge antifemminile e un ministro dal sorriso imbecille.

 

Lutto e riserbo
Continua la lettura…

Razzismo e politica, chi insegue chi

Prima i fatti. Solo nell’ultimo mese e mezzo, in città diverse, si sono verificati almeno otto episodi che hanno visto come vittime cittadini stranieri (immigrati o richiedenti asilo) con modalità di azione differenti tra loro. Dagli spari con proiettili veri dalle conseguenze tragiche ai ferimenti con fucili ad aria compressa, fino alle percosse e alle minacce.
Una situazione che, al di là della polemica su una presunta emergenza, ha allertato le forze dell’ordine che stanno concentrando le indagini attraverso l’analisi di profili e pagine social. L’intento è quello di capire se dietro le aggressioni esista una regia unica o si tratti solo di emulazione.

Campania e Romagna

Escludendo l’azione portata a termine a Macerata da Luca Traini che ne febbraio sparò e ferì sei cittadini nigeriani, dall’11 giugno è uno stillicidio di episodi violenti. Quel giorno due ragazzi maliani, ospiti dello Spar di Caserta sono stati bersaglio di colpi sparati da un fucile a pallini. Gli aggressori su una Panda nera inneggiavano a Salvini.
Napoli , 20 giugno, uno chef 22enne del Mali, da 4 anni in Italia, viene raggiunto all’addome da un piombino sparato da due ragazzi a bordo di un’auto. Tra il 2 e il 5 luglio è Forlì ad essere teatro di altre sparatorie.  Due ragazzi in scooter feriscono con una pistola ad aria compressa una giovane donna  nigeriana ad un piede. Un ivoriano di 33 anni viene invece  colpito alla pancia con una pistola da softair mentre è in bici.

Roma e il Lazio

A Latina invece il giorno 12 è ancora una pistola ad aria compressa che ferisce due giovani nigeriani mentre aspettano l’autobus.  Stesso copione il 24 luglio, a Roma, dove un uomo spara dalla sua finestra perché ufficialmente voleva provare la sua arma ad aria compressa che poi risulterà modificata. Risultato: una bimba Rom viene ferita gravemente.

Da Nord a sud

Medesimo copione il 26 a Vicenza. Un operaio 33enne di Capo Verde, dipendente di una ditta di impianti elettrici, viene colpito alla schiena mentre lavora su una pedana mobile a 7 metri di altezza. A sparare un 40enne del luogo che dichiara di aver sparato per sbaglio mentre mirava ad un piccione.
Non c’è nessun dubbio sull’aggressione subita a Partinico, vicino Palermo, da un diciannovenne senegalese. Il 28 luglio viene aggredito in piazza e insultato con il classico “tornatene a casa tua”. Il giorno seguente la tragedia: un Immigrato di 43 anni marocchino, solo sospettato di essere un ladro, è inseguito e pestato a morte dopo una caccia all’uomo; denunciati due uomini di 40 anni, del posto, con l’accusa di l’omicidio preterintenzionale.

Non basta essere italiana

Intanto a Catania quattro immigrati africani venivano lasciati intenzionalmente a terra dal bus diretto a Taormina, per avendo il  regolare biglietto. Per fortuna una testimone ha visto la scena e si è detta disposta a testimoniare. Il bollettino di luglio si chiude con l’aggressione subita da Daisy Osakue la primatista italiana under 23 di lancio del disco, nata a Torino da genitori nigeriani, è stata colpita in pieno volto da un uovo lanciato da un’auto in corsa a Moncalieri. Ha una cornea lesionata.

Allarme razzisma politica minimizza

Il vicepremier Di Maio. «Non credo che in questo Paese ci sia un allarme razzismo. Qualcuno per sentirsi un po’ di sinistra, deve attaccare Salvini». Un vicepremier che resta tale solo se salva l’interfaccia leghista. Altri, tra gli stessi 5 stelle, con un po’ di acume politico in più, vedi il presidente della Camera Fico, condanna ogni forma di razzismo, Salvini sia o non sia.

Le provocazioni di Salvini

Il ministro dell’Interno ha invece  risposto attraverso i suoi canali preferiti e cioè i social. A suo agio nell’invettiva e nella provocazione, non si è fatto scrupolo di citare Mussolini, “molti nemici molto onore”, e di parlare di un’emergenza inventata dalla sinistra, insomma ha tirato contro i suoi obiettivi consueti sapendo che le reazioni non sarebbero tardate.
Propaganda e contropropaganda, provocazioni acchiappa click, tattiche e strategie del marketing politico, un bagaglio essenziale dei nuovi leader. Ma la comunicazione nasconde solo  in parte la realtà e le cronache dei media registrano episodi che in molti casi sono riconducibili alla discriminazione di tipo razziale.

Avvenire, Salvini pesi parole

“Dicono che non c’è razzismo in ciò che è accaduto e per di più il ministro dell’Interno Salvini ha ritenuto di liquidare come ‘sciocchezze’ gli allarmi di quanti denunciano il clima xenofobo e i rischi di escalation razzista. Pesi bene le parole. Guardi la realtà e ascolti anche altre voci della destra italiana. Negare l’evidenza di diversi episodi non fa altro che assolvere e ingigantire il mostro. Vergogniamoci, e reagiamo di civiltà”. E’ quanto scrive il direttore di Avvenire, Marco Tarquinio.

Porrajmos -persecuzione
memoria a pensieri brevi

Il Porrajmos in Italia. Porrajmos in romanes, la lingua di rom e sinti, indica la persecuzione e lo sterminio subito da quel popolo in Europa durante il nazifascismo. Tradicibile anche con «devastazione», «grande divoramento». Oppure, parola più esplicita, samudaripen, «genocidio». I Rom derivano il nome dalla lingua ‘romani’, o romanes, mentre i Sinti derivano nome dalla religione Sind, un antichissimo credo panteistico praticato soprattutto in India. Porrajmos: in Germania, un memoriale ricorda le vittime zingare della politica razziale nazista, mentre in Italia il ruolo del fascismo nella persecuzione di rom e sinti rappresenta ancora una pagina di storia semi sconosciuta, se non, più spesso, negata. Qualche iniziativa ministeriale attuale ne è solo la conferma.

Le testimonianze dirette ed indirette raccolte all’interno del progetto europeo MEMORS (2012-2013) raccolte nel libro ‘Il Porrajmos in Italia’, di Luca Bravi e Matteo Bassoli, casa editrice: Odoya – I libri di Emil, documentano una politica razziale fascista verso gli ‘zingari’ in Italia, con una progressiva radicalizzazione dopo il 1938. Pulizia etnica alle frontiere, respingimenti ed espulsioni di rom e sinti stranieri, la creazione di campi di concentramento riservati anche a rom e sinti di cittadinanza italiana, fino alle deportazioni nei lager del Terzo Reich, con l’avvento della Repubblica sociale italiana.

Dal Film Schindler list

Zingari e Fascismo

Dello sterminio degli zingari si sa molto poco, troppo poco. Nonostante sia ormai appurato che, come gli ebrei, furono vittime della persecuzione e dello sterminio razziali praticati dai nazisti in Germania e nei paesi dell’Europa occupata, nel migliore dei casi, se ne accenna in lavori che si occupano del Terzo Reich o del sistema dei campi di concentramento e sterminio in generale includendoli tra le vittime per poi tralasciare cause e conseguenze della loro persecuzione.

Per molto tempo dopo la guerra lo sterminio del popolo zingaro non è stato riconosciuto come razziale ma lo si è considerato conseguenza di quelle misure di prevenzione della criminalità che si acuiscono in caso di guerra. La definizione di ‘asociali’ con la quale inizialmente gli zingari furono deportati. Ma, secondo le teorie nazionalsocialiste, gli zingari erano tali perché le caratteristiche loro attribuite dai nazisti erano nei loro geni, nel loro sangue, che li rendeva “irrecuperabili” condannandoli quindi allo sterminio, alla cosiddetta “soluzione finale”.

‘Soluzione finale’

Grazie alla studiosa ebrea Miriam Novitch , esiste oggi la documentazione a dimostrare che gli zingari sono stati tra le vittime dello sterminio razziale e che almeno 500.000 di loro sono morti nei Lager, dopo esser stati imprigionati, torturati e violentati come tutti gli altri prigionieri. Altri sono stati uccisi nelle esecuzioni di massa nei paesi dell’est, ma su questo i dati sono davvero scarsissimi.
Non si può invece parlare di ricerca per quel che riguarda l’Italia dove le conoscenze sulla persecuzione degli zingari durante il fascismo sono poche e contraddittorie e si basano quasi esclusivamente sulle testimonianze raccolte nel dopoguerra dai pochi studiosi.

L’11 settembre 1940 vengono emanate le prime disposizioni per l’internamento degli zingari italiani: una circolare telegrafica del Ministero degli Interni, firmata dal capo della polizia Bocchini fa esplicito riferimento all’internamento degli zingari italiani. Nella circolare è scritto che “sia perché essi commettono talvolta delitti gravi per natura intrinseca et modalità organizzazione et esecuzione, sia per possibilità che tra medesimi vi siano elementi capaci di esplicare attività antinazionale… est indispensabile che tutti zingari […] vengano rastrellati più breve tempo possibile et concentrati sotto rigorosa vigilanza in località meglio adatte ciascuna provincia…”.

Campi di internamento

I ricordi degli zingari sono frammentari, spezzati dalla riservatezza della memoria e dalla mancanza di una tradizione scritta che caratterizza la loro cultura, ma raccontano l’esistenza di luoghi di detenzione come Perdasdefogu, in Sardegna, il convento di San Bernardino ad Agnone, in provincia di Campobasso, Tossicia, in provincia di Teramo. Tossicia è l’unico campo di concentramento sul quale si hanno dati abbastanza certi. Testimonianze sparse ricordano altri luoghi di detenzione a Viterbo, Montopoli Sabina, Collefiorito, le isole Tremiti.

E’ anche documentata la presenza di zingari a Ferramonti di Tarsia, uno dei più grandi campi di concentramento italiani, esistito dal luglio 1940 al settembre 1943. Il rom abruzzese Arcangelo Morelli racconta di esser stato rinchiuso e torturato nel manicomio dell’Aquila, trasformato in quartier generale della Gestapo e sappiamo anche che a Gries di Bolzano, anticamera dei Lager nazisti, erano detenuti anche gli zingari.

Censimento e sterminio

Tra il 1938 e il 1940 le “leggi per la difesa della razza” dispongono che medici e antropologi siano chiamati a dare alla comunità zingara documentata, la patente di scientificità alle “tare” dei rom, altrimenti di origine ariana. Si stabilisce così che i rom sarebbero geneticamente affetti da asocialità e nomadismo, e per di più meticci. Tanto basta perché tra il 1938 e il 1942 si faccia pulizia etnica delle famiglie rom. Molti sono arrestati dalle milizie di Salò e spediti a Dachau.

La storia delle persecuzioni rom in Germania è molto più efferata e dolorosa: dal 1933 inizia una politica di sterilizzazione forzata delle donne di etnia rom. Nel 1942 nel campo di concentramento di Auschwitz il settore riservato agli zingari, chiamato B2E, era accanto al laboratorio di Josef Mengele. Il loro numero di matricola era preceduto dalla Z di zingari e nel campo ne sono stati uccisi 23.000. La notte del 2 agosto 1944, ad Auschwitz avviene la liquidazione di 3.000 rom. Gli ebrei, testimoni oculari, raccontano che capirono allora cosa fosse lo sterminio: il vuoto improvviso nel settore rom e il fumo incessante dalle ciminiere.