domenica 24 febbraio 2019

Qatar

L’oscuro Lynton Crosby

Contro il Qatar guerra dei mondiali
Il “maestro delle arti oscure”, il “mago di Oz”, il “Karl Rove  dell’Australia”. Il Mago o l’Uomo nero, se preferisci.
Sopranomi a gloria e vanità un signore sessantatreenne dall’aspetto giovanile. Lynton Crosby ‘l’uomo più potente della nazione’, come è stato definito dal quotidiano australiano The Age, certo esagerando. Uno comunque capace di influenzare i destini di un paese, alla faccia di noi ingenui che crediamo ancora nella democrazia e nel suffragio universale. Ma dove risiede tanto potere? Crosby è uno ‘spin doctor’, un venditore di aria fritta, in molti casi, un venditore molto molto abile che ha lavorato nel suo paese e poi in giro per il mondo, sede operaqtiva attuale, la Gran Bretagna.

Una carriera per i Tories

Attraverso la sua società, la CTF Partners, ha lavorato per diverse campagne elettorali conservatrici. A partire dalle elezioni del 2005, in quel caso la sua missione fallì ma i conservatori si servirono delle sue strategie anche nel 2008, 2012 e 2015. Fu in quest’ultima tornata elettorale che Crosby realizzò il suo capolavoro ottenendo come premio dall’ex primo ministro David Cameron il titolo di Sir.
A noi tutto questo ha procurato la guerra il Libia, Gheddafi scannato, il caos dopo, e la Brexit per errore, ma adesso Cameron chi se lo ricorda più, e siamo pronti ad ereditarci mostri nuovi con l’aiuto di Crosby. Ma  al di là dei riconoscimenti nobiliari la società di Crosby non disdegna affatto lauti profitti.
Le sue sono parcelle da capogiro anche se a Crosby, scopriamo, il denaro serve anche ad altro. Ad esempio a finanziare con 20.000 sterline l’ex segretario agli esteri Boris Johnson oppure a donare regali ai parlamentari conservatori di alto livello così come rivelato dal giornale The Guardian. Chi semina bene oggi, raccoglie meglio domani.

 

Project Ball, via i mondiali dal Qatar

Costruire o distruggere un leader. O un affare poliotico e miliardario. Ed è stato lo stesso quotidiano ad accendere una luce su un nuovo progetto di Crosby, questa volta molto più ambizioso e soprattutto lucroso. L’idea è quella di mettere in piedi una campagna contro il Qatar, organizzatore nel 2022 dei mondiali di calcio. Un evento planetario che però riveste un significato molto più ampio rispetto all’ambito sportivo.
Il Guardian è entrato in possesso di un documento siglato da Crosby, denominato “project ball” nel quale sono descritte le linee della crociata: istituire postazioni anti Qatar in tutto il mondo, diffondere storie negative anche con fake news, un lavoro di lobby con politici, giornalisti e accademici amici.

Sputtanamento lucroso

Il quotidiano britannico precisa che l’offerta è stata messa sul mercato internazionale un anno fa. Qui il racconto del quotidiano britannico risulta un po’ equivoco. Come se fosse stato Crosby e la CFT e mettersi sul mercato, alla ricerca di committenti, e non  viceversa. Comunque parliamo dei enormità.  5,5 milioni di sterline, 6 milioni di euro.
Il lavoro durerebbe 18 mesi (300.000 sterline mensili). Obiettivo dichiarato è quello di spingere la FIFA a revocare l’assegnazione dei mondiali al Qatar. Chi è interessato ad una tale evenienza? Innanzitutto l’Arabia Saudita  e gli Emirati Arabi Uniti entrati in rotta di collisione con Doha. E qui altro che Tory e Labour a Londra!

Il ruolo dell’Arabia Saudita

La Gran Bretagna per ora terreno dove si combatte una guerra non dichiarata nella quale trovano cittadinanza personaggi opachi come Crosby oppure gente come Khalid Al-Hail, un fantomatico leader dell’opposizione in Qatar costretto all’esilio. Al-Hail è noto per la sua attività politica che presenta aspetti poco chiari (perché gli altri!). Paga deputati e calciatori di spicco per partecipare ad eventi anti Qatar e sembra essere allineato all’Arabia Saudita.
I rapporti tra la CFT e Al-Halil sembrano confermati dalla stessa società australiana, che ha ammesso di aver fornito ad Al-Hail «una minima quantità di consigli sui media» durante la visita di Stato, nel luglio dello scorso anno a Londra, dell’emiro del Qatar. In quella occasione fu messa in piedi una farsa, pagando centinaia di attori che dovevano fingersi manifestanti ed oppositori davanti a Downing Street.
E’ rimasta senza risposta invece una richiesta di commento circa il ruolo di public relation che la società di Crosby ha svolto per il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman durante la sua visita nel Regno Unito l’anno scorso. Bella gente vero?

Sul The Times di Londra
la dichiarazione di guerra

Guerra araba tra gas e petrolio. «Qatar has pulled out of Opec, the group of 15 of the world’s leading oil producers, to focus on enlarging its gas industry».
‘Il Qatar si è ritirato da Opec, il gruppo di 15 dei maggiori produttori mondiali di petrolio, per concentrarsi sull’ampliamento della sua industria del gas’, prova a ridurre il quotidiano britannico, quasi fosse solo questione di cosa bruciare per dare energia al mondo. Non è solo questione di chi sottoterra ha più gas o più petrolio.
Il realtà, tutto ciò accade alla vigilia del vertice Opec a Vienna per un incontro in cui Russia Arabia Saudita sembrano destinati a litigare sui prezzi del petrolio. La Russia a mantenerlo a un certo livello, i sauditi a spinta Usa abbassare per rendere concorrenti altri petroli (vedi Usa) rispetto a quelli di Putin.
Guerra commerciale ma non soltanto, facendo finta che non lo sia. «L’uscita del Qatar dall’Opec è interamente simbolica ed è rappresentativa della politica velenosa nel Golfo del momento», scrive Anthony Franks, esperto del Medio Oriente.

 

Restituzione di favori
dopo l’embargo saudita 2017

Esattamente come quanto accaduto nel giugno 2017 ma a parti rovesciate. Restituzione di ‘favori’, quando allora, di punto in bianco, Riad annunciò l’embargo contro l’Emirato sino ad allora amico. Quella decisione, rivelano poi le cronache dei mesi successivi, sarebbe stata presa da Mohamed Bin Salman in persona. Una decisione, quella saudita, a cui hanno poi aderito anche molte altre petromonarchie del golfo. ‘Imputazione’ contro gli Emiri, il sostegno, assieme alla Turchia, ai Fratelli Musulmani, acerrimi nemici di Riad. Si tratta forse del principale nodo della discordia, accentuatosi dopo le disfatte saudite sia in Siria che soprattutto nello Yemen.
Paradossalmente i Saud che volevano isolare il Qatar per costringerlo a rompere definitivamente con l’Iran, hanno ottenuto l’esatto contrario, con il rafforzamento dei rapporti sia politici che commerciali con Ankara e Teheran. Adesso, forte del mancato isolamento, il governo qatariota guidato dalla famiglia Al Thani inizia a restituire i favori. L’Italia, zitta zitta, ha venduto in poco più di un anno navi, elicotteri e aerei circa 10 miliardi di euro ed è ‘viva l’Emiro’.

Trump e Saud fossile sporco
Doha col gas ecologico

L’emirato, grande come le Marche e 2,6 milioni di abitanti, sesto Paese più ricco al mondo per reddito pro capite, punta a battere il rivale saudita, dodici volte più popoloso. Il Qaratar rompe il cartello Opec, e senza più vincoli, aumenterà la produzione di gas da 77 milioni di tonnellate all’anno a 110 milioni. Bomba economica.
Doha è un nano per il greggio, ma nel gas (14 per cento delle riserve mondiali), è un gigante. Piano evidente, «schiacciare i sauditi». Quando il 5 giugno 2017 Mohammed bin Salman ha imposto il blocco da parte di Arabia Saudita, Emirati Arabi, Bahrein ed Egitto, pensava di piegare il piccolo emirato in poche settimane.
Ma Doha ha reagito, ha chiesto aiuto militare alla Turchia, e ha pescato 40 miliardi dall’immenso Fondo sovrano.
E l’afflusso finanziario che arriverà dal gas servirà a condurre una offensiva politica in tutta la regione. Altro che «fratello minore» dell’Arabia Saudita. Nella sfida fra il 33enne Bin Salman e il 38enne Tamim bin Hamad Al-Thani, -osserva la Stampa- è quest’ultimo «il favorito» perché può contare su riserve potenziali per «45 mila miliardi di dollari». In ballo c’è la leadership nel mondo sunnita. Mbs vuole arrivarci dopo aver schiacciato «l’islam politico», cioè i Fratelli musulmani, e messo in ginocchio l’Iran sciita. Al-Thani la pensa all’opposto. La sfida è solo all’inizio.

Oltre il petrolio cosa?
La triste Real Politik

Le prima conseguenze della decisione del Qatar sono il rialzo del petrolio a quota 54 Dollari. Ma siamo alla contabilità, mentre la politica è altra. E qualche osservatore più attento rileva come a quasi 40 anni dalla rivoluzione di Khomeini non sono gli ayatollah iraniani, sotto sanzioni Usa, ad apparire in bilico ma la casata dei Saud, maggiore cliente arabo dell’Occidente. Maliziosamente, Alberto Negri, osservatore del G20 argentino sul Manifesto, rileva la pacche sulla spalle ricevute dal mandante di un assassinio, il principe ereditario Mohammed bin Salmam da tanti leaders mondiali. «Un ricco omicida, che distribuisce commesse all’industria bellica, vale più di un trattato e delle risoluzioni dell’Onu», commenta amaro, Negri. Realpolitik per MBS, o Al Sisi, o Assad, ma non a moralismi variabili. «Adesso manca soltanto la Libia, con il generale Haftar, i gheddafiani e Seif Islam, il figlio del Colonnello che non dispiace neppure ai russi, mentre a Damasco stanno per riaprire le ambasciate delle monarchie del Golfo». Soldi per ricostruire il distrutto e riciclaggio dei jihadisti a Idlib, che loro hanno organizzato e che ora non sanno più cosa farne.

Realpolitik signori. E chiediamo scusa per lo schifo.