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lunedì 14 Ottobre 2019

Profughi

Imperativa tra tutte le leggi
la salvezza della vita umana

Sea-Watch, Carola Rackete è libera

  • Il giudice per le indagini preliminari: “Agì per portare in salvo i migranti”.
  • L’ira di Salvini, accompagnamento coatto alla frontiera della comandante.
  • La prefettura di Agrigento conferma: “Firmato provvedimento di espulsione”.
  • Ma non potrà essere eseguito almeno fino al 9 luglio

Un giudice ad Agrigento

Alle otto di sera il verdetto della gip, il giudice per le indagini preliminari di Agrigento, Alessandra Vella. Carola Rackete, la comandante della Sea-Watch 3 torna libera dopo quattro giorni trascorsi agli arresti domiciliari. Il gip non convalida l’arresto e va oltre la richiesta dei pm, escludendo il reato di resistenza e violenza a nave da guerra e ritenendo che il reato di resistenza a pubblico ufficiale sia stato giustificato dall’avere agito “all’adempimento di un dovere”, quello di salvare vite umane in mare. Il gip sottolinea anche che la scelta del porto di Lampedusa non sia stata strumentale, ma obbligatoria perché i porti dell Libia e della Tunisia non sono stati ritenuti porti sicuri.

Lo smacco di Salvini

L’ira di Salvini: “Provvedimento di espulsione”, ma il decreto Salvini blocca Salvini. La prefettura: il provvedimento di espulsione non potrà essere eseguito fino a quando la Rackete sarà di nuovo interrogata dai pm, sull’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.
“Per la magistratura italiana ignorare le leggi e speronare una motovedetta della Guardia di finanza non sono motivi sufficienti per andare in galera – il commento di Salvini -. Nessun problema: per la comandante criminale Carola Rackete è pronto un provvedimento per rispedirla nel suo Paese perché pericolosa per la sicurezza nazionale.

Lo sconcerto di Di Maio

“Sorprende la scarcerazione di Carola -dice il vicepremier del M5S Luigi Di Maio -. Io ribadisco la mia vicinanza alla Guardia di finanza in questo caso. Ad ogni modo il tema è la confisca immediata della imbarcazione. Se confischiamo subito, la prossima volta non possono tornare in mare e provocare il nostro Paese e le nostre leggi”. Disattenzione governativa generalizzata, che la vera l’ondata di sbarchi avviene attraverso piccoli natanti direttamente sulla nostre coste.

Il primato del diritto sulla forza

I legali della Sea-Watch. “Il Giudice, attraverso il richiamo a norme internazionali, dimostra l’illegittimità vuoi della pretesa di chiudere i porti da parte del ministro dell’Interno, vuoi del divieto finale di attracco della Sea-Watch dopo 15 giorni di attesa, così ripristinando l’equilibrio dei valori e la prevalenza dell’incolumità della vita umana rispetto all’arbitrarietà di scelte operate solo per motivi propagandistici”.

La Sea-Watch 3

La nave intanto è ripartita da Lampedusa: scortata da una vedetta della Finanza è diretta a Licata dove resterà sotto sequestro insieme alla Mare Ionio della Ong Mediterranea. Intanto l’Ong Sea-Watch ha assicurato che le operazioni di salvataggio in mare andranno avanti. “Serve una soluzione politica in modo che situazioni del genere non tornino a ripetersi”, ha detto il portavoce Ruben Neugebauren. Ed ha aggiunto: “Siamo molto delusi dal governo tedesco e dall’Europa”.

Decreto sicurezza bis
niente audizione Sea Watch

Ma i problemi sono sopratutto in casa. Scontro a Montecitorio sull’audizione, prevista per oggi, di una rappresentante di Sea Watch nelle commissioni Affari costituzionali e Giustizia dove è in discussione il decreto sicurezza bis. Prendendo a pretesto l’inchiesta che ad Agrigento coinvolge la ong tedesca e la capitana Carola Rackete, Lega e Fratelli d’Italia hanno ottenuto l’annullamento dell’audizione della portavoce della ong Giorgia Linardi richiesta da Pd e +Europa.

Provvedimento-manifesto

Giuristi, magistrati e avvocati critici sul decreto sicurezza bis. Tra i giudizi più severi, quello del capo della procura di Agrigento. «Fino a oggi non sono mai emerse collusioni tra le ong e i trafficanti di esseri umani», ha confermato il magistrato. «Quando si parla di porto sicuro – ha spiegato ai deputati che lo ascoltavano – non si intende soltanto un porto dove il naufrago può mettere piede sulla terraferma, ma un porto dove il migrante possa avere garantiti tutti i diritti fondamentali della persona».

La guerra alle Ong

I presunti contatti contatti tra le ong e i trafficanti, mai dimostrati. A preoccupare -precisa la magistratura sul campo-, non sono le navi delle ong, che portano migranti che vengono immediatamente identificati dalle forze dell’ordine, bensì i numerosi sbarchi fantasma fatti con piccole imbarcazioni che nella maggior parte dei casi partono dalla Tunisia: «Chi va sui gommoni fantasma è evidente che vuole sottrarsi ai controlli», è la conclusione del magistrato.

 

AVEVAMO DETTO

Massimo Nava, la Capitana Carola e il destino infelice di chi la insulta

Turchia blindata

Turchia, un confine di 822 chilometri, dei quali ben 764 sono percorsi da un muro invalicabile composto da blocchi di cemento e calcestruzzo sovrapposti. Ogni modulo è alto due metri e largo tre. Sulla parte superiore del muro una fitta rete di filo spinato. E’questa la barriera che separa l’ex impero ottomano dalla Siria. Il completamento della costruzione di questa struttura difensiva è stato dato quasi in contemporanea con le elezioni in Turchia, il 24 giugno scorso, che hanno riconfermato il potere incontrastato di Erdogan.

Una barriera contro i curdi

Ankara ha affermato a più riprese che la costruzione della fortificazione serve ad impedire che i i membri del Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan, di oltrepassare passino la frontiera per raggiungere i loro compagni dello Ypg curdo impegnate in Siria, prima contro l’Isis e adesso proprio contro le forze turche.
Non a caso il muro è stato terminato poco dopo l’accordo con gli Stati Unti sull’amministrazione della città di Manbij, a maggioranza curda e posta a soli 38 chilometri dal confine con la Turchia. Un luogo, secondo Ankara, particolarmente strategico per i curdi siriani dello Ypg, che infatti sono stati costretti al ritiro. Nello stesso tempo però le ricadute sul flusso di migranti che scappano dalla guerra civile siriana sarà pesante

I rifugiati diventano vittime

Infatti sebbene la Turchia dichiari che è possibile per i rifugiati siriani attraversare la frontiera,  organizzazioni come Human Rights Watch o l’Osservatorio siriano per i diritti umani, hanno raccolto le testimonianze degli abitanti nella zona di confine, e la realtà sembra essere totalmente differente: chi si  avvicina al muro viene ucciso dai cecchini.

Difesa ad alta tecnologia

Il muro attraversa le province di Sanliurfa, Gaziantep, Kilis, Hatay, Mardin e Sirnak e non è costituito solo da protezioni di tipo fisico bensì da dispositivi con tecnologia elettronica avanzata. 564 chilometri della barriera  sono stati costruiti dal Toki, l’agenzia che gestisce la pianificazione edilizia nel Paese, il resto dai governatorati delle sei province  interessate. La struttura è completata da sofisticati apparecchi di sorveglianza e rilevamento di droni.

Paga la Ue

Un investimento di denari enorme che da sola la Turchia non avrebbe potuto sostenere. Chi è intervenuto dunque per aiutare Erdogan? La risposta è abbastanza sorprendente. Quasi 100 milioni di euro sono arrivati dalla Ue, i 28 stati membri hanno stanziato i fondi per l’acquisto di mezzi militari blindati, apparecchi per la sorveglianza e navi per il pattugliamento delle frontiere.
Il soldi in maggior parte servirebbero per la gestione dei profughi siriani e l’avvicinamento della Turchia agli standard europei. Invece sono finiti per l’acquisto di armamenti e ad innalzare una frontiere invalicabile proprio per i profughi. Il muro dunque è al centro e fa parte di una vera e propria guerra che ha visto episodi terribili come il massacro della popolazione di Afrin.

Le rivelazioni di Der Spiegel

Come riporta l’autorevole giornale tedesco Der Spiegel “nel 2016, l’Ue ha promesso 3miliardi di euro alla Turchia sotto forma di aiuti umanitari ai rifugiati siriani nel paese. In realtà, questo accordo è servito a intrappolare gli attuali 3,5milioni di rifugiati in Turchia e ha lasciato coloro che sperano di fuggire dal loro paese in guerra ulteriormente a rischio ancora maggiore”.
“Gli stati dell’Ue – continua Der Spiegel – hanno fornito al governo di Ankara tecnologie di sicurezza e sorveglianza valutate in oltre 80 milioni di euro in cambio della protezione dei suoi confini. Ciò ha incluso il trasferimento di 35,6 milioni di euro da parte di Bruxelles alla società turca Otokar nell’ambito del suo programma di sviluppo regionale IPA per la costruzione di veicoli militari Cobra II corazzati, che ora vengono utilizzati per pattugliare il confine con la Siria”.

Vento politico contro: ‘invasione’

«Potrei anche accettare canali umanitari per i rifugiati che scappano dalla guerra». Un sorprendente Matteo Salvini ieri ospite su la7 prova a mischiare le carte, ma il leader leghista sa bene che il futuro dell’atteggiamento italiano e della Ue sull’immigrazione non si gioca a Roma ma nell’est Europa.
Da Tallin a Varsavia.
Nella città polacca infatti si tiene oggi una riunione ai massimi livelli in sede Frontex. Sul tavolo la richiesta italiana di cambiare le regole della missione Triton.
Nata nel 2014 e, come ha ricordato recentemente Emma Bonino, suscitando da subito un vespaio di polemiche. Triton prevede «l’obbligo per l’Italia di occuparsi dei migranti anche se giunti a bordo di navi straniere» a differenza di Malta, che è deputata ad accogliere esclusivamente le persone soccorse o individuate nelle proprie acque. E allora, con chi ci arrabbiamo?
Dal punto di vista del governo si è trattato di un vero e proprio boomerang ora che tutti sventolano la bandiera dell’invasione di migranti.

Sbarchi ad ondate
A preoccupare il Viminale è l’apparente calma che c’è nel Mediterraneo, dopo gli sbarchi dei giorni scorsi il flusso è notevolmente rallentato, anche se ancora tre giorni fa si è registrato un naufragio al largo delle coste libiche con morti e dispersi. Tra le ipotesi c’è quella delle organizzazioni di trafficanti di uomini manovrare per partecipare alla creazione del nuovo centro di coordinamento dei salvataggi in Libia, cioè, di poter accedere ai soldi che verranno stanziati dall’Europa.
Un ricatto, una minaccia di riversare sulle coste europee, italiane in primis, una marea di migranti. Ma forse bisognerebbe andare più a fondo e guardare a cosa sta succedendo in Libia dove ormai è guerra aperta tra il generale Haftar e il governo di Serraj e trazione italiana. Gli scontri armati sono all’ordine del giorno e probabilmente anche per i migranti è difficile attraversare zone fortemente militarizzate dalle milizie, che poi sono le stesse che gestiscono le partenze.
Ma, riconoscere ciò da parte della Ue, significherebbe ammettere che la Libia non è un paese sicuro e di conseguenza far saltare quella differenza tra i cosiddetti migranti economici e rifugiati, con buona pace di Macron. E anche le politiche di rimpatrio forzato naufragherebbero.

Cambiare Triton
L’intento dell’Italia allora è quello di cambiare Triton. In sostanza la proposta del ministro dell’Interno Marco Minniti è quella che prevede la possibilità per le navi straniere di attraccare sulle coste italiane, ma i richiedenti asilo, dopo le normali procedure di soccorso e fotosegnalazione, dovranno essere trasferiti in aereo nei Paesi di origine delle navi. In caso contrario l’Italia minaccia di uscire dalla missione Triton.
Più facile a dirsi che a farsi, innanzitutto perché non ci si può sottrarre tranquillamente ad impegni presi in sede europea.
L’Ue potrebbe “ricordare” le concessioni fatte al governo in materia di flessibilità economica. In ultimo, Triton istituita per sostituire “Mare Nostrum”, si è subito caratterizzata per un progressivo disimpegno dalle operazioni di salvataggio vicino le acque libiche.
Lasciando di fatto spazio alle Ong.
Attualmente su 11 navi della missione solo due o tre fanno effettivamente opera di ricerca e soccorso. I dati parlano chiaro: nei primi sei mesi del 2017 solo l’11 per cento dei salvataggi è stato fatto dalle navi di Triton. Il 34% dalle navi Ong, il 28% dalla guardia costiera italiana, il 9% dalla missione Sofia, il 7% dai piccoli mercantili. L’Italia potrà al massimo negoziare su alcuni punti già concordati nel vertice di Tallin il 6 e 7 luglio: definizione dell’area salvataggio e ricerca di Libia e Tunisia, rifinanziamento del Fondo per l’Africa e la revisione di Dublino e, naturalmente, la stesura di un codice di comportamento per le navi delle Ong.

‘Dannate’ Ong
E’ quest’ultimo punto sul cui gira tutta la strategia europea e italiana. Se si vogliono diminuire gli arrivi bisogna scoraggiare le partenze. La prima cosa da fare dunque è ostacolare il lavoro delle navi umanitarie che, come si evince dai numeri, sono quelle che fanno il grosso dei salvataggi. In questo senso, come ha riportato l’Ansa, va letto come ‘rinvio a data da destinarsi’ il mancato incontro tra Guardia Costiera italiana e Ong. Ufficialmente vengono addotti “motivi organizzativi legati all’attività operativa di questo periodo”, ma è probabile che il rinvio sia connesso al varo delle nuove regole per le organizzazioni non governative che potrebbe vedere la luce proprio a metà di luglio.
In concreto, il codice (in via comunque di definizione), avrebbe potere di negare l’ingresso nei porti italiani più vicini alla zona ‘search and rescue’ libica, a questo punto le imbarcazioni delle Ong sarebbero costrette a tragitti sempre più lunghi, e la loro presenza nelle acque internazionali a 20-40 miglia dalla costa libica si diraderebbe notevolmente. Il controllo sulle navi umanitarie poi avverrebbe attraverso la presenza a bordo di personale di polizia giudiziaria che controllerebbe il divieto di accendere le luci per farsi avvistare, il divieto di spegnere il trasponder.
Punto fondamentale che costituirebbe una mazzata definitiva per le organizzazioni umanitarie, è quello del divieto di trasbordo in mare da una nave soccorritrice ad un’altra. I soccorritori sarebbero costretti a viaggiare in condizioni di sovraccarico, più esposti alle burrasche e ai agli accertamenti burocratici dopo lo sbarco in porto. Obiettivo presunto, rallentare le attività ed aumentare i costi per le Ong.

Proposta Latorre
La base dalle quale si parte è quella della commissione Difesa del Senato presieduta da Nicola Latorre: evitare che l’attività delle navi delle Ong si trasformi in un «corridoio umanitario privato che dalla Libia porta direttamente nel nostro Paese». In questo senso il motore si è già messo in moto. Entro un paio di giorni arriverà nel tratto di mare davanti le coste libiche un pattugliatore della Guardia di Finanza che dovrà monitorare la situazione e fornire supporto alla Guardia costiera di Tripoli.

Una apocalisse planetaria, 65,6 milioni le persone costrette nel 2016 ad abbandonare le proprie case per guerre, violenze e persecuzioni, 300 mila in più dell’anno precedente, e il numero tende a crescere nel mondo, con l’Italia ai margini del fenomeno.
«Una persona ogni 113 è costretta ad abbandonare la propria casa», spiega l’Unhcr, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, «Una persona ogni 3 secondi».
Ed il ritmo delle migrazioni forzate di persone cresce.
Mentre nel Mediterraneo, dall’inizio del 2017 il dramma di già duemila morti.

Italia solidale?
‘L’Italia lontana da approcci di indifferenza se non di ostilità verso le vittime di tragedie dell’umanità che si sviluppano ai confini dell’Europa’, spera il presidente della Repubblica Mattarella. Ma è proprio vero? Vecchie guerre e nuovi conflitti, regimi dittatoriali che calpestano i diritti umani, cambiamenti climatici che provocano alluvioni e siccità. «Un appello a cui si sono accodati sindacati e sinistra per chiedere più diritti anche per i rifugiati che vivono in Italia», denuncia Il Giornale, che ci dice anche di Calderoli: «Altro che giornata dei rifugiati, l’Italia mantiene 400mila clandestini».

Tra Chiesa e Lega
Più volte Papa Bergoglio in prima persona e la Chiesa perché venga riconosciuto il diritto di cittadinanza ai figli di immigrati, nati e cresciuti in Italia, che in questi giorni infiamma il dibattito politico. Per la Lega Nord, dati attribuiti al Viminale, gli immigrati a cui è stato riconosciuto lo status di rifugiato tra il 2015 e il 2016 sarebbero stati circa 11.400 su un totale di oltre 331.800, appena il 3,5%. «Il restante 96,5%, ovvero circa 320.400 immigrati, li stiamo mantenendo al costo giornaliero di 35 euro a testa, ovvero 1.050 euro mensili a testa, ovvero 12.600 euro l’anno a testa». Cifre contestatissime da altre fonti.

Nel mondo
Fenomeno planetario e dati sorprendenti. Ad esempio, nella Federazione Russa si trovano 228.990 rifugiati. In Europa il primo paese con il maggior numero di rifugiati e la Turchia (2,9 milioni), seguita da Germania (669.000), Francia (304.000) e Svezia (230.000). Tra i paesi extra-europei figurano il Pakistan (con 1,4 milioni di rifugiati) e il Libano (con poco più di un milione). Sempre per la Russia, che uno non si immagina facilmente come Paese rifugio, durante il conflitto nell’Ucraina orientale la Russia ha accolto ben 2,5 milioni di migranti. E per serenità di Calderoli e Salvini, rapporto Global Trends, l’Italia terza al mondo per numero di domande di asilo, ma per andare oltre.

Da dove scappano
La Siria resta il paese più flagellato. Un primato con 5,5 milioni di rifugiati e, complessivamente, 12 milioni di persone sfollate internamente o fuggite all’estero, per un totale di quasi due terzi della popolazione. Gli afghani rappresentano anche quest’anno la seconda popolazione di rifugiati più vasta (4,7 milioni), seguiti dagli iracheni (4,2 milioni). Ma, nel 2016, a causa delle tensioni e delle violenze, è stato il Sud Sudan, il paese più giovane del mondo, a segnare il maggior aumento di profughi e rifugiati in fuga: dagli 854mila del 2015, si è passati addirittura a oltre 1,4 milioni l’anno scorso. Di questi, la maggioranza sono bambini.

Chi accoglie
Più ricchi e più egoisti. Fine 2016, l’84 per cento dei rifugiati si trovava in Paesi a basso o medio reddito, con una persona su tre (per un totale di 4,9 milioni) ospitata nei Paesi meno sviluppati. Il Libano è quello che, proporzionalmente alla sua popolazione, ne ospita di più: un milione complessivo di rifugiati, quasi 17 ogni cento abitanti, seguito dalla Giordania. Numericamente è la Turchia, invece, che ne accoglie di più (anche a causa del suo accordo con l’Europa): 2,9 milioni, poi il Pakistan con 1,4 milioni e Iran e Libano con un milione circa. A questo proposito c’è un piccolo dato in controtendenza: 552mila rifugiati sono tornati al casa nel 2016, circa il doppio rispetto al 2015. Di questi in gran parte in Afghanistan.

Italia senza Lega
Nel 2016 il nostro Paese è stato il terzo nel mondo per domande di asilo nel 2016, 123mila rispetto agli 83mila del 2015. Ma in testa rimane la Germania con 722.400 richieste, seguita dagli Stati Uniti con 262mila. Berlino è in cima alla classifica anche delle richieste di asilo dei minori non accompagnati, con 35.900. Seconda, riecco l’Italia, con 6mila domande, che tuttavia sono molte di meno dei minori che sono arrivati nel nostro paese nel 2016, quasi 23mila in tutto, che però si spostano in altri paesi europei o, purtroppo, finiscono nelle reti dello sfruttamento criminale. Gli apolidi. Infine, nel 2016, secondo l’Unhcr, almeno 10 milioni di persone risultavano prive di nazionalità o a rischio ‘apolidia’.

Lessico delle fughe
Migranti, rifugiati, profughi, richiedenti asilo. I rifugiati sono tutti migranti, ma i migranti sono tutti rifugiati? E i profughi? Attorno alla questione c’è un diffuso dibattito “sociolinguistico” che ha coinvolto tra gli altri Al Jazeera, il Guardian e Le Monde, e in cui rientrano riflessioni politiche o di altro tipo. «Migrante», come un termine “ombrello”, in genere chi emigra per fame. «Rifugiato»,
persona in fuga da minacce. «Profugo», chi fugge da guerra, povertà, fame, calamità naturali ma non è nelle condizioni di chiedere la protezione internazionale. «Apolide», chi non ha la nazionalità di alcun paese. Il clandestino perenne in ogni parte del mondo si trovi.

Rifugiati o migranti?
Tutti i rifugiati sono migranti, ma non tutti i migranti sarebbero dei rifugiati. L’Onu usa entrambe le parole, rifugiati e migranti, dicendo per esempio che «nel 2015, 292.000 rifugiati e migranti sono arrivati via mare in Europa». L’uso dei due termini viene scelto anche da altre organizzazioni come Amnesty International o Human Rights Watch. Distinzione tra ‘espatriato’, cioè emigrato e immigrato. Il primo termine, osserva il britannico Guardian, viene riservato esclusivamente «ai bianchi occidentali che vanno a lavorare all’estero» mentre «gli africani sono immigrati. Gli arabi sono immigrati. Gli asiatici sono immigrati». E anche le parole diventano espressione razzista.