giovedì 23 maggio 2019

Osservatorio Internazionale

Rumori al silenziatore

Ringhio Bolton mordi Iran, l’alt dei generali, Casa Bianca caos
Golfo Persico: anche se negli ultimi giorni sulle tensioni dei giorni scorsi sembra calato un muro di silenzio, il fuoco cova sotto la cenere. Pronto a divampare in qualsiasi momento. Il confronto tra Iran e Stati Uniti (spalleggiati da Israele, Arabia Saudita ed Emirati) è più aspro che mai e, assieme alle diplomazie, ormai si muovono anche gli Stati maggiori. Il New York Times ha letto le carte del Pentagono e ha rivelato che il Ministro della Difesa facente funzione, Partrick Shanahan, ha presentato una proposta “tranchant”: se gli ayatollah dovessero attaccare “o proseguire nel loro programma di arricchimento dell’uranio” bisognerà spedire in Medio Oriente un’armata di 120 mila uomini. Insomma, un altro Vietnam o un’altra Corea, fate voi.

Granguignol ‘Baffone John’

Pare che l’artefice di codesta bella pensata abbia un nome e cognome precisi: John Bolton, Consigliere per la Sicurezza Nazionale, di mestiere “superfalco”, tutto becco e artigli, e che con l’Iran sembra avere un risentimento personale, covato da lunga pezza. Ci crediate o no, Bolton ha già cercato di fare la festa agli ayatollah al tempo che fu, quando Bush-figlio, alla Casa Bianca, andava cercando in tutti gli angoli del condominio nemici da liquidare. Ebbene, manco il bellicoso Bush accettò di seguire i piani alquanto granguignoleschi di “Baffone John”. Evidentemente giudicati fin troppo estremistici. Il che è tutto dire. Tra le altre cose, non sappiamo cosa ne penserà il neo-isolazionista Trump, che per questioni di borsellino ha già deciso di sbaraccare dall’Afghanistan e dalla Siria.

Iran, Casa Bianca caos

Una cosa però è sicura: al New York Times sono certi che, per ora, durante i briefing sul Medio Oriente allo Studio Ovale, piatti e stracci volino ad altezza d’uomo. Esisterebbero infatti (e non è una novità) notevoli divergenze dentro l’Amministrazione repubblicana sull’atteggiamento da assumere con l’Iran. Ci sarebbe un “partito” che spinge per una soluzione diplomatica. Anche perché, a dirla tutta, lo strappo è stato provocato unilateralmente proprio dagli Stati Uniti. E sembra più una scusa per provocare una rissa da parte dei bulli di quartiere, che un vero e proprio piano politico-strategico. Se andate a chiedere in giro per l’Europa, nelle Cancellerie tutti hanno le mani ai capelli: nessuno si sa spiegare la logica della politica estera americana, che sembra fatta apposta per
provocare disastri.

Alle prese col ‘matto’

Lo hanno detto in tutte le salse al Segretario di Stato Mike Pompeo. Durante la sua recente visita nel Vecchio Continente. Occhio, lo hanno avvertito, perché a scherzare col fuoco ci si può bruciare. Specialmente quando si creano situazioni di tensione che si taglia col coltello e quando più facile diventa restare vittime di incidenti nella “catena di comando”. Significa che, se a qualche sottoposto scivola il piede, con un atteggiamento da “realista più del re”, gli eventuali colpi di testa (magari un missile lanciato inavvertitamente) potrebbero essere la base di partenza per una escalation incontrollabile. Il New York Times ha sentito, in condizioni di anonimato, sei alti ufficiali responsabili della sicurezza nazionale Usa.

Troppo Bolton stroppia

Tutti erano “scioccati” dalle cifre che circolavano e da possibili strategie che contraddicono i più recenti annunci della Casa Bianca sul Medio Oriente. Uno di loro ha commentato che un corpo di spedizione di 120 mila uomini equivarrebbe a fare una terza Guerra del Golfo. Sono numeri visti solo in occasione dell’invasione dell’Irak nel 2003. Shanahan e il Capo di Stato maggiore, generale Dunford Jr., hanno declinato l’invito dell’autorevole giornale nuovayorkese a esprimere il loro punto di vista. Comunque, si è saputo che il piano di Bolton non prevede un’invasione dell’Iran. Sarebbe una mossa azzardata e ritenuta fin troppo pericolosa. E allora? Probabilmente uno spiegamento così faraonico di forze potrebbe essere legato alla necessità di spartirsi i pani e i pesci in Siria (coi russi) e all’esigenza di garantire la sicurezza di Israele e dell’Arabia Saudita.

Provocazioni a rischio inciampo

E qua torniamo alla “madre” di tutti gli incubi. La possibile chiusura dello Stretto di Hormuz e la crisi dei prezzi dell’energia, petrolio in primis, ma anche gas. Qualcuno azzarda l’ipotesi che le cifre filtrate siano un mezzo di dissuasione nei confronti degli ayatollah. Possibile. Alcuni analisti scommettono sul fatto che gli annunci di “ritirata strategica” fatti da Trump, fra novembre e dicembre scorsi, abbiano convinto gli iraniani ad alzare il piatto della risicatissima partita di poker che stanno giocando con gli Stati Uniti. E intanto si complica un’altra guerra “per procura”: quella nello Yemen. I negoziati tra i lealisti e i ribelli sciiti Houthis sono falliti. In Giordania si discuteva sul controllo del porto di Hudayda. Evidentemente gli odii sono più forti dei possibili interessi comuni. Oppure i rispettivi “padrini” (Arabia Saudita e Iran) sono ormai entrati in una irreversibile rotta di collisione.

 

 


John R. Bolton, biografia

John Robert Bolton (Baltimora, 20 novembre 1948) è un politico e avvocato statunitense, ex Rappresentante permanente alle Nazioni Unite. È l’attuale Consigliere per la sicurezza nazionale, nominato dal presidente Donald Trump. Di tendenza risolutamente conservatrice, durante le amministrazioni Reagan e Bush padre, ricoprì posizioni intermedie al Dipartimento di Stato, al Dipartimento della giustizia ed alla U.S. Agency for International Development.
Da Sottosegretario di Stato per il controllo delle armi e la sicurezza internazionale, fu sostenitore dell’azione militare o del sostegno attivo al cambio di regime in Siria, Libia e Iran. Era anche un sostenitore della guerra in Iraq, ostile al ruolo di mediazione nel 2003 di El Baradei.

Bolton è stato ambasciatore degli Stati Uniti alle Nazioni Unite dall’agosto 2005. La scelta di “un détracteur invétéré de l’organisation mondiale”fu effettuata dal presidente George W. Bush. Bolton confermò l’atteggiamento scettico verso le organizzazioni internazionali. Nella sua nuova funzione, all’Assemblea su una serie di riforme da lui proporte sul funzionamento dell’ONU Bolton minacciò di bloccare il budget preventivo biennale, 3,9 miliardi di dollari. Bolton rassegnò le dimissioni da ambasciatore nel dicembre 2006, quando l’incarico non gli sarebbe stato certamente rinnovato da Senato con una maggioranza democratica neo-eletta nel gennaio 2007.

Bolton fa anche parte in una serie di gruppi conservatori e istituti politici, tra cui l’Institute of East-West Dynamics, la National Rifle Association, la Commissione statunitense per la libertà religiosa internazionale, il Progetto per il nuovo secolo americano, l’Istituto per la sicurezza nazionale americana, il Comitato per la pace e la sicurezza nel Golfo, il Consiglio per la politica nazionale e il Gatestone Institute, dove è presidente dell’organizzazione.

Nel suo successivo ruolo di commentatore di Fox News Channe, Bolton aveva confermato la sua fama di ‘falco’, accusando Obama di una «Ossessione ideologica con lo smantellamento del nostro deterrente nucleare, che si dimostra pericolosa». È stato anche un sostenitore del cambio di regime in Corea del Nord e ha ripetutamente chiesto la rottura dell’accordo Iran-USA sul nucleare stipulato da Obama. Il 22 marzo 2018, il presidente Donald Trump ha annunciato la sua nomina a Consigliere per la sicurezza nazionale, in carica il 9 aprile.

Oltre la disperazione del migrante

Oltre la disperazione, senza risorse per diventare migranti
Oggi parliamo di migranti. Anzi, di potenziali migranti. Degli ultimi degli ultimi. Di quelli che, scappati (o brutalmente cacciati) dalle loro case, vagano come le anime del Purgatorio dentro i loro stessi Paesi, perché non hanno manco quattro spiccioli per sfamarsi. Figuratevi se ne hanno per varcare i confini, per comprarsi la speranza di una vita migliore. Non si sa dove e non si sa quando. E allora, mettiamoci davanti a uno specchio e prima di tuonare da pulpiti di comodo, con le pance piene e i cervelli vuoti, svegliamo le nostre coscienze. Tecnicamente si chiamano “internally displaced”. Sono gli uomini, le donne e, soprattutto i bambini dimenticati da tutti. Quelli che non fanno notizia e non commuovono, perché non arrivano sui barconi, dopo avere pagato migliaia di dollari. Quelli di cui non conosciamo manco l’esistenza o che facciamo finta che non esistano. Ma che muoiono come le mosche.

Politica, trattati e umanità

Molto più comodo intavolare dibattiti, organizzare manifestazioni, fare politica e diffondere dottrina religiosa sui “disperati-fortunati” (e più “ricchi”) che cercano di sbarcare. E che, gridiamolo forte per togliere qualsiasi alibi ai perbenisti in servizio permanente effettivo, ne hanno tutto il diritto. Convenzione di Ginevra? Scassatissimo Trattato di Dublino? No. Qualcosa di più grande, semplice e terribile: umanità. Un ossimoro che rende conto e ragione della nostra generosità fradicia, corrosa dal cinismo. I migranti sui barconi si muovono, rischiano, pagano. Gli altri no. Soffrono e basta. Allora, oggi che è Pasqua, diamo i numeri. Quelli di chi non scappa, perché è come se fosse già morto. In questo momento, nel mondo, i “rifugiati-non rifugiati” sono 40 milioni (dati Onu). Una goccia in mezzo al mare, perché, potenzialmente, dicono dietro le quinte gli analisti, da una settimana all’altra potrebbero diventare oltre un miliardo.

Il diritto alla vita

Fantademografia? No, calcolo delle probabilità. I disperati che se avessero quattro lire scapperebbero pure domani mattina sono ufficialmente oltre 2 milioni in Nigeria e 2 milioni e mezzo in Irak e in Afghanistan. In Congo si arriva a 4.5 milioni e in Siria a un “record” di 6.5 milioni. In Sudan del Sud altri 2,2 milioni di “internally displaced” si aggiungono ai 2 milioni dello Yemen e ai 650 mila della Repubblica Centrafricana. Queste sono quelle che l’Alto Commissariato dell’Onu per i Rifugiati classifica come “emergencies”. Poi ci sono un sacco e una sporta di Paesi che, pur essendo “a rischio” hanno numeri inferiori (dalla fascia del Sahel e fino al Corno d’Africa, con Ciad, Eritrea, Somalia) che però, messi assieme, superano abbondantemente il milione di “rifugiati interni”.

Libia e diritto all’asilo

E la Libia? Qui i calcoli si fanno risicati. L’Onu dice che sono 1,2 milioni. Ma non rendiconta quelli che arrivano ogni giorno da tutta l’Africa e dal Medio Oriente, in cerca di un barcone “a buon prezzo”. Perché la Libia è un’idrovora che aspira i “top-migrants” (quelli che pagano) da tutta l’Africa. Le cifre fornite da Sarraj per far terrorizzare gli italiani (800 mila pronti a partire) paradossalmente sono sbagliate. Per difetto. Quando il premier Conte parla di “numeri eccessivi” vuol dire che non ha capito il resto di niente. O che fa finta di non capire. Dopo la rinnovata guerra civile scatenata (ancora una volta!) dalle foie francesi, chi scappa dalla Libia ha tutto il diritto di chiedere asilo in Italia, secondo una cofanata di convenzioni internazionali da noi firmate e controfirmate. Da quella di Ginevra, fino al Trattato di Dublino. E allora, zitti e mosca.

Emergenza migranti da venire

Non ci vuole nemmeno la scusa di un conflitto conclamato, bastano solo condizioni che ledano i diritti civili essenziali. Quindi? Semplice, i diritti, una volta sanciti valgono per tutti. Indipendentemente dalle quantità coinvolte. Ergo: la reale emergenza-migranti non è ancora cominciata. Anzi, non è mai cominciata. Quella vera interesserà decine di milioni di esseri umani e dovremo farvi fronte. Come? Pagando per l’accoglienza e stanziando quote importanti del Pil per aiutare i più diseredati a casa loro. Punto. Il resto è tutta sporca politica e spiritualità da “mestieranti”, a quattro palle tre soldi, con una spruzzata di cabaret e di sceneggiata napoletana. In cauda venenum: ma quei Cristi di cui abbiamo parlato e che il loro Getsemani lo vivono tutti i giorni, hanno, o no, il diritto di risorgere pure loro? Buona Pasqua.