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venerdì 13 Dicembre 2019

Osservatorio Internazionale

Unicef e bambini rimorsi del mondo

L’ultimo report dell’Unicef non lascia  spazio a “riflessioni” o a interpretazioni di comodo. Sessanta milioni di bambini rischiano quotidianamente le loro vite in Paesi in stato di guerra o colpiti da calamità naturali. Stiamo parlando delle emergenze. Cioè, per capirci, di quei bambini che non possono pagarsi il biglietto della speranza, 5000 dollari a testa, per arrivare con i barconi o con i camion, stipati come sardine, salvo morire in molti per strada. Lo studio predisposto dal direttore generale dell’agenzia Onu Henrietta Fore, fa un’analisi della situazione sul campo e non si appella solo alla Convenzione di Ginevra o al Trattato di Dublino in tema di migrazioni internazionali, ma sottolinea gli articoli rimasti lettera morta del Trattato sui diritti dell’infanzia.

Diritti dell’infanzia

L’Unicef chiede almeno di triplicare i contributi finanziari. Insomma, parliamoci chiaro: chi oggi fa politica e magari in buona fede pensa di lavarsi la coscienza con qualche predica dal pulpito e qualche salvataggio in mare, deve studiare meglio la dottrina della solidarietà. È giusto salvare i migranti che arrivano in Europa seguendo involuti circuiti in cui domina anche la malavita. Ma è anche da vigliacchi, anzi, da sepolcri imbiancati, girarsi dall’altro lato e fare finta di niente, dimenticando che, a partire dall’Africa, ogni giorno muoiono migliaia di bambini. Dimenticati da tutti, nessun trombone della moralità escluso. Alcuni politicanti, così come determinati gruppi religiosi, dovrebbero farsi un approfondito esame di coscienza.

Morti per classe di appartenenza

Esistono morti di serie A e di serie B? O soccorrere dei poveri disgraziati davanti alle telecamere fa più trendy e soddisfa maggiormente il nostro desiderio di protagonismo, rispetto alla carità e alla solidarietà meno gridata? Rispetto all’umanesimo di chi rischia la propria vita sul serio, nel cuore dell’Africa più disperata, e non ballando invece la mazurka sul ponte sicuro di una nave assistita a 50 metri di distanza da un nugolo di pattugliatori? L’Unicef, col suo rapporto, fa pensare. Pone un problema di coscienza serio: in linea di principio e secondo i dettami della solidarietà più pura (e dura) noi non dovremmo accogliere solo quelli che si lanciano all’arrembaggio, magari perché il destino li ha forniti di opportunità diverse.

Solidarietà senza se e senza ma

No, noi dovremmo secondo il principio della solidarietà senza se e senza ma, andare a salvare in loco quei bimbi destinati a morire senza pietà. Perché anche il dio degli emarginati finora si è scordato di loro. Parole dure? Che non fa piacere sentire? Meglio. Perché il diritto umanitario si applica a tutti. O a nessuno. E dove entrano 100 secondo alcuni parametri fissati dal diritto internazionale, ne possono entrare anche 10 milioni. E allora zitti e mosca, se no cambiate le carte. Va smascherato l’atteggiamento di chi pensa di lavarsi la coscienza con un tozzo di pane. Il rapporto dell’Unicef, stilato con grande onestà intellettuale, non fa figli figliastri.

L’assordante silenzio di chi crepa

E davanti ai numeri non esistono situazioni di comodo: cioè, accogliamo a bordo questi 100 perché ce li abbiamo dinanzi e “costano” poco, ma rendono tantissimo in termini politici e di immagine. E invece no, non dovrebbe funzionare così. Il ragionamento di salvare solo chi ce la fa a partire è infame. Ed è infame chi lo predica dai pulpiti e dagli scranni parlamentari, dimenticandosi di tutti quei bambini che crepano a casa loro in un assordante silenzio. Oltre a quelli già caduti in un limbo che potremmo definire “pre-agonico”, ci sono anche coloro costretti a vivere tra guerre non dichiarate, guerriglie occasionali e catastrofi climatiche incipienti.

Acqua e cibo come armi

Che si ripercuotono inesorabilmente sul ciclo dell’acqua e del cibo. Secondo l’Unicef stiamo parlando di ben oltre mezzo miliardo di bambini. Avete capito bene, mezzo miliardo. E qui si costruiscono risse da cortile napoletano sull’accoglienza da riservare a 100 disgraziati. Leggere i numeri e informarsi è l’unico mezzo per non autoassolversi e per dormire il sonno dei giusti. Andatelo a spiegare a chi fa politica e tira “quattro paghe per il lesso”, come diceva Carducci, o ad alcuni impiegati statali dello spirito, che ogni domenica si fermano solamente a parlare di quello che gli conviene.

Perché i curdi traditi da tutti

Ormai è chiaro a tutti: l’attacco turco e la tragedia curda hanno avuto semaforo verde, più o meno tacito o più o meno concertato a tavolino, dagli Stati Uniti, dall’Europa e dalla Russia. Lo abbiamo scritto più volte: i curdi sono la carne da cannone del Medio Oriente. E i sepolcri imbiancati che da Washington, Bruxelles, Parigi, Roma e chi più ne ha più ne metta cianciano di pace, indipendenza e libertà dei popoli mentono sapendo di mentire. Vergogna. La tregua raggiunta con tanto di strombazzamenti è durata solo un pomeriggio. I turchi hanno continuato a battere con la mazza da fabbro ferraio sull’incudine e, a quanto pare, hanno anche usato bombe al fosforo bianco. Vietatissime. Ma ad accorgersene è stata solo l’Organizzazione contro le armi chimiche, perché all’Onu e alla Commissione europea ronfano o fanno finta di essere interessati. Ma a loro riguarda solo la spartizione dei pani e dei pesci in Siria, quando si firmerà la pace definitiva. Ergo, Erdogan sa di avere il coltello dalla parte del manico e continua a prendere Trump a schiaffoni.

La pelle dei curdi per la Turchia nella Nato

Ieri si è saputo che una lettera di velate minacce economiche scritta dal Presidente americano due settimane fa è stata cestinata dal sultano di Ankara. Erdogan tiene il piede in due staffe: alleato della Nato, contemporaneamente flirta con Putin. E’ in condizione di fare un sacco di danni al blocco occidentale, perché può rivelare piani di difesa militari, tecnologie d’arma di ultima generazione e segreti di ogni tipo. Un’aquila con due teste, pronta a vendersi al primo venuto. Gli altri abbozzano, perché dei curdi non gliene frega niente. Li hanno utilizzati come fantaccini da massacrare nella battaglia contro l’Isis, ma ora che la guerra è vinta possono andare a farsi strabenedire. L’area del nord-est della Siria occupata dai turchi è stata concordata fino all’ultimo centimetro quadrato con la Casa Bianca e con gli europei. Quando Conte strepita al telefono con Erdogan, prima si informi di quello che hanno fatto i suoi presunti alleati. Stati Uniti, Francia, Inghilterra e Germania hanno spudoratamente tirato la coperta dalla loro parte.

Fascia di sicurezza nelle teste di Trump ed Erdogan?

Qualcuno, per cortesia, avverta l’Italia, perché se no facciamo la figura degli scemi del paese. Se il Ministro degli Esteri Di Maio respira, che batta un colpo. O che almeno qualcuno gli spieghi che il Kurdistan non è una benzodiazepina è che il Lexotan non è una repubblica dell’Asia centrale. Spifferi di corridoio che arrivano dai servizi segreti occidentali, dicono che non è finita qua. Erdogan vorrebbe andare oltre la testa di ponte che si è costruito nel nord-est della Siria lungo una fascia di 120 km, profonda 30. Da lì può avere mano libera per assestare rovinose legnate ai curdi in tutte le direzioni. Trump minaccia di rovinare l’economia turca. Ma minaccia e basta, per ora. Sa benissimo che l’ex Sublime Porta è in grado di ballare un valzer diplomatico azzardatissimo, che potrebbe portarla a rasentare un clamoroso voltafaccia, per gettarsi armi e bagagli nelle braccia della Santa Russia di Putin. Parliamoci chiaro, non conviene né ad Ankara e né alla Nato, un affare in perdita.

Dal tradimento coloniale anglo-francese

Per questo, per mettere tutti d’accordo, la soluzione resta quella del massacro dei curdi. Ancora una volta presi in giro dagli uomini e dalla storia. Hanno solo la colpa di essere le scorie incandescenti di un retaggio coloniale anglo-francese che non ha mai guardato in faccia nessuno. Quando oggi Macron e Johnson si permettono di dare lezioni di civiltà, meriterebbero di essere presi a pedate nel fondoschiena. Hanno fatto carne di porco della convivenza tra i popoli e hanno spremuto il limone fino alla buccia. E adesso lo scaraventano nella spazzatura, assistiti dal cinismo americano che in politica estera ha fatto più danni di Attila. Forse si stava meglio quando si stava peggio. Prima delle Primavere arabe. Oggi il Medio Oriente è diventato un pentolone in ebollizione e naturalmente i più deboli, i curdi, pagano per tutti.

AVEVAMO DETTO

Rumori al silenziatore

Ringhio Bolton mordi Iran, l’alt dei generali, Casa Bianca caos
Golfo Persico: anche se negli ultimi giorni sulle tensioni dei giorni scorsi sembra calato un muro di silenzio, il fuoco cova sotto la cenere. Pronto a divampare in qualsiasi momento. Il confronto tra Iran e Stati Uniti (spalleggiati da Israele, Arabia Saudita ed Emirati) è più aspro che mai e, assieme alle diplomazie, ormai si muovono anche gli Stati maggiori. Il New York Times ha letto le carte del Pentagono e ha rivelato che il Ministro della Difesa facente funzione, Partrick Shanahan, ha presentato una proposta “tranchant”: se gli ayatollah dovessero attaccare “o proseguire nel loro programma di arricchimento dell’uranio” bisognerà spedire in Medio Oriente un’armata di 120 mila uomini. Insomma, un altro Vietnam o un’altra Corea, fate voi.

Granguignol ‘Baffone John’

Pare che l’artefice di codesta bella pensata abbia un nome e cognome precisi: John Bolton, Consigliere per la Sicurezza Nazionale, di mestiere “superfalco”, tutto becco e artigli, e che con l’Iran sembra avere un risentimento personale, covato da lunga pezza. Ci crediate o no, Bolton ha già cercato di fare la festa agli ayatollah al tempo che fu, quando Bush-figlio, alla Casa Bianca, andava cercando in tutti gli angoli del condominio nemici da liquidare. Ebbene, manco il bellicoso Bush accettò di seguire i piani alquanto granguignoleschi di “Baffone John”. Evidentemente giudicati fin troppo estremistici. Il che è tutto dire. Tra le altre cose, non sappiamo cosa ne penserà il neo-isolazionista Trump, che per questioni di borsellino ha già deciso di sbaraccare dall’Afghanistan e dalla Siria.

Iran, Casa Bianca caos

Una cosa però è sicura: al New York Times sono certi che, per ora, durante i briefing sul Medio Oriente allo Studio Ovale, piatti e stracci volino ad altezza d’uomo. Esisterebbero infatti (e non è una novità) notevoli divergenze dentro l’Amministrazione repubblicana sull’atteggiamento da assumere con l’Iran. Ci sarebbe un “partito” che spinge per una soluzione diplomatica. Anche perché, a dirla tutta, lo strappo è stato provocato unilateralmente proprio dagli Stati Uniti. E sembra più una scusa per provocare una rissa da parte dei bulli di quartiere, che un vero e proprio piano politico-strategico. Se andate a chiedere in giro per l’Europa, nelle Cancellerie tutti hanno le mani ai capelli: nessuno si sa spiegare la logica della politica estera americana, che sembra fatta apposta per
provocare disastri.

Alle prese col ‘matto’

Lo hanno detto in tutte le salse al Segretario di Stato Mike Pompeo. Durante la sua recente visita nel Vecchio Continente. Occhio, lo hanno avvertito, perché a scherzare col fuoco ci si può bruciare. Specialmente quando si creano situazioni di tensione che si taglia col coltello e quando più facile diventa restare vittime di incidenti nella “catena di comando”. Significa che, se a qualche sottoposto scivola il piede, con un atteggiamento da “realista più del re”, gli eventuali colpi di testa (magari un missile lanciato inavvertitamente) potrebbero essere la base di partenza per una escalation incontrollabile. Il New York Times ha sentito, in condizioni di anonimato, sei alti ufficiali responsabili della sicurezza nazionale Usa.

Troppo Bolton stroppia

Tutti erano “scioccati” dalle cifre che circolavano e da possibili strategie che contraddicono i più recenti annunci della Casa Bianca sul Medio Oriente. Uno di loro ha commentato che un corpo di spedizione di 120 mila uomini equivarrebbe a fare una terza Guerra del Golfo. Sono numeri visti solo in occasione dell’invasione dell’Irak nel 2003. Shanahan e il Capo di Stato maggiore, generale Dunford Jr., hanno declinato l’invito dell’autorevole giornale nuovayorkese a esprimere il loro punto di vista. Comunque, si è saputo che il piano di Bolton non prevede un’invasione dell’Iran. Sarebbe una mossa azzardata e ritenuta fin troppo pericolosa. E allora? Probabilmente uno spiegamento così faraonico di forze potrebbe essere legato alla necessità di spartirsi i pani e i pesci in Siria (coi russi) e all’esigenza di garantire la sicurezza di Israele e dell’Arabia Saudita.

Provocazioni a rischio inciampo

E qua torniamo alla “madre” di tutti gli incubi. La possibile chiusura dello Stretto di Hormuz e la crisi dei prezzi dell’energia, petrolio in primis, ma anche gas. Qualcuno azzarda l’ipotesi che le cifre filtrate siano un mezzo di dissuasione nei confronti degli ayatollah. Possibile. Alcuni analisti scommettono sul fatto che gli annunci di “ritirata strategica” fatti da Trump, fra novembre e dicembre scorsi, abbiano convinto gli iraniani ad alzare il piatto della risicatissima partita di poker che stanno giocando con gli Stati Uniti. E intanto si complica un’altra guerra “per procura”: quella nello Yemen. I negoziati tra i lealisti e i ribelli sciiti Houthis sono falliti. In Giordania si discuteva sul controllo del porto di Hudayda. Evidentemente gli odii sono più forti dei possibili interessi comuni. Oppure i rispettivi “padrini” (Arabia Saudita e Iran) sono ormai entrati in una irreversibile rotta di collisione.

 

 


John R. Bolton, biografia

John Robert Bolton (Baltimora, 20 novembre 1948) è un politico e avvocato statunitense, ex Rappresentante permanente alle Nazioni Unite. È l’attuale Consigliere per la sicurezza nazionale, nominato dal presidente Donald Trump. Di tendenza risolutamente conservatrice, durante le amministrazioni Reagan e Bush padre, ricoprì posizioni intermedie al Dipartimento di Stato, al Dipartimento della giustizia ed alla U.S. Agency for International Development.
Da Sottosegretario di Stato per il controllo delle armi e la sicurezza internazionale, fu sostenitore dell’azione militare o del sostegno attivo al cambio di regime in Siria, Libia e Iran. Era anche un sostenitore della guerra in Iraq, ostile al ruolo di mediazione nel 2003 di El Baradei.

Bolton è stato ambasciatore degli Stati Uniti alle Nazioni Unite dall’agosto 2005. La scelta di “un détracteur invétéré de l’organisation mondiale”fu effettuata dal presidente George W. Bush. Bolton confermò l’atteggiamento scettico verso le organizzazioni internazionali. Nella sua nuova funzione, all’Assemblea su una serie di riforme da lui proporte sul funzionamento dell’ONU Bolton minacciò di bloccare il budget preventivo biennale, 3,9 miliardi di dollari. Bolton rassegnò le dimissioni da ambasciatore nel dicembre 2006, quando l’incarico non gli sarebbe stato certamente rinnovato da Senato con una maggioranza democratica neo-eletta nel gennaio 2007.

Bolton fa anche parte in una serie di gruppi conservatori e istituti politici, tra cui l’Institute of East-West Dynamics, la National Rifle Association, la Commissione statunitense per la libertà religiosa internazionale, il Progetto per il nuovo secolo americano, l’Istituto per la sicurezza nazionale americana, il Comitato per la pace e la sicurezza nel Golfo, il Consiglio per la politica nazionale e il Gatestone Institute, dove è presidente dell’organizzazione.

Nel suo successivo ruolo di commentatore di Fox News Channe, Bolton aveva confermato la sua fama di ‘falco’, accusando Obama di una «Ossessione ideologica con lo smantellamento del nostro deterrente nucleare, che si dimostra pericolosa». È stato anche un sostenitore del cambio di regime in Corea del Nord e ha ripetutamente chiesto la rottura dell’accordo Iran-USA sul nucleare stipulato da Obama. Il 22 marzo 2018, il presidente Donald Trump ha annunciato la sua nomina a Consigliere per la sicurezza nazionale, in carica il 9 aprile.

Oltre la disperazione del migrante

Oltre la disperazione, senza risorse per diventare migranti
Oggi parliamo di migranti. Anzi, di potenziali migranti. Degli ultimi degli ultimi. Di quelli che, scappati (o brutalmente cacciati) dalle loro case, vagano come le anime del Purgatorio dentro i loro stessi Paesi, perché non hanno manco quattro spiccioli per sfamarsi. Figuratevi se ne hanno per varcare i confini, per comprarsi la speranza di una vita migliore. Non si sa dove e non si sa quando. E allora, mettiamoci davanti a uno specchio e prima di tuonare da pulpiti di comodo, con le pance piene e i cervelli vuoti, svegliamo le nostre coscienze. Tecnicamente si chiamano “internally displaced”. Sono gli uomini, le donne e, soprattutto i bambini dimenticati da tutti. Quelli che non fanno notizia e non commuovono, perché non arrivano sui barconi, dopo avere pagato migliaia di dollari. Quelli di cui non conosciamo manco l’esistenza o che facciamo finta che non esistano. Ma che muoiono come le mosche.

Politica, trattati e umanità

Molto più comodo intavolare dibattiti, organizzare manifestazioni, fare politica e diffondere dottrina religiosa sui “disperati-fortunati” (e più “ricchi”) che cercano di sbarcare. E che, gridiamolo forte per togliere qualsiasi alibi ai perbenisti in servizio permanente effettivo, ne hanno tutto il diritto. Convenzione di Ginevra? Scassatissimo Trattato di Dublino? No. Qualcosa di più grande, semplice e terribile: umanità. Un ossimoro che rende conto e ragione della nostra generosità fradicia, corrosa dal cinismo. I migranti sui barconi si muovono, rischiano, pagano. Gli altri no. Soffrono e basta. Allora, oggi che è Pasqua, diamo i numeri. Quelli di chi non scappa, perché è come se fosse già morto. In questo momento, nel mondo, i “rifugiati-non rifugiati” sono 40 milioni (dati Onu). Una goccia in mezzo al mare, perché, potenzialmente, dicono dietro le quinte gli analisti, da una settimana all’altra potrebbero diventare oltre un miliardo.

Il diritto alla vita

Fantademografia? No, calcolo delle probabilità. I disperati che se avessero quattro lire scapperebbero pure domani mattina sono ufficialmente oltre 2 milioni in Nigeria e 2 milioni e mezzo in Irak e in Afghanistan. In Congo si arriva a 4.5 milioni e in Siria a un “record” di 6.5 milioni. In Sudan del Sud altri 2,2 milioni di “internally displaced” si aggiungono ai 2 milioni dello Yemen e ai 650 mila della Repubblica Centrafricana. Queste sono quelle che l’Alto Commissariato dell’Onu per i Rifugiati classifica come “emergencies”. Poi ci sono un sacco e una sporta di Paesi che, pur essendo “a rischio” hanno numeri inferiori (dalla fascia del Sahel e fino al Corno d’Africa, con Ciad, Eritrea, Somalia) che però, messi assieme, superano abbondantemente il milione di “rifugiati interni”.

Libia e diritto all’asilo

E la Libia? Qui i calcoli si fanno risicati. L’Onu dice che sono 1,2 milioni. Ma non rendiconta quelli che arrivano ogni giorno da tutta l’Africa e dal Medio Oriente, in cerca di un barcone “a buon prezzo”. Perché la Libia è un’idrovora che aspira i “top-migrants” (quelli che pagano) da tutta l’Africa. Le cifre fornite da Sarraj per far terrorizzare gli italiani (800 mila pronti a partire) paradossalmente sono sbagliate. Per difetto. Quando il premier Conte parla di “numeri eccessivi” vuol dire che non ha capito il resto di niente. O che fa finta di non capire. Dopo la rinnovata guerra civile scatenata (ancora una volta!) dalle foie francesi, chi scappa dalla Libia ha tutto il diritto di chiedere asilo in Italia, secondo una cofanata di convenzioni internazionali da noi firmate e controfirmate. Da quella di Ginevra, fino al Trattato di Dublino. E allora, zitti e mosca.

Emergenza migranti da venire

Non ci vuole nemmeno la scusa di un conflitto conclamato, bastano solo condizioni che ledano i diritti civili essenziali. Quindi? Semplice, i diritti, una volta sanciti valgono per tutti. Indipendentemente dalle quantità coinvolte. Ergo: la reale emergenza-migranti non è ancora cominciata. Anzi, non è mai cominciata. Quella vera interesserà decine di milioni di esseri umani e dovremo farvi fronte. Come? Pagando per l’accoglienza e stanziando quote importanti del Pil per aiutare i più diseredati a casa loro. Punto. Il resto è tutta sporca politica e spiritualità da “mestieranti”, a quattro palle tre soldi, con una spruzzata di cabaret e di sceneggiata napoletana. In cauda venenum: ma quei Cristi di cui abbiamo parlato e che il loro Getsemani lo vivono tutti i giorni, hanno, o no, il diritto di risorgere pure loro? Buona Pasqua.