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sabato 18 Gennaio 2020

Osservatorio Internazionale

Dall’Iran alle presidenziali Usa            

Lo scenario mediorientale è ormai simile a un pentolone in piena ebollizione. Chi ci capisce qualcosa è bravo. O è un indovino. Gli sviluppi politici e militari sono tali da rendere incomprensibile qualsiasi logica diplomatica. Finora abbiamo sempre parlato di diplomazia “ufficiale” e di diplomazia “parallela”. Significa che quello che succede veramente nelle segrete stanze è difficilmente avvertibile e di complicatissima interpretazione. Prendiamo l’attuale crisi USA-Israele-Iran: l’uccisione “mirata” di Qassam Soleimani è un vero e proprio mistero strategico. Facciamo il giochino dell’oca con dadi e paperelle e vediamo un po’ perché gli sviluppi in quelle lontane contrade hanno lasciato gli analisti a bocca aperta.

Nemico pubblico numero 1

Ok, Soleimani  era  il nemico pubblico numero uno di Israele; ma nello stesso tempo era un uomo con cui si poteva parlare e che rappresentava l’intera galassia sciita. Cioè gli ayatollah, le milizie iraniane in Siria e in Irak ed Hezbollah in Libano. Ora, il problema di fondo della Casa Bianca in questa fase, è quello di trovare interlocutori credibili e soprattutto rappresentativi. Interlocutori, cioè, con cui si possano prendere accordi che poi vengono rispettati. E Soleimani era uno di questi. Non era solo un generale, ma era anche un politico di altissimo livello, capace di influire pesantemente sugli equilibri all’interno della teocrazia persiana. Adesso, per rendersi conto della situazione, basti solo pensare che il fallimento della tripartizione irakena voluta dagli americani era stato in qualche modo tamponata da tre politiche, chiamiamole così, regionali.

Tripartizione irachena

A nord i rapporti con i curdi, al centro quelli con gli eredi di Saddam Hussein e con il blocco prevalentemente sunnita, e a sud verso Bassora il dialogo con la maggioranza sciita. Quando nei giorni scorsi l’Irak si è sollevato, o meglio parte dei cittadini dell’Irak si è rivoltata per colpa della pesante situazione economica contro il governo legittimo gestito dagli sciiti e fiancheggiato dagli Stati Uniti, Soleimani aveva garantito che sarebbe stato in grado di riportare l’ordine. A modo suo per l’esattezza, aveva dichiarato che in Iran “Sappiamo come  gestire certe proteste popolari” . Insomma , Soleimani era diventato un insperato alleato di Trump nel maneggiare la patata  bollente irakena evitando di  ustionarsi.

Ma è davvero Trump che comanda?

Ma allora perché Trump si è imbarcato  in un’avventura , che rischia di farlo uscire con tutte le ossa rotte come quella dell’ “assassinio mirato” di una controparte così importante e prestigiosa? Due sono le risposte possibili. O alla Casa Bianca, al Pentagono, e al Dipartimento di Stato si sono bevuti il cervello d’un fiato come se fosse un “margarita”, oppure l’inquilino dello Studio Ovale è ‘sotto scopa’. Per capirci, qualcuno lo ricatta, possedendo forse documenti scottanti che potrebbero prendere fuoco proprio alla vigilia delle Presidenziali Usa. Non vogliamo santificare le teorie del complotto, ma la linea diplomatica americana sembra uscita da una clinica neurodeliri.

Bombardamento di sondaggi

Naturalmente, come tutti i presidenti americani alla vigilia della battaglia del secondo mandato, Trump appena messo i piedi fuori dal letto viene sommerso da una marea di sondaggi. Quindi, come annuncia Realclearpolitics, il nostro ‘Palazzinaro di lusso’ lo sa benissimo che mettersi così decisamente di traverso contro l’Iran in questa fase significa rischiare l’osso del collo. Una volta si votava guardando quasi esclusivamente al dio dollaro, ma oggi in America tira un vento diverso. Gli statunitensi sono stanchi di spedire truppe in ogni angolo del pianeta per interpretare il ruolo di superpoliziotti della terra: costa assai e rende poco in termini di consenso.

Primarie dem e guerre dei dazi

Ora che sta per cominciare la battaglia per le primarie democratiche e la guerra mondiale dei dazi doganali, Trump deve stare attento anche a come muove il mignolo di un piede. Alla prima mossa sbagliata i suoi avversari se lo sbraneranno. Parliamo dei democratici probabili “front-runners”: Biden, Sanders, Warren e il resto del caravan serraglio democratico che cercherà di sbarazzarsi dell’energumeno. Certo, i primi sondaggi sono confusi e soprattutto si sovrappongono. Semplificando al massimo, nei prossimi mesi avremo due blocchi di Stati che si consolideranno nell’alveo repubblicano e in quello democratico e un altro gruppo di stati swing, cioè che oscilleranno indecisi. È là che si gioca la partita, a cominciare dall’Iowa, per finire alla Florida.

Guerra fredda da stratosfera

Ci risiamo: la nuova Guerra fredda si  ritrasferisce nella stratosfera. Oppure, dato che siamo a Natale, e impazzano i film di tutti i generi, tornano i marziani. Che vuol dire? Beh, detto corto e netto, significa che il Presidente Trump è tornato sull’affaire abbastanza peloso delle guerre spaziali, dopo che nel 2018 aveva annunciato la creazione di un’armata americana pronta a combattere nel cosmo. Contro di chi? Tanto per non sbagliare venerdì il presidente Usa ha tagliato il nastro, anche se non sappiamo se ha usato un paio di forbici o qualche laser di ultima generazione, per restare in tema. Insomma, ha inaugurato ufficialmente l’era che sa molto di eroi “Marvel”.

US Space Force

La US  Space Force ha visto venerdì sera l’imprimatur ufficiale della Casa Bianca, perché Trump ha voluto dare solennità a un momento particolare: la messa in servizio di un apparato formidabile su cui si specula già da più parti. In ballo ci sono Aree 51, corsa all’accecamento dei satelliti, armi a caduta libera e ad altissima precisione e sussurri e grida relativi alla cosiddetta “ingegneria inversa”.  “Lo spazio è il nuovo dominio mondiale di combattimento in guerra”, ha detto Trump durante la cerimonia della firma relativa alla  National  Defense Authorization alla base di Andrews vicino Washington. “Le gravi minacce alla nostra sicurezza Nazionale , impongono la superiorità americana nello spazio”.

Un trilione e mezzo di dollari

La creazione delle forze spaziali fa parte di un complessivo piano di riordino della Difesa che costerà un trilione e mezzo di dollari. Non si tratta certo di noccioline e se l’Amministrazione Trump, così “risparmiosa” in altri campi, vuole spendere tutti questi soldi significa che dietro ci deve essere una qualche emergenza di sicurezza. Certo, i concorrenti cominciano a muoversi decisi verso quello che una volta si chiamava “spazio-ultima frontiera”. Ma il concetto di fondo è che un tale investimento comporta studi nella tecnologia satellitare, ottica e meccanica tra le più avanzate e la necessità di battere sul nascere le ambizioni dei tradizionali competitor come la Russia o di quelli nuovi come la Cina.

Troppi soldi per quanto dichiarato

Su questa riflessione sembrano tutti più o meno d’accordo, anche se l’entità della spesa è tale che qualcuno sussurra ci possano essere altre motivazioni. E qui rientriamo nel fantapolitico, anzi, nel fantascientifico già da un pezzo circolano spifferi di corridoio su un’intesa spaziale tra Washington e Mosca per fronteggiare presunte “minacce esterne”. E inutile girarci intorno, stiamo parlando di alieni e di tutta la sterminata letteratura e filmografia sugli Ufo. Siamo soli? Questo non lo sappiamo. Anche se a un recente dibattito promosso a livello governativo negli Stati Uniti, alcuni esperti hanno detto che “ci può essere di tutto la fuori”.

Alieni e alienati

Certo, non sarebbe il massimo della vita aver cercato così pervicacemente gli alieni per poi fare la fine degli aztechi invasi dagli spagnoli di Cortéz o dei pellerossa, chiusi nelle riserve dalle giacche azzurre. In effetti, negli ultimi anni si sono intensificati gli avvistamenti di oggetti non identificati che solcano i nostri cieli a velocità pazzesche (fino a 50.000 km/h). Roba da matti, o da visionari creduloni o, aggiungiamo noi, da fortunati testimoni che, all’improvviso, hanno visto volare sulle loro teste oggetti dalle forme più strane .  E’ dal 1947, cioè dal tempo del famoso incidente di Roswell, che gli Stati Uniti sono diventati terreno privilegiato di caccia da parte dei dischi volanti.

Ufo reali o Ufo politici?

Gli esperti dell’aviazione americana, a mezza voce, sostengono che tali apparizioni si sono ripetute frequentemente nei pressi di siti nucleari, ingenerando per più volte allarmi rossi. E i russi? Anche loro hanno avuto il loro scontro con gli Ufo, a Kapustin Yar, presso cui  si sarebbe svolto un  combattimento aereo tra un Ufo e un Mig 17.  Quando poi dichiarazioni relative agli Ufo e alla loro esistenza vengono attribuite a personalità di primo livello, allora, obiettivamente, la faccenda si fa più seria. Tra questi ricordiamo, Bill e Hillary Clinton, il Capo di Gabinetto della Casa Bianca John Podesta e il Ministro della Difesa Canadese Paul Hellyer.

L’Armata francese dello Spazio

A tutti questi discorsi mancano alcuni tasselli importanti, il primo è che anche il Presidente francese Macron ha voluto creare una sua Armata dello spazio, rafforzando i sospetti di chi vede dietro tali scelte scenari che potrebbero condurre a realtà impreviste. C’entra  il fatto che la Cina si sia data una mossa in questo senso? Probabilmente sì, anche perché Pechino ha scelto di programmare la sua avventura spaziale puntando immediatamente sul lato nascosto della luna. Cioè quella faccia dove, secondo alcuni analisti, si troverebbero addirittura installazioni mastodontiche (bunker, torri di lancio, antenne ) messe là da qualcuno per tenere sotto controllo la Terra.

Lo diciamo tra il serio e il faceto. Questa storia di guerre spaziali comincia a sollevare più di un nervosismo e più di un interrogativo. Chi sono i veri nemici? E quelli presunti?

18 anni dopo 13000 soldati Usa

L’amministrazione Trump annuncerà questa settimana l’intenzione di ritirare 4mila soldati dall’Afghanistan. A riferirlo diversi media statunitensi fra cui la Cnn. I colloqui fra Stati Uniti e talebani sono ripresi in Qatar una settimana fa, il 7 dicembre, ma sono stati sospesi dagli Usa giovedì dopo l’attacco vicino alla base aerea statunitense di Bagram.

18 anni dall’intervento statunitense, sono impegnati in Afghanistan 13mila militari Usa. Il mese scorso Trump aveva annunciato lintenzione di ridurre la presenza a 8.600 soldati, con ulteriori riduzioni possibili. Il mese scorso il presidente ha effettuato una visita a sorpresa alla base di Bagram.

E i quasi 900 soldati italiani in attesa di risposta su cosa ancora stanno lì a fare. Noi non lo sappiamo. Voi?

Trottola Trump e girandola afghana

L’Afghanistan resta per Trump il fronte più imprevedibile. E’ questa la partita che rischia di fargli più male perché proprio non si riesce a chiudere. Venerdì sera l’ennesimo attacco della galassia talebana ha fatto una trentina di morti nella regione di Ghazni. È stato preso di mira un contingente dell’esercito di Kabul, che dovrebbe sostituire progressivamente gli americani venuti ad “esportare” la democrazia. Il problema di fondo è proprio questo: Trump non riesce a sganciarsi perché i governativi afghani non riescono a controllare il loro territorio. Sono male addestrati e, probabilmente, anche non molto motivati.

Esercito afghano e talebani

Di questi tempi stare nell’esercito nazionale ti garantisce forse il pane e il companatico. Ma non è nel conto mettere anche a repentaglio la pelle. Dato che i soldati, più o meno raccogliticci, riescono solo a controllare i quartieri dove sono stanziati nelle principali città. Appena mettono il naso fuori dai confini urbani, però, si può scatenare in qualsiasi momento il finimondo. Ma come mai l’Afghanistan non riesce a trovare pace? Beh, a dirla tutta i motivi sono diversi e abbastanza ben articolati. In senso negativo, ovviamente. Innanzitutto la galassia talebana è un coacervo di tribù, dove comandano gli scanna-capre più sanguinari.

Tormentato e arcigno Paese

In questo tormentato e arcigno Paese si sono sempre ammazzati tra di loro per un paio di pecore. Figuratevi quello che può succedere se, nel discorso che stiamo facendo, ci infiliamo anche l’oppio e l’eroina. Milioni di dollari che possono trasformare all’improvviso la vita “pura” e “dura” dei presunti ex studenti coranici fondamentalisti. Sì, perché il rompicapo jihadista in Afghanistan è difficile da risolvere. Anzi, è difficile anche da interpretare. Ci troviamo di fronte a un fondamentalismo diverso, come in un gioco di scatole cinesi. Sullo sfondo c’è sempre il Corano, ma una storia millenaria fatta di mattanze tribali gioca anche il suo ruolo.

Le storiche sconfitte occidentali

E se non si capisce questo, proprio non si riesce a uscire fuori dal ginepraio in cui ci si è cacciati. Altro che democrazia! Da quelle parti si lotta solo per restare vivi fino alla sera. Le tribù pashtun hanno cacciato a pedate nel sedere, nel corso della storia, gli invasori più diversi: dagli inglesi ai sovietici, per finire agli occidentali e agli americani con tutta la loro armata brancaleone. E attenzione, gli errori della Casa Bianca sono stati ecumenici, nel senso che democratici e repubblicani sono riusciti entrambi a fare flop. E adesso che si fa? Si tira a campare sperando di arrivare alle Presidenziali americane del prossimo anno senza che salti il banco.

Elezioni a mano armata

Il clima è quello di sempre: paura che si taglia col coltello e, nelle recenti elezioni, ai seggi, esplosioni di qua e di là, bombe di mortaio, colpi di mitraglia,  morti , lunghe file di elettori più confusi che persuasi e una marea di poliziotti e di soldati armati fino ai denti, che hanno fatto la guardia alla “democrazia”. Detto così, tutto sembra tranne che una competizione elettorale “normale” fatta in un Paese, che purtroppo continua ad essere “anormale”.  Ma dopo una guerra fatta a capocchia, che dura da vent’anni, qualcosa di sbagliato alla base ci deve pur essere. Anzi, c’è di sicuro.

Il voto a risultato misterioso

Un paio d mesi fa, si è votato per il Presidente  (spoglio e risultati quando Dio vorrà) e quello che conta per gli americani e per tutto il caravanserraglio occidentale è che la liturgia democratica abbia fatto il suo corso. Insomma, il resto del mondo pensi o si sforzi di pensare che in Asia centrale è arrivato il verbo di John Locke, Hume, Rousseau, Voltaire e compagnia discorrendo. Per chi ci crede… Ma dietro la baraonda mediatica, che parte da Kabul e arriva fino a Washington, si agitano copioni e scenari ben diversi.

Unicef e bambini rimorsi del mondo

L’ultimo report dell’Unicef non lascia  spazio a “riflessioni” o a interpretazioni di comodo. Sessanta milioni di bambini rischiano quotidianamente le loro vite in Paesi in stato di guerra o colpiti da calamità naturali. Stiamo parlando delle emergenze. Cioè, per capirci, di quei bambini che non possono pagarsi il biglietto della speranza, 5000 dollari a testa, per arrivare con i barconi o con i camion, stipati come sardine, salvo morire in molti per strada. Lo studio predisposto dal direttore generale dell’agenzia Onu Henrietta Fore, fa un’analisi della situazione sul campo e non si appella solo alla Convenzione di Ginevra o al Trattato di Dublino in tema di migrazioni internazionali, ma sottolinea gli articoli rimasti lettera morta del Trattato sui diritti dell’infanzia.

Diritti dell’infanzia

L’Unicef chiede almeno di triplicare i contributi finanziari. Insomma, parliamoci chiaro: chi oggi fa politica e magari in buona fede pensa di lavarsi la coscienza con qualche predica dal pulpito e qualche salvataggio in mare, deve studiare meglio la dottrina della solidarietà. È giusto salvare i migranti che arrivano in Europa seguendo involuti circuiti in cui domina anche la malavita. Ma è anche da vigliacchi, anzi, da sepolcri imbiancati, girarsi dall’altro lato e fare finta di niente, dimenticando che, a partire dall’Africa, ogni giorno muoiono migliaia di bambini. Dimenticati da tutti, nessun trombone della moralità escluso. Alcuni politicanti, così come determinati gruppi religiosi, dovrebbero farsi un approfondito esame di coscienza.

Morti per classe di appartenenza

Esistono morti di serie A e di serie B? O soccorrere dei poveri disgraziati davanti alle telecamere fa più trendy e soddisfa maggiormente il nostro desiderio di protagonismo, rispetto alla carità e alla solidarietà meno gridata? Rispetto all’umanesimo di chi rischia la propria vita sul serio, nel cuore dell’Africa più disperata, e non ballando invece la mazurka sul ponte sicuro di una nave assistita a 50 metri di distanza da un nugolo di pattugliatori? L’Unicef, col suo rapporto, fa pensare. Pone un problema di coscienza serio: in linea di principio e secondo i dettami della solidarietà più pura (e dura) noi non dovremmo accogliere solo quelli che si lanciano all’arrembaggio, magari perché il destino li ha forniti di opportunità diverse.

Solidarietà senza se e senza ma

No, noi dovremmo secondo il principio della solidarietà senza se e senza ma, andare a salvare in loco quei bimbi destinati a morire senza pietà. Perché anche il dio degli emarginati finora si è scordato di loro. Parole dure? Che non fa piacere sentire? Meglio. Perché il diritto umanitario si applica a tutti. O a nessuno. E dove entrano 100 secondo alcuni parametri fissati dal diritto internazionale, ne possono entrare anche 10 milioni. E allora zitti e mosca, se no cambiate le carte. Va smascherato l’atteggiamento di chi pensa di lavarsi la coscienza con un tozzo di pane. Il rapporto dell’Unicef, stilato con grande onestà intellettuale, non fa figli figliastri.

L’assordante silenzio di chi crepa

E davanti ai numeri non esistono situazioni di comodo: cioè, accogliamo a bordo questi 100 perché ce li abbiamo dinanzi e “costano” poco, ma rendono tantissimo in termini politici e di immagine. E invece no, non dovrebbe funzionare così. Il ragionamento di salvare solo chi ce la fa a partire è infame. Ed è infame chi lo predica dai pulpiti e dagli scranni parlamentari, dimenticandosi di tutti quei bambini che crepano a casa loro in un assordante silenzio. Oltre a quelli già caduti in un limbo che potremmo definire “pre-agonico”, ci sono anche coloro costretti a vivere tra guerre non dichiarate, guerriglie occasionali e catastrofi climatiche incipienti.

Acqua e cibo come armi

Che si ripercuotono inesorabilmente sul ciclo dell’acqua e del cibo. Secondo l’Unicef stiamo parlando di ben oltre mezzo miliardo di bambini. Avete capito bene, mezzo miliardo. E qui si costruiscono risse da cortile napoletano sull’accoglienza da riservare a 100 disgraziati. Leggere i numeri e informarsi è l’unico mezzo per non autoassolversi e per dormire il sonno dei giusti. Andatelo a spiegare a chi fa politica e tira “quattro paghe per il lesso”, come diceva Carducci, o ad alcuni impiegati statali dello spirito, che ogni domenica si fermano solamente a parlare di quello che gli conviene.

Perché i curdi traditi da tutti

Ormai è chiaro a tutti: l’attacco turco e la tragedia curda hanno avuto semaforo verde, più o meno tacito o più o meno concertato a tavolino, dagli Stati Uniti, dall’Europa e dalla Russia. Lo abbiamo scritto più volte: i curdi sono la carne da cannone del Medio Oriente. E i sepolcri imbiancati che da Washington, Bruxelles, Parigi, Roma e chi più ne ha più ne metta cianciano di pace, indipendenza e libertà dei popoli mentono sapendo di mentire. Vergogna. La tregua raggiunta con tanto di strombazzamenti è durata solo un pomeriggio. I turchi hanno continuato a battere con la mazza da fabbro ferraio sull’incudine e, a quanto pare, hanno anche usato bombe al fosforo bianco. Vietatissime. Ma ad accorgersene è stata solo l’Organizzazione contro le armi chimiche, perché all’Onu e alla Commissione europea ronfano o fanno finta di essere interessati. Ma a loro riguarda solo la spartizione dei pani e dei pesci in Siria, quando si firmerà la pace definitiva. Ergo, Erdogan sa di avere il coltello dalla parte del manico e continua a prendere Trump a schiaffoni.

La pelle dei curdi per la Turchia nella Nato

Ieri si è saputo che una lettera di velate minacce economiche scritta dal Presidente americano due settimane fa è stata cestinata dal sultano di Ankara. Erdogan tiene il piede in due staffe: alleato della Nato, contemporaneamente flirta con Putin. E’ in condizione di fare un sacco di danni al blocco occidentale, perché può rivelare piani di difesa militari, tecnologie d’arma di ultima generazione e segreti di ogni tipo. Un’aquila con due teste, pronta a vendersi al primo venuto. Gli altri abbozzano, perché dei curdi non gliene frega niente. Li hanno utilizzati come fantaccini da massacrare nella battaglia contro l’Isis, ma ora che la guerra è vinta possono andare a farsi strabenedire. L’area del nord-est della Siria occupata dai turchi è stata concordata fino all’ultimo centimetro quadrato con la Casa Bianca e con gli europei. Quando Conte strepita al telefono con Erdogan, prima si informi di quello che hanno fatto i suoi presunti alleati. Stati Uniti, Francia, Inghilterra e Germania hanno spudoratamente tirato la coperta dalla loro parte.

Fascia di sicurezza nelle teste di Trump ed Erdogan?

Qualcuno, per cortesia, avverta l’Italia, perché se no facciamo la figura degli scemi del paese. Se il Ministro degli Esteri Di Maio respira, che batta un colpo. O che almeno qualcuno gli spieghi che il Kurdistan non è una benzodiazepina è che il Lexotan non è una repubblica dell’Asia centrale. Spifferi di corridoio che arrivano dai servizi segreti occidentali, dicono che non è finita qua. Erdogan vorrebbe andare oltre la testa di ponte che si è costruito nel nord-est della Siria lungo una fascia di 120 km, profonda 30. Da lì può avere mano libera per assestare rovinose legnate ai curdi in tutte le direzioni. Trump minaccia di rovinare l’economia turca. Ma minaccia e basta, per ora. Sa benissimo che l’ex Sublime Porta è in grado di ballare un valzer diplomatico azzardatissimo, che potrebbe portarla a rasentare un clamoroso voltafaccia, per gettarsi armi e bagagli nelle braccia della Santa Russia di Putin. Parliamoci chiaro, non conviene né ad Ankara e né alla Nato, un affare in perdita.

Dal tradimento coloniale anglo-francese

Per questo, per mettere tutti d’accordo, la soluzione resta quella del massacro dei curdi. Ancora una volta presi in giro dagli uomini e dalla storia. Hanno solo la colpa di essere le scorie incandescenti di un retaggio coloniale anglo-francese che non ha mai guardato in faccia nessuno. Quando oggi Macron e Johnson si permettono di dare lezioni di civiltà, meriterebbero di essere presi a pedate nel fondoschiena. Hanno fatto carne di porco della convivenza tra i popoli e hanno spremuto il limone fino alla buccia. E adesso lo scaraventano nella spazzatura, assistiti dal cinismo americano che in politica estera ha fatto più danni di Attila. Forse si stava meglio quando si stava peggio. Prima delle Primavere arabe. Oggi il Medio Oriente è diventato un pentolone in ebollizione e naturalmente i più deboli, i curdi, pagano per tutti.

AVEVAMO DETTO

Rumori al silenziatore

Ringhio Bolton mordi Iran, l’alt dei generali, Casa Bianca caos
Golfo Persico: anche se negli ultimi giorni sulle tensioni dei giorni scorsi sembra calato un muro di silenzio, il fuoco cova sotto la cenere. Pronto a divampare in qualsiasi momento. Il confronto tra Iran e Stati Uniti (spalleggiati da Israele, Arabia Saudita ed Emirati) è più aspro che mai e, assieme alle diplomazie, ormai si muovono anche gli Stati maggiori. Il New York Times ha letto le carte del Pentagono e ha rivelato che il Ministro della Difesa facente funzione, Partrick Shanahan, ha presentato una proposta “tranchant”: se gli ayatollah dovessero attaccare “o proseguire nel loro programma di arricchimento dell’uranio” bisognerà spedire in Medio Oriente un’armata di 120 mila uomini. Insomma, un altro Vietnam o un’altra Corea, fate voi.

Granguignol ‘Baffone John’

Pare che l’artefice di codesta bella pensata abbia un nome e cognome precisi: John Bolton, Consigliere per la Sicurezza Nazionale, di mestiere “superfalco”, tutto becco e artigli, e che con l’Iran sembra avere un risentimento personale, covato da lunga pezza. Ci crediate o no, Bolton ha già cercato di fare la festa agli ayatollah al tempo che fu, quando Bush-figlio, alla Casa Bianca, andava cercando in tutti gli angoli del condominio nemici da liquidare. Ebbene, manco il bellicoso Bush accettò di seguire i piani alquanto granguignoleschi di “Baffone John”. Evidentemente giudicati fin troppo estremistici. Il che è tutto dire. Tra le altre cose, non sappiamo cosa ne penserà il neo-isolazionista Trump, che per questioni di borsellino ha già deciso di sbaraccare dall’Afghanistan e dalla Siria.

Iran, Casa Bianca caos

Una cosa però è sicura: al New York Times sono certi che, per ora, durante i briefing sul Medio Oriente allo Studio Ovale, piatti e stracci volino ad altezza d’uomo. Esisterebbero infatti (e non è una novità) notevoli divergenze dentro l’Amministrazione repubblicana sull’atteggiamento da assumere con l’Iran. Ci sarebbe un “partito” che spinge per una soluzione diplomatica. Anche perché, a dirla tutta, lo strappo è stato provocato unilateralmente proprio dagli Stati Uniti. E sembra più una scusa per provocare una rissa da parte dei bulli di quartiere, che un vero e proprio piano politico-strategico. Se andate a chiedere in giro per l’Europa, nelle Cancellerie tutti hanno le mani ai capelli: nessuno si sa spiegare la logica della politica estera americana, che sembra fatta apposta per
provocare disastri.

Alle prese col ‘matto’

Lo hanno detto in tutte le salse al Segretario di Stato Mike Pompeo. Durante la sua recente visita nel Vecchio Continente. Occhio, lo hanno avvertito, perché a scherzare col fuoco ci si può bruciare. Specialmente quando si creano situazioni di tensione che si taglia col coltello e quando più facile diventa restare vittime di incidenti nella “catena di comando”. Significa che, se a qualche sottoposto scivola il piede, con un atteggiamento da “realista più del re”, gli eventuali colpi di testa (magari un missile lanciato inavvertitamente) potrebbero essere la base di partenza per una escalation incontrollabile. Il New York Times ha sentito, in condizioni di anonimato, sei alti ufficiali responsabili della sicurezza nazionale Usa.

Troppo Bolton stroppia

Tutti erano “scioccati” dalle cifre che circolavano e da possibili strategie che contraddicono i più recenti annunci della Casa Bianca sul Medio Oriente. Uno di loro ha commentato che un corpo di spedizione di 120 mila uomini equivarrebbe a fare una terza Guerra del Golfo. Sono numeri visti solo in occasione dell’invasione dell’Irak nel 2003. Shanahan e il Capo di Stato maggiore, generale Dunford Jr., hanno declinato l’invito dell’autorevole giornale nuovayorkese a esprimere il loro punto di vista. Comunque, si è saputo che il piano di Bolton non prevede un’invasione dell’Iran. Sarebbe una mossa azzardata e ritenuta fin troppo pericolosa. E allora? Probabilmente uno spiegamento così faraonico di forze potrebbe essere legato alla necessità di spartirsi i pani e i pesci in Siria (coi russi) e all’esigenza di garantire la sicurezza di Israele e dell’Arabia Saudita.

Provocazioni a rischio inciampo

E qua torniamo alla “madre” di tutti gli incubi. La possibile chiusura dello Stretto di Hormuz e la crisi dei prezzi dell’energia, petrolio in primis, ma anche gas. Qualcuno azzarda l’ipotesi che le cifre filtrate siano un mezzo di dissuasione nei confronti degli ayatollah. Possibile. Alcuni analisti scommettono sul fatto che gli annunci di “ritirata strategica” fatti da Trump, fra novembre e dicembre scorsi, abbiano convinto gli iraniani ad alzare il piatto della risicatissima partita di poker che stanno giocando con gli Stati Uniti. E intanto si complica un’altra guerra “per procura”: quella nello Yemen. I negoziati tra i lealisti e i ribelli sciiti Houthis sono falliti. In Giordania si discuteva sul controllo del porto di Hudayda. Evidentemente gli odii sono più forti dei possibili interessi comuni. Oppure i rispettivi “padrini” (Arabia Saudita e Iran) sono ormai entrati in una irreversibile rotta di collisione.

 

 


John R. Bolton, biografia

John Robert Bolton (Baltimora, 20 novembre 1948) è un politico e avvocato statunitense, ex Rappresentante permanente alle Nazioni Unite. È l’attuale Consigliere per la sicurezza nazionale, nominato dal presidente Donald Trump. Di tendenza risolutamente conservatrice, durante le amministrazioni Reagan e Bush padre, ricoprì posizioni intermedie al Dipartimento di Stato, al Dipartimento della giustizia ed alla U.S. Agency for International Development.
Da Sottosegretario di Stato per il controllo delle armi e la sicurezza internazionale, fu sostenitore dell’azione militare o del sostegno attivo al cambio di regime in Siria, Libia e Iran. Era anche un sostenitore della guerra in Iraq, ostile al ruolo di mediazione nel 2003 di El Baradei.

Bolton è stato ambasciatore degli Stati Uniti alle Nazioni Unite dall’agosto 2005. La scelta di “un détracteur invétéré de l’organisation mondiale”fu effettuata dal presidente George W. Bush. Bolton confermò l’atteggiamento scettico verso le organizzazioni internazionali. Nella sua nuova funzione, all’Assemblea su una serie di riforme da lui proporte sul funzionamento dell’ONU Bolton minacciò di bloccare il budget preventivo biennale, 3,9 miliardi di dollari. Bolton rassegnò le dimissioni da ambasciatore nel dicembre 2006, quando l’incarico non gli sarebbe stato certamente rinnovato da Senato con una maggioranza democratica neo-eletta nel gennaio 2007.

Bolton fa anche parte in una serie di gruppi conservatori e istituti politici, tra cui l’Institute of East-West Dynamics, la National Rifle Association, la Commissione statunitense per la libertà religiosa internazionale, il Progetto per il nuovo secolo americano, l’Istituto per la sicurezza nazionale americana, il Comitato per la pace e la sicurezza nel Golfo, il Consiglio per la politica nazionale e il Gatestone Institute, dove è presidente dell’organizzazione.

Nel suo successivo ruolo di commentatore di Fox News Channe, Bolton aveva confermato la sua fama di ‘falco’, accusando Obama di una «Ossessione ideologica con lo smantellamento del nostro deterrente nucleare, che si dimostra pericolosa». È stato anche un sostenitore del cambio di regime in Corea del Nord e ha ripetutamente chiesto la rottura dell’accordo Iran-USA sul nucleare stipulato da Obama. Il 22 marzo 2018, il presidente Donald Trump ha annunciato la sua nomina a Consigliere per la sicurezza nazionale, in carica il 9 aprile.

Oltre la disperazione del migrante

Oltre la disperazione, senza risorse per diventare migranti
Oggi parliamo di migranti. Anzi, di potenziali migranti. Degli ultimi degli ultimi. Di quelli che, scappati (o brutalmente cacciati) dalle loro case, vagano come le anime del Purgatorio dentro i loro stessi Paesi, perché non hanno manco quattro spiccioli per sfamarsi. Figuratevi se ne hanno per varcare i confini, per comprarsi la speranza di una vita migliore. Non si sa dove e non si sa quando. E allora, mettiamoci davanti a uno specchio e prima di tuonare da pulpiti di comodo, con le pance piene e i cervelli vuoti, svegliamo le nostre coscienze. Tecnicamente si chiamano “internally displaced”. Sono gli uomini, le donne e, soprattutto i bambini dimenticati da tutti. Quelli che non fanno notizia e non commuovono, perché non arrivano sui barconi, dopo avere pagato migliaia di dollari. Quelli di cui non conosciamo manco l’esistenza o che facciamo finta che non esistano. Ma che muoiono come le mosche.

Politica, trattati e umanità

Molto più comodo intavolare dibattiti, organizzare manifestazioni, fare politica e diffondere dottrina religiosa sui “disperati-fortunati” (e più “ricchi”) che cercano di sbarcare. E che, gridiamolo forte per togliere qualsiasi alibi ai perbenisti in servizio permanente effettivo, ne hanno tutto il diritto. Convenzione di Ginevra? Scassatissimo Trattato di Dublino? No. Qualcosa di più grande, semplice e terribile: umanità. Un ossimoro che rende conto e ragione della nostra generosità fradicia, corrosa dal cinismo. I migranti sui barconi si muovono, rischiano, pagano. Gli altri no. Soffrono e basta. Allora, oggi che è Pasqua, diamo i numeri. Quelli di chi non scappa, perché è come se fosse già morto. In questo momento, nel mondo, i “rifugiati-non rifugiati” sono 40 milioni (dati Onu). Una goccia in mezzo al mare, perché, potenzialmente, dicono dietro le quinte gli analisti, da una settimana all’altra potrebbero diventare oltre un miliardo.

Il diritto alla vita

Fantademografia? No, calcolo delle probabilità. I disperati che se avessero quattro lire scapperebbero pure domani mattina sono ufficialmente oltre 2 milioni in Nigeria e 2 milioni e mezzo in Irak e in Afghanistan. In Congo si arriva a 4.5 milioni e in Siria a un “record” di 6.5 milioni. In Sudan del Sud altri 2,2 milioni di “internally displaced” si aggiungono ai 2 milioni dello Yemen e ai 650 mila della Repubblica Centrafricana. Queste sono quelle che l’Alto Commissariato dell’Onu per i Rifugiati classifica come “emergencies”. Poi ci sono un sacco e una sporta di Paesi che, pur essendo “a rischio” hanno numeri inferiori (dalla fascia del Sahel e fino al Corno d’Africa, con Ciad, Eritrea, Somalia) che però, messi assieme, superano abbondantemente il milione di “rifugiati interni”.

Libia e diritto all’asilo

E la Libia? Qui i calcoli si fanno risicati. L’Onu dice che sono 1,2 milioni. Ma non rendiconta quelli che arrivano ogni giorno da tutta l’Africa e dal Medio Oriente, in cerca di un barcone “a buon prezzo”. Perché la Libia è un’idrovora che aspira i “top-migrants” (quelli che pagano) da tutta l’Africa. Le cifre fornite da Sarraj per far terrorizzare gli italiani (800 mila pronti a partire) paradossalmente sono sbagliate. Per difetto. Quando il premier Conte parla di “numeri eccessivi” vuol dire che non ha capito il resto di niente. O che fa finta di non capire. Dopo la rinnovata guerra civile scatenata (ancora una volta!) dalle foie francesi, chi scappa dalla Libia ha tutto il diritto di chiedere asilo in Italia, secondo una cofanata di convenzioni internazionali da noi firmate e controfirmate. Da quella di Ginevra, fino al Trattato di Dublino. E allora, zitti e mosca.

Emergenza migranti da venire

Non ci vuole nemmeno la scusa di un conflitto conclamato, bastano solo condizioni che ledano i diritti civili essenziali. Quindi? Semplice, i diritti, una volta sanciti valgono per tutti. Indipendentemente dalle quantità coinvolte. Ergo: la reale emergenza-migranti non è ancora cominciata. Anzi, non è mai cominciata. Quella vera interesserà decine di milioni di esseri umani e dovremo farvi fronte. Come? Pagando per l’accoglienza e stanziando quote importanti del Pil per aiutare i più diseredati a casa loro. Punto. Il resto è tutta sporca politica e spiritualità da “mestieranti”, a quattro palle tre soldi, con una spruzzata di cabaret e di sceneggiata napoletana. In cauda venenum: ma quei Cristi di cui abbiamo parlato e che il loro Getsemani lo vivono tutti i giorni, hanno, o no, il diritto di risorgere pure loro? Buona Pasqua.