venerdì 23 Agosto 2019

Nord Africa

Egitto, Morsi fa paura anche morto,
sepolto di nascosto, allerta massima
L’ex presidente egiziano Mohamed Morsi, morto ieri al Cairo per un arresto cardiaco dopo un’udienza del processo in cui era imputato per spionaggio, è stato seppellito nella zona orientale della capitale, a Nasr City, con un importante dispositivo di sicurezza. Ammessa soltanto la presenza della famiglia.
Morsi, che aveva 67 anni ed era il leader dei Fratelli Musulmani, era stato il primo presidente eletto del post-Mubarak: rimosso dal potere con un colpo di Stato guidato dall’allora suo ministro della Difesa e oggi presidente dell’Egitto Abdel Fattah al Sisi, era detenuto dal 2013.

Il non militare eletto dal popolo

Il Cairo. L’ex presidente, per valutazione di molti analisti politici l’unico democraticamente eletto, era stato deposto dal golpe di al-Sisi nel 2013. Da allora, molti i retroscena di ingerenze ‘esterne’ della sua defenestrazione, al colpo di stato del 2013, dopo un anno dalla sua elezione, mai realmente chiariti. La famiglia aveva denunciato la «morte lenta» cercata dal regime: 23 ore di isolamento e assenza di cure mediche nella famigerata prigione di Tora. Un possibile boomerang per il regime, Timore di proteste dei Fratelli musulmani e Stato di allerta.
“E’ morto in tribunale. Da presidente-detenuto. Da testimone scomodo di ciò che è stata la ‘contro rivoluzione’ messa in atto da un potere militare che ha represso nel sangue la protesta di piazza e instaurato il regime del “presidente a vita”: il generale Abdel Fattah al-Sisi”, commenta Umberto Di Giovannangeli sull’Huffington Post.

La breve presidenza Morsi

Morsi, 67 anni, era detenuto dal 3 luglio 2013, giorno in cui i militari guidati dal generale al-Sisi lo hanno deposto con la forza. Era sotto processo con l’accusa di spionaggio, ma scontava già diverse condanne, tra cui un ergastolo. Una precedente condanna a morte era stata annullata nel novembre 2016 dalla Cassazione.
Dal 2015 era detenuto nella famigerata sezione Scorpion del carcere di Tora, riservata ai prigionieri politici, «progettata in modo tale che chi entra non può uscirne, se non da morto», precisa Pino Dragoni sul Manifesto. Lì ha vissuto in isolamento per 23 ore al giorno, avendo contatti solo con le guardie, costretto a dormire sul pavimento, un trattamento assimilabile alla tortura secondo gli standard internazionali.
Da quando era entrato a Tora i familiari lo avevano potuto visitare solo due volte. Lui stesso in un’udienza del 2017 denunciava le sue gravi condizioni di salute, un diabete aggravato dall’assenza di cure, che gli aveva provocato la quasi totale perdita della vista a un occhio.

Morte preannunciata

In un articolo apparso sul Washington Post lo scorso anno, il figlio Abdullah denunciava che la negligenza sanitaria fosse voluta, in modo da causarne il decesso «per cause naturali» il più rapidamente possibile. Un’inchiesta condotta da alcuni parlamentari britannici era giunta alla conclusione che «se Morsi non riceverà presto adeguate cure mediche, la conseguenza potrebbe essere la sua morte prematura».
Ingegnere metallurgico, con un dottorato negli Stati uniti, Mohamed Morsi torna in Egitto nel 1985 per insegnare all’università. Espressione dell’ala conservatrice della Fratellanza musulmana, dal 2000 al 2005 è membro del parlamento dove, all’epoca il movimento islamista, ancora considerato illegale, viene in parte tollerato dal regime di Hosni Mubarak.

Storia di ‘eletti’ in divisa

Nel 2012, nelle prime elezioni presidenziali post-rivoluzione, la Fratellanza decide di candidare Morsi dopo l’esclusione dell’uomo d’affari Khairat el-Shater, esponente dell’anima imprenditoriale del movimento. Morsi vince per un pugno di voti -polemiche e accuse incrociate di brogli- contro Ahmed Shafiq, esponente del vecchio regime, diventando il primo presidente non militare democraticamente eletto nella storia del paese.
Alle spalle, la storia di autoritarismi e golpe militari dalla cacciata del Re. Un anno di imperio da colpo di Stato per il generale Muhammad Naguib, sino alla Unione Socialista Araba di Gamal Abdel Nasser, che resta al potere sino alla morte, 8 settembre 1970. Segue un altro generale, Anwar Sadat, ucciso nel 1981. Subentra Hosni Mubarak, sino alll’11 febbraio 2011. Poi, l’illusione di primavere arabe, che hanno portato a Mohamed Morsi -il primo civile al comando- e all’attuale ex generale Abdel Fattah al-Sisi.

 

AVEVAMO DETTO

Egitto e democrazia: jihad eletta di Morsi o laicismo in divisa?

Haftar alla Casa Bianca
sorpresa ma non troppo

Haftar che stenta in Libia torna a Washington a chiedere ‘consigli’
‘Offensiva lampo’ per la conquista di Tripoli, arenata da due mesi alla porte della capitale, ed il ‘generalissimo’, autonominato (un altro) ‘maresciallo dell’esercito libico’ (di quale Libia?) ha qualche problema che da militare, diventa politico. E allora lui, cittadino anche americano (mai scordarselo), torna a casa. L’indiscrezione, clamorosa ma ancora senza confermata ufficiale, viene da Libyan Express, secondo cui il generale della Cirenaica, a metà giugno a Washington, si incontrerà con il presidente Donald Trump, col quale finora avrebbe solo parlato al telefono.

Notizia ‘grassa’ e imbarazzi

Dietro all’evento, fine ufficiale della incerta ‘neutralità Usa’ tra le parti libiche, ci sarebbe lo zampino saudita, sostengono i media libici. Utile ricordare che Kalifa Belqasim Haftar, ex fedelissimo del fu colonnello Gheddafi regnante sulla Libia, in rottura col Rais per i suoi insuccessi della guerra in Ciad, fuggì negli Stati Uniti, accolto, coccolato e fatto cittadino. Dettaglio ‘buffo’ (diciamo così) del suo lungo soggiorno americano, la residenza a Langley, sobborgo di Washington dove ha anche sede il quartier generale della Cia. Evviva evviva.

Casa Bianca via Langley?

«La visita, prevista il 18 giugno -dice la fonte all’agenzia di stampa italiana Nova- inizierà con un incontro con il presidente Trump e il generale Haftar alla Casa Bianca alla presenza del segretario di Stato Mike Pompeo». All’ordine del giorno tra i due, raccontano, la lotta alle formazioni terroristiche in Libia, ma forse non è  l’argomento centrale. In Libia la battaglia tra le milizie del premier Serraj e il Libyan national army di Haftar resta bloccata alla periferia della capitale. Problemi militari che potrebbero costringere gli Usa ad uscire alla scoperto su alleanze e interessi in campo.

Intanto è anche alluvione

Negli ultimi giorni però l’attenzione dei media locali va soprattutto alla cittadina sud-occidentale di Ghat, ricorda al mondo Rachele Gonnelli sul manifesto. Quattro giorni da piogge torrenziali che hanno provocato una vera e propria alluvione con morti e oltre duemila sfollati climatici (oltre a quelli di guerra). Ora il timore di epidemie e infezioni in assenza di di aiuti umanitari sia da Bengasi sia da Tripoli. Un Paese con due governi, due parlamenti, due sistemi bancari, eppure la Libia non riesce a soccorrere gli alluvionati di Ghat. Col sindaco che ieri si è rivolto alla vicina Algeria.

Freddino anzichennò
non solo per clima esterno

Picchetto d’onore nel cortile di Palazzo Chigi come si deve a un capo di Stato, anche se lui di fatto uno Stato da comandare non lo ha mai avuto, e sorrisi e strette di mano, e poco altro. Fayez Serraj (meglio Al Sarraj) ieri a Roma, per un giro nelle capitali europee, Berlino e Parigi, per chiedere un maggiore appoggio al suo governo di quell’ «accordo nazionale» ormai finito a fucilate. L’Italia per prima, per geografia e per sostegno, almeno sino a ieri. Ma non ottiene la cosa principale per lui. «L’intimazione al generale Haftar a ritirarsi dalla capitale libica, che tiene sotto assedio da sud dal 4 aprile» spiega Rachele Gonnelli, anche se Serraj, ex alleato chiave e amico del cuore sul fronte anti migranti, prova a sollecitare non sapendo più chi ha alle spalle a sostenerlo.

Con l’Isis o anti Isis?

Merito rivendicato da Serraj con Conte, l’impegno delle forze di Misurata nello sgominare l’Isis a Sirte e quello della sua Guardia costiera nel ridurre drasticamente le partenze dei migranti dalla Libia verso le coste italiane, riferisce il Manifesto. Sulla questione Isis e migranti, versione opposta di Abdulhadi Ibrahim Iahweej, ministro del governo pro Haftar sul Corriere della Sera. «Le milizie di Serraj sono le stesse che proteggono e facilitano la tratta dei migranti verso le vostre coste. Tra loro si annidano estremisti islamici pronti a colpirvi. E Serraj non ha alcuna autorità per controllarle». Poi l’accusa diretta l’ospedale italiano da campo a Misurata che sta curando i feriti delle milizie contro Haftar. «Perché non ne avete aperto uno per i nostri soldati a Tarhouna o Bengasi?».

L’Italia nel mezzo

Conte, convertito dalla telefonata di Donald Trump ad Haftar, ha inaugurato la improvvisa neutralità dell’Italia, per «evitare ulteriori spirali di violenza per poter avviare un confronto fra le parti sotto l’egida delle Nazioni Unite». Passo ulteriore, Conte «confida di incontrare direttamente Haftar», con cui Serraj invece, ha ribadito, non vuole scendere a patti, ovviamente se riesce e resistere all’attacco su Tripoli che non si ferma. L’aviazione della cirenaica sta bombardando pesantemente gli approvvigionamenti di armi delle forze di Serraj a Tripoli (sempre Rachele Gonnelli) «e la contraerea ha abbattuto un caccia, riuscendo a catturare il pilota (un mercenario portoghese) ferito. In più tre brigate di rinforzo per la seconda fase dell’offensiva, avviata lunedì con l’inizio del Ramadan, sono state inviate da Zintan».

Ramadan di guerra

Sul campo dunque, nessuna tregua, nonostante le perorazioni Onu. Il generale Khalifa Haftar domenica ha lanciato il video-discorso «Determinazione e forza» in cui chiarisce che l’offensiva continuerà anche nel mese che i musulmani dedicano a pietà e perdono. Il discorso, punteggiato da riferimenti religiosi e patriottici -sempre Rachele Gonnelli- ricorda precedenti battaglie vittoriose a Derna e a Bengasi proseguite durante le feste. «Dopo aver bombardato il quartiere generale avversario, ha affermato di aver chiuso la prima fase della battaglia ma solo per aprirne una seconda, più intensa e cruenta, ed eventualmente una terza. È la risposta alla richiesta della missione Onu di una tregua per il Ramadan e la consegna di aiuti».

Ma torna anche l’ex Isis

Haftar contro Al Sarraj 430 morti dopo, ma non soltanto, e rispunta il fantasma armato e feroce dell’ec Isis, jihadisti allo sbaraglio, ormai più predatori che guerriglieri di Allah. Un attacco nei dintorni di Sebha contro la caserma del Battaglione 166 dell’Esercito nazionale libico, la milizia del generale Haftar, che ha subito pesanti perdite, almeno 9 morti, secondo altre fonti 16. E spuntano anche dei ribelli ciadiani. Sul sito Amaq dell’Isis è arrivata la rivendicazione, con foto dal teatro degli scontri. Nel suo recente videomessaggio dalla clandestinità, il califfo al Baghdadi aveva spronato i combattenti in rotta dalla Siria a «prendere l’iniziativa in Libia» sfruttando la situazione che vede le truppe di Haftar, nemico della Fratellanza musulmana ma anche dell’Isis, impegnate nella conquista della capitale.