lunedì 23 ottobre 2017

Nazioni Unite

Gli Stati Uniti si sono ritirati dall’Unesco. La decisione è stata motivata accusando l’organizzazione dell’Onu con sede a Parigi di «inclinazioni anti israeliane». Washington -ha affermato la portavoce del Dipartimento di Stato americano, Heather Nauert- sostituirà la propria rappresentanza attuale con una «missione di osservatori». La decisione è stata comunicata dal segretario di Stato Rex Tillerson alla direttrice generale dell’Unesco, Irina Bokova.

La questione di Gerusalemme
A spingere Washington alla clamorosa mossa sarebbero state alcune recenti decisioni dell’organizzazione legata all’Onu. In particolare la risoluzione con la quale nel luglio scorso l’Unesco ha negato la sovranità di Israele sulla città di Gerusalemme vecchia e Gerusalemme est. In un vertice tenutosi a Cracovia l’Unesco aveva dichiarato che Israele è «potenza occupante». Come affermano ripetute risoluzioni del Consiglio di sicurezza Onu.
Risoluzioni storicamente forzate -denuncia Usa- l’aver negato il legame culturale tra Israele e il Muro del Pianto, mentre in un vertice a Cracovia era stato riconosciuto quale «patrimonio dell’umanità» il sito della tomba dei Patriarchi a Hebron, definito tuttavia «sito palestinese». Forzature storico politiche nella versione statunitense di contestazione all’Unesco.
Gli Stati Uniti avevano smesso di finanziare l’Unesco dopo la sua decisione di includere la Palestina come Stato membro nel 2011, pur decidendo di mantenere il proprio ufficio nel quartier generale di Parigi per cercare di continuare ad avere un peso politico sulle sue decisioni. Ora la svolta decisamente filo israeliana dell’amministrazione Trump.

COS’È L’UNESCO

L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura, in inglese United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization, da cui l’acronimo UNESCO.
Fondata durante la Conferenza dei Ministri Alleati dell’Educazione nel novembre 1945, l’UNESCO è un’agenzia delle Nazioni Unite creata per promuovere la pace e la comprensione tra le nazioni con l’istruzione, la scienza, la cultura, la comunicazione e l’informazione.
In realtà l’UNESCO -allora mancava un nome- è stata pensata durante la Conferenza dei Ministri dell’Educazione dei Paesi Alleati contro il Nazismo che si riunì la prima volta a Londra nel 1942 in piena seconda guerra mondiale.
L’Italia è stata ammessa l’8 novembre 1947 all’unanimità durante la seconda sessione della Conferenza Generale a Città del Messico. Riconoscimento che ebbe il valore morale di un primo passo verso l’ammissione dell’Italia all’ONU, che stava incontrando proprio in quel periodo notevoli difficoltà, per le responsabilità del fascismo nella seconda guerra mondiale.

Gli abbandoni precedenti
L’UNESCO è stata a volte al centro di controversie, soptratutto nella fase storica della ‘Guerra fredda’. Gli Stati Uniti si ritirarono dall’organizzazione in segno di protesta nel 1984 e il Regno Unito nel 1985. Il Regno Unito ha nuovamente aderito nel 1997 e gli USA nel 2003.
Il 31 ottobre 2011, l’Assemblea generale dell’UNESCO ha accettato l’adesione della Palestina, con una votazione che ha visto 107 voti a favore, tra i quali quelli di Francia, Cina e India, e l’astensione di 52 altri Paesi, tra cui il Regno Unito.
L’ammissione della Palestina ha creato un attrito politico con gli Stati Uniti e altri stati contrari, con un arresto dei finanziamenti a favore dell’organizzazione da parte di Stati Uniti e Israele.

I collaboratori che resistono alla Casa Bianca ci provano a frenare le intemperanze politiche e caratteriali del leader. Il segretario di Stato americano Rex Tillerson incontra tutti i firmatari dell’accordo sul nucleare iraniano, compreso il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif. Dubbi, ma senza esagerare.
«Ho deciso», ha preannunciato ai cronisti Donald Trump, senza però rivelare le sue intenzioni. Come fece con l’accordo di Parigi sul clima, tenendo il mondo col fiato sospeso per giorni. La Nbc, citando quattro fonti, tra cui una ad alto livello nell’amministrazione americana, ha riferito che il miliardario vorrebbe la bocciatura dell’accordo.
L’obiettivo finale di Trump, spingere gli alleati europei a rinegoziare alcune misure e fare pressione sull’Iran perché torni al tavolo.

Ma l’Iran non ci pensa proprio, anche se è più accorto politico. Il presidente Rouhani ha difeso l’accordo escludendo di rinegoziarlo. «Non saremo noi i primi a violarlo», ha detto all’assemblea generale dell’Onu, criticando duramente le minacce di Trump, anche se ha detto di non aspettarsi che gli Usa escano dall’intesa, «Nonostante la retorica e la propaganda».
A difendere strenuamente l’intesa è stata Federica Mogherini, la rappresentante per la politica estera Ue. «Non c’è alcun motivo per smantellare un accordo che funziona e dà risultati», ha sostenuto, riferendo che tutte le parti concordano sul fatto che finora è stato rispettato, come certificato dall’Aiea. «Abbiamo un’altra potenziale crisi nucleare. Non abbiamo assolutamente bisogno di entrare in un’altra», con chiaro riferimento alla crisi nordcoreana.

Se Trump facesse saltare il ‘patto’ nucleare iraniano, sarebbe decisamente più difficile convincere Kim Jong-un a fidarsi di un ipotetico accordo sul disarmo nucleare. «L’accordo non appartiene a un Paese o a sei paesi, appartiene alla comunità internazionale, e non è un Paese che può smantellarlo, perché è una risoluzione del Consiglio di sicurezza», sottolinea la rappresentante dell’Ue. Con qualche problema in casa. Il presidente francese Emmanuel Macron, insistentemente protagonista, pur sostenendo che sarebbe un errore uscire dal patto, ritiene che l’accordo attuale non sia sufficiente, dato l’aumento della pressione che Teheran sta esercitando nella regione e la prosecuzione del programma balistico. Parigi, dopo Londra in uscita, il nuovo braccia ‘americano’ in e Europa. Mentre Tump aveva già definito l’intesa sul nucleare iraniano firmata da Barack Obama «Un’imbarazzante cedimento degli Stati Uniti».

Una risoluzione politica tra le tante all’Assemblea Onu, di scarsa efficacia pratica, ma di forte significato politico. Avviare entro il 2017 i negoziati per un Trattato internazionale per vietare le armi nucleari. Una decisione storica, la definiscono i pacifisti, dopo due decenni di paralisi negli sforzi per il disarmo nucleare. Efficacia zero ma significato mille. E qui accade l’inverosimile, salvo tradurre tutto in politichese.
Nella riunione del Primo Comitato dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite che si occupa di disarmo e questioni di sicurezza internazionale, 123 nazioni hanno votato la Risoluzione, mentre 38 -compresa l’Italia- hanno votato contro, e 16 Paesi si sono astenuti. Italia potenza nucleare o diplomazia rincitrullita?
Colpa della Nato, ci dirà qualcuno, come se i vincoli di alleanza e il dovere di difenderci escluda il sostenere il disarmo atomico.

A battuta da polemica politica di casa, viene in mente l’ira esibita al mondo per la risoluzione Unesco sulla spianata delle Moschee a Gerusalemme. Renzi in coro con Netanyahu su un’altra risoluzione simbolo che certo non sottrae a Israele il controllo di quei luoghi sacri alle tre religioni. Ora dovremmo sentire altre urla di dolore, in coro con Papa Francesco, e altra ira e convocazione del Gentiloni ministro materasso. Attendiamo fiduciosi, ma solo per ridere. Intanto cerchiamo di capire tutte le complessità dietro il No italiano.

Risoluzione Onu L.41 del 27 ottobre 2016, per la storia. Viene fissata una Conferenza tematica delle Nazioni Unite a partire da marzo del prossimo anno, sino a luglio. Riunione aperta a tutti gli Stati membri, «Col fine di negoziare uno strumento giuridicamente vincolante per vietare le armi nucleari, che porti verso la loro eliminazione totale». Scopriamo che la ‘Campagna Internazionale per l’abolizione delle armi nucleari’, l’ICAN, è una coalizione di movimenti della società civile attiva in 100 Paesi, di cui anche Rete Italiana per il Disarmo è parte.

Risoluzione vincente con una vasta maggioranza nonostante il braccio di ferro condotto dagli Stati dotati di armi nucleari. 57 nazioni co-sponsor, cioè primi firmatari del testo proposto, con Austria, Brasile, Irlanda, Messico, Nigeria e Sud Africa. Il voto delle Nazioni Unite è avvenuto solo poche ore dopo l’adozione da parte del Parlamento Europeo di una propria risoluzione su questo tema: 415 voti favorevoli ed un invito a tutti gli Stati dell’Unione a partecipare ai negoziati del prossimo anno. Anche qui il voto contrario dell’Italia sotto l’ombrello nucleare NATO, che, per gli accordi di «Nuclear Sharing», ospita in casa parte di quegli ordigni.

Risoluzione altamente simbolica, ma poco di più, porta a dire la concretezza. Resta la constatazione che quelle nucleari rimangono le uniche armi di distruzione di massa non ancora fuori legge in modo globale e universale, nonostante i loro catastrofici impatti ambientali e umanitari, ben chiari e documentati. Armi biologiche, armi chimiche, mine antiuomo e bombe a grappolo sono ordigni tutti esplicitamente proibiti dal diritto internazionale, salvo le solite eccezioni dei soliti Stati che -ad esempio- le bombe a grappolo le stanno usando tranquillamente nelle guerre attualmente in corso. Con qualche sospetto -qualcosa in più di semplici sospetti- per armi chimiche e/o biologiche.

Per le armi nucleari esistono invece solo divieti parziali. Il disarmo nucleare è stata una delle priorità delle Nazioni Unite sin dalla creazione dell’Organizzazione nel 1945. Gli sforzi per far avanzare questo obiettivo fondamentale si sono fortemente rallentate negli ultimi anni, con le potenze nucleari che hanno deciso di investire nella modernizzazione dei propri arsenali. Venti anni sono passati dalla negoziazione del precedente strumento multilaterale di disarmo nucleare: il «Comprehensive Nuclear-test Ban Treaty» discusso nel 1996 ma che deve ancora entrare formalmente in vigore per l’opposizione di una manciata di nazioni.

Ci sono ancora più di 15.000 armi nucleari attualmente nel mondo, in particolare negli arsenali di appena due nazioni: gli Stati Uniti e la Russia. Sette altri Stati possiedono armi nucleari: Gran Bretagna, Francia, Cina, Israele, India, Pakistan e Corea del Nord. La maggior parte delle nove nazioni nucleari hanno votato contro la risoluzione Onu. Molti dei loro alleati, compresa l’Italia e gli altri Paesi in Europa che ospitano armi nucleari sul loro territorio come parte di un accordo NATO, non hanno sostenuto la risoluzione L.41. Ma le nazioni dell’Africa, dell’America Latina, dei Caraibi, del Sud-Est asiatico e del Pacifico hanno votato a grande maggioranza e ritorneranno ad essere protagonisti in occasione della Conferenza di negoziazione a New York il prossimo anno.