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lunedì 11 Novembre 2019

Missioni militari

‘Ground zero’ degli italiani

Dall’Agenzia giornalistica Italia, l’AGI. «L’anno è il 2003. Il giorno, il 12 novembre. L’ora le 10,40 di Nassiriya, le 8,40 da noi. L’anno, il giorno e l’ora in cui la guerra torna inaspettata nelle case degli italiani più di 50 anni dopo quella mondiale. E il nome di una città nel cuore dell’Iraq si lega per sempre alla morte di 12 Carabinieri, 5 militari dell’Esercito, un cooperatore internazionale e un regista, vittime di un attentato che uccide anche 9 iracheni e provoca 58 feriti».

Italian Joint Task Force

Il conflitto in Iraq è ufficialmente finito da sei mesi, ma una risoluzione Onu ha invitato tutti gli Stati a contribuire alla rinascita del Paese. Contributo italiano a partire dal 15 luglio, missione di peacekeeping ‘Antica Babilonia’. Il Comando dell’Italian Joint Task Force è a 7 chilometri da Nassiriya, base ‘White Horse’, non lontana da quella Usa di Tallil. Il Reggimento composto da Carabinieri e polizia militare romena, occupa due postazioni: base ‘Maestrale’ e base ‘Libeccio’, entrambe al centro dell’abitato proprio per un contatto ravvicinato con la comunità locale. Le basi sono divise da poche centinaia di metri.

‘Animal House’

Per base ‘Maestrale’, chiamata anche ‘Animal House’, già sede della Camera di Commercio ai tempi di Saddam Hussein, quel 12 novembre sembra una mattina come le altre. Almeno fino a quando sul compound piomba a tutta velocità un camion cisterna blu carico di esplosivo: dai 150 ai 300 chili di tritolo mescolati a liquido infiammabile.

Kamikaze contro

«Andrea Filippa, il Carabiniere di guardia all’ingresso, spara e uccide due kamikaze impedendo che il camion esploda all’interno e che le proporzioni della tragedia siano ancora più grandi, ma la deflagrazione, con un terribile effetto domino, fa saltare in aria anche il deposito munizioni e le scene che si presentano agli occhi dei primi soccorritori – i Carabinieri stessi, la nuova polizia irachena e gli abitanti di Nassiriya – sono raccapriccianti. Un inferno di polvere, fuoco e sangue».

I nostri morti

Con Filippa muoiono i colleghi Massimiliano Bruno, Giovanni Cavallaro, Giuseppe Coletta, Enzo Fregosi, Daniele Ghione, Horacio Majorana, Ivan Ghitti, Domenico Intravaia, Filippo Merlino, Alfio Ragazzi e Alfonso Trincone.

Muoiono i militari dell’Esercito Massimo Ficuciello, Silvio Olla, Alessandro Carrisi, Emanuele Ferrero e Pietro Petrucci, che scortavano la troupe di Stefano Rolla e il cooperatore Marco Beci; muoiono anche Beci e Rolla, quest’ultimo impegnato con la sua troupe nelle riprese di uno sceneggiato sulla ricostruzione del Paese.

Le ipotesi sulla matrice dell’attentato sono tante: una pista porta ad al Zarqawi e agli estremisti sunniti, un’altra a una cellula terroristica libanese vicina ad Al Qaeda ma i sospetti convergono sempre e comunque su elementi arrivati da fuori provincia di Dhi-Qar. Si indaga anche su eventuali errori ed omissioni nella catena di comando, si cerca di capire se un allarme lanciato dai servizi fosse stato ignorato o meno, ma l’iter giudiziario si dipana per anni con una recente condanna. Ma questa è un’altra storia.

Bulli con le ali e poco cervello

Sui social media la foto di un pilota che si pettina i baffi in volo. «C’è chi legge, chi si riprende senza maschera d’ossigeno», precisano le agenzie internazionali. A dicembre 2018 in uno schianto tra un jet da combattimento e un aereo di rifornimento, morirono in sei, ricorda Fati Riccardi su Repubblica. E la stessa inchiesta Usa denunciò il “clima non professionale” all’interno nella base aerea di Iwakuni come la causa dello scontro. Provvedimenti americani ignoti, e ora il governatore giapponese si arrabbia: «Prendere misure di sicurezza immediate». Forse qualche attributo in più di chi gestì in Italia la tragedia di altri bulli volanti Usa sul Cermis.

E non è neppure la prima volta

Questo nuovo richiamo arriva dopo l’uscita del rapporto su un incidente mortale avvenuto nel dicembre 2018, quando due aerei militari si schiantarono durante un volo notturno. Dal rapporto americano dell’inchiesta risulta che i piloti scattavano selfie mentre erano in volo. Il rapporto militare lascia pochi dubbi sull’incidente e rivela una diffusa cattiva condotta tra i piloti dell’unità. I selfie scattati erano poi stati pubblicati sui social media. C’è la foto di un pilota che si pettina i baffi durante il volo, quella di un altro che legge The Great Santini, un romanzo di Pat Conroy del 1976 su un pilota di caccia: le mani sul libro, non sui comandi.

Bulli noti e comandi irresponsabili

«Esempi di tale non professionalità includono abuso di droghe da banco e da prescrizione, consumo eccessivo di alcol, adulterio, violazioni di ordini e incapacità di seguire i principi fondamentali di formazione e operazioni di aviazione professionale», si legge nel rapporto. Più che una base militare, un autentico bordello, salvo il fatto che qui bulli strafatti e ubriachi portavano sotto la pancia dei loro cacci, ordigni micidiali. Secondo l’agenzia Kyodo, a causa dei selfie a bordo sono stati licenziati quattro ufficiali, tra i quali un comandante che aveva pubblicato una foto sul suo profilo WhatsApp che lo mostrava senza maschera di ossigeno e con la visiera alzata.

Tutti matti e solo sul Giappone?

Un mese prima dello schianto di dicembre, un jet da combattimento della portaerei USS Ronald Reagan era precipitato in mare al largo dell’isola  di Okinawa, salvi i due dell’equipaggio. Il 19 ottobre 2018 un elicottero Seahawk della marina americana si era schiantato sul ponte della Ronald Reagan poco dopo il decollo ferendo una dozzina di marinai. L’esercito ha anche avuto difficoltà con i suoi aerei Osprey, con atterraggi di emergenza. Un incidente mortale e un pezzo di elicottero caduto vicino a una scuola elementare di Okinawa. Giovedì il ministero Difesa ha dovuto denunciare che un F-16 Usa ha ‘accidentalmente rilasciato’ (e ci mancherebbe altro) una bomba inerte, disinnescata. Dev’essere l’effetto Trump ad alta quota.

A US F-16 accidentally released a dummy bomb several kilometres outside a bombing range in Japan’s northeast on Thursday.

AVEVAMO DETTO

Missioni militari 1.100 milioni
per la cooperazione solo spiccioli

Missioni militari italiane 2019 all’estero, costo previsto di oltre 1.100 milioni di euro ed appena un centinaio di milioni per la cooperazione allo sviluppo, con un rapporto spesa militare/cooperazione 10 a 1. Ed ecco le missioni su cui il governo ha chiesto al Parlamento l’autorizzazione alla proroga.

Quanti e dove, dubbi sui perché

Dunque 7.000 soldati, seicento 24 in meno rispetto allo scorso anno. Decine di missioni per una varietà di committenti: Onu, Nato, Unione europea e accordi bilaterali. Il costo delle missioni è a carico del ministero dell’Economia e Finanze, non della Difesa, ‘con scarsa trasparenza’, annota Luciano Bertozzi sul manifesto.
Record lontana Asia.
Il maggior numero di soldati è impiegato in Asia, in Afghanistan in particolare. Per il nostro contingente in Afghanistan, spesa di 120 milioni, circa il 10% dell’intera spesa delle missioni estere. Partecipazione italiana presa nel 2012 rispetto a molti abbandoni di Paesi Nato, missione giudicata da più parti assurda di fronte al fallimento dell’intervento militare Usa-Nato, visto che, dopo 18 anni, gran parte del Paese asiatico è controllato dai guerriglieri talebani con cui gli statunitensi sono ora costretti a trattare per uscire dalla trappola in cui si sono cacciati nei tempi antisovietici lontani.

Afghanistan senza ragioni

Italia lì ufficialmente per ripristinare i diritti umani, ma -sempre Luciano Bertozzi- «addestriamo e sosteniamo anche la polizia nazionale afghana che secondo l’Onu utilizza da molti anni anche bambini, in spregio al diritto internazionale. E supportiamo l’esercito di Kabul che pure, in violazione del diritto internazionale distrugge scuole e centri sanitari e si è reso responsabile di gravi violazioni dei diritti umani. Continuano gli attacchi alle scuole ed agli insegnanti, secondo le Nazioni Unite, anche da parte delle forze di sicurezza di Kabul».
Continuano, sempre secondo l’Onu, gli abusi sessuali, i “bacha bazi” praticati dai poliziotti. Cose note, denunce politiche non pervenute. «In attesa di un ritiro più volte promesso, sollecitata da tempo una pressione italiana per porre fine agli abusi e punire i responsabili». Il Movimento 5 Stelle dall’opposizione, aveva chiesto, il ritiro del contingente. Ora, con la ministro delle difesa Trenta, il silenzio.

Africa, meno soldati, più missioni

In Africa il maggior numero di missioni, le principali in Libia, Niger e Corno d’Africa. Importante ma a sua volte problematica, la missione europea in Somalia, per l’addestramento dell’esercito di Mogadiscio, comandata da un generale italiano e con oltre cento militari italiani. Anche qui, l’Onu denuncia da anni l’utilizzo in combattimento di minori e la distruzione di scuole ed ospedali, oltre a gravi violazioni dei diritti umani. Ed è anche missione italiana formazione e addestramento della polizia somala, più volte accusata da Human Right Watch di gravi violazioni dei diritti umani. Anche in questo caso non risultano pressioni italiane contro questo abusi, e il condizionare gli aiuti al rispetto delle libertà fondamentali.

Mediterraneo ferma migranti

Mediterraneo centrale e Libia, per il «contrasto all’immigrazione clandestina». Più missioni e ulteriori dubbi ed incertezze sui risultati reali da parte degli ‘assistiti’. A partire dall’assistenza e addestramento della Guardia costiera libica e la manutenzione delle navi da noi cedute. Nella missione europea EuNavFor Med-Sophia, la partecipazione italiana è di 520 militari e alcuni aerei. Missione parzialmente sospesa per la pressione italiana sul luogo di sbarco dei naufraghi soccorsi.
Via le navi di vigilanza e soccorso, ma continua la formazione della Guardia costiera e della Marina libica. Problema più volte sollevato, lo stato di guerra in corso, e i modi della autorità locali e della Guardia costiera da noi addestrata di fermare in flusso di migranti verso le nostre coste, e il modello di ‘soccorso in mare’ praticato e il successivo trattamento a terra. Infine nella missione bilaterale in Niger, molto contestata per interessi locali e internazionali sopratutto francesi, dove risultano presenti quasi trecento soldati.

Tra il dire e il fare..

Italia ancora in Afghanistan e Iraq. ‘Decreto Missioni’ in consiglio dei ministro la settimana prossima. Ed è ufficiale: le missioni internazionali non si toccano. Qualche sforbiciata, ma niente di rivoluzionario, molto molto lontani dalle minacce 5Stelle del passato. «Sull’intervento in Afghanistan siamo sempre stati chiari. Per noi quello è un intervento che per la spesa pubblica italiana è insostenibile», diceva Di Maio ancora nel novembre scorso. Adesso siamo scesi al più mite «Ce ne andremo dall’Afghanistan il prima possibile », annunciato un mese fa alla festa del Fatto alla Versiliana.

‘Sforbiciatine’ a cosa?

100 uomini in meno in Afghanistan nel prossimo anno (sui 900 presenti finora), ma la sostanza non cambia. Così con l’Iraq (dopo il picco di 1497 presenza nel pieno della sfida Isis, alle circa 500 del 2017): una prima parziale riduzione è già avvenuta nei primi nove mesi dell’anno. Altri 50 uomini non saranno rimpiazzati a Mosul, dove avevano il compito di vigilare sul cantiere di manutenzione straordinaria affidato alla ditta italiana Trevi per la enorme diga (Ex Saddam), che fornisce acqua a un buon pezzo di Iraq ma la cui instabilità minaccia la stessa Baghdad in caso di crollo.

Iraq, partita interna

Per un paio di anni, attorno alla diga di Mosul c’è stata una guarnigione di 400 soldati italiani in assetto da guerra, che ha vigilato su uno dei cantieri più pericolosi al mondo. Con le milizie dell’Isis a pochi chilometri, armate di droni e di artiglieria. «Gente che non si preoccupava certo di lesinare sui kamikaze o sull’utilizzo di armi sporche», ricorda Francesco Grignetti su La Stampa. Agli italiani era riservato l’anello più interno. Truppe speciali americane di rinforzo poco lontano. E di fronte verso le postazioni dell’Isis i reparti curdi. 2019, non dovrebbe esserci più nessun italiano.

Caos Afghanistan

«La riduzione dei 100 uomini in Afghanistan rientra nel graduale disimpegno voluto dal ministro», è la versione politica dei ripensamento che viene dal ministero della difesa. «Considerato l’imminente processo elettorale, abbiamo tuttavia agito con responsabilità anche verso gli alleati. Nel 2019 si procederà ad ulteriori riduzioni, mantenendo sempre la capacità operativa della missione». ‘A dire il vero, il governo di centrosinistra aveva preventivato un taglio anche più cospicuo, di 200 uomini’, ricorda Grignetti. -100 soldati in Afganistan, -50 in Iraq, ma partiamo per il Niger.

Missione in Niger

Il provvedimento, quindi, non prevede necessariamente una diminuzione del numero assoluto di militari impegnati all’estero, ma uno spostamento di obiettivi e di risorse. Agire in Africa, a sud della Libia e in particolare al confine con il Niger, ha imposto la Lega, per fronteggiare l’emergenza migranti. Ma nel paese africano sono già presenti militari italiani della missione MISIN, iniziata formalmente a inizio 2018. Concentrare le forze nell’Africa sub-sahariana, dove la missione italiana dovrebbe arrivare a coinvolgere fino 470 militari. Il totale finale fa un ‘più’ molto marcato.

 

AVEVAMO DETTO

Niger, parte la missione italiana, in cosa ci stiamo cacciando?