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martedì 15 Ottobre 2019

Golfo Persico

Qualcuno cerca guerra

Primo erano solo “si dice”. Adesso è praticamente una conferma quasi scritta: sottomarini israeliani, a propulsione diesel ma con armi nucleari a bordo, della classe “Dolphin”, stazionano nel Golfo Persico davanti alle coste dell’Iran. In teoria, sarebbero pronti ad effettuare un secondo strike contro il Paese sciita se Teheran dovesse attaccare per prima Gerusalemme con i suoi missili. La rivelazione è stata implicitamente offerta dai dettagli che sono stati diffusi sul piano Trump di pattugliamento delle acque del Golfo, dallo Stretto di Hormuz fino a Bassora.
Della sorveglianza delle rotte marittime si occuperà una forza multinazionale di difesa (ma sarebbe meglio dire di attacco) comandata dagli Stati Uniti e di cui fanno parte il Regno Unito, l’Arabia Saudita, gli Emirati e (pare) la Francia. A questo nucleo di forze incaricate della supervisione anche delle rotte che portano dall’Oceano Indiano fino al Golfo Persico, ormai è accertato si è aggiunto anche Israele. E questo ha fatto andare in bestia gli ayatollah e l’ala più “dura e pura” del regime iraniano. Si tratta, dicono gli analisti, in pratica dell’apertura di un quinto fronte contro la teocrazia persiana.

Sottomarino israeliano classe “Dolphin” di fabbricazione tedesca

Sunniti Usa Israele, chi arruola chi

Il confronto ormai si estende dal Golan alla Striscia di Gaza e dalla Siria alle zone centrali dell’Irak. Ultimamente le forze aeree israeliane hanno colpito, per la prima volta, un convoglio armato di Guardie rivoluzionarie iraniane proprio in Irak, distruggendo diversi veicoli da trasporto che a quanto pare stavano spostando dei missili di ultima generazione. La storia dei sommergibili di Gerusalemme posizionati nelle acque del Golfo Persico non è nuova, ma a quanto pare finora mancavano conferme.
È, evidentemente, un ulteriore segnale della escalation che sta interessando la regione e che provoca malumori sempre più diffusi ai vertici del regime sciita. La domanda che si fanno (e che fanno) gli ayatollah è molto semplice: per quale motivo gli israeliani hanno dislocato sottomarini con armi nucleari a bordo nelle acque prospicienti le coste iraniane? E, rivolgendosi alla comunità internazionale, la domanda più pressante è: “Non vi sembra una provocazione bella e buona?”

Fantapolitica e fantafrottole

A gettare altra benzina sul fuoco arriva anche la notizia “di sguincio” (ma e solo una provocazione) di una molto fantascientifica manovra a tenaglia iraniana che coinvolgerebbe unità delle brigate al-Qods, trasportate nel sud del Libano…. per via subacquea. A Gerusalemme hanno già fatto sapere che una ipotesi di questo tipo scatenerebbe una immediata reazione armata israeliana. Evidentemente in Israele considerano un vero e proprio casus belli la possibilità che unità di èlite iraniane siano stanziate ai confini del Golan e nelle aree prospicienti all’Alta Galilea.
Beh, dicono gli ayatollah, e allora? Come dobbiamo considerare i sottomarini nucleari “Dolphins”? Ma non basta. A complicare la situazione intervengono altri spifferi di corridoio. Le barbefinte della Cia si starebbero dando da fare per organizzare delle centrali insurrezionali fin dentro l’Iran, prendendo a modello, paradossalmente, le stesse brigate al-Qods degli ayatollah. In pratica, si punterebbe su tribù etnicamente e culturalmente lontane dalle radici persiane, per alimentare una sorta di guerriglia interna, in più aree.

Sottomarino iraniano classe Fateh

Stranamore Bolton & C

Questo tipo di pressione, unito a quella già forte esercitata dalle sanzioni economiche, che stanno affossando il sistema-paese iraniano, secondo la Casa Bianca indurrebbe gli ayatollah a più miti pretese. Molti analisti statunitensi pensano che la strategia di Trump, di assediare Teheran per riportarla al tavolo delle trattative nucleari, facendole abbassare il prezzo per ottenere maggiori concessioni, potrebbe anche funzionare. Il problema di fondo è che ormai lo scontro titanico tra sciiti e sunniti si è diffuso a macchie di leopardo. Secondo le ultime informazioni arriva fino al Kashmir indiano, addirittura.
Ma l’area più ribollente, è quella che va sempre dal sud del Libano fino allo Yemen. In quest’ultimo caso si registrano differente vedute tra la stessa Arabia Saudita e gli Emirati. Questi ultimi premono per arrivare a una soluzione negoziata che possa garantire l’intangibilità degli oleodotti, dei pozzi petroliferi e, soprattutto, delle petroliere che transitano attraverso lo Stretto di Hormuz. In questa fase interlocutoria, il principe Saudita bin Salman sembra riflettere per scegliere l’opzione migliore. In ogni caso, la situazione politico-diplomatica resta molto confusa e nelle prossime settimane potrà succedere di tutto.

SOTTOMARINI ‘SOSPETTI’ GIÀ DALL’ACQUISTO

‘Guerra e pace’ twittata da Trump

Golfo, Oman mediatore con l’Iran, pace a scadenza elettorale Usa? Eppur si muove”, avrebbe detto Galileo davanti alla Santa Inquisizione. Questa volta, però, lo fa capire Donald Trump, senza velleità astrofisiche, ma parlando di un possibile accordo con l’Iran. nella prospettiva delle prossime elezioni presidenziali che, evidentemente, gli scaldano oltremodo le terga. E allora sottolineiamo i tre indizi che fanno una prova, come avrebbe detto Agatha Christie.

Uno

Il Presidente americano, “stretto” dalle pressioni dei suoi adviser più lungimiranti, per uscire dallo stallo, ha pregato il senatore repubblicano Lindsay Graham di aiutarlo a studiare un piano nucleare alternativo con Teheran, che annulli, è vero, quello sottoscritto da Obama, ma che contemporaneamente consenta a tutti di non perdere la faccia. E a lui, aggiungiamo noi sommessamente, di vincere le prossime elezioni alla Casa Bianca.

Due

La seconda mossa, è stata quella di spedire il suo genero e consigliere Jarod Kushner, in Marocco, a conferire con un vasto assortimento di emiri, sceicchi e califfi. Tra cui il Ministro degli Esteri dell’Oman, Yusuf bin Alawi bin Abdullah, incaricato in questi ultimi tempi di fare il diplomatico-ombra per ricucire gli sfilacciatissimi rapporti con gli ayatollah.

Tre

Ma la notizia che fa più rumore e che per ora è stata in qualche modo confinata nelle segrete stanze, è quella relativa a colloqui segreti (ma non tanto) tra l’Iran, l’Arabia Saudita e gli Emirati arabi uniti. Evidentemente delusi dal continuo traccheggiare di Trump, bin Salman e i suoi consiglieri hanno pensato bene che chi fa da sé fa per tre.

Rischio ‘guerra per sbaglio’

In effetti, i sauditi si sono un tantino stancati dei continui zig-zag dell’Amministrazione americana. Insomma, si sono detti a Riad, si attacca o non si attacca? Perché restare in mezzo al guado non serve a nessuno e, anzi, potrebbe rivelarsi un temporeggiamento pericolosissimo. Una rottura della catena di comando potrebbe portare a un incidente di percorso non voluto e allo scatenamento di una guerra “per sbaglio”. Con la chiusura dello Stretto di Hormuz a doppia mandata e con ricadute catastrofiche sul traffico commerciale, a cominciare da quello del greggio.

Di Donald non mi fido

Commentando lo stallo della situazione, un alto diplomatico degli Emirati ha detto dietro le quinte ad Abu Dhabi che i sauditi e i loro alleati non hanno alcun interesse a partecipare a un piano di sicurezza marittima, così come ideato dagli americani, se poi i risultati pratici sono pressoché nulli. Molto meglio cercare un canale diretto di confronto con gli ayatollah, che consenta di piantare alcuni paletti. A cominciare dalla sicurezza della navigazione,che dovrebbe essere un vantaggio per tutti. Beh, detto fatto.

Emiri a Teheran

Lo scorso 30 luglio, per la prima volta dopo sei anni, una folta e autorevole delegazione degli Emirati arabi uniti è giunta Teheran per un faccia a faccia con la controparte sciita iraniana. Secondo fonti dei servizi di intelligence israeliani, la missione degli emiri dovrebbe avere avuto successo. Perché ha aperto la strada a colloqui diretti tra la teocrazia persiana e i nemici di vecchia data sauditi. Bin Salman sarebbe pronto a dialogare con gli iraniani su alcuni aspetti della sicurezza nella regione, a patto che nel mazzo sia compresa una sorta di pacificazione dello Yemen, dove i ribelli sciiti stanno mettendo a dura prova la pazienza di Riad.

Stretti e Yemen

Secondo voci di corridoio non confermate, il piano ipotizzato consentirebbe di regolare la navigazione in tutta la regione compresa tra lo Stretto di Hormuz nel Golfo Persico e quello di Bab el Mandeb nel Mar Rosso. Compresa la salvaguardia dei terminali petroliferi. Naturalmente, l’approccio cooperativo alla risoluzione del conflitto consentirebbe a sunniti e sciiti di avere reciproci vantaggi. In particolare, Teheran uscirebbe dall’isolamento diplomatico e potrebbe individuare una scappatoia per sfuggire alla tagliola delle sanzioni commerciali americane, che la stanno stritolando.

Netanyahu addio

Golfo, Oman mediatore con l’Iran. Diversi commentatori sottolineano le conseguenze negative della ripresa del dialogo tra Arabia Saudita e Iran per Israele. Soprattutto il premier Netanyahu potrebbe trovarsi spiazzato, per quanto riguarda uno dei punti cardine della sua prossima campagna elettorale. La verità, dicono gli analisti più critici a Gerusalemme, e che nonostante tutte le offerte tecnologiche commerciali e di difesa che gli israeliani hanno avanzato nei confronti degli improvvisati partners sunniti della Penisola arabica, il risultato finale resta uno solo: l’unico disposto a fare la guerra all’Iran e Israele. Perché anche Trump e tutti gli altri alleati sunniti, per interessi diversi ma questa volta coincidenti, sembrano orientati a evitare lo scontro.

Navi da guerra, sbirri pericolosi

Golfo Persico: altra nave da guerra inglese a guardia di petroliere

Il cacciatorpediniere HMS Duncan è stato inviato nella regione per scortare le navi attraverso lo stretto di Hormuz dopo che l’Iran ha sequestrato una petroliera battente bandiera britannica all’inizio di questo mese, in quello che Londra ha definito un atto di “pirateria statale”, leggiamo su diverse agenzie.
Il cacciatorpediniere si unisce alla fregata HMS Montrose, che dovrebbe essere sottoposta a manutenzione nel vicino Bahrain a fine agosto. Sarà sostituita da un’altra fregata, la HMS Kent, entro la fine dell’anno.

Flotta britannica, schieramento Usa

Il Regno Unito ha affermato di voler istituire una forza di protezione marittima a guida europea nel Golfo per proteggere le navi vulnerabili, sottolineando che non sta cercando uno scontro con l’Iran. È stato chiesto alle navi battenti bandiera del Regno Unito di notificare quando intendono attraversare lo Stretto di Hormuz, con l’HMS Montrose che ha già scortato 35 navi mercantili durante 20 transiti separati, secondo la Royal Navy.
«Mentre continuiamo a cercare una risoluzione diplomatica affinché questo (l’attraversamento dello stretto di Hormuz, ndr) sia possibile senza la scorta militare, la Royal Navy continuerà a fornire una protezione alle navi del Regno Unito fino a quando questa non sarà realtà». Dichiara il segretario alla Difesa Ben Wallace, neo arrivato col governo decisionista di Bors Johnson.

Tensioni Iran Regno Unito

Il sequestro della ‘Stena Impero’ è avvenuto due settimane dopo che le autorità britanniche hanno sequestrato la petroliera iraniana, Grace 1, al largo del suo territorio oltremare di Gibilterra con l’accusa di aver violato le sanzioni dell’UE contro la Siria.
Forzatura britannica su indicazione Usa, l’accusa iraniana, il cui portavoce del governo ha riaffermato che Taeran ritiene che la sicurezza del Golfo ricco di petrolio debba essere mantenuta dai paesi della regione. Messaggio ad Arabia saudita e Paesi del Golfo.
«Siamo il più grande agente di sicurezza marittima nel Golfo Persico», ma la ancora più stretta alleanza Trump-Johnson non sembra affatto disposta a riconoscerlo.

Tensioni a cercare cosa?

Nello Stretto di Hormuz transitano ogni giorno carichi da milioni di barili, pari a circa il 35% di tutto il greggio commerciato via mare e al 20% del totale. Le tensioni nell’area, rotta dei traffici commerciali e delle esportazioni petrolifere mondiali, si accavallano a quelle tra Iran e Usa per l’accordo sul nucleare. Accordi stracciato dell presidente Usa, Donald Trump con l’Iran ha deciso di superare i limiti delle riserve di uranio arricchito imposti da quell’intesa come replica dimostrativa, a contesta atteggiamenti da ‘padroni del mondo’.
Dal 2015 l’agenzia internazionale per l’energia atomica ha sempre confermato il rispetto da parte di Teheran degli accordi siglati a Vienna ma contestati da sauditi e israeliani per storica contrapposizione strategica di area. E Trump si allinea.
«Calcoliamo i costi/benefici a lungo termine per le nostre due nazioni», ha dichiarato persino l’ex premier integralista iraniano Ahmadinehad al New York Times, «e cerchiamo di avere uno sguardo non miope».

 

AVEVAMO DETTO

‘Sentinel’ anti Iran nel Golfo persico a cercare rogna

Ancora Guerra del Golfo?

‘Sentinel’ anti Iran nel Golfo persico a cercare rogna
Siamo sull’orlo di una terza Guerra del Golfo. Questa volta con una complicazione straordinaria: l’avversario è di quelli tosti. L’Iran sciita di Alì Khamenei, che ha le chiavi dello Stretto di Hormuz, da dove passa almeno il 30-35% dell’energia del pianeta. Un collo di bottiglia che può essere tappato con una “semina” di mine magnetiche, che costano quattro soldi e renderebbero un inferno la navigazione per qualsiasi “tanker”. Come si vede, non c’è bisogno di supertecnologie militari o di armi di distruzione di massa per paralizzare il commercio internazionale e gettare mezzo mondo in recessione. Una brusca frenata produttiva che si sommerebbe ai guai che Trump sta già provocando con la sua scellerata politica protezionistica, il cui fulcro è rappresentato dai dazi doganali. Ergo, la guerra “delle petroliere” e dei “droni” è un risiko che non si può permettere nessuno. Perché, questa volta, il prezzo lo pagano tutti.A colpi di petroliera

L’ultimo episodio di cotanto stillicidio, il sequestro del tanker britannico ‘Stena Impero’, da parte degli iraniani, ha fatto salire la tensione ai massimi livelli. Coinvolgendo, mani e piedi, anche la Gran Bretagna in una partita che finora era sembrata limitata a Usa e Iran. Con Israele ed Arabia Saudita pronti a tirare le pietre e a nascondere la mano. Il Foreign Office ha fatto capire che gli iraniani hanno passato il segno e che la situazione può scappare di mano in qualsiasi momento. Hunt, ieri, ha parlato telefonicamente con la sua controparte iraniana, Javad Zarif, dicendo di non volere guerre, ma chiedendo che Teheran blocchi la sua politica di ‘sequestri’. Prima che sia troppo tardi. L’Irna (agenzia di stampa degli ayatollah) ha replicato sostenendo che la ‘Stena’ ha speronato un peschereccio iraniano. Trump, dal canto suo, promette sfracelli. Anche se la Casa Bianca continua nella sua diplomazia a zig zag, facendo intuire che non c’è una linea strategica consolidata.

‘Newshour’ BBC

Male. Perché a volte un “cattivo piano” è meglio di “nessun piano”. Intanto, gli americani hanno fatto una mossa che non promette niente di buono, spedendo in Arabia Saudita un contingente di 500 specialisti con batterie di missili “Patriot”, in funzione anti-iraniana. Anche uno squadrone di F-22 verrà dislocato nella base “Prince Salman”. L’US Central Command parla di “deterrence”, anche se la cosa, invece, puzza molto di attacco. Il tutto potrebbe rientrare nell’ambito di un intervento di sorveglianza multinazionale”, definito in codice “Operazione Sentinella”. Le scaramucce che hanno visto protagonisti i “droni” completano lo scenario. La nave d’assalto anfibia “Boxer” ha abbattuto avant’ieri un velivolo senza pilota iraniano, che sorvolava lo Stretto di Hormuz. Nella sua ascoltatissima “Newshour”, la britannica BBC, comunque sia, analizza l’abbattimento del “drone”, rivelando alcuni aspetti di estremo interesse.

Droni, Sigint, Elint

Il velivolo di Teheran sarebbe stato una sorta di piccolo elicottero radiocomandato, governato da uno dei barchini dei “pasdaran”, che incrociava a circa 500 metri dalla “Boxer”. Com’è stato abbattuto il “drone faidate”? Qui sta il bello. Secondo la BBC, il “giocattolo” di Teheran sarebbe stato “accecato” da contromisure elettroniche, che lo avrebbero indotto… a tuffarsi in acqua. Notizia tutta da verificare. In termine tecnico si chiama “jamming” (fare marmellata delle frequenze radio, insomma) ed è un espediente utilizzato per confondere i radar nemici. Bene, pare proprio che la USS Boxer sia anche una nave ‘Sigint’ ed ‘Elint’, cioè specializzata nella raccolta di informazioni e nella guerra elettronica. La seconda puntata della “Guerra dei droni” è avvenuta in Irak, dove un altro velivolo senza pilota (israeliano?) ha bombardato il quartier generale della 52. Brigata della milizia pro-Teheran ‘Hash Shaabi’. L’attacco si è verificato nella provincia centrale di Salahudin.

Spia tu che spio anch’io

Intanto l’annuncio iraniano di una rete di cyber-spionaggio statunitense della Central Intelligence Agency scoperta e bloccata in casa. Secondo l’Osservatorio sulla sicurezza internazionale della Luiss, l’operazione iraniana, ha causato la distruzione di una parte rilevante di tale rete che interessava ‘Paesi nel mirino degli Stati Uniti’. Secondo il segretario segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale iraniano, Ali Shamkhani, è stato possibile arrivare a tale risultato grazie al lavoro congiunto con altri Paesi alleati. Identificate e arrestate le presunte spie dell’intelligence statunitense. In cauda venenum, tanto per dare conto e ragione della piega che hanno preso gli avvenimenti (crisi regionali che si saldano e diventano macroaree di crisi), British Airways ha sospeso i voli verso l’Egitto per una settimana. ‘Precauzioni nel settore della sicurezza’ è stato detto. Tradotto più semplicemente: allarme terrorismo. In allerta tutte le località turistiche, a partire da Sharm-el-Sheik.

Hormuz, stretta via del petrolio
rotta principale verso la guerra

Sfida di Hormuz, drone per drone, petroliera per petroliera
Beh, ora forse qualcuno si veglierà prima che sia troppo tardi. Una petroliera britannica sequestrata dalle Guardie rivoluzionarie degli ayatollah, nei pressi dello Stretto di Hormuz. La “Stena Impero”, che era in rotta verso l’Arabia Saudita, è improvvisamente scomparsa per poi riapparire in un porto iraniano, quello di Bandar Abbas. La nave sarebbe stata assaltata da barchini armati “scortati” da un elicottero. A bordo ci sono 23 uomini di equipaggio. Appresa la notizia, il governo di Londra ha immediatamente riunito lo speciale comitato di crisi “Cobra”. Anche Trump ha violentemente protestato. Gli iraniani hanno emesso un laconico comunicato, per chiarire la presenza di “problemi” sulla “Stena”. In primis, secondo loro, il tanker viaggiava col sistema Gps chiuso. Aveva poi imboccato il “corridoio” sbagliato, scambiando l’entrata per la corsia di uscita dallo Stretto. Da ultimo, non avrebbe risposto ai ripetuti avvertimenti delle forze navali di Teheran.

Falso allarme altra nave sequestrata

Poco dopo è stato segnalato un secondo sequestro, quello della petroliera battente bandiera liberiana, la Mv Mesdar, di proprietà della Norbulk, compagnia con sede a Glasgow che come la Stena Impero doveva scaricare petrolio in Arabia Saudita. Secondo alcune ricostruzioni e i media iraniani, la Mesdar però sarebbe stata solamente fermata per un controllo, non sequestrata e avrebbe ripreso la navigazione, ma cambiando rotta. La tensione nello stretto di Hormuz arriva il giorno dopo l’annuncio, sempre da parte dei Pasdaran, del sequestro dell’emiratina Riah, accusata di contrabbando di petrolio, mentre Gibilterra ha prolungato oggi di un mese il fermo dell’iraniana Grace 1, che secondo gli inglesi trasportava petrolio di contrabbando verso la Siria. Botta e risposta con Londra e messaggio a Usa e sauditi: se non posso vendere il mio petrolio, neppure il vostro… La cosa potrebbe portare presto a un incremento dei premi assicurativi legati ai noli marittimi. E a un conseguente innalzamento del prezzo del greggio.

Intanto, è ‘Guerra dei droni’

Il confronto Iran-Stati Uniti sta diventando un possibile paradigma di tutti i conflitti del futuro, di quelli, cioè, che potremmo definire come le “Guerre dei droni”. Velivoli senza pilota “per tutte le tasche”, che hanno compiti di osservazione, attacco e difesa e che limitano le perdite umane. “Pesando”, quindi, in misura più contenuta, su possibili (e devastanti) escalation. Ma andiamo al sodo. Ieri, sono arrivate due notizie dal teatro di crisi più bollente del pianeta. La prima è stata fornita direttamente dal Presidente americano Trump. Dunque, la nave d’assalto anfibia “Boxer” avrebbe abbattuto un “drone” iraniano che sorvolava lo Stretto di Hormuz. Il velivolo di Teheran si sarebbe avvicinato troppo (meno di mille yarde, cioè circa un chilometro) alla “Boxer”, rappresentando una minaccia. Secondo la Casa Bianca, l’abbattimento è avvenuto “dopo ripetuti avvertimenti”. Trump ha aggiunto che tutte le nazioni dovrebbero difendersi dai tentativi iraniani di “distruggere la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz”, cosa che mette a rischio il commercio globale.

Drone nano e drone milionario

L’incidente, però, per gli iraniani “non sarebbe mai avvenuto”. Teheran, in sostanza, smentisce. Nella sua ascoltatissima “Newshour”, la britannica BBC, comunque sia, analizza l’abbattimento del “drone”, rivelando alcuni aspetti di estremo interesse. Intanto, il velivolo di Teheran sarebbe stato una sorta di piccolo elicottero radiocomandato, governato da uno dei barchini dei “pasdaran”, che incrociava a circa 500 metri dalla “Boxer”. Com’è stato abbattuto il “drone faidate”? Qui sta il bello. Secondo la BBC, il “giocattolo” di Teheran sarebbe stato “accecato” da contromisure elettroniche, che lo avrebbero indotto… a tuffarsi in acqua. Notizia tutta da verificare. In termine tecnico si chiama “jamming” (fare marmellata delle frequenze radio, insomma) ed è un espediente utilizzato per confondere i radar nemici. Bene, pare proprio che la USS “Boxer” sia anche una nave “Sigint” ed “Elint”,, cioè specializzata nella raccolta di informazioni e nella guerra elettronica.

Droni Usa sull’Iraq

Certo, fa specie pensare che il “superdrone” americano abbattuto una decina di giorni fa costava un occhio (130 milioni di dollari e più), mentre quello degli ayatollah si può acquistare sulle… bancarelle o in un supermercato. L’incidente segue quello di alcuni giorni fa, che ha visto una piccola petroliera degli Emirati scomparire senza lasciare alcuna traccia. Per poi ricomparire in un porto iraniano, dopo un probabile arrembaggio delle Guardie Rivoluzionarie di Teheran. La seconda puntata della “Guerra dei droni” è avvenuta in Irak, dove un altro velivolo senza pilota (israeliano?) ha bombardato il quartier generale della 52ª Brigata della milizia pro-Teheran “Hash Shaabi”. L’attacco si è verificato nella provincia centrale di Salahudin. Secondo fonti locali, tre irakeni e due iraniani sarebbero rimasti feriti, ma ci sarebbero anche diversi morti. Commentatori sauditi aggiungono che il blitz ha colpito mentre era in corso un vertice tra ufficiali iraniani ed esponenti di Hezbollah.

Lo Stretto di Hormuz come
il Triangolo delle Bermuda

Hormuz, petroliera araba fantasma, riappare ‘soccorsa’ in Iran

Una volta il più famoso era il “Triangolo” delle Bermuda”. Improvvise sparizioni di navi o di intere squadriglie di aerei, varchi temporali e misteriosi “salti” nella quarta dimensione condivano i racconti di milioni di persone. Oggi, invece, nella cronaca della fantascienza o del paranormale, fate voi, sta entrando di prepotenza anche lo Stretto di Hormuz. Da sabato scorso, infatti, manca all’appello una petroliera degli Emirati Arabi Uniti. Volatilizzata. Solo che qui i viaggi nella macchina del tempo c’entrano poco. Nessun romanzo alla Herbert George Wells, insomma, ma piuttosto le conseguenze nefaste di un clima di guerra legato alle bizze di un altro personaggio “paranormale”: Donald Trump.

Sanzioni Usa e risposte

In diplomazia, lui si muove come un elefante in un negozio di cristallerie e i suoi rapporti con Teheran sono ai minimi termini. Quindi non c’è da stupirsi se il tanker “Riah” ha fatto perdere le sue tracce, mentre incrociava in acque territoriali iraniane. Per l’esattezza al largo dell’isola di Qashm, agguerritissima base navale dei “pasdaran”. Come dire che il cinghialotto è andato a farsi un defilee davanti a un branco di leoni a digiuno. Risultato? La nave è scomparsa senza un lamento, un Sos, uno straccio di messaggio che chiedesse aiuto. L’indomani, Teheran ha annunciato “che una nave straniera era stata soccorsa dopo aver chiesto aiuto per una non meglio precisata avaria”.

Tanker ostaggio

Ed era stata, ovviamente, “accompagnata” (e trattenuta) in un porto iraniano, Bene, visti i precedenti (a ripetizione) delle scorse settimane, è lecito pensare che nel “Triangolo di Hormuz” ormai le petroliere viaggino a proprio rischio e pericolo. Fonti anonime del Pentagono affermano di non sapere granché sull’incidente. Anche se, per quello che si è capito, gli americani stanno tentando, per ora, di tenere un profilo diplomatico basso. In effetti, è in corso un tentativo (da parte del Segretario di Stato, Mike Pompeo) di mettere una pezza alla voragine apertasi nelle relazioni con l’Iran.

Pace o guerra elettorali

Per la serie “il caos regna sovrano” alla Casa Bianca, pare che infatti il “partito” dei trattativisti stia cercando di mettere in guardia Trump: meglio un armistizio onorevole con i turbanti di Teheran che una guerra rovinosa contro i “pasdaran”, che potrebbe suonare come un “deprofundis” per le ambizioni dell’attuale inquilino dello Studio Ovale. Cioè quelle di aggiudicarsi un secondo mandato presidenziale. E siccome si discute su più tavoli, ma nessuno dei contendenti riesce a fare “blocco”, ecco che anche da parte iraniana ci potrebbe essere chi gioca “sporco” e cerca rogne.

Problemi interni iraniani

Un nome a caso? Le Guardie rivoluzionarie, che sembrano perseguire la politica del “tanto peggio, tanto meglio”. Una Teocrazia persiana spaccata al suo interno, potrebbe anche spiegare alcune scelte apparentemente incongruenti di Teheran. Come quella di annunciare un arricchimento dell’uranio che rompe il Trattato, ma che non è di alcuna utilità pratica. Offre solo una sponda (insperata) alla Casa Bianca per attaccare l’Iran assieme ai suoi alleati (Israele e Arabia Saudita). Insomma, se a Washington, purtroppo, sappiamo chi comanda (o, meglio, chi decide per ultimo, ma si smentisce un giorno appresso all’altro), a Teheran assistiamo a una situazione paradossalmente simile.

L’Europa per salvare l’Iran

Fino a che punto “conta” la Guida suprema Alì Khamenei e fino a che punto, invece, può essere influenzato dal nerbo più “duro e puro” dei miliziani? E Rohuani? Il Presidente-riformista (per modo di dire) ha un margine di autorevolezza per non cadere pure lui nelle mani dell’ala più oltranzista del regime? Domande legittime, specie nel momento in cui lo stesso Washington Post pubblica, con grande spolvero, un articolo in cui rivela che “Europe scrambles to save Iran deal”. Cioè l’Europa cerca di salvare, e di gran corsa, l’accordo con l’Iran. E non solo quello sul nucleare, che è solo un pretesto.
Ma anche tutto quello che non viene detto e scritto. In ballo ci sono i futuri assetti geopolitici di una regione, come il Golfo Persico, che è il crocevia energetico del pianeta.

 

 

LA ‘QUASI GUERRA’ PER ORA A PAROLE

Europa-Iran, Netanyahu senza freni: ‘come nel ’38 e la Germania nazista’

 

Hormuz, il ‘Grande risiko’ Iran Occidente

Hormuz, ‘gran risiko’ Iran Occidente, fatti, rischi veri e provocazioni
Il Golfo Persico continua a essere, in questa fase, il “core” (nocciolo) di tutte le aree di crisi planetarie. Anche perché basta poco, molto poco, a fare schizzare alle stelle il costo del greggio e, transitivamente, quello dell’energia. Dunque, la notizia di stamattina non fa altro che aggiungere inquietudine a inquietudine, sollevando l’ennesimo polverone in cui si fa fatica a capire veramente come siano andate le cose. L’Ammiragliato britannico e, successivamente, il Ministero della Difesa di Londra, hanno comunicato che una fregata lanciamissili inglese, la “HMS Montrose”, ha impedito, minacciando di aprire il fuoco, il possibile dirottamento di una petroliera (la “British Heritage”, per l’esattezza) all’imbocco dello Stretto di Hormuz. All’azione ha partecipato anche un aereo da ricognizione dell’US Navy.

La ritorsione iraniana

L’arrembaggio sarebbe stato tentato da almeno tre barchini delle Guardie rivoluzionarie di Teheran, che avrebbero chiesto al “tanker” di cambiare rotta e dirigersi immediatamente in acque territoriali iraniane. Naturalmente la Marina dei “pasdaran” smentisce a tutto tondo e parla di attività di controllo “routinario” esercitato dai suoi barchini nel Golfo Persico. Il Ministro degli Esteri, Javad Zarif, accusa gli inglesi di “provocazione con l’obiettivo di far aumentare la tensione in tutta l’area. Certo, la vicenda lascia gli analisti perplessi. Alcuni pensano che potrebbe essere una sorta di ritorsione per la petroliera di Teheran bloccata a Gibilterra dai britannici la settimana scorsa. Altri ritengono che il sequestro di una nave fatto così, alla luce del sole, sarebbe un vero e proprio casus belli.

Provocazione di chi contro chi?

Insomma, un atto di pirateria internazionale che non converrebbe in alcun modo alla causa degli ayatollah. Una possibile spiegazione dell’accaduto, in punta di diritto (ma molto risicata), potrebbe essere quella che l’ipotetico tentato arrembaggio sarebbe avvenuto vicino l’isola di Abu Musa, poco più di uno scoglio, la cui sovranità è rivendicata dall’Iran. Ergo: forse i “pasdaran” pensavano di agire contro una nave che si trovava nelle acque territoriali di Teheran. In definitiva, però, le perplessità sull’accaduto permangono. Secondo alcune fonti la petroliera stazionava in acque saudite già da un po’ di tempo. In attesa di una scorta. In effetti, gli alleati occidentali hanno elaborato un nuovo protocollo d’intervento nello Stretto di Hormuz, che impone a tutte i tanker commerciali di farsi scortare da navi da guerra americane, inglesi o francesi.

Base di ‘Mina Salman, Bahrein

A elaborare una tale strategia è stato il Capo di Stato maggiore delle forze armate Usa, generale Joseph Dunford, durante una riunione tenutasi martedì scorso. Dal canto suo, l’Ammiragliato britannico mantiene nel Golfo una forza composta dalla “Montrose”, da quattro cacciamine (evidente la paura di un possibile “blocco” di Hormuz grazie proprio alla creazione di campi minati) e da una nave appoggio. La base utilizzata è quella di “Mina Salman” in Bahrein. La fregata britannica (una Type 23, con un’autonomia di 7.500 miglia) è bene armata, ma insufficiente ad assicurare un efficiente monitoraggio delle acque nel Golfo Persico. Secondo gli analisti della BBC, gli inglesi dovrebbero spedire nell’area altre navi da guerra. Ma ciò comporterebbe una escalation che Londra (per ora) vuole evitare.

Bottleneck di Hormuz

D’altro canto, è proprio il “bottleneck”, il “collo di bottiglia” di Hormuz a facilitare possibili incidenti “di sovranità”. Lo Stretto è largo solo 39 chilometri ed è praticamente diviso in due corsie: da un lato la fascia che ricade nello spazio nazionale dell’Oman e, dall’altro, quella che interessa le acque territoriali iraniane. Il passaggio è regolato dalla “Convenzione internazionale sugli Stretti” secondo il modello del “Traffic separation scheme”. In sostanza, le navi entrano ed escono da due corsie diverse (anche per evitare disastrose collisioni) e devono accontentarsi di sfruttare una rotta obbligata, larga appena due miglia in un senso e due miglia nell’altro. Aggiungeteci anche il già citato contenzioso per l’isola di Abu Musa e, per soprammercato, anche quello per le Greater e Lesser Tunbs (con gli Emirati Arabi) e il puzzle diventa diabolico.

La fregata lanciamissili inglese, lHMS Montrose, coinvolta

Guerra Usa&Co a ogni costo?

Scontrarsi (o sconfinare) è facile. E ognuno pensa di avere ragione. Nei mesi passati tra Iran e Usa non si è arrivati alle mani (eufemisticamente parlando) per un pelo, in diverse occasioni. Adesso il Pentagono ha detto basta. Vorrebbe creare una forza navale di protezione anti-Iran da subito, per garantire il passaggio dello Stretto di Hormuz. Ma da quest’orecchio, per ora, gli alleati non ci sentono. Ecco perché gli ayatollah devono stare attenti a non fornire a Trump l’aggancio giusto: quello per attaccare e risolvere la “pratica” definitivamente. Secondo la filosofia, inquietante, del “o la va o la spacca”. Anche perché, finora, “The Donald” le ha proprio spaccate tutte.

 

AVEVAMO DETTO

Se gli iraniani chiudono lo Stretto di Hormuz

Uranio iraniano anti sanzioni
autodenuncia – avvertimento
e scusa per chi vuole la guerra

Golfo, Iran e uranio e raid israeliani, verso la guerra vera?
Ci siamo. L’impressione degli analisti di mezzo pianeta è che gli americani stiano solo aspettando di accumulare scuse e provocazioni per attaccare l’Iran. E togliersi definitivamente dalla gola tutti i rospi che gli ayatollah gli hanno fatto ingoiare negli ultimi 20 anni. La notizia di ieri è che Teheran avrebbe superato il semaforo rosso, oltrepassando la soglia di arricchimento dell’uranio. Circa 300 chili. Il Ministro degli Esteri Zarif si è autoaccusato, stupendo tutti, di cotanto “traguardo”per altro già minacciato. Da un punto di vista strategico, in questa fase, Khamenei e Rohuani dovrebbero evitare di dare qualsiasi sponda a Trump. Che non vede l’ora di menare le mani.

Orgoglio e pregiudizio

Nella rincorsa alle provocazioni incrociate, proprio alcune settimane fa gli iraniani -gesto d’orgoglio e probabile errore- hanno annunciato che avrebbero ripreso a mettere sotto pressione le loro centrifughe nucleari. Dichiarazione che è stata musica per le grandi orecchie di Dumbo-Trump e per quelle di Netanyahu, sempre più preso dalle sue foie anti-ayatollah. Metteteci pure i sauditi di ben Salman e la guerra mondiale tra sunniti e sciiti è bell’e pronta. Abbiamo già detto che il Trattato nucleare è solo una patetica scusa. La verità è che in ballo c’è la supremazia nel Golfo Persico, col controllo di Hormuz (petrolio e gas liquido). E la spartizione dei pani e dei pesci in Siria.

Raid israeliani in Siria

Proprio di questo hanno parlato Trump e Putin, nel loro incontro bilaterale in Giappone, a margine del G20 (“venti” solo sulla carta, come abbiamo già scritto). Nel frattempo, ieri, tanto per mettere il carico sulla briscola, hanno fatto un numero imprecisato di morti i blitz dell’aviazione israeliana e della Marina, che hanno colpito “almeno 10 obiettivi diversi” tra Damasco e Homs. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani (Ondus), ci sarebbero sei vittime tra i governativi e i miliziani filo-Assad, mentre altri 10 civili (tra cui alcuni bambini), sarebbero stati uccisi dai missili e dalle bombe di Gerusalemme. Il Comando supremo siriano, parla invece di soli quattro morti.

Bersagli militari, obiettivi politici

Fonti israeliane riferiscono che i raid hanno preso di mira l’aeroporto militare di Mezza; installazioni e compound delle Guardie rivoluzionarie iraniane e di Hezbollah ad al Kiswa, a sud di Damasco; il quartier generale della 1. Divisione siriana; l’Istituto per ricerche belliche di Jumriyah; installazioni dell’esercito governativo a Siniya e altre basi di Hezbollah sparse tra il Distretto di Homs e la catena dei Monti Qalamoun, al confine con il Libano. Da Gerusalemme, fonti legate ai servizi di intelligence, fanno sapere che l’attacco era stato programmato da tempo, ma che gli Alti comandi di Netanyahu, applicando la strategia del “wait and see”, aspettavano di vedere come sarebbe andato a finire il vertice tra Putin e Trump, sulla spartizione della Siria.

B-Team (Bolton, Bibi e Bin arabi)

Accertato che non è stato tirato fuori manco un ragno dal buco, gli israeliani hanno deciso di lanciare un segnale dei loro, urbi et orbi, per far capire che il Libano e l’Alta Galilea sono e restano regioni che saranno difese anche con una guerra preventiva. E, in cauda venenum, ieri il Direttore del Mossad, Yossie Cohen, tanto per gettare un’altra tanica di kerosene sul fuoco, è tornato a esaminare la storiaccia degli attentati alle petroliere, nel Golfo di Oman: secondo lui, non ci sono dubbi. Sono stati gli iraniani. Cohen ha messo così un altro sassolino nelle calzature di Trump. Che contravvenendo al famoso detto, dimostra di avere scarpe grosse e cervello ancora più grossolano.

AGGIORNAMENTI

L’Iran supera i limiti di uranio
Trump, ‘giocano col fuoco’

Redazione ANSA, Washington

‘Iran lo aveva minacciato e ora dalle parole è passato ai fatti, superando per la prima volta la fatidica soglia dei 300 chilogrammi di uranio arricchito consentiti dallo storico accordo sul nucleare del 2015. Si tratta di una quantità ancora insufficiente per arrivare a realizzare una bomba atomica, ma quello che Teheran lancia al mondo intero è un segnale forte: la Repubblica islamica non intende piegarsi alla linea dura di Donald Trump, che proprio un anno fa abbandonò quell’accordo voluto da Barack Obama e dal presidente iraniano Hassan Rohani. E lo stesso tycoon non l’ha presa bene, avvertendo l’Iran che “sta giocando col fuoco”.

La prima a dare la notizia della violazione dell’intesa è stata l’agenzia iraniana Fars. Notizia poi confermata sia dall’Aiea, l’agenzia atomica delle Nazioni Unite, sia dal ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif, uno dei massimi artefici dell’accordo del 2015 insieme all’ex segretario di Stato americano John Kerry. “L’Iran con un passo significativo avanza verso la produzione di armi nucleari”, l’allarme lanciato ancora una volta dal premier israeliano Benyamin Netanyahu. In realtà per arrivare alla bomba atomica la quantità di uranio arricchito necessaria – spiegano gli esperti – è di circa 800-900 chilogrammi.

Ma non c’è dubbio che quella di Teheran rappresenta una svolta che manda in fumo impegni che erano stati fissati nero su bianco dopo anni e anni di pressioni e di negoziati con gli Usa e l’Europa. Del resto per Zarif l’Iran ha tutto il diritto di riprendere a ritmo più sostenuto la produzione di uranio arricchito, visto che i primi a violare l’intesa – ha ribadito anche oggi – sono stati gli Usa: prima uscendo dall’accordo del 2015, poi imponendo nuove sanzioni contro Teheran. Inoltre l’Europa – è la denuncia iraniana – nonostante continui a difendere l’intesa stracciata dalla Casa Bianca di Donald Trump non è stata in grado di mettere in moto quel meccanismo finanziario promesso da Londra, Parigi e Berlino e in grado di bypassare le sanzioni Usa, che solo sul fronte delle vendite di petrolio sono costate all’Iran almeno 50 miliardi di dollari.

Se la preoccupazione è quella di un’escalation dalla conseguenze imprevedibili con Washington, alcuni osservatori sottolineano come quella di Teheran potrebbe essere una tattica negoziale per mettere in difficoltà Trump, anche di fronte agli alleati europei, e convincerlo a tornare sui suoi passi. Del resto più volte il tycoon ha lanciato un segnale di apertura verso l’Iran con l’obiettivo di avviare le trattative per una nuova intesa sul nucleare. Per ora però l’Iran ha respinto ogni avance: prima Washington rientri nell’accordo del 2015 e rispetti i suoi impegni, poi si potrà pensare a sedersi di nuovo attorno a un tavolo.

Nuove sanzioni all’Iran
ma per arrivare a cosa?

Usa, accanimento Iran: più sanzioni verso la guerra o a salvare la faccia?
Nuove, dure (e provocatorie) sanzioni americane contro l’Iran sono state annunciate da Trump e verranno definite nelle prossime ore. Si sa che colpiranno anche la Guida Suprema Alì Khamenei, tanto per gettare altra benzina sul fuoco. Trump è convinto che così potrà strangolare la Teocrazia, provocando tumulti di piazza, rivolte per il pane e, in cauda venenum, l’implosione del regime. Occhio, però. L’Iran non è la Libia e Khamenei e la compagnia di giro degli ayatollah non è manco lontanamente paragonabile a Gheddafi e al suo regime. Quando gli Stati Uniti scatenarono la guerra di aggressione contro Teheran “per procura”, utilizzando Saddam Hussein, le cose non andarono per come si aspettava la Cia. Un milione e mezzo di morti e uno scanna-scanna durato otto anni, paradossalmente rafforzarono (e imbestialirono) gli ayatollah e crearono la rogna Irak, un Paese amico-nemico che poi combinò quello che combinò.

Casa Bianca e Partito della guerra

Non è un caso se, intanto, il “partito della guerra” alla Casa Bianca si rafforza. Secondo il New York Times, per scavalcare l’influenza (perfida) ormai consolidata di John Bolton su Trump, anche Mike Pompeo si è iscritto al “club dei falchi”. Anzi, guerrafondaio lo è sempre stato. Solo che, finora, ha mantenuto una posizione un tantino più defilata rispetto a quella “bombarola” del Consigliere per la Sicurezza nazionale. Ma il suo integralismo bigotto era già noto. Se finora ha fatto meno struscio di Bolton è solo perché politicamente è più scafato. E ambizioso. Ha eccellenti rapporti con la figlia di Trump e col genero Kushner, quello che suggerisce nuove strategie dollaresche sulla Palestina. Che volete? Sono palazzinari e pensano che l’orgoglio e lo spirito di una nazione si possano comprare come il cemento. Ma torniamo all’Iran. Pompeo, Bolton e la “capa” della Cia, Gina Harper, volevano riempire di missili gli ayatollah.

Guerra in conto saudita-israeliano

Dare fuoco alle polveri e poi, magari, godersi il falò come Nerone, dall’alto di qualche terrazzo dei Palazzi che contano in Arabia Saudita. Sì, perché la tresca con Israele e Mohammed bin Salman, sceicco duro e puro e padre-padrone a Riad, è ormai conclamata. Morte all’Iran (e al suo petrolio) e facciamo vedere chi comanda nel Golfo Persico. Giovedì scorso, Trump stava quasi per cadere nel trabocchetto. Poi, qualcuno, dal Pentagono, gli ha detto di contare fino a 10 prima di fare fesserie, che avrebbero potuto scatenare una escalation incontrollata. Nella squadra del Presidente, chi si incarica di gestire la prossima campagna elettorale gli avrà ricordato come, nel suo programma neo-isolazionistico, ci sia scritto che i soldati Usa debbano essere ritirati dalle aree di crisi. Mentre lui, con l’Iran, rischia di mettere in moto un formidabile tritacarne, che potrebbe fargli perdere le speranze di vincere un secondo mandato alla Casa Bianca.

‘Jamminjg’ a drone abbattuto

Insomma, la pace ha mille facce, come la guerra. Ma nessuna è quella del cuore. Lo abbiamo scritto in tutte le salse, il diavolo prepara le pentole, ma poi gli sballano i coperchi. Facciamo un esempio terra terra, sul quale molti giornali hanno titolato, dimenticandosi di sottolineare la malafigura degli Stati Uniti, che sull’affaire del “drone” hanno perso la faccia. E ora rischiano di perdere pure le terga. Cyberguerra. Gli americani hanno messo un “verme” nei computer iraniani che controllano il lancio dei missili? Calma e gesso. La notizia circola da almeno nove anni. E gli “hacker”, semmai, sono di Tel Aviv. E’ un’altra bufala “aversana”, insomma, e di questo passo la Casa Bianca diventerà un caseificio. Le contromisure elettroniche e gli apparati Sigint esistono da quando Berta filava. Fanno “jamming” (che potremmo tradurre, con un neologismo, col verbo “marmellatare”). Consiste nell’accecare i radar di scoperta aerea e di puntamento-bersagli del nemico, utilizzando un catafascio di onde elettromagnetiche.

Ben 4 avvertimenti da Teheran

Risultato? Una vergogna, perché gli iraniani hanno contromisure elettroniche sofisticatissime, “Made in Russia”, e hanno abbattuto lo stesso l’aereo senza pilota (“unmanned”) Usa che, detto per inciso, costa più di Trump quando ha la cravatta… Tutti zitti e mosca, invece, sulla “linea rossa” tra al-Manama e Bushehr, che ha indotto Trump a non attaccare, dopo avere scoperto che il Pentagono era stato avvisato quattro volte dello sconfinamento del “drone”, prima che fosse abbattuto. Ognuno la racconta come vuole. O come può.