lunedì 25 settembre 2017

Giappone

Poco più a nord del Mar Cinese, o mare coreano a voler entrare nel dettaglio, dove si sta dirigendo con comico ritardo la III° Flotta Usa, c’è il Mare Giapponese, e tra quei pezzi di Oceano Pacifico, non è solo la Corea del Nord ed avere pruriti armati. Anche il ‘pacifico’ Giappone, pacifico nel senso di disarmato dopo la sconfitta della seconda guerra mondiale, ha deciso l’eventuale azione militare nei confronti della Corea del Nord. Muscoli per delega, in realtà.
L’ipotesi di un Giappone a mano nuovamente armata, con qualche problema storico e attuale con la Cina, era stata già avallata dal segretario di Stato americano Rex Tillerson in occasione dell’ennesimo test missilistico di Pyongyang, quando quel tubo volante e per fortuna senza proiettile era arrivato non troppo lontano dalle coste nipponiche.

Insomma, il terzo Kim corano su cui è facile sorridere, non fa proprio ridere.
L’ultimo di questi test missilistici, quello di mercoledì 5 aprile, ha sorvolato le acque del Mar del Giappone, senza invadere la Zona Economica Esclusiva nipponica, ma percorrendo una distanza di circa 60 chilometri a un’altezza di circa 189 chilometri, hanno spiegato nel dettaglio gli ufficiali del comando militare sudcoreano. Sia Washington che Seoul concordano che si sia trattato di un missile balistico a medio raggio ‘tipologia KN-15, alimentato a combustibile solido’.
Insomma, i missili del Kim volano, e volano alto, e volano lontano, e sempre il Kim nord coreano ha in magazzino una, forse due decine di bombe atomiche. Ed il giovanotto è decisamente imprevedibile. Da non fidarsi.

Ne approfittano gli orfani dell’Impero armato del Sol Levante. «Il Giappone non può semplicemente restare a guardare finché non sarà distrutto», dichiara Imazu Hiroshi, del ‘comitato di sicurezza’ del Partito Liberal Democratico, la forza politica conservatrice attualmente al governo. «È legalmente possibile per il Giappone colpire una base nemica che intenda lanciare un missile contro di noi», ha puntualizzato Imazu, «ma non possediamo attualmente un adeguato equipaggiamento o capacità di attacco».
Ma c’è di mezzo l’atto di resa firmata quando ancora a Nahasaki e Hiroscima si contavano i morti delle due atomiche statunitensi. Smilitarizzazione totale del Giappone e, soprattutto, l’adozione della Costituzione del 1946, nella quale viene dichiarata la rinuncia al diritto alla guerra e all’autodifesa del paese.

L’articolo 9 della Costituzione pacifista del Giappone, scritta su sollecitazione degli Alleati nel periodo dell’occupazione statunitense, recita testualmente: «Aspirando sinceramente a una pace internazionale fondata sulla giustizia e sull’ordine, il popolo giapponese rinuncia per sempre alla guerra, quale diritto sovrano della Nazione, e alla minaccia o all’uso della forza, quale mezzo per risolvere le controversie internazionali».
Ma è proprio nei confronti di questo articolo che il premier conservatore Shinzo Abe sta conducendo una accanita e complicatissima battaglia. L’approvazione della proposta di emendamento con la la maggioranza in entrambe le camere della Dieta, il parlamento giapponese, l’approvazione con referendum popolare, e infine il benestare dell’Imperatore.

Per il momento, Abe si è dovuto accontentare di reinterpretare della clausola pacifista, e si è inventato il «pacifismo proattivo». Difficile da capire, come voluto da chi lo ha pensato. Assieme alle nuove linee guida per la difesa nazionale, nelle quali viene contemplata per la prima volta la possibilità di ‘azioni attive’ di supporto ai paesi alleati, attraverso l’impiego di «forze di difesa dinamica». Per ora la guerra delle parole: ‘pacifismo proattivo delle forze di difesa dinamica’, la guerra al buonsenso.
Un elaborato espediente linguistico che sottende alla volontà, mai peraltro celata da parte di Abe e del suo entourage, di ricreare un vero e proprio esercito nazionale giapponese.

Già all’epoca del secondo test nucleare della Corea del Nord, nel 2009, ci ricorda LookOut, era stata predisposta la creazione di una commissione di esperti, guidata dall’allora ministro della Difesa giapponese Gen Nakatani, per studiare un’eventuale azione militare preventiva nei confronti di Pyongyang. Allo stato attuale, il Giappone conta sul supporto delle forze armate statunitensi, anche se il paese sta cavalcando l’onda della minaccia nucleare nordcoreana e delle tensioni diplomatiche con Pechino per la sovranità sulle isole Senkaku nel Mar Cinese Orientale con un progressivo riarmo. Nel dicembre 2016 il governo è riuscito a far approvare un aumento della spesa per la difesa da record, per stratosferici 44 miliardi di dollari.
Affari americani in vista: Tokyo sta valutando l’acquisto del sistema antimissile di fabbricazione Usa THAAD che stanno già schierando in Corea del Sud. In attesa della guerra, per ora grandi affari.

Ritorno al futuro, sarebbe la speranza. Partendo da sei anni addietro quando in quell’angolo di Giappone scoprirono un futuro da inferno. In origine i residenti di Namie erano 21.500, ma solo poche centinaia progettano di tornare nelle loro case. E, traduzione su Internazionale, leggiamo che ad appena quattro chilometri di distanza dallo stabilimento nucleare, Namie è stata la prima città a essere bonificata per il ritorno dei residenti. Ma il Giappone della primavera fiorita finisce qui.

La vita in città non sarà più la stessa: le radiazioni hanno contaminato molte aree che non saranno mai più abitabili. Inoltre più del 50 per cento degli abitanti ha deciso di non tornare. Le loro preoccupazioni riguardano le radiazioni e la messa in sicurezza dell’impianto nucleare. La maggior parte di chi ha già deciso di non tornare ha meno di 29 anni, di conseguenza la popolazione futura sarà costituita da anziani e la città sarà senza bambini.

Il livello di radiazioni a Namie è di 0,07 microsievert (un milionesimo di sievert) per ora, simile al resto del Giappone. Ma nella vicina città di Tomioka, un dosimetro segna 1,48 microsieverts per ora, trenta volte quella segnalata nel centro di Tokyo. Perché l’annullamento del piano di evacuazione sia ufficiale, il livello deve essere inferiore a 20 millisievert (un millesimo di sievert) per anno. Vivere con un dosimetro appeso al collo?

Il sindaco di Namie Tamotsu Baba spera di riuscire a riattivare l’industria e l’economia attirando imprese di ricerca e robotica. Le prospettive per la rinascita del business non si realizzeranno a breve, ma il presidente della compagnia di legnami Munehiro Asada ha riaperto la sua fabbrica per favorire la ripresa economica della città. “Ora le vendite non raggiungono nemmeno il decimo di una volta, ma aprire la fabbrica era la mia priorità. Se nessuno tornerà, la città sparirà”.

La stessa città letta da altri
Sampre Namie, e sempre a quattro chilometri di distanza dalla centrale nucleare di Fukushima Daiichi. Per un altro racconto, uno dei problemi grandi da affrontare sono i cinghiuali che, in assenza dell’uomo, hanno proliferato. Come attorno allas spazzatura di Roma che li ha chiamati in città. Peccato che a Namie di cinghiali ce ne sono centinaia che arrivano alla città scendendo da zone considerate radioattive dove hanno vissuto per anni e di conseguenza lo sono anche loro.

Sembra cronaca di casa, sono che qui c’è poco da sorridere. Kimiko de Freytas-Tamura sul New York Times: «Scendono nelle città, saccheggiando le coltivazioni intrufolandosi nelle case. In certi casi hanno anche attaccato degli uomini. Ma, forse, la cosa più pericolosa di tutte, è il loro essere radioattivi». Secondo alcuni test fatti dal governo giapponese, alcuni dei cinghiali dell’area avrebbero livelli di cesio-137 300 volte più alti rispetto a quelli ritenuti accettabili dagli standard di sicurezza.

La guerra al cinghiale. A Tomioka, una delle città della zona, c’è un gruppo di 13 persone che ha l’incarico di uccidere quanti più cinghiali possibili. Le autorità di Tomioka, un’altra città dell’area, hanno detto di averne uccisi 800 e a Soma sono stati predisposti inceneritori per brucare le carcasse ed evitare di disperdere cesio nell’ambiente. Cinghiali, problema principale, ma nelle aree vicino alla centrale ci sono anche altri animali. I ratti ad esempio.

Film Horror. Colonie di ratti radioattive che si sono sviluppate nei supermercati abbandonati. È una cosa che era successa e continua a succedere anche dopo il disastro di Chernobyl: nell’area di alienazione, quella in cui fu vietato l’accesso agli umani, la popolazione animale è molto aumentata. Non è che gli animali sono immuni alle conseguenze delle radiazioni. Loro traggono vantaggio dall’assenza dell’uomo ma diventano loro stessi veicolo di minaccia radioattiva, morendo a poco a poco e contaminando.

Utile spaccato di realtà dentro la nostra modernità ad energia nucleare. Pur che sia chiaro a tutti di cosa stiamo parlando e a cosa potremmo dover andare incontro.