lunedì 23 ottobre 2017

Austria

«Wunderwuzzi», il mago bambino austriaco

Allora, luglio scorso, in Italia ci interrogammo su eventuali ‘scemenze giovanili’. Quando Sebastian Kurz, trentenne ministro degli esteri austriaco ci minacciò: «O bloccate i migranti a Lampedusa o blocco il Brennero». L’isola lager che l’austriaco avrebbe voluto, lo definì ‘Naziskin’, intendendo peggio. Vocazione storica imbarazzante, quella dei lager, da ricordare al giovanotto e all’Austria.
Ma al peggio non c’è mai fine. Sebastian Kurz, candidato del partito Popolare austriaco è tra i favoriti al ruolo di cancelliere.
Quasi un Di Maio alla teutonica, nessun mestiere prima, nessun corso di laurea concluso, ma tanta grinta e faccia tosta. E con molta più esperienza politica e molte più possibilità di diventare premier. In pochi mesi ha riportato il Partito popolare austriaco a un saldo primo posto e domenica alle elezioni, se non farà errori clamorosi, Sebastian Kurz diventerà cancelliere, oltre che il più giovane leader del mondo a soli 31 anni.

I sondaggi lo danno in testa con 33 punti. Sei di vantaggio sull’avversario della destra ultranazionalista di Heinz-Christian Strache, capo del Partito della libertà, l’Fpö. Quasi a dover fare il tifo per Kurz. Alla guida dell’Austria, dalla prossima settimana potrebbe esserci un giovanissimo conservatore, politico d’azzardo che vuole mandare l’esercito alle frontiere della Ue e rimpatriare i rifugiati. Che promette di pensionare la Grande Coalizione con i socialdemocratici e sulla crisi dei migranti condivide l’idea di fondo del collega populista. L’Austria a destra, non c’è dubbio, ma quanto e a che prezzo?
A pochi giorni dal voto riflettori puntati sulle alleanze per formare il governo, e proprio Strache, che lo tallona con il 27%, potrebbe guadagnarsi un posto da vice cancelliere. Un ritorno alla coalizione nero-blu del 2000, ‘coalizione bruna’ di pessime memorie storiche hitleriane, o più recentemente quando conservatori e ultranazionalisti erano al potere insieme in Austria.

Il giovane politico ha rottamato il vecchio partito trasformandolo in un palcoscenico personale, come già abbiamo visto accadere in Italia. Per chi ne ha paura, Kurz è un «Orban dai toni gentili», guardando alla ringhiosa Ungheria. Lui spopola su Facebook, incassa il sostegno di vip come l’ex campione di Formula Uno Niki Lauda, ma anche rifiuti come quello dell’alpinista Reinhold Messner. Twitta in continuazione e posta sui social retorica nazionalista. ‘Non gli manca certo la «Machtbewusstsein», la coscienza del proprio potere’, dicono gli austriaci.
Kurz, figlio di un’insegnante e di un ingegnere, a 24 anni era già sottosegretario. All’epoca se ne andava in giro con la «Geil-o-mobil», la «macchina figa» e le donnine semivestite sopra per attirare il voto dei giovani, scrive Letizia Tortello su La Stampa. «A 28 mette la maschera del serio, lascia gli studi di Giurisprudenza per fare il ministro degli Esteri».

E questa domenica «Wunderwuzzi», il mago bambino, come è soprannominato, potrebbe diventare cancelliere.

 

AVEVAMO DETTO

L’Austria, il ministro giovanotto e le scemenze

Al ballottaggio del 22 maggio era risultato eletto il verde Alexander Van der Bellen con uno scarto di meno di circa 30 mila voti, rispetto al leader dell’estrema destra Norbert Hofer. Dopo il primo turno vinto dall’estrema destra e dopo il ballottaggio vinto sul filo di lana dai Verdi, le elezioni presidenziali in Austria avranno quindi il loro risultato finale tra settembre e ottobre. Irregolarità nello spoglio delle schede in qualche seggio sarebbe alla base della clamorosa decisione della Corte Costituzione di Vienna.

La sera del 22 maggio, alla chiusura dei seggi, in base agli exit poll Hofer sembrava in vantaggio, ma il risultato finale uscito dal conteggio di circa 700mila voti per corrispondenza ha decretato la vittoria di Van der Bellen con uno scarto di circa 30.000 voti soltanto. Van der Bellen, in pratica, è diventato nuovo presidente dell’Austria con il 50,3 per cento delle preferenze, rispetto al 49,7 per cento di Hofer. Il Partito di Hofer ha deciso di presentare ricorso denunciando violazioni formali nello spoglio delle schede.

Brennero cop

Le schede votate o scrutinate in maniera irregolare sarebbero circa 78mila, numero che supera di gran lunga quello dei voti di distacco tra i due candidati. Nei casi contestati, non è stata rispettata alla lettera la legge elettorale, in particolare per quanto riguarda i tempi e le modalità del conteggio dei voti per posta. La Corte ha anche contestato e dichiarato illegittima la prassi seguita dal ministero dell’Interno di inviare a stampa e istituti di sondaggi i risultati locali prima della chiusura definitiva di tutti i seggi.

Si congela quindi l’insediamento ufficiale di Van der Bellen che avrebbe dovuto avvenire il prossimo 8 luglio. Non appena il presidente uscente Heinz Fischer lascerà l’incarico, quindi, la presidenza verrà assunta ad interim collegialmente dai presidenti delle due Camere. Hofer spera di avere una nuova opportunità per diventare il primo presidente ultranazionalista, anti-immigrati e di estrema destra di uno Stato dell’Ue. Dopo il referendum sulla Brexit, Hofer si era detto favorevole a un identico referendum in Austria.

Ateo dichiarato in un paese cattolico, fumatore incallito in mezzo ai salutisti del movimento ecologista e chiamato familiarmente ‘Sascia’ nella cerchia intima, il nuovo presidente della repubblica federale austriaca Alexander van der Bellen ha degli ottimi motivi per manifestare una forte sensibilità personale sulla questione dei profughi in Europa.
La storia della famiglia, a partire dalle vicende del nonno, è stata segnata infatti dagli eventi avviati dalla rivoluzione russa e dalla seconda guerra mondiale e si tratta di una storia di rifugiati.
Di origine olandese la famiglia van der Bellen si era trasferita in Russia intorno alla metà del Settecento per esercitare un’attività commerciale. Il nonno Alexander, nato nel 1859 e morto nel 1966, poco prima della rivoluzione d’ottobre, nella città di Pskow aveva retto il governo provvisorio della città dopo la caduta dello zar.

Il neo presidente austriaco mostra il suo documento da profugo
Il neo presidente austriaco mostra il suo documento da profugo

Con il crollo russo seguito all’armistizio di Brest-Litovsk la città era stata occupata dai tedeschi fino al 1918, ma Alexander era stato confermato nell’incarico al vertice dell’amministrazione locale. Nel 1919, ufficialmente per motivi di salute, il nonno aveva abbandonato la Russia ormai in preda alla guerra civile tra rossi e bianchi ed assieme alla famiglia (composta dalla moglie russa e da tre figli) era riparato in Estonia a Tallinn.
Qui, nel 1928, una prima tragedia aveva segnato la cronaca familiare: una zia dell’attuale presidente era infatti scomparsa tragicamente assassinata. Fino al 1940 l’Estonia rimase indipendente e l’attività familiare consisté nel commercio di legnami.
Dopo il patto di non aggressione tra Germania nazista ed Unione Sovietica le tre repubbliche baltiche furono occupate dai sovietici. Tappa successiva dell’esodo familiare divenne l’Austria.

Ancora iscritto all’università di Tartu, dove studiava lingue ed economia, il padre dell’attuale presidente austriaco -anche lui di nome Alexander- ripara dapprima in Prussia Orientale. Dopo una tappa in un campo profughi nel dintorni di Würzburg, si stabilisce con il resto della famiglia e la moglie russa nei dintorni di Vienna dove nel 1944 nasce il terzo Alexander van der Bellen, attuale inquilino della Hofburg.
Per la terza volta però i russi si avvicinano. Una famiglia mezza russa partita da Pskow nel lontano 1919 e che ha fatto due complicati traslochi in vent’anni potrebbe sicuramente destare l’interesse dell’NKVD (la polizia politica poi diventata KGB) e allora la destinazione finale diventa il Tirolo, che dopo la guerra sarà infatti occupato dai francesi.
Nel 1948 infine, quando il nonno è ancora vivo, la situazione sembra rasserenarsi, ma arriva un secondo evento doloroso: l’altra zia, sorella dell’assassinata di Tallinn, muore all’ospedale psichiatrico dello Steinhof nei pressi di Vienna dove era stata ricoverata probabilmente per una malattia dovuta ai disagi passati.

Se dunque esiste una divergenza profonda con chi non vorrebbe accettare profughi o rifugiati sul proprio territorio, ciò è perfettamente comprensibile: è la storia stessa dell’Europa orientale e centrale che nell’ultimo secolo ne ha prodotti in grande quantità e bisognerebbe ricordarlo più spesso.
Alexander van der Bellen oggi non parla russo e si dice che conosca solo un paio di imprecazioni molto forti, residuo del lessico di una famiglia che non ha mai voluto raccontare i dettagli dei lunghi viaggi di tre generazioni, ma ha comunque trasmesso un messaggio di civiltà.

Per una manciata di voti. Dopo lo scrutinio di tutti i seggi elettorali, Hofer è in vantaggio con il 51,93% su Van der Bellen, che arriva al 48,07%. Ma l’exit poll degli 800.000 voti per corrispondenza, che saranno scrutinati solo stamane, danno il verde in testa nel computo finale di circa 3.000 voti. Si sono recati alle urne il 70% dei 6,4 milioni aventi diritto. Dunque la speranza, per l’Europa, di un Austria verde rispetto alla minacciosa Austria ultranazionalista in camicia bruna.

Hofer, ha ottenuto il 35% dei consensi al primo turno, contro il 21 dell’avversario. Anche se i sondaggi non erano consentiti alla vigilia del voto di ballottaggio, le agenzie per le scommesse davano Hofer in vantaggio. Il candidato dell’Fpo ha basato la sua campagna elettorale quasi esclusivamente sulla lotta all’immigrazione, e proprio sabato Vienna ha annunciato che da martedì prossimo intende schierare 80 poliziotti al confine italo-austriaco del Brennero.

Nel Tirolo Hofer ha ottenuto il 50,7% dei consensi. Il cavallo di battaglia del candidato di estrema destra è questione molto sentita nella regione. Già il ministro della Difesa austriaco Hans Peter Doskozil aveva avvertito, pochi giorni fa, che se l’Italia avesse continuato a far passare i migranti e la Germania a monitorare il suo confine, sarebbe stato “un serio problema in Tirolo” che si sarebbe così trasformato in una “sala d’attesa”.

Hofer ha vinto in gran parte dei lander, le Regioni austriache, con l’eccezione della zona di Vienna e nel Voralberg, il land più occidentale, al confine con la Svizzera. Ma Vienna naturalmente porta gran parte dei voti, rappresentando quasi un sesto della popolazione nazionale, e qui Van der Bellen in molti quartieri ha superato il 70% dei consensi.

In passato Hofer si era mostrato in Parlamento esibendo all’occhiello un fiordaliso, simbolo nazionalista che veniva usato anche dai nazisti. Ed erano note le simpatie per Adolf Hitler di Joerg Haider, defunto leader del FPÖ. Nel 2000 l’Austria, che non ha mai fatto pienamente i conti con il passato nazista, fu ostracizzata in Europa per l’ingresso del FPÖ in un governo con il Partito popolare. Un presidente appartenente a quel partito xenofobo ed euroscettico creerebbe non pochi imbarazzi a livello internazionale.

In Austria il presidente non interviene nella gestione quotidiana ma dispone di prerogative importanti come quella di revocare il governo. Hofer ha già fatto sapere che potrebbe ricorrere al suo potere di sciogliere le Camere se il governo “causerà grave danno”, ovvero se non riuscirà a controllare l’immigrazione. In questo caso si tornerebbe probabilmente alle urne e molti prevedono un’avanzata del FPÖ.

L’elezione di Hofer sarebbe un brutto segnale per chi teme un successo del Front National alle presidenziali in Francia e l’ascesa di partiti populisti euroscettici in altri Paesi europei. Tanto più in vista di un voto cruciale per il futuro dell’Europa come il referendum sulla Brexit il prossimo 23 giugno in Gran Bretagna.

Il successo dell’estrema destra alle presidenziali austriache era largamente previsto e prevedibile. Alla luce del risultato, la chiusura del Brennero e le barriere all’immigrazione non sono state soltanto il riflesso di un atteggiamento di chiusura xenofoba che alligna nell’opinione pubblica austriaca ma paradossalmente un estremo tentativo del governo in carica di dare una risposta a queste pulsioni irrazionali e di tenerne sotto controllo le conseguenze politiche.

Il risultato é come si é visto fallimentare, essendo nella logica del cane che si morde la coda. L’Austria, dopo la Francia di Marine Le Pen, dopo la Brexit sempre piú probabile, dopo le derive populiste nel Nord Europa é solo l’ultimo esempio della drammatica dimensione europea del problema. Da un lato l’immigrazione incontrollata e gigantesca alimenta i movimenti xenofobi e anti europei, le domande di Muri e di revisione di Schengen, quindi delle stesse basi ideali dell’Europa.

Dall’altro, l’incapacitá o la debolezza dei governi europei nel dare risposte forti coraggiose al problema fanno si che l’immigrazione incomba come una minaccia sempre piú grande e pericolosa e quindi favorisca proprio quei partiti e movimenti che stanno distruggendo l’Europa. In questa fase, soltanto pochi Paesi stanno cercando di spezzare il circolo che potrebbe trascinare tutti gli europei – nativi e immigrati – in una tragedia piú grande e purtroppo giá vista.

La Germania con una coraggiosa e pragmatica politica di integrazione e accoglienza, che ha contemplato anche un molto pragmatico per quanto controverso accordo con la Turchia, prima che la Turchia decida di rovesciare sull’Europa i suoi due milioni e mezzo di profughi. La Grecia, assediata e strozzata dai debiti (anche dalla Germania) eppure in prima linea in un commuovente slancio di solidarietá spontanea.

E’ l’Italia che soccorre e aiuta sul fronte dei mare e che si muove con determinazione in Europa per fare passare proposte che smuovano la situazione, come quella di non contabilizzare nel patto di stabilità l’emergenza immigrazione. Non basta ?

Forse, ma è la strada giusta. Il resto é soltanto un calcolo cinico e ipocrita sull’ignoranza e sulla paura. Impedire agli esseri umani di fuggire da guerre e carestie é come chiedere loro di non respirare e quindi di morire. Tanto piú che non possiamo mettere da parte le nostre responsabilità in guerre e carestie. Un ambito in cui siamo stati molto efficaci e tecnicamente all’avanguardia.

 

LA CRONACA

Vince Norbert Hofer, il candidato della formazione di estrema destra anti-migranti, nel primo turno delle elezioni presidenziali austriache. Secondo il verde Alexander van der Bellen col 20% che sarà il suo avversario al ballottaggio. Eliminati dal ballottaggio e dalla corsa presidenziale -secondo segnale decisivo che giunge da Vienna- i candidati dei due grandi partiti tradizionali, popolari e socialisti. Il socialista Rudolf Hundstorfer ed il popolare Andreas Khol sono rimasti inchiodati all’11%: uno shock per la coalizione al potere, che ha guidato il Paese dal 1945. Problemi in vista.

Per il Fpoe -il partito che fu in passato dal controverso Jorg Haider, morto nel 2008- è il miglior risultato di sempre. Esulta il leader dell’estrema destra Heinz-Christian Strach: «Abbiamo scritto la storia -azzarda il malinconico dell’Austria nazista- oggi inizia una nuova era politica», e. Valutazione di tutti gli osservatori, il suo successo riflette le preoccupazioni dell’elettorato per la crisi dei migranti, vedi il minacciato blocco del Brennero. Hofer, ingegnere che gira armato, ha minacciato, da presidente, di sfiduciare il governo se non adotterà misure più restrittive sui migranti.

Entusiasti i commenti di diversi dei leader politicamente vicini alle idee di Hofer, destra estrema, i para nazisti olandesi, il fronte nazionale francese e il fascioleghismo di casa nostra. Il voto austriaco -salutato con gioia dall’estrema destra di tutta Europa, da Salvini a Le Pen, a Wilders, avrà riflessi nella Ue, dove l’impalcatura della libera circolazione rischia di crollare sotto il peso dell’ondata migratoria proveniente dall’Africa e dal Medio Oriente. L’Italia, più di altri, guarda con attenzione a ciò che avviene olòtre confine, dopo le minacce di Vienna di chiudere il Brennero.

L’attuale governo austriaco, guidato dal socialista Werner Faymann, ha già indurito molto i toni nei confronti dell’immigrazione, opponendosi al paradigma dell’accoglienza illimitata. La priorità, ha spiegato il ministro degli Esteri Sebastian Kurz, è di proteggere i confini esterni dell’Ue. Se invece non si riuscirà a ridurre il numero degli irregolari dalla rotta mediterranea, allora Vienna – ha avvertito – «sarà costretta a introdurre i controlli al Brennero». Sia l’Italia sia da Bruxelles, messa in guardia a Vienna sui gravi effetti economici e simbolici per l’Europa con un muro al Brennero.

Serbia. Il premier Aleksandar Vucic con il suo Partito del progresso serbo (conservatore moderato) trionfa nelle elezioni politiche anticipate di oggi in Serbia con percentuali stellari, oscillanti fra il 52% e il 56%. L’estrema destra antieuropeista e filorussa dell’ultranazionalista Vojislav Seselj, recentemente assolto dal tribunale dell’Aja per crimini di guerra, torna in parlamento dopo otto anni di esilio, senza tuttavia l’exploit temuto: il Partito socialista del ministro degli esteri Ivica Dacic si conferma seconda forza nel Paese. Gli altri partiti lottano per superare lo sbarramento del 5%.