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giovedì 19 Settembre 2019

Europa baltica

Scommettere ancora sull’Ucraina?
Meglio, l’Ucraina ci serve ancora?

Ucraina rischio crack: ‘Usati contro la Russia e ora di noi se ne fregano’ 
La prima (Scommettere ancora sull’Ucraina?) è la domanda formalmente educata che circola nelle cancellerie occidentali, da Washington all’Europa. La seconda (L’Ucraina ci serve ancora?), è il cinico dubbio reale che sta dietro a tante parole e ad un fiume di miliardi che, ad ovest dell’Ucraina si sono stufati di sborsare senza vedere contropartite almeno politiche. E così, nella cronaca di Yurii Colombo sul Manifesto, apprendiamo del difficilissimo inizio di Volodymir Zelensky, neo presidente, in giro per le capitali europee che contano col cappello in mano, a chiedere. Prima a Berlino da Angela Merkel, a incassare il sostegno tedesco facile e senza costi di un No alla separazione del Donbass filo russo. Ma poi la conferma della pipeline che porterà gas e petrolio russi attraverso il Baltico scavalcando l’Ucraina, e ‘peggio per voi’. Il dialogo con Putin è prioritario, il messaggio.

Alleati o creditori?

Il presidente ucraino ha provato anche a convincere gli imprenditori tedeschi che il suo paese non sta pensando a un ‘default controllato’, o alla bancarotta. Pronti a pagare i debiti, o almeno a provarci. Il vicepresidente dell’amministrazione presidenziale, Alexey Goncharuk, in un’intervista ha sostenuto che «l’Ucraina sta lavorando alla preparazione del lancio alla fine del 2019 di un programma di cooperazione di 3-4 anni con il Fondo monetario internazionale». Programma Ucraina e Fmi approvato il 19 dicembre 2018, con 3,9 miliardi di dollari promessi. A Kiev ancora aspettano la prima tranche di circa 1,4 miliardi di dollari, ma a Washington non si fidano di Kiev, che accusano (ma senza dirlo ufficialmente) di aver gettato al vento ben 11 miliardi di prestiti negli ultimi 5 anni senza aver ottenuto nessuna “riforma”.

Poroshenko e destra sperperante

Riforme del sistema giudiziario e doganale ucraino «lacrime e sangue» in chiave anti-corruzione sbandierate per anni e mai viste. Ora Zenelsky promette che taglierà a metà i dipendenti della pubblica amministrazione. 50% in meno di clienti e votanti alla vigilia di elezioni politiche di luglio? Più una battuta comica che un promessa credibile. Ed ecco che la missione del Fmi, arrivata a Kiev il 21 giugno è già rientrata negli Usa. Nessuno ha intenzione di sganciare altri denari senza avere in cambio qualcosa di più delle promesse. «Attenderemo le elezioni di luglio e la formazione del nuovo governo prima di stanziare la quota indicata» è stato il commento/avvertimento del capo delegazione del Fmi Ron van Rooden. Anche perché nell’entourage di Zelensky qualcuno che pensa al default controllato c’è.

Vi siamo serviti e ora ci scaricate

L’oligarca Igor Kolomoisky, sostenitore e socio in affari -dicunt- con il presidente, in una intervista al Financial Times, ha sostenuto che l’Ucraina dovrà rifiutarsi di pagare il debito «se non vuole fare la fine della Grecia al guinzaglio del Fmi». Secondo Kolomoisky «la vittoria di Zelensky alle elezioni ha dimostrato che gli ucraini non vogliono le riforme economiche richieste dal Fondo». Se il nuovo presidente continua ad «ascoltare l’occidente alla fine diventerà come Poroshenko con il 10-15% dei consensi e non il 73%». Linea un po’ ‘salviniana’ con qualche piccola ragione politica. «Si è usata l’Ucraina per far male alla Russia ma in realtà a nessuno interessa del nostro paese. Gli Usa e la Ue dovrebbero cancellarci il debito come contropartita per le sofferenze che abbiamo subito per colpire la Russia al posto loro».

Marcia della indipendenza
marcia della prepotenza

Polonia, 100 anni dell’indipendenza, con neonazisti e slogan razzisti
A poco distanza dal corteo dove spiccavano le bandiere nazionali polacche, bianche e rosse, altri drappi, striscioni, slogans urlati che della Polonia liberata avevano nulla. Striscioni nazionalisti, tra cui quelli neri della formazione italiana Forza Nuova, slogan di stampo razzista come ‘Biala sila’, (Potere bianco), ‘Stati Uniti, impero del male’ e ‘Polonia, bianca e cattolica’, con lancio di sassi e petardi contro i contestatori della loro presenza nella marcia. Tra le bandiere, anche quella del gruppo di estrema destra della National Radical Camp che richiama tristi memorie in quella parte d’Europa.

Nazifasciti sciolti

Eppure il presidente polacco, Andrzej Duda, che ha patrocinato la ‘marcia dell’indipendenza’, aveva promesso una manifestazione gioiosa e di orgoglio, avvertendo che chiunque portasse striscioni offensivi o cantasse slogan razzisti, sarebbe stato fermato dalla polizia. L’accordo dopo lunghe trattative fra i rappresentanti del governo e delle organizzazioni nazionaliste. Promesse mancate e vergognosa esibizione di arroganza della peggiore destra estrema europea, neonazisti, fascisti e razzisti assortiti e indisturbati.

Nazional opportunismo

Corteo ufficiale guidato dal giovane capo dello Stato, Andrzej Duda, il premier Morawiecki, ma sopratutto dal leader storico della maggioranza sovranista Jaroslaw Kaczynski. E’ dietro di lui che arriva il seguito. Gli ultrà xenofobi razzisti e anti-Ue, con il testa lo striscione nero di Forza Nuova e Roberto Fiore con gli amici locali e di altri paesi del Vecchio continente. Questo mentre a Parigi i Grandi d’Occidente e il presidente russo Vladimir Putin, pur divisi da gravi contrasti, lanciavano segnali di impegno per la pace. Ma la maggioranza sovranista polacca non ha voluto prendere le distanze dal corteo ultrà, che la sindaca uscente di Varsavia aveva chiesto di vietare.


Walesa (e Woytjla?) troppo europeisti

Va detto che in Polonia la società civile urbana resiste, anche se il suo governo, con quello ungherese di Orban, rappresenta l’ala dura, estremista, all’interno del cosiddetto ‘Gruppo di Visegrad’, con qualche ripensamento moderato da parte di Cechia e Slovacchia. Ma nella Polonia dei simil Kaczynski, i protagonisti della rivoluzione pacifica (il compromesso non violento tra Solidarnosc e la Giunta di Jaruzelski per la transizione alla democrazia), eroi quali Lech Walesa e Adam Michnik, o i compianti Bronislaw Geremek o Tadeusz Mazowiecki, vengono spesso definiti traditori. Santo Woytjla non si tocca, ma anche lui con Solidarnosc.

La parte più arretrata del Paese

Polonia, schiaffo delle città al populismo Diritto e Giustizia (PiS), il partito populista di Jaroslaw Kaczynski, leader de facto della Polonia, rimane la prima forza del Paese con il 33% anche se perde quattro punti. Al secondo posto, con il 27%, la Coalizione civica (KO), la lista liberale. Segue il Partito popolare (PSL), con il 13,6%. Poi la sinistra e Kukiz ’15, partito anti-establishment. ‘Per Kaczynski è un risultato in chiaroscuro’, la valutazione di Matteo Tacconi, EastWest. Quattro punti percentuali persi rispetto alle politiche del 2015. “Non pochi, ma neanche troppi”, se si considerano la polemiche politiche feroci che attraversano il Paese, e le ormai note offensive contro la magistratura, finite nel mirino della Commissione europea. Da tre anni al potere, il PiS ha usato un ‘welfare generoso’ per favorire la crescita.

Propaganda e autoinganno

«I populisti, sempre più sovranisti, vincono abbastanza facilmente nelle zone rurali, così come nei centri abitati con popolazione inferiore a 50.000 persone. La Polonia meno sviluppata e più ancorata alla tradizione, in altre parole: il loro storico bacino elettorale». Dalle grandi città arriva però un segnale forte e contrario. I candidati del PiS vanno al ballottaggio a Danzica e Cracovia, ma hanno poche speranze di farcela, e perdono al primo turno a Lodz, Lublino e nella capitale Varsavia, dove contrariamente alle attese non c’è stata praticamente partita. Trionfa il candidato liberale, Trzaskowski. «La propaganda della radio-tv di Stato, che sotto Kaczynski ha perso ogni barlume di indipendenza, aveva fatto credere che l’uomo del PiS, Patryk Jaki, potesse davvero insidiare Trzaskowski».

Partecipazione anti autoritarismo

Insolitamente alta l’affluenza elettorale, segno di una mobilitazione contro l’autoritarismo del governo, l’interpretazione diffusa, con segnali in vista delle europee (maggio) e politiche (Ottobre), 2019. Un ciclo elettorale cruciale per gli equilibri del Paese. Segnali contro la destra populista, ma con alternativa incerte. Quel ‘quasi 27%’ della coalizione liberale che è inferiore alle politiche del 2015 e non sfonda tra l’elettorato moderato e progressista. Meno ancora quella di sinistra. Sempre Matteo Tacconi: «L’alleanza democratica di sinistra, partito che ha governato negli anni ’90 e nei primi anni 2000, e che nel 2011 ottenne il 41%, si ferma al 6,6%», numeri da Pd italiano post Renzi. Kaczynski non è finito, e i liberali non riescono a ‘ingranare le marce alte’, conclusione di EastWest, e tutti i giochi restano aperti in vista delle europee e delle politiche 2019.

Se la Nato non ti basta

Alla Polonia Amerikana la Nato non basta. Domani a Washington Trump e Andrzej Duda, presidente polacco, a discutere di Russia e di Nato incrociando diffidenze non proprio coincidenti. Trump e Duda si erano già visti a Varsavia il 6 luglio 2017 durante la visita del presidente americano in Polonia. Allora, e come sempre l’impegno a difendere i confini orientali polacchi da un’eventuale aggressione militare da parte di Mosca. Destra più destra a mano sempre più armata. Gli Stati Uniti con il 3,5% del proprio prodotto interno a spese militari, rispetto al 2% chiesto ai soci Nato. Dall’avvento dell’attuale maggioranza ultra conservatrice al governo, Varsavia prima della classe, 2% sul Pil nel 2015 e il l 2,5% entro il 2030. Traguardo nella direzione di Trump e oltre la Nato.

Nato fronte Baltico

Entrata nella Nato nel ’99, ci ricorda Lorenzo Berardi su EastWest, Varasavia ha sempre considerato l’Allenza la propria assicurazione sulle presunte mire di Mosca. Non a caso, Anaconda-2016, la più grande esercitazione militare Nato dai tempi della Guerra Fredda, proprio territorio polacco. L’anno dopo Dragon-17, fra Minsk e Kaliningrad. L’exclave russa al confine polacco e affacciata sul Mar Baltico, l’incubo di Varsavia. Timori anche della Nato che ha predisposto Four Thirties, 30 battaglioni meccanizzati, 30 squadroni aerei e 30 navi militari dell’Alleanza da muovere nel giro di un mese in risposta a un’eventuale aggressione russa. Una strategia di risposta lodata il 28 agosto dal ministro della Difesa statunitense, James Mattis.

Tecnologie di guerra

Di scudo missilistico Nato in Polonia si parla dal 2007, l’accordo ufficiale nel 2011. Cominciata nel maggio del 2016, la costruzione dello scudo anti-missilistico di Redzikowo sta però avendo ritardi imprevisti. Prevista entro il 2018, spostata al 2020 e forse ancora oltre. Se e quando completato, Redzikowo, aggiungerà a quelli alla base rumena di Deveselu, altri 24 missili balistici terra-aria SM-3 al sistema di difesa missilistico Nato che, ci raccontano, saranno difesa ad eventuali attacchi terroristici di Al Qaeda o dell’Iran. Lettura più realistica di Mosca, Redzikowo come una risposta ai loro missili posizionati a Kaliningrad, ad appena 150 chilometri in linea d’aria dal sito polacco.

Varsavia oltre

Varsavia (sempre Lorenzo Berardi) ha anche deciso di dotarsi di un proprio sistema di difesa, con 4,5 miliardi di Euro per l’acquisto di otto batterie di missili Patriot operative entro il 2025. Ma ancora non basta. A Washington la ‘Proposta per una presenza permanente degli Stati Uniti in Polonia’, redatto dal Ministero della Difesa di Varsavia. Ipotesi, una base Usa a 200 chilometri da Redzikowo e ad altrettanti dalla capitale. Impegno economico polacco fino a 1,7 miliardi di Euro per “fornire sostegno significativo creando installazioni militari congiunte e facilitando gli spostamenti delle truppe statunitensi”. Di fatto (e di nascosto) Washington e Varsavia dialogano da mesi su basi militari statunitensi in Polonia.

Troppo vicini a Mosca e troppi soldi

Colloqui alla Casa Bianca e incontri nel Pentagono, esibisce il ministro della Difesa polacco Mariusz Blaszczak. Che sull’incontro di domani tra Trump e Duda, svela, discuteranno anche di «armi per l’esercito polacco». Trump non ama la Nato ma deve stare attento a non esagerare, con proprie truppe così vicino alla Russia. Ma anche conti in tesa. Il Pentagono si sta interrogando sui costi per mantenere gli attuali 35mila militari (erano 250mila nell’85) oggi nelle basi permanenti in Germania. L’obiettivo di Varsavia -sostiene EatEst- è proteggere la cosiddetta “breccia di Suwałki”, una stretta fascia di territorio polacco incastonata fra la Bielorussia e Kaliningrad.

AVEVAMO DETTO

Polonia elezioni, destra più a destra tra fede e sicurezza