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martedì 15 Ottobre 2019

Est Europa

Varsavia Bruxelles scontro aperto

La Polonia conservatrice e nazionalista di Jarosław Kaczyński avrebbe messo i giudici sotto controllo dell’esecutivo, ed è alla rottura aperta con l’Unione europea. E la Commissione, il governo (anche se uscente) questa volta -dopo tanti avvertimenti- ha deciso di deferire la Polonia alla Corte di giustizia sul nuovo regime disciplinare dei giudici, richiedendo una procedura accelerata. Il 3 aprile la Commissione aveva avviato la procedura di infrazione sostenendo che il nuovo regime disciplinare dei magistrati deciso dal blocco nazional conservatore al potere, minava l’indipendenza dei giudici e non assicurava le garanzie necessarie per proteggerli dal controllo politico, come richiesto dalla Corte di giustizia Ue e dalla stessa costituzione polacca.

Vigilia di sanzioni e di elezioni

Bruxelles litiga, ma in Polonia è peggio. Campagna elettorale alla vigilia del voto, dove tutti dicono il peggio possibile degli avversari. Domanda chiave: il partito di Diritto e Giustizia responsabile dello scontro cercato con l’Ue, vincerà come previsto dai sondaggi? Il risultato elettorale potrebbe essere sorprendente, scrive Stefano Grimaldi sull’Indro. Secondo i sondaggi il partito Diritto e Giustizia (PiS), già vincitore delle ultime elezioni, sarebbe in largo vantaggio, con il 47 per cento. Mentre il centrista Civic Coalition guidato da Donald Tusk, il presidente Ue uscente, avrebbe solo il 28 percento. Ma il super criticato e reazionario PiS di Jarosław Kaczyński, che spacca la Polonia tra le città e contado legato alla chiesa più conservatrice, potrebbe finire in minoranza se i tre partiti di opposizione (Civic Coalition, la lista di Sinistra di Lewica, e la coalizione polacca di centrodestra), coalizione Arlecchino per togliere dal potere un gruppo molto aggressivo.

I Kaczyński che da piccoli rubarono la luna

Replica politica indiretta a Bruxelles sulla indipendenza della magistratura: se il PiS vincesse con una maggioranza parlamentare in entrambi i rami del parlamento, potrebbe rendere più facile revocare letteralmente l’immunità dei giudici, come i più duri e puri propongono, in beffa a regole elementari di democrazia liberale. Ma il diritto di immunità è garantita anche dalla costituzione polacca e PiS avrebbe dovuto ottenere i due terzi di tutti i seggi della Camera bassa (Sejm) e la maggioranza nella Camera alta (Senato) per essere in grado di cambiarlo.

Gemelli Kaczyński Gianburrasca attori, prima di passare alla politica

Giudici e giornalisti sotto tutela

Mettere sotto ‘tutela’ i ‘poteri di controllo’. Giudici e anche i giornalisti, come già accade con un controllo ferreo dell’informazione radio-tv pubblica, e le proprietà della carta stampata quasi tutte nelle mani di ‘amici degli amici’. Il PiS ha già suggerito che i giornalisti devono essere regolati in modo simile agli avvocati, vago su cosa intenda per ‘regolamentare’, ma certo vorrà porre condizioni su chi può diventare giornalista. In attesa dei difficili risultati di domenica notte, per l’aggressivo gruppo dirigente che crede di poter sfidare l’Europa da Varsavia, l’avvio del procedimento giudiziario è un forte avvertimento. Con in più, la proposta della Commissione per il bilancio a lungo termine dell’UE, meno generoso con la Polonia, con 20 miliardi di €uro in meno.

Parlamento sospeso e legittimo sospetto

Varsavia – (Agenzia Nova) – Nella serata di ieri è stata sospesa l’ultima sessione della Sejm (camera bassa del parlamento polacco), fino a dopo il 13 ottobre, data delle prossime elezioni parlamentari. La presidente del Sejm, Elzbieta Witek, ha giustificato la decisione con il fatto che le sedute collidono con gli impegni della campagna elettorale. […]
Il Parlamento riapre solo per salutare i nuovi eletti
Il vicepresidente del Sejm Stanislaw Tyszka la ritiene “una situazione senza precedenti”, giacché è stato disposto di riprenderla paradossalmente il 15 e 16 ottobre, ossia dopo il voto che deciderà la composizione di una nuova legislatura del Sejm.

La destra populista di Kaczynski

Una scelta controversa che ha fatto insorgere l’opposizione. Indubbio che la mossa della formazione fondata dai fratelli Kaczynski sia il frutto di calcoli politici. «Non c’è nessuna spiegazione valida che possa giustificare il rinvio delle sedute parlamentari a dopo le elezioni. Così come non ce n’è nessuna che possa spiegare quale complotto si voglia coprire prendendo tale decisione», ha commentato con un tweet lo storico e giornalista Konrad Piasecki. Prepotenza nella certezza di vincere o paura di perdere la tornata elettorale, il dubbio di Giuseppe Sedia sul Manifesto. La Polonia «paese del benessere» promessa da Jarosław Kaczynski con alcuni ‘formalismi’ in meno, o la Polonia della democrazia e della tutela dei diritti, oltre al benessere.

Ma la reazione se è ricca vince

I sondaggi lasciano prevedere una vittoria del partito di governo grazie sopratutto all’economia che cresce a un sorprendente 4,5 l´anno. Utile ricordare anche che la Polonia è il maggiore paese dell’Europa orientale membro di Unione europea e della Nato. Più popolazione, economia più solida, e posizione geopolitica strategica sulla frontiera russa del Baltico. Tra l´altro -ricorda Tarquini su Repubblica- è appena divenuta il primo Stato ex occupato dall’Urss ad avere l´OK di Washington alla fornitura di 32 cacciabombardieri invisibili F-35. Che è concessione più utile a chi fornisce che a chi comunque dovrà prima o poi pagare, in qualche forma. Del resto Varsavia aveva ufficialmente chiesto agli Stati Uniti di avere una loro base militare in casa. Mosca ovviamente non gradisce.

Il paese deferito alla Corte europea

Esattamente un anno fa la Commissione europea aveva deciso di deferire la Polonia alla Corte di giustizia europea sul controverso pacchetto di riforme giudiziarie promosso da Varsavia che, secondo i commissari, mette a repentaglio lo stato di diritto nel paese. Eppure fino al 2015 il paese sembrava il più europeista del continente. La generosità dei fondi comunitari aveva garantito una crescita economica e un livello di benessere altrimenti impossibile. I polacchi sembravano ben consapevoli che senza l’UE la situazione sarebbe stata peggiore. Nel periodo 2007-2013, il paese ricevette finanziamenti per 80 miliardi di euro, annota Matteo Zola su eastjournal. Alla guida del paese c’era Piattaforma Civica, partito di centrodestra guidato da Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo uscente. La fedeltà ai valori europei sembrava impossibile da scalfire.

Populismo bigotto alla polacca

Ma le elezioni del novembre 2015, con la vittoria di Diritto e Giustizia di Jarosław Kaczynski , rovesciano in quadro politico interno e di rapporti con l’Europa. Smantellare lo stato di diritto, in silenzio. La legge di riforma del funzionamento della corte costituzionale, varata il 22 luglio 2016, rappresentò -valutazione Ue- il punto di non ritorno per la democrazia polacca. La legge sanciva la fine della separazione dei poteri legislativo ed esecutivo in Polonia, portando la Corte stessa sotto il controllo del governo. Non solo, secondo la nuova norma il ministro della Giustizia acquisiva il diritto di licenziare e nominare i presidenti dei tribunali – conferendogli un’indebita influenza sui procedimenti giudiziari – e scegliere parte dei membri del consiglio nazionale della magistratura, organo di autogoverno dei giudici.

AVEVAMO DETTO

Storia litiga con ‘destra’ e ‘sinistra’

L’analisi è di Gian Micalessin, storico inviato di guerra del Giornale, quindi reporter di politica estera letta da una solida cultura di destra. Il giornale-blog che lo rilancia è Sputnik, che già dal nome lo sai russo, e basta leggere qualcosa per capire che non è sovietico ma è ‘destra putiniana’ con amicizie italiane decisamente schierate sulla Lega. Nulla di vicino a Remocontro, per dirla morbidamente, ma su alcune analisi la lettura dei fatti sembra davvero interessante, su cui vale la pena riferire. Sopratutto se si parla di Ucraina dove certe formazioni neonaziste di Kiev hanno fatto la guerra anche contro mercenari neofasciti persino italiani. Una estrema destra lacerata da ‘opposti sovranismi’, analizzata senza preconcetti.

Scambio di prigionieri verso la pace

«Non è ancora la pace, ma è un primo passo per raggiungerla. Lo scambio di 70 prigionieri – 35 russi e 35 ucraini – arrivato a compimento sabato dopo una serie di colloqui tra il Cremlino e il presidente ucraino Vladimir Zelensky è il segnale di un possibile, imminente negoziato per mettere fine ad una guerra del Donbass costata oltre 14mila vite in cinque anni». Ottimismo condiviso anche in precedenza da Remocontro rispetto al neo presidente ucraino Zelensky che da ex comico, fa tutt’altro che cose da ridere. Passaggio chiave la visita a metà agosto di Putin in Francia da Macron. a metà agosto quando Vladimir Putin era volato in Francia per incontrare Emmanuel Macron. Non solo pre ‘G7’, ma messaggi ufficiosi sull’Ucraina.

Kiev e il fallimento europeo

Sempre Micalessin, «Il dietro front ucraino rappresenta lo specchio del fallimento europeo e delle false speranze vendute all’Ucraina nel 2014. Un’Ucraina che in questi anni ha dovuto far i conti non solo con la rivolta del Donbass, ma anche con la fine delle illusioni alimentate da un’Unione Europea pronta, nel 2014, a far balenare il miraggio di una pronta integrazione nell’economia di Bruxelles seguita dalla rinascita economica, dalla lotta alla corruzione e dalla fine dei privilegi degli oligarchi. Invece nessuna di quelle promesse è stata rispettata». Non a voler difendere Ue e l’uscente Mogherini assieme, ma va detto, per amore di verità, che i cinque anni di presidenza di Poroshenko hanno aiutato molti ucraini a capire l’inganno. In più, l’accesso di corsa all’Ue è favole nota,dalla Turchia alla Macedonia dell’altro ieri.

Specchietto per le allodole

«Accordo di associazione sventolato da Bruxelles nel 2014 per indurre Kiev a rompere con Mosca. Uno specchietto per le allodole che nascondeva i piani dell’amministrazione Obama per allontanare Kiev da Mosca, bloccare l’accesso della Russia al Mar Nero facendo saltare gli accordi per l’utilizzo dei porti della Crimea e arrivare all’integrazione dell’Ucraina nella Nato». Un lettura molto filo russa e molto anti americana (e qui in destra e sinistra classico fa a farsi benedire), ma di difficile contestazione. «Il ritorno della Crimea sotto la bandiera russa e la rivolta del Donbass hanno di fatto neutralizzato i piani di un’America che dopo l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca ha perso interesse per la partita ucraina. Di conseguenza anche l’Unione Europea non si è più sentita in dovere di rispettare il pesante e costoso ruolo di tutore di Kiev».

Conti in tasca a Ucraina e Ue

L’Ucraina rompe anche commercialmente con la Russia ma si apre all’Europa. Mercato a perdere: 9 miliardi di dollari di deficit 2018 nel Paese dove gli stipendi restano i più bassi d’Europa e la corruzione imperversa. E a fine giugno dal Consiglio d’Europa reintegra la delegazione russa sospesa dopo la Crimea con Kiev che ha la certezza di essere stata quasi scaricata. Francia e Germania che dicono? «In base al cosiddetto ‘formato Normandia’, Parigi e Berlino hanno il compito di concordare con Mosca e Kiev l’applicazione di quegli accordi di Minsk del 2014, la piattaforma negoziale per soluzione del conflitto del Donbass». Questi i dati di fatto, ora le speranze. L’ambizione di Macron nel crepuscolo politico di Angela Merkel avrebbe fatto capire a Vladimir Putin che valeva la pena tentare. «Ora resta solo da capire se anche l’ex comico Zelensky fa sul serio».

AVEVAMO DETTO

Nuova generazione dirigente

Il giurista 35enne Oleksiy Goncharuk è il nuovo premier dell’Ucraina. Lo ha votato il Parlamento, la ‘Verkhovna Rada’, riunito per la prima volta dopo le elezioni dello scorso luglio. Goncharuk era entrato nell’amministrazione Zelenskij solo alla fine di maggio. In precedenza era a capo di una società di consulenza finanziata dall’Unione europea per promuovere le piccole e medie imprese. Goncharuk, ex avvocato, ha promesso davanti ai parlamentari di “porre fine” alla corruzione. La promessa di molti, la sfida assoluta per la presidenza Zelenskij assieme alla fine della guerra interna nel Donbass.

Oleksij Goncharuk, neo premier ucraino

Di corsa prima del tracollo

«Finora non siamo stati in grado di cambiare l’attitudine a rubare delle persone arrivate al potere. Dobbiamo porre fine a questo e lo faremo. Il mio governo non ruberà». Promesse attorno a dati da paura. ‘Ristrutturazione’ di un debito internazionale da paura, ma occorre che ‘il Paese torni affidabile’ e riesca ad invertire il processo di contrazione dell’economia nazionale, che dura da anni. «Abbiamo oltre 10 milioni di persone che vivono al di sotto della soglia di povertà. Abbiamo una guerra nell’Est. E oltre a tutto ciò abbiamo la corruzione». Sfida all’impossibile, ma con in tasca qualche risultato da tenere al momento ancora nascosto.

Kiev Mosca scambio di prigionieri

Scambio segreto di prigionieri col regista ucraino Oleg Sentsov, trasferito segretamente alla prigione Butyrskaya di Mosca, pronto forse al ritorno in patria. Sentsov, nel 2015, era stato condannato a 20 anni di carcere da un tribunale militare di Rostov sul Don, Sud della Russia, accusato di aver progettato attentati terroristici, in Crimea, la penisola ucraina annessa da Mosca. Contemporaneamente un tribunale ucraino ha ordinato il rilascio su cauzione del capo della sede ucraina dell’agenzia di stampa russa Ria Novosti, Kirill Vyshinsky, accusato di “alto tradimento”. Il Cremlino ha definito la mossa di Kiev ‘un passo importante’.

Kiev tratta con Mosca e Trump ritira il dollaro

Dagli Usa, ‘Trump ha dato istruzioni al proprio staff di rivedere il programma di assistenza militare americano in Ucraina per potersi assicurare nuovi fondi da investire in patria’. Altra giravolta trumpiana, visto che nel giugno scorso il Pentagono aveva approvato un nuovo finanziamento da 250 milioni per migliorare le capacità belliche dell’esercito ucraino. Spiccioli previsti nella bozza di bilancio militare da 733 miliardi di dollari approvato dal Congresso per l’anno fiscale 2020, ritenuti però insufficienti dalla Casa Bianca che ne voleva 750. Spending review militare affidata anche a John Bolton che di guerre se ne intende.

John ‘Stranamore’ Bolton a Kiev contro la Cina

Primo nuovo nemico, decide Trump, è la Cina. E John ‘Stranamore’ Bolton, consigliere per la sicurezza nazionale della Casa bianca, in visita a Kiev per annunciare tagli agli aiuti militari, accusa la Cina di aver rubato agli USA i progetti per la realizzazione del suo nuovo caccia di quinta generazione. Perché? Per cercare di impedire la vendita del gigante ucraino nella produzione di motori per velivoli civili e militari Motor Sich alla società d’investimento cinese Skyrizon. Fino al 2014 la Motor Sich lavorava prevalentemente sul mercato russo e ora affoga. Messaggio Usa, vendere a tutti ma non alla Cina.

Cina, sfida tecnologica e militare

Secondo il giornale ucraino Strana Bolton (e la cronaca di Yurii Colombo sul Manifesto), Bolton avrebbe chiesto la nazionalizzazione dell’impresa. «Un gioco a carte truccate in cui la Difesa Usa vuole congelare l’assetto proprietario di Motor Tech, ma senza rilevarla». La sfida tecnologica e quella militare oltre lo scontro con la Cina sui dazi. La vendita di Motor Sich per il governo americano «metterebbe a repentaglio la sicurezza e la sovranità» del paese slavo perché inevitabilmente l’azienda cinese una volta messe le mani sulla fabbrica non solo accrescerebbe il suo potenziale bellico ma tornerebbe a vendere anche alla Difesa russa.

Amici interessati attorno a Kiev

Ma la Cina è diventata quest’anno il primo importatore mondiale di mais ucraino e ha capitali freschi per aiutare a risollevare la disastrata economia del paese. Mentre con l’amministrazione americana i motivi di frizione nei suoi primi 100 giorni di presidenza non sono mancati. Trump forcaiolo e impiccione. Bolton che ficca il naso sulla formazione del nuovo governo, sospettato da Rudolph Giuliani di essere «un covo di filo-democratici». «Lingua a stelle-e-striscie sempre un po’ biforcuta -Yurii Colombo- Mentre Bolton riempiva Zelensky di parole mielose, Trump annunciava il taglio di 250 milioni di dollari per la difesa ucraina».

ALTRE FONTI

Trump holds up Ukraine military aid meant to confront Russia
By CAITLIN EMMA and CONNOR O’BRIEN 08/28/2019 06:11 PM EDT Updated 08/29/2019 12:07 PM EDT

Polonia, nessun giudice ‘contro’

La Commissione europea ha compiuto il secondo passo nella procedura d’infrazione contro la Polonia, inviando un parere sullo ‘stato di diritto’, e più in particolare, sul nuovo regime disciplinare per i giudici polacchi. Varsavia ha avuto due mesi per rispondere agli argomenti presentati dalla Commissione nella sua lettera di messa in mora. Ma a seguito di un’analisi approfondita della risposta delle autorità polacche, la Commissione ha concluso che “la risposta non allevia le preoccupazioni giuridiche”. L’accusa resta quella di voler mettere sotto controllo dell’esecutivo il potere giudiziario, violando una delle basi cardine della Unione e delle democrazie occidentali già dalla fine del Settecento (la separazione dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario).

La destra fideista di Kaczynski

Le autorità polacche ora hanno due mesi per conformarsi al parere motivato inviato oggi. Se Varsavia non adotterà le misure appropriate, la Commissione (ancora le vecchia Commissione in carica sino a fine ottobre) può decidere di deferire il caso alla Corte di giustizia dell’Unione. Il 3 aprile 2019, Bruxelles aveva avviato questa procedura d’infrazione sostenendo che il nuovo regime disciplinare mina l’indipendenza giudiziaria dei giudici polacchi e non assicura le necessarie garanzie per proteggere i giudici dal controllo della politica. Tra le altre cose – si legge nella nota della Commissione Ue – “la legge polacca permette che i giudici ordinari siano sottoposti a indagini disciplinari, procedure e sanzioni sulla base del contenuto delle loro decisioni giudiziarie”.

Se la sentenza non mi piace…

Le nuove regole non garantiscono l’indipendenza e l’imparzialità della Camera disciplinare della Corte suprema, composta solo da giudici selezionati dal Consiglio nazionale per la magistratura, che è a sua volta nominato dal Parlamento polacco. Un passaggio solo formale di poteri di controllo che rinviano sempre al potere politico. Il Paese sta dimostrando come si possa instaurare un regime senza carri armati, né prigionieri politici, né censura. Secondo Amnesty international, attraverso la legge sull’informazione del 2015, il governo polacco si è assicurato “il controllo di tutti i mezzi di informazioni pubblici”. A ottobre del 2017, più di 234 giornalisti che lavoravano nelle trasmissioni pubbliche, inclusi leader dei sindacati, sono stati retrocessi, licenziati o costretti a dimettersi. Forti restrizioni, secondo Amnesty, sono state registrate anche riguardo al diritto di riunione pacifica, il funzionamento delle Ong, la libertà di stampa, i diritti sessuali e riproduttivi e il diritto all’alloggio.

 

POLONIA E ALTRI SOVRANISMI 
SOLDI UE VIOLANDONE I PRINCIPI
All’interno dell’Ue ci sono Paesi che hanno agganciato la locomotiva europea recuperando i ritardi economici, ma violano sistematicamente lo Stato di diritto e le libertà fondamentali.

 

Il presidente ucraino Zelensky
per un parlamento dopoguerra

Ucraina verso elezioni politiche, la pace contro l’ultra nazionalismo
Era stato il primo atto dell’ex comico, neo presidente ucraino Volodomyr Zelensky, che aveva sciolto la Rada e indetto nuove elezioni. Obiettivo, ottenere una maggioranza in parlamento che gli permettesse di governare evitando la coabitazione con un parlamento ancora filo-Poroshenko, l’avversario battuto ma che si propone come leader dell’Ucraina più estremista della guerra permanente contro la Russia. A meno di due settimane dal voto, la situazione in Ucraina resta più incerta che mai, spiega Yurii Colombo sul Manifesto. Gli ultimi sondaggi danno al partito di Zelensky, Servire il popolo, il 42-44% delle intenzioni di voto.

Primo partito ma non basta

Primo partito, ascesa straordinaria per un partito che solo qualche mese fa non esisteva, ma non basterebbe. Un terzo dei deputati sarà eletto con il sistema uninominale e difficilmente il neo-presidente potrà contare sulla maggioranza assoluta, spiega sempre Yurri Colombo. Al secondo posto con l’11-13% il Blocco delle opposizioni di Yuri Boyko, l’ex partito delle regioni filo-russo, ed è un altro segnale di cambiamento necessario in casa. Ancora più distanziata e in discesa la colazione dell’ex presidente Poroshenko all’8% e Patria di Yulya Timoshenko con il 7%. Decisivi per Zelensky dei risultati concreti sulla promessa pace nel Donbas

Modello ‘Moldavia’

L’unica coalizione pacifista possibile, dati da sondaggi, è quella con l’ex partito delle regioni filo russo, «una unità nazionale» stile quanto avvenuto in Moldavia recentemente, ma assai più difficile se non addirittura improbabile in un Paese ancora attraversato da odi nazionalistici coltivati da più parti. Obiettivo politicamente più facile per Zelensky, quello di una sua maggioranza parlamentare senza alleanza necessarie. Ed ecco la proposta al vertice con l’Ue a Kiev, di riprendere le trattative di Minsk con più paesi coinvolti. Oltre a Russia, Francia e Germania già nel gruppo di contatto, l’inserimento di Usa e Gran Bretagna a garantire i paurosi.

A caccia di leaders

Zelensky teatrante cerca anche il colpo di immagine. «Voglio fare appello al presidente della Federazione Russa Vladimir Putin… lei, io, il presidente degli Stati Uniti Trump, la premier britannica May ( chi per lei), la cancelliere tedesca Merkel, il presidente francese Macron, possiamo incontrarci a Minsk». La spara grossa il giovane neo presidente, sapendo che non si sarà mai un G5 in Ucraina, ma la proposta scuote. Mosca concede che una presenza Usa non sarebbe un problema. Al ministro Lavrov ripetere che serve confronto diretto tra Repubbliche Popolari e Ucraina. Problemi Regno unito e Russia dopo il caso Skrypal, ma è solo teoria.

Neofascisti in rivolta

A Kiev intanto i gruppi neofascisti sono tornati alla consueta violenza. Ridotti ai minimi termini elettorali (i sondaggi danno a Svoboda uno striminzito 1,5%), i neri ucraini hanno organizzato una campagna di intimidazioni e violenze contro l’idea dell’emittente tv privata ucraina ‘NewsOne’ e quella russa ‘Rossya 24’ di creare un «ponte televisivo» di informazioni dedicato ai cittadini dei due Paesi. Ma i giornalisti ucraini di NewsOne hanno dovuto presto gettare la spugna: ai presidi di protesta della destra radicale a Kiev si sono aggiunte botte e minacce di morte per i giornalisti che avrebbero dovuto essere coinvolti nel progetto.

Tutti a rimangiarsi tutto
sperando di salvarsi il posto

Moldavia, si torna a un solo governo, l’oligarca in fuga, ladroni e complici
In Moldavia ma non soltanto, la coerenza in politica non è più una virtù. E spesso neppure un po’ di dignità, a salvare almeno la faccia. Un decreto assolutamente illegittimo della locale Corte costituzionale contro la formazione del nuovo governo di Maia Sandu, prima smentito e poi ritirato. Dimissioni per buona creanza e dignità, notizia non pervenuta. L’ex premier Pavel Filip, che aveva indetto nuove elezioni dopo essere stato nominato dalla Corte nuovo presidente ad interim, alla Guaidò, si è dimesso e ha riconosciuto l’autorità del nuovo governo. Anche per lui, sanzioni al momento non previste. Un tempo, un assaggio di galera per certa ‘forzature costituzionali’, il salto dai palazzi del poter alle celle, aiutava la riflessione e i pentimenti. Ma lui Filip no, che già pensa ad una rivalsa elettorale.

La nuova premier moldava Maia Sandu

La situazione attuale

La maggioranza formata dall’ACUM, una coalizione tra partiti europeisti e anticorruzione, guidata dall’ex consulente della Banca Mondiale Maia Sandu, e dal Partito Socialista Moldavo con a capo il presidente dello Stato Igor Dodon è quindi ufficialmente riconosciuta come legittima. Anche il presidente Dodon, destituito dalla Corte il 10 giugno scorso perché si era rifiutato di sciogliere la Camera dei deputati, è ufficialmente rientrato nel pieno delle sue funzioni. La svolta è sicuramente stata determinata dalla posizione assunta dalla comunità internazionale che, quasi unanimemente, aveva riconosciuto il governo della Sandu e smentito sia la Corte Costituzionale sia la posizione assunta dallo stesso Pavel Filip. A favore della regolarità democratica del governo voluto dal presidente Dodon si erano espressi gli Stati Uniti, la Russia, e l’Unione europea. A sostegno di Filip solo Romania e Ucraina.

Il Berlusconi televisivo locale

Colpo duro, anche se non ancora la fine del potere dell’oligarca Vladimir Plahotniuc che -annotano attenti osservatori politici-, aveva infiltrato attraverso un suo partito, una fitta rete di suoi uomini nella magistratura, nei media e nella politica. Berlusconi moldavo, possiede tre delle quattro televisioni nazionali e controlla quindi il mercato pubblicitario, e nella politica, suo uomo proprio l’ex primo ministro Filip di cui già abbiamo detto, oltre e molti altri esponenti locali. E quel tanto di galera che noi sopra immaginavamo per Filip, certamente la temeva l’oligarca miliardario. Scoperto solo pochi giorni fa, l’espatrio in gran segreto dell ricchissimo Plahotniuc, prima nella vicina Odessa e da lì in Svizzera. Giustificazione alla fuga, garantire la sicurezza sua e della famiglia. In realtà il timore di finire sotto accusa per corruzione e malversazioni varie.

Rubare ai poveri per ingrassare i ricchi

Con l’oligarca, in fuga alcuni dei suoi più vicini collaboratori e complici. Tra loro Ilan Shor, deputato e sindaco della città di Orhei, sospettato di complicità nella sparizione di un miliardo di euro dal sistema bancario moldavo nel 2015. Non piccoli ladri. Resa dei conti interni prossima, a partire dalla Corte costituzionale al soldo di Plahotniuc. Decisioni politiche per l’insolita maggioranza, ufficialmente composta da filo-europei e filo-russi insieme. Partita interna e pressioni esterne a tutto spiano, da Bruxelles e quelle da Mosca. «Dodon (il legittimo presidente), sicuramente in buoni rapporti con Vladimir Putin, sostiene da tempo che la Moldavia debba dialogare contemporaneamente con entrambi e questa maggioranza potrebbe cercare di perseguire quella strada», scrive su Notizie Geopolitiche Dario Rivolta, notista ed ex parlamentare. Sperando che, al contrario di quanto sta accadendo in Macedonia, Washington e Bruxelles smettano di arruolare speranze Ue nella Nato. Una, Moldavia neutrale ed equidistante ‘virtuoso banco di prova’ a sua vantaggio, per una nuova intesa tra l’occidente e la Russia.

 

AVEVAMO DETTO

Moldova, pasticcio con 2 governi, follie politiche e stampa distratta

Moldavia: tra Romania e Ucraina, lo Stato più povero d’Europa

Nazionalismo, sovranismo
ad autoritarismo diseguale
Uno studio del politologo polacco Radosław Zenderowsk sul nazionalismo nell’Europa centro orientale, ripreso da Andrea Pipino, giornalista di Internazionale, proprio mentre il cosiddetto sovranismo e le tendenze autoritarie si diffondono in mezza Europa e in molte altre aree del pianeta. Tifosi o preoccupati, è tema di stretta attualità.

L’idea stessa di nazione

Il nazionalismo che viene dall’est e i sovranismi post comunisti
«L’idea di nazione nella mente dei polacchi, dei cechi, degli slovacchi, degli ungheresi, dei lituani, dei lettoni, degli estoni, e anche degli ucraini, dei bielorussi, dei romeni, dei moldavi, dei bulgari, degli sloveni, dei croati, dei serbi, dei macedoni, dei musulmani bosniaci, degli albanesi è in molti casi estremamente diversa da quella a cui sono abituati i britannici, i francesi, gli spagnoli, gli italiani e perfino i cittadini della Mitteleuropa, come i tedeschi o gli austriaci», è la premessa di Zenderowski, nella raccolta di saggi Understanding Central Europe.

Il nuovo vento dell’est

Prima della Brexit, della vittoria di Trump negli Stati Uniti e dell’arrivo di Salvini al governo in Italia, l’unicità del caso centroeuropeo. Ungheria e Polonia le prime che hanno optato per un modello di sviluppo illiberale e con evidenti tratti di autoritarismo. Un ritorno all’antico specifico di quell’area? Quasi un va e vieni dall’oriente del dispotismo. Semplificazioni eccessive. Ma i segnali caratterizzanti sono chiari: «Il ritorno dell’etnia come fondamento della cittadinanza, la xenofobia esplicitamente rivendicata, l’autoritarismo, con una retorica populista capace di parlare alle masse e di alimentare una mobilitazione continua contro le élite, l’Europa, le minoranze e tutto ciò che ricordi anche solo vagamente la sinistra».

Il post sovietismo

Già dagli anni novanta la fine della illusione che la trasformazione del mondo ex comunista sarebbe stata un percorso glorioso verso il trionfo della democrazia liberale e dell’abbondanza capitalista. Ma l’euforia postcomunista è ormai terminata, annota Andrea Pipino. Scontro tra giganti della geopolitica planetaria, a partire dalla teoria della fine della storia” di Francis Fukuyama, mentre si moltiplicano le premonizioni di pericoli imminenti. Negli ultimi anni la crisi del consenso liberale e crisi della democrazia rappresentativa si è allargata a gran parte del mondo occidentale. Ma resta il fatto che il nuovo modello sovranista o ultraconservatore abbia attecchito prima di tutto nei paesi ex comunisti, e per gli analisti, non è casuale.

Crisi della democrazia

Il patto liberale degli anni ’90 messo in crisi dalla crescita delle disuguaglianze nella transizione al libero mercato. L’illusione per gli “esteuropei” della ricchezza dell’ovet a portata di mano. Poi la realtà fatta di emigrazione, di bassi salari, deterioramento del welfare e aumento del costo della vita. Tra le conseguenza sociali, frattura tra le classi urbane, più aperte e pronte ad abbracciare i cambiamenti, e quella parte della popolazione più tradizionalista e refrattaria alle novità importate. Frattura abilmente manipolata dai poteri nazional-conservatori per accentuare la polarizzazione della società, creando tensioni e conflitti utili, vedi la presunta invasione dei migranti. Mentalità autoritaria sopravvissuta ai vecchi regimi, sia pure in forme diverse.

Nazionalismo nel comunismo?

La presenza del nazionalismo nei regimi comunisti. Quando la morsa dei regimi ha cominciato ad allentarsi, la retorica nazionalista era già stata cavalcata ufficialmente in molti paesi comunisti, vedi la Romania di Ceaușescu e l’Albania. Un ibrido chiamato ‘nazionalcomunismo’, dove antisemitismo, xenofobia e diffidenza verso le minoranze non erano una rarità. Ma prima ancora del comunismo, il processo di formazione degli stati nazione. Un gran pasticcio. Massimo D’Azeglio disse, ‘Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani’. Operazione in corso. Al contrario, si sono fatti prima i polacchi e poi la Polonia, prima i cechi e poi la Cechia. Il passaggio da imperi multinazionali agli Stati Nazione è processo ancora parzialmente in corso, confini e popolazioni, proprio in quella parte di EstEuropa uscita dal sovietismo.

István Bibó e sintesi estrema

Scriveva il giurista e filosofo ungherese István Bibó, 1946, sulla spaccatura tra democrazia e sentimento nazionale, la convinzione che la prima sia d’ostacolo al secondo e la libertà un rischio per la sicurezza della nazione. E sempre un po’ di vittimismo storico ricorrente tra sovranisti e nazionalisti, che e innesca ostilità verso le minoranze. Leggere Orbán e Kaczyński sull’invasione dei migranti. Paura più motivata ma semi nascosta, i milioni di esteuropei emigrati in occidente per cercare lavoro. In trent’anni la Romania ha perso il 20 per cento della popolazione, la Lituania il 25 per cento, la Bulgaria il 22 per cento. Ed ecco che il timore per la sopravvivenza della propria comunità, rovescia cause ed effetti, tra l’arrivo di qualche migliaio di migranti e la partenza di centinaia di migliaia di ragazzi, che svuota le scuole, i villaggi, le cittadine.

‘Anywhere’ contro ‘anywhere’

Gli ‘anywhere’, individui capaci di vivere ovunque, opposti ai ‘somewhere’, legati al proprio luogo d’origine e alle sue tradizioni, sintetizza il politologo britannico David Goodhart. Ed ecco l’affermazione della solidarietà su base etnica, valori della tradizione, la religione sorgente d’identità politica. Strana Europa ‘escludente e identitaria’, dove i nazional-conservatori dei paesi ex comunisti rivendicano per loro il diritto alla libertà di movimento, ma la chiusura delle frontiere per chiunque non sia bianco e cristiano. Ricordate la vecchia ‘maggioranza silenziosa’? Controrivoluzione conservatrice con nome e cognome «Anxious majority» individuata in ‘After Europe’ da Ivan Krastev: «una maggioranza impaurita di cittadini che, proprio a causa della loro angoscia esistenziale, possono agevolmente diventare vittime di una propaganda sfacciata e costruita su mistificazioni e aperte falsità».

 

Moldova oltre gli immigrati?
Povertà tra Romania e Ucraina

Una sola Moldova per due governi, follie politiche e stampa distratta
Un Paese verso l’estremo sud est dell’Europa, tra i giganti geografici di Romania e Ucraina, e il Mar Nero, ai bordi del delta del Danubio. Moldavia, la vecchia Bessarabia già romena e poi sovietica prima di arrivare, un quarto di secolo fa, ad una accidentata indipendenza. Sino a ieri (non abbiamo dati più certi quindi ne parliamo al passato anche se li temiamo presenti), considerato il Paese più povero, il più corrotto e uno dei peggio governati d’Europa.
Una fragile economia, sorretta bene o male da una massiccia e incessante emigrazione e dalle copiose rimesse degli espatriati, salvo ‘sottrazione fraudolenta’ da parte di tre banche, per circa un miliardo di dollari. Acqua passata (per modo di dire), perché può accedere anche di peggio.

Una Moldova per due governi

Quasi una esclusiva quella de La Stampa, nel senso che tutti gli altri quotidiani snobbano la notizia. La Moldova da alcuni giorni ha due governi, ci racconta Giuseppe Agliastro. «Due esecutivi rivali che si accusano a vicenda di usurpazione del potere».
Uno è il governo di Pavel Filip, in carica dal 2016 e sostenuto dal Partito Democratico (ma i nomi qui non hanno paralleli nostrani), dell’oligarca Vladimir Plahotnyuk, la persona più potente del Paese.
L’altro è il nuovissimo governo della filo-occidentale Maia Sandu, nato sabato con un’inedita e inaspettata alleanza tra i parlamentari del blocco europeista Acum e quelli filorussi del Partito Socialista del presidente Igor Dodon.

L’oligarca Vlad Plahotnyuc

Corte costituzionale
e creatività giuridica

Crisi politica molto grave, ma assieme segnale internazionale quasi sorprendente. Per una volta Russia e Occidente sostanzialmente d’accordo. La signora Sandu ha dalla sua parte alcuni dei principali Paesi europei, ma anche il Cremlino, ed è anomalia politica per una premier pro-Ue. Contro il suo Consiglio dei ministri bicolore c’è ovviamente il discusso oligarca Plahotnyuk, accusato di corruzione, e che in Moldova fa ancora il buono e il cattivo tempo.
Strumento, la Corte Costituzionale che ha dichiarato illegittimo in un colpo solo, il governo della filo-occidentale di Maia Sandu, e il presidente della Repubblica. Via il filorusso Igor Dodon e al suo posto -qui siamo all’esaltazione, l’arroganza eccelsa- Pavel Filip, leader dell’altro governo, quello fedele al ricchissimo Plahotnyuk. Il quale Filip ha subito sciolto il Parlamento e ha indetto elezioni anticipate per il 6 settembre.

Stupita risposta europea
golpisti e Gerusalemme

Francia, Germania, Polonia, Svezia e Gran Bretagna -dichiarazione congiunta-, hanno dato il loro sostegno al nuovo Parlamento e al nuovo governo. Il filorusso Dodon si ritiene ancora capo dello Stato e ha annullato le elezioni anticipate indette da Filip. Ma il governo fedele all’oligarca Plahotnyuk non intende lasciare la sede del Consiglio dei ministri, sorvegliata dalla polizia e circondata da migliaia di sostenitori del Partito Democratico.
Provocazione finale, la Moldova bis dello pseudo presidente in conto oligarca, ha deciso -sulla scia di Trump- che Gerusalemme sia la capitale di Israele, facendo ipoteticamente dalla Moldova, l’unico Paese europeo ad avere un’ambasciata a Gerusalemme. Reazione palestinese sprecata rispetto ad una furberia velleitaria a caccia di tre soldi e di un indecente sostegno politico.

AVEVAMO DETTO

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