domenica 24 febbraio 2019

Est Europa

Volodomyr Zelensky, il Grillo ucraino

Ucraina al voto, un ‘Grillo’ vincente e anche Mosca ride
Elezioni presidenziali ucraine di marzo decisamente sorprendenti già nell’attesa. Il candidato Volodomyr Zelensky, attore comico televisivo, che guida i sondaggi con il 21,7% delle preferenze. Volodomyr ha fondato un partito col nome della sua trasmissione televisiva di satira politica “Servire il Popolo”, e già questo, a Kiev, pare faccia molto ridere. Già dal nome, evidente il carattere populista della formazione che si caratterizza per una forte impronta anticasta e anticorruzione, «ma sono state le sue proposte su come risolvere le crisi del Donbass e della Crimea a creare molto interesse nell’opinione pubblica e a spiazzare i suoi principali concorrenti», spiega Yurii Colombo su il manifesto.

L’iper nazionalismo stanca

«Il Beppe Grillo di Kiev», sulla questione dei territori ucraini occupati da Mosca, pragmaticamente propone di negoziare direttamente con Putin «visto che i dirigenti delle Repubbliche Popolari non sono altro che dei fantocci». E lui avrebbe già preso dei contatti preliminari con l’ambasciata russa. Col risultato di accuse da parte dell’estrema destra di essere «al soldo di Mosca», che forse elettoralmente gli torna pure utile, dati i diffusi segnali di spostamento degli umori degli ucraini rispetto all’iper nazionalismo anti russo ancora attuali, verso la ricerca di una soluzione negoziata con la Russia. Ovviamente il Cremlino, se ufficialmente tace, sicuramente solidarizza e fa il tifo.

Poroshenko sconfitto?

Sono ben 44 i candidati aspiranti a diventare presidente ucraino per i prossimi 5 anni. Personalismi e velleità, con soli 3-4 candidati reali al primo turno, con nessuno di loro -previsione facile- che potrà ottenere il 50% + 1 dei voti il prossimo 31 marzo. Quindi ballottaggio tra i primi due, e per ora, lotteria sui nomi dei concorrenti finali. Poroshenko, presidente uscente, rischia di non partecipare al ballottaggio. L’ultimo sondaggio lo dà al terzo posto con il 14,8% dei consensi e la sua è una campagna tutta in salita. Giunto al potere dopo la Maidan di cui si era proposto come uno dei leader più moderati, aveva promesso una rapida ripresa economica e la reintegrazione delle provincie ribelli del Donbass nel paese. Ucraina in povertà e Repubbliche separatiste ben solide nonostante una sanguinosa guerra civile.

Situazione sociale al collasso

Più di 10 miliardi di dollari di prestiti dal Fondo monetario e dall’Ue, ben altre generosità rispetto alla crsi greca, ad esempio, ma nei 5 anni della amministrazione Poroshenko il reddito medio della popolazione è di 180 dollari al mese, ‘salario medio’, ma, ci ricorda Yurii Colombo, «Il salario minimo è fissato in 70 dollari e lo scorso ottobre in molte città ci sono stati blocchi stradali e barricate contro l’aumento dei prezzi del riscaldamento». Insomma, la vita in Ucraina è dura e lo stato di prostrazione del paese è sotto gli occhi di tutti. Quindi, voti alle opposizioni. Al secondo posto nei sondaggi con il 18,5% c’è Yulia Timoshenko. La ex «regina del gas», poi capo del governo dopo la «rivoluzione arancione» del 2004, finì in prigione per corruzione durante l’amministrazione Yanukovich incastrata su base di prove molto dubbie. Con il suo partito Patria è diventata il principale catalizzatore di una opposizione principalmente parlamentare.

Con Mosca ‘Pace fredda’

Anche Yulia Timoshenko per riaprire il dialogo sulla Russia sulla questione delle pipelines, il transito di gas e petrolio russo sul suolo ucraino. Salvo questo, sul fronte internazionale, la ex premier sostiene con enfasi, ancora più di Poroshenko, la necessità di aderire rapidamente alla Nato, cosa forse possibile per insistenza Usa, e di ‘entrare a pieno titolo nella Ue’, cosa al momento decisamente improbabile. «Abbiamo bisogno non solo che ci vengano restituiti i territori occupati della Crimea e del Donbass, ma anche di portare la Russia davanti a un tribunale internazionale, in quanto Stato occupante, perché paghi per i danni che il nostro paese ha subito» afferma l’ex pasionaria della rivoluzione arancione, ma è comizio di apertura della sua campagna.

Nazifascisti ora politicamente marginali

Marginali dal punto di vista elettorale -purtroppo non dal punto di vista sociale- le organizzazioni di estrema destra e neofasciste. «Solo il candidato di Svoboda Ruslan Koshulinky raggiunge l’1% e ciò rende giustizia di ogni rozza caratterizzazione del regime ucraino come junta golpista, anche perché nel paese continuano a sussistere, in mezzo a mille difficoltà, movimenti dei diritti civili e sindacali assai dinamici», èprova a rassiocurare Yurii Colombo. Estrema destra con complicità nell’esercito e nella polizia che hanno permesso, dati della Freedom House americana, «50 attacchi contro movimenti dei diritti civili, lgbt e antifascisti, 8 pogrom antirom e 2 contro la minoranza caucasica». Un crescendo di razzismo e squadrismo che è costato l’ulteriore abbassamento del del ‘tasso di democrazia’ del paese da parte di Freedom House.

Il Pope e i fedeli con l’elmetto

Scisma, svastiche sulle chiese russe

Scisma e violenze. Dalla destra neonazista in Ucraina, pessimi segnali anche sul fronte religioso. In tutta l’Ucraina vengono segnalati attacchi a chiese ortodosse del Patriarcato di Mosca, da cui la Chiesa di Kiev, sotto spinta del presidente Petr Poroshenko, si è recentemente separata. Incendi dolosi e gruppi di estrema destra con l’aiuto della polizia che occupano diverse chiese, profanate con scritte naziste e con svastiche. Incredibilmente, secondo la polizia di Kiev si tratta di provocazioni organizzate dai servizi segreti russi. Di tutt’altro avviso la Chiesa ortodossa fedele al patriarcato di Mosca: «Invitiamo tutti i giornalisti interessati, i difensori dei diritti umani, i funzionari dell’Onu, l’Ue a venire in Ucraina e vedere con i propri occhi ciò che sta accadendo».

L’autoritarismo di Victor Orban
cerca di imporre una ‘Victatura’

In Ungheria la memoria dell’autoritarismo dittatoriale, allora il comunismo sovietico, è ancora sulla pelle di molti e nella memoria dei più, e quando la cosiddetta «Democrazia illiberale» contata da Victor Orban ed applicata da leggi autoritarie senza opposizione parlamentare adeguata, allora anche nella conservatrice e ancora un po’ asburgica Ungheria, scatta la paura. «Per gli orbaniani, i manifestanti che da giorni protestano contro il governo e la sua riforma del lavoro non sono altro che provocatori ispirati da George Soros. Provocatori e vandali che hanno come unico scopo quello di far danni e turbare la quiete pubblica», scrive l’amico Massimo Congiu da Budapest «Gli interessati rispondono che c’è poco da stare quieti con quello che succede nel paese da quando Viktor Orbán è al potere».

Non mollare la presa

I sostenitori di questa lunga protesta non sembrano affatto intenzionati a mollare. Una ormai desueta alleanza studenti-lavoratori che si rinnova dopo decenni e loro assieme, lavoratori e studenti, con qualche sigla sindacale accanto, e persino qualche esponente politico e deputato. Un Paese quasi anestetizzato che sembra voler uscire dal letargo del consenso gratuito e scontato. Per loro, lunedì mattina, la manifestazione alla Rai magiara, totale controllo governativo, per poter spiegare le cinque ragioni della loro protesta. Una rapida e ‘decisa’ cacciata fuori del ‘Viale Mazzini 14’ di Budapest (vedi le immagini sotto). Quasi che il concetto di pluralismo sia bestemmia a quasi ‘antistato’.

Le ragioni delle proteste

Le rivendicazioni dei manifestanti, su tre temi cruciali: 1) la cancellazione degli straordinari, obbligatori, quasi illimitati, e pagati a loro comodo; 2) la libertà di stampa (subito assaporata alla tv pubblica) ormai generalmente plaudente o strangolata; 3) Tribunale speciali, marcia indietro del governo rispetto alla legge che prevede l’istituzione di tribunali speciali presieduti da giudici fedeli all’esecutivo. Si tratta di corti destinate a giudicare i reati contro lo Stato. E qui torna utile la bistrattata Europa come garanzia da sovranisti sovra eccitati, con la richiesta di adesione del Paese alla Procura europea. Dalle parti di Bruxelles saranno pure degli euro burocrati, ma valgono le regole.

Il governo non vuole cedere

«Quando la dittatura è un dato di fatto è necessaria la rivoluzione», si leggeva su un cartello alla manifestazione di sindacati e lavoratori, scrive Congiu sul Manifesto. Nessuna rivoluzione in vista, da quella parti. Non è questa l’aria che si respira in questa fase politica in Europa e nel mondo. Ma la rabbia popolare ha da sempre, strami modi di orientarsi, e nonostante Facebook e i social -effetto imitazione- non valgono modelli o colori di Gilet, gialli a Parigi e piumini da gelo a Budapest. E l’Ungheria dei diffusi consensi conservatori, scopre di aver una parte di paese che esprime un chiaro dissenso. Ed era da tempo, troppo forse, «che non si assisteva da queste parti a una mobilitazione quotidiana».

Chi sono e cosa vogliono

Non eiste un programma politico preciso, in compenso li accomuna la voglia di voltar pagina e vivere in un paese diverso. «In un paese democratico legato ai valori europei», dicono gli universitari e riferisce Massimo Congiu. «Molti qui hanno la sensazione che, con la legge sugli straordinari, si sia arrivati alla classica goccia che fa traboccare il vaso. Così hanno fatto impressione le immagini dei deputati dell’opposizione cacciati dalla tv con maniere forti, quelle dei buttafuori«». Loro, i deputati, hanno promesso battaglia legale in quanto sottolineano il fatto che, per il loro status, nessuno può mandarli via dalle sedi di istituzioni pubbliche. Attori noti in come Róbert Koltai e un’attrice conosciuta anche all’estero, come Mária Törocsik: «Abbiamo conosciuto il regime, ora ci stiamo riavvicinando a quella realtà».

LA CACCIATA DALLA TV DI STATO 

AVEVAMO DETTO

Ungheria sovranista e forcaiola, ‘legge schiavitù’ rabbia in piazza

Molto poco natalizia la
vigilia elettorale ucraina

Ucraina Russia Natale di guerra? Il personaggio in campo, a preoccupare di più di tutto. Il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, che non figura tra i ‘guerrafondai’ di Mosca neppure per il più accanito anti russo. In un’intervista alla radio Komsomolskaya Pravda, Lavrov fornisce i dettagli: «La provocazione sarà sul confine della Crimea durante gli ultimi dieci giorni di dicembre». Servizi segreti russi notoriamente efficienti e ministro rassicurante: «Noi non lanceremo una guerra contro l’Ucraina, ve lo prometto», ha aggiunto Lavrov. Niente guerra precisa il ministro pre natalizio, ma avverte, ‘attenti a voi che ci arrabbieremo’.
Il problema è che dall’altra parte sono arrabbiati da tempo e forse cercano briga. I 137 scontri a fuoco nel Donbass denunciati dall’Osce a dicembre. Obiettivo della provocazione di Kiev, per Lavrov, sarebbe quello di mantenere la legge marziale nel paese, impedire le presidenziali, far approvare nuove sanzioni europee contro la Russia. Per lo stato maggiore ucraino l’annuncio de ministro russo vuole invece giustificare l’invio a Sebastopoli di 10 caccia Su-27SM e Su-30M2.

Tra Russia e Ucraina
per ora guerra di nervi

Ormai tra Russia e Ucraina è guerra dei nervi, a rilanci alternati. Una settimana fa Kiev aveva denunciato l’ammassamento di truppe russe nella provincia di Rostov e qualche giorno dopo la Russia aveva, a sua volta, espresso timori di un attacco ucraino nel Donbass, ma per ora la guerra è rimasta in gran parte sui titoli dei giornali, annotano Il Manifesto e Il Giornale, opposti ‘estremismi’ news in campo giornalistico evidentemente minato. La notizia dei 137 scontri a fuoco negli ultimi 15 giorni, giù nel Donbass, denunciati dall’Osce. «Guerra tra il ‘regime neonazista’ di Kiev -cattivo Lavrov- e i cittadini ucraini che vivono nel Donbass».
Ma anche i nazionalisti russi non sono da meno, a chiedere una ‘nuova Crimea’, unificazione con le «repubbliche popolari» del Donbass. Lavrov di buonsenso: «I problemi interni dell’Ucraina sono molto più ampi e molto più profondi della faccenda delle repubbliche di Donetsk di Lugansk. Volete che noi le riconosciamo? E poi? Lasceremmo così il resto dell’Ucraina in mano ai nazisti».

Cosa sta accedendo sotto
sotto da quelle parti?

Posizione russa-ucraina, sottoscritta a Minsk sulla intangibilità delle frontiere ucraine, la regola. Ciò che di imprecisato ed incerto sta accadendo nella leadership e negli umori dell’opinione pubblica ucraina, le possibili eccezioni. «La posizione di Poroshenko sarebbe sempre più traballante e il Cremlino guarderebbe con ottimismo al voto ucraino di marzo», annota Yurii Colombo su il Manifesto. Lettura faziosa? «Vladimir Putin, così come Poroshenko, non ha interesse a cedere. In ballo cè il futuro della crisi fra i due Paesi», rincorre Renato Zuccheri, sul fronte Giornale. Ucraina in crisi, e non c’è dubbio. Col dettaglio delle colonne di automezzi guidati da maschi ucraini in età di richiamo alla leva che valicano le frontiere con Russia, Ungheria e Romania. A volte con le famiglie, a volte soli, lasciano l’Ucraina temendo un futuro di guerra.
Un punto a favore del governo ucraino ieri, dopo l’incontro tra Federica Mogherini e il premier ucraino Volodymir Groisman: l’Ue invierà a inizio gennaio, una “missione di esperti” in Ucraina «per preparare l’assistenza alle regioni del Mar di Azov che avrebbero sofferto di restrizioni alla navigazione nella regione da parte russa». Cosa voglia dire non è chiaro. Secondo il primo ministro ucraino -ovviamente- la misura chiesta all’Ue, sarebbe quella di «chiudere tutti i porti della zona alla navigazione russa». In attesa che Bruxelles decisa di bombardare il Cremlino, molta aria fritta, anche se gelida.

Osce, se esisti batti un colpo

Russia e Ucraina la crisi di Natale
Milano, venticinquesimo Consiglio ministeriale dell’Osce, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa. I ministri degli Esteri i 57 Stati partecipanti e di 11 ‘Paesi partner’, invitati fissi: Algeria, Egitto, Giordania, Israele, Marocco, Tunisia sottocasa mediterranea, e Afghanistan, Australia, Corea del Sud, Giappone, Thailandia dall’Asia lontana e oltre. Sfida generale, provare a dimostrare di servire realmente a qualche cosa. A giro stretto, verifica immediata, riuscire e mettere un freno alla crisi ormai endemica tra Ucraina e Russia che accelera sul fronte del mar Nero me che prepara un caldissimo inverno da qui al Donbass e alla elezioni politiche ucraine di primavera. Sull’Huffington Post Umberto di Di Giovannangeli ci precisa che i ministri veri saranno solo 40, poi un po’ di vice, 80 ‘capo delegazione’ e circa 1400 delegati. Speriamo servano a qualcosa, oltre agli acquisti di Natale per cui Milano ringrazia.

Chi viola gli accordi di Minsk

Enzo Moavero Milanesi, ministro di passaggio ma diplomatico di mestiere, va subito al punto: «Applicare e subito gli accordi che le parti hanno firmato a Minsk». Sì, caro ministro, ma finora a litigare per primi sono stati gli arbitri che avrebbero dovuto fischiare i falli commessi dalle due squadre. Peccato che anche l’Osce somigli più ad una gita di tifosi in trasferta più che di arbitri a disquisire di regole da rispettare. Altro che VAR a bordo campo, sopratutto dopo l’incidente molto poco casuale nel Mare di Azov, con l’arresto di marinai ucraini da parte di Mosca il 25 novembre. Il loro rilascio anticipato sarà la mossa di dialogo attesa, ma il clima che si respira resta quello di una nuova Guerra fredda. A dimostrarsi subito Capo Tifoso, lo statunitense Wess Mitchell che non ha dubbi sul colpevole Russia, sorvolando su tutta la Minsk di autonomie mai iniziate.

Ucraina, Nagorno-Karabakh, Georgia e Transnistria

Tifoserie organizzate e replica ai massimo livelli. Serghei Lavrov, ministro degli esteri russo, con ‘ripassino storico’ per smemorati o asini: «Il sostegno dato da alcuni degli Stati presenti al colpo di Stato in Ucraina, pressioni in Macedonia, l’ampliamento della Nato e il suo potenziamento sul fianco orientale, il rafforzamento dello scudo antimissilistico e degli Stati Uniti e le sanzioni illegali internazionali contro Mosca». Qualche forzatura, ma lì attorno ruotano i veri problemi. Proposta per andare oltre il bla bla: “Contatti regolari fra militari che l’Occidente e non vuole ripristinarli”. Prima di rischiare di picchiarci, parliamone. Va detto che l’Osce ha osservatori solo nell’est ucraino, in Donbass, nelle regioni separatiste filo-russe, ma non in Crimea. Accusa finale di Lavrov agli arbitri accusati d’essere molto ‘vichinghi’: «Gli accorsi di Minsk costantemente sabotati da Kiev, il cui regime si avvale della piena impunità da parte dei suoi protettori internazionali», e Lavrov si fa strabico un occhio a Washington e l’altro a Bruxelles.

L’Ue che ci prova, Usa permettendo

Federica Mogherini mediatrice. «Chiediamo alla Russia di rilasciare navi e marinai senza ulteriore indugio e di garantire il passaggio libero allo stretto di Kerch». Deescalation della crisi, l’obiettivo. Affermazione di rito sulla Crimea ucraina, anche dall’Ue la richiesta a Kiev di attuare veramente gli accordi di Minsk. Esce allo scoperto persino l’anonimo e semisconosciuto segretario generale Osce, Thomas Greminger. Misk che, nonostante la violazione dei principi quest’ultimi “rimangono validi”. Previsioni del tempo, nuovo vento gelido dall’Est sull’Europa. Dopo di che uno si legge Corrado Maria Daclon Docente di geopolitica, fondatore e segretario generale della Fondazione Italia Usa, e si consola. Un intelligente parallelo, il conflitto nel 2008, tra Russia e Georgia, fronte separatista dell’Ossezia del Sud e i parallelismi con l’Ucraina sono molti. Problemi di territori ma sopratutto di energia. La Russia che tende sempre più a divenire un “petro-Stato”. E gli Stati Uniti che quasi sfacciatamente hanno fornito appoggio alle ‘rivoluzioni colorate’ di Georgia, Ucraina ed Uzbekistan, il tutto in funzione di contenimento della Russia.

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Le SS Waffen «Galicina»

Nazisti a Leopoli. ‘Un tranquillo sabato pomeriggio a Leopoli, L’vov, capitale dell’Ucraina occidentale’, racconta Yurii Colombo. Tute mimetiche, teste maschili rasate a zero e ragazze bionde in costume tradizionale che attraversano la città in corteo alternando saluti nazisti a slogan contro il mondialismo. Non la solita manifestazione della estrema destra ucraina col richiamo a Stepan Bandera, leader fascista ucraino fatto eroe dalla Maidan.
«Peggio», dice Yurii. Marcia per il 75esimo anniversario delle SS Waffen «Galicina», una divisione ucraina incorporata nell’esercito nazista durante l’ultimo conflitto mondiale. Al termine della manifestazione, autorizzata dalle autorità locali, sul grande palco allestito nella piazza principale comizi conclusivi al grido di «SS Galicina eroi per sempre» e foto ricordo dei partecipanti sotto il monumento a Bandera.

Codardi feroci

Le SS Waffen «Galicina» furono create nel 1943 per supportare la Wermacht sul fronte orientale, arrivando ad arruolare 80mila volontari. Grande adesione ideologica e posa sostanza militare. L’Armata Rossa le schiacciò a Brody nell’estate del 1944, bollati dai tedeschi di ‘codardia di fronte al nemico’.
I superstiti poco eroici della ‘Galicina’ combatterono a fianco dei nazisti contro la resistenza ceca, francese e yugoslava, e lì furono ‘bravi’. Si distinsero -narra la storia- solo per brutalità nei confronti della popolazione civile come nel caso del massacro di Guta Penyazka in Polonia dove bruciarono 172 case e massacrarono 500 persone compresi donne e bambini.

Salto di qualità

La manifestazione di sabato, figlia della legge «sull’eroismo dell’Esercito nazionale ucraino». Equivoci sul significato di eroismo a soprattutto di democrazia, denunciano 57 parlamentari del Congresso americano che si sono rivolti al Dipartimento di Stato «perché intervenga per far cessare questo scandalo». Risposta di Mike Pompeo improbabile. Legge che ha trasformato i collaboratori dei nazisti in eroi e fatto diventare reato penale la negazione di certo ‘eroismo’.
Distratti a Kiev e non solo, su quei gruppi paramilitari di ‘eroi’ che con i nazisti e furono responsabili in Ucraina dell’uccisione di migliaia di ebrei, di 70-100mila polacchi e di altre minoranze etniche.

Vergognosi silenzi

Imbarazzato silenzio dall’Ue, e opportunistica ‘distrazione’ ufficiale Kiev, per paura di perdere le generose sovvenzioni dagli Usa.
Ma intanto a Leopoli, il 20 aprile, nell’anniversario della nascita di Hitler, un’insegnante delle superiori, Mariana Batyuk, ha tenuto una lezione sul Fuhrer ai suoi studenti, definendolo «un grande uomo» e leggendo «meravigliosi» passi del Mein Kampf.
Lo racconta Yurii Colombo sul Manifesto -fonte di sinistra sospetta per alcuni-, ma a denunciarlo sono sempre quei 57 parlamentari Usa, fonte politicamente indiscutibile, dato l’argomento. Lezioni di tal genere, hanno concluso i deputati, «si sono tenute un po’ dappertutto nell’ovest ucraino»

 

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