martedì 18 giugno 2019

Est Europa

Nazionalismo, sovranismo
ad autoritarismo diseguale
Uno studio del politologo polacco Radosław Zenderowsk sul nazionalismo nell’Europa centro orientale, ripreso da Andrea Pipino, giornalista di Internazionale, proprio mentre il cosiddetto sovranismo e le tendenze autoritarie si diffondono in mezza Europa e in molte altre aree del pianeta. Tifosi o preoccupati, è tema di stretta attualità.

L’idea stessa di nazione

Il nazionalismo che viene dall’est e i sovranismi post comunisti
«L’idea di nazione nella mente dei polacchi, dei cechi, degli slovacchi, degli ungheresi, dei lituani, dei lettoni, degli estoni, e anche degli ucraini, dei bielorussi, dei romeni, dei moldavi, dei bulgari, degli sloveni, dei croati, dei serbi, dei macedoni, dei musulmani bosniaci, degli albanesi è in molti casi estremamente diversa da quella a cui sono abituati i britannici, i francesi, gli spagnoli, gli italiani e perfino i cittadini della Mitteleuropa, come i tedeschi o gli austriaci», è la premessa di Zenderowski, nella raccolta di saggi Understanding Central Europe.

Il nuovo vento dell’est

Prima della Brexit, della vittoria di Trump negli Stati Uniti e dell’arrivo di Salvini al governo in Italia, l’unicità del caso centroeuropeo. Ungheria e Polonia le prime che hanno optato per un modello di sviluppo illiberale e con evidenti tratti di autoritarismo. Un ritorno all’antico specifico di quell’area? Quasi un va e vieni dall’oriente del dispotismo. Semplificazioni eccessive. Ma i segnali caratterizzanti sono chiari: «Il ritorno dell’etnia come fondamento della cittadinanza, la xenofobia esplicitamente rivendicata, l’autoritarismo, con una retorica populista capace di parlare alle masse e di alimentare una mobilitazione continua contro le élite, l’Europa, le minoranze e tutto ciò che ricordi anche solo vagamente la sinistra».

Il post sovietismo

Già dagli anni novanta la fine della illusione che la trasformazione del mondo ex comunista sarebbe stata un percorso glorioso verso il trionfo della democrazia liberale e dell’abbondanza capitalista. Ma l’euforia postcomunista è ormai terminata, annota Andrea Pipino. Scontro tra giganti della geopolitica planetaria, a partire dalla teoria della fine della storia” di Francis Fukuyama, mentre si moltiplicano le premonizioni di pericoli imminenti. Negli ultimi anni la crisi del consenso liberale e crisi della democrazia rappresentativa si è allargata a gran parte del mondo occidentale. Ma resta il fatto che il nuovo modello sovranista o ultraconservatore abbia attecchito prima di tutto nei paesi ex comunisti, e per gli analisti, non è casuale.

Crisi della democrazia

Il patto liberale degli anni ’90 messo in crisi dalla crescita delle disuguaglianze nella transizione al libero mercato. L’illusione per gli “esteuropei” della ricchezza dell’ovet a portata di mano. Poi la realtà fatta di emigrazione, di bassi salari, deterioramento del welfare e aumento del costo della vita. Tra le conseguenza sociali, frattura tra le classi urbane, più aperte e pronte ad abbracciare i cambiamenti, e quella parte della popolazione più tradizionalista e refrattaria alle novità importate. Frattura abilmente manipolata dai poteri nazional-conservatori per accentuare la polarizzazione della società, creando tensioni e conflitti utili, vedi la presunta invasione dei migranti. Mentalità autoritaria sopravvissuta ai vecchi regimi, sia pure in forme diverse.

Nazionalismo nel comunismo?

La presenza del nazionalismo nei regimi comunisti. Quando la morsa dei regimi ha cominciato ad allentarsi, la retorica nazionalista era già stata cavalcata ufficialmente in molti paesi comunisti, vedi la Romania di Ceaușescu e l’Albania. Un ibrido chiamato ‘nazionalcomunismo’, dove antisemitismo, xenofobia e diffidenza verso le minoranze non erano una rarità. Ma prima ancora del comunismo, il processo di formazione degli stati nazione. Un gran pasticcio. Massimo D’Azeglio disse, ‘Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani’. Operazione in corso. Al contrario, si sono fatti prima i polacchi e poi la Polonia, prima i cechi e poi la Cechia. Il passaggio da imperi multinazionali agli Stati Nazione è processo ancora parzialmente in corso, confini e popolazioni, proprio in quella parte di EstEuropa uscita dal sovietismo.

István Bibó e sintesi estrema

Scriveva il giurista e filosofo ungherese István Bibó, 1946, sulla spaccatura tra democrazia e sentimento nazionale, la convinzione che la prima sia d’ostacolo al secondo e la libertà un rischio per la sicurezza della nazione. E sempre un po’ di vittimismo storico ricorrente tra sovranisti e nazionalisti, che e innesca ostilità verso le minoranze. Leggere Orbán e Kaczyński sull’invasione dei migranti. Paura più motivata ma semi nascosta, i milioni di esteuropei emigrati in occidente per cercare lavoro. In trent’anni la Romania ha perso il 20 per cento della popolazione, la Lituania il 25 per cento, la Bulgaria il 22 per cento. Ed ecco che il timore per la sopravvivenza della propria comunità, rovescia cause ed effetti, tra l’arrivo di qualche migliaio di migranti e la partenza di centinaia di migliaia di ragazzi, che svuota le scuole, i villaggi, le cittadine.

‘Anywhere’ contro ‘anywhere’

Gli ‘anywhere’, individui capaci di vivere ovunque, opposti ai ‘somewhere’, legati al proprio luogo d’origine e alle sue tradizioni, sintetizza il politologo britannico David Goodhart. Ed ecco l’affermazione della solidarietà su base etnica, valori della tradizione, la religione sorgente d’identità politica. Strana Europa ‘escludente e identitaria’, dove i nazional-conservatori dei paesi ex comunisti rivendicano per loro il diritto alla libertà di movimento, ma la chiusura delle frontiere per chiunque non sia bianco e cristiano. Ricordate la vecchia ‘maggioranza silenziosa’? Controrivoluzione conservatrice con nome e cognome «Anxious majority» individuata in ‘After Europe’ da Ivan Krastev: «una maggioranza impaurita di cittadini che, proprio a causa della loro angoscia esistenziale, possono agevolmente diventare vittime di una propaganda sfacciata e costruita su mistificazioni e aperte falsità».

 

Moldova oltre gli immigrati?
Povertà tra Romania e Ucraina

Una sola Moldova per due governi, follie politiche e stampa distratta
Un Paese verso l’estremo sud est dell’Europa, tra i giganti geografici di Romania e Ucraina, e il Mar Nero, ai bordi del delta del Danubio. Moldavia, la vecchia Bessarabia già romena e poi sovietica prima di arrivare, un quarto di secolo fa, ad una accidentata indipendenza. Sino a ieri (non abbiamo dati più certi quindi ne parliamo al passato anche se li temiamo presenti), considerato il Paese più povero, il più corrotto e uno dei peggio governati d’Europa.
Una fragile economia, sorretta bene o male da una massiccia e incessante emigrazione e dalle copiose rimesse degli espatriati, salvo ‘sottrazione fraudolenta’ da parte di tre banche, per circa un miliardo di dollari. Acqua passata (per modo di dire), perché può accedere anche di peggio.

Una Moldova per due governi

Quasi una esclusiva quella de La Stampa, nel senso che tutti gli altri quotidiani snobbano la notizia. La Moldova da alcuni giorni ha due governi, ci racconta Giuseppe Agliastro. «Due esecutivi rivali che si accusano a vicenda di usurpazione del potere».
Uno è il governo di Pavel Filip, in carica dal 2016 e sostenuto dal Partito Democratico (ma i nomi qui non hanno paralleli nostrani), dell’oligarca Vladimir Plahotnyuk, la persona più potente del Paese.
L’altro è il nuovissimo governo della filo-occidentale Maia Sandu, nato sabato con un’inedita e inaspettata alleanza tra i parlamentari del blocco europeista Acum e quelli filorussi del Partito Socialista del presidente Igor Dodon.

L’oligarca Vlad Plahotnyuc

Corte costituzionale
e creatività giuridica

Crisi politica molto grave, ma assieme segnale internazionale quasi sorprendente. Per una volta Russia e Occidente sostanzialmente d’accordo. La signora Sandu ha dalla sua parte alcuni dei principali Paesi europei, ma anche il Cremlino, ed è anomalia politica per una premier pro-Ue. Contro il suo Consiglio dei ministri bicolore c’è ovviamente il discusso oligarca Plahotnyuk, accusato di corruzione, e che in Moldova fa ancora il buono e il cattivo tempo.
Strumento, la Corte Costituzionale che ha dichiarato illegittimo in un colpo solo, il governo della filo-occidentale di Maia Sandu, e il presidente della Repubblica. Via il filorusso Igor Dodon e al suo posto -qui siamo all’esaltazione, l’arroganza eccelsa- Pavel Filip, leader dell’altro governo, quello fedele al ricchissimo Plahotnyuk. Il quale Filip ha subito sciolto il Parlamento e ha indetto elezioni anticipate per il 6 settembre.

Stupita risposta europea
golpisti e Gerusalemme

Francia, Germania, Polonia, Svezia e Gran Bretagna -dichiarazione congiunta-, hanno dato il loro sostegno al nuovo Parlamento e al nuovo governo. Il filorusso Dodon si ritiene ancora capo dello Stato e ha annullato le elezioni anticipate indette da Filip. Ma il governo fedele all’oligarca Plahotnyuk non intende lasciare la sede del Consiglio dei ministri, sorvegliata dalla polizia e circondata da migliaia di sostenitori del Partito Democratico.
Provocazione finale, la Moldova bis dello pseudo presidente in conto oligarca, ha deciso -sulla scia di Trump- che Gerusalemme sia la capitale di Israele, facendo ipoteticamente dalla Moldova, l’unico Paese europeo ad avere un’ambasciata a Gerusalemme. Reazione palestinese sprecata rispetto ad una furberia velleitaria a caccia di tre soldi e di un indecente sostegno politico.

AVEVAMO DETTO

Moldavia: tra Romania e Ucraina, lo Stato più povero d’Europa

Presidenti comici nel mondo, tanti
attor comico presidente, finora mai

Ucraina che ha poco da ridere e un comico presidente, salvo golpe bis
Situazione grave ma non seria, e via a battute di satira facile dopo la vittoria dell’attor comico Volodymir Zelensky al primo turno delle elezioni presidenziali in Ucraina. E non è bastato (per ora) il potente e prepotente apparato di potere dell’uscente Petro Poroshenko e dei suoi alleati di governo a forti tinte nazifasciste di antica memoria storica ucraina e di più recenti arruolamenti. Pericoloso dare qualcosa per scontato sugli esiti di quella decisamente precaria democrazia, ma questa volta potrebbe esserci il colpo a sorpresa. L’ex premier, la ‘pasionaria’ Yulia Tymoshenko, esclusa dal ballottaggio dal presidente uscente, accusa l’apparato di potere di brogli e boicottaggio ai suoi danni.
«Voto truccato, candidati fantasma (39 ammessi alle elezioni) per disperdere voti, uno di loro col suo stesso cognome incluso un candidato con il mio stesso cognome». «Poroshenko non ce l’avrebbe fatta ad arrivare al ballottaggio. Ma ha promosso falsificazioni, ha privatizzato tutti i tribunali e non siamo stati in grado di mettere in discussione le violazioni avvenute prima e durante le elezioni», ha affermato la leader del Partito della Madrepatria che adesso, arrabbiatissima, potrebbe invitare i suoi a sostenere Zelensky al ballottaggio.

Yulia Tymoshenko alla Casa Bianca

Mediocre Poroshenko
ora l’anti-putinismo

«Oggi inizia una nuova vita senza corruzione. È solo il primo passo verso una grande vittoria», spara Volodymir Zelensky, sapendo di dover montare le speranze per la partita finale dove gli ostacoli potrebbero diventare persino mortali, e non solo per modo di dire. Il presidente uscente Petro Poroshenko, umiliato con poco più della metà dell’attor comico verso il ballottaggio del 21. Ma lui “non tratta con nessuno” dichiara mentendo. Mentre invece Zelensky, sembra disposto ad offrire all’ex premier Yulia Tymoshenko la poltrona di premier in cambio del suo sostegno al secondo turno.
E la realtà politico economica del Paese spinge oggettivamente verso la speranza di un indispensabile cambiamento. Cinque anni dopo i moti ‘rivolusione/colpo di Stato’ di Maidan e da allora una guerra che nel Donbass ha provocato più di 10 mila morti e le sofferenze di 42 milioni di cittadini. Cinque anni fa gli articoli-sensazione sulla corruzione di Janukovich e dei suoi, adesso replay con protagonisti rovesciati. L’European Council on Foreign Relations, non certo filo-russo, ha pubblicato un rapporto intitolato «L’Ucraina sull’orlo della cleptocrazia» che stroncava il presidente Poroshenko e chiedeva alla Ue “di agire subito”, contro la bugia europeista di un manipolo di ladri, detto in inglese e con eleganza.

Petro Poroshenko, alla Casa Bianca

Cleptocrazia pre e dopo Maidan

Nel 2012 (pre Maidan) Ernst&Young classificava l’Ucraina tra i tre Paesi più corrotti al mondo, con Colombia e Brasile. Nel 2017 (post Maidan) la stessa Ernst&Young rimetteva l’Ucraina sempre tra i Paesi più corrotti del pianeta. Il Centro Anticorruzione Ucraino nel 2018 ha rivelato che il 25% di tutte le licenze rilasciate dall’Ucraina per l’estrazione di gas e petrolio è nelle mani di sole 11 persone, noti oligarchi o politici. Janukovich era un politico tenuto in piedi, oltre che dalla Russia, dagli oligarchi. Poroshenko, come prima la pasionaria Timoshenko, sono loro stessi oligarchi. Volodimyr Zelensky, il comico televisivo probabile prossimo presidente, è la creatura di un altro oligarca, quell’Ihor Kolomoyskiy che è il terzo uomo più ricco del Paese.
Kolomoyskiy, sponsor di Maidan e finanziatore del famigerato battaglione Azov, ritenuto nazista e bocciato persino dal Congresso Usa di bocca buona. Ma allora chi salverà l’Ucraina e il mondo attorno? Il comico Zelensky, star del canale Tv “1+1” che appartiene a Kolomoyskiy, è definito «un’invenzione a freddo», scrive Linkiesta. Zelensky diventato uno dei volti celebri dell’Ucraina con uno show intitolato ironicamente ‘Servo del popolo’, in cui interpreta un uomo qualunque diventato potente e deciso a battersi contro i corrotti. Sceneggiatura perfetta per una campagna elettorale anti politica e populista vincente.

L’oliganza Ihor Kolomoyskiy

Tutti per uno od ognuno contro tutti?

Ma il comico, che ha quasi doppiato il presidente in carica Poroshenko, non può già cantare vittoria. I boss del dopo-Maidan cosa decideranno di fare, sperando non si tratti di violenza? Zelensky da subito schierato con Maidan, non ha mai cavalcato il tema della guerra come ha fatto Poroshenko in ridicola tuta mimetica. Il Donbass un ordigno che nessuno forse vuol far detonare, ma che nessuno, almeno a Kiev, sa come eventualmente disinnescare. Chiedere a Mosca per le istruzioni d’uso, salvo che tutte le parti ‘terze’ si accontentino di quanto ottenuto finora. La Russia che, riannettendo la Crimea, regola il traffico marittimo tra il Mar Nero e il Mare di Azov, ed è contenta.
Gli Usa, che tanto si erano spesi e tanto avevano speso per Maidan con crediti e aiuti militari, e ora incassano le sanzioni contro la Russia, salvo andare a discuterne tra di loro. Meno felice forse l’Unione Europea con patti economici a perdere e il libero ingresso nello spazio di Schengen ai suoi cittadini. Conti in rosso anche per il Fondo monetario internazionale a liberare crediti che, stesse condizioni, in qualsiasi altra parte al mondo, sarebbero stati negati. Equilibrio contrapposto di forze con la minaccia di un facile peggio, ricatto modello guerra fredda e far finta che sia pace.

Donna, liberale ed europeista
contro la reazione sovranista

Ha vinto, ha stravinto contro sovranisti, euroscettici e populisti anti-migranti. Una vera ‘spallata politica’ a sorpresa e nel cuore di Visegrad, l’alleanza nazional sovranista delle destra anti europea nati negli ex paesi satelliti sovietici. Problemi di recente democrazia. La liberale Zuzana Čaputová, 45 anni, avvocatessa, ambientalista, attivista anti-corruzione e ostinata filoeuropeista, ha stravinto il primo turno delle elezioni presidenziali slovacche con il 40,5% dei voti contro il 18,7% del candidato di Smer-Sd, partito di governo dell’ex premier Robert Fico.
Tagliati fuori a sorpresa Stefan Harabin (14,15 %), giudice della Corte Suprema che si è definito “unico candidato contro i diktat dell’Unione Europea”, e anche il leader dell’estrema destra Marian Kotleba (10,5 %). Il troppo gridare e il troppo a destra fa paura e non paga e probabilmente il pasticcio Brexit non aiuta.

Neonazionalismo perdente

«Mi batto per una maggiore partecipazione della Slovacchia all’integrazione europea», la sfida che Zuzana Čaputová lancia da Bratislava, cuore del ‘nucleo duro’ dell’euroscetticismo conservatore e oltre. E a sorpresa i Visegrad, i sovranisti, sono fuori dal ballottaggio, umiliati. Il piccolo Paese post-comunista, che ha affrontato in questi anni tutte le dispute che hanno infiammato l’Occidente, dall’immigrazione alla corruzione delle élite, sembra voler voltare pagina.
Ed ecco che la vittoria di Zuzana Caputova potrebbe rappresentare un segnale d’inversione di tendenza importante nell’Europa centrale in vista delle elezioni di maggio. Segnali. Ad esempio, qualcosa potrebbe cambiare anche in Polonia, dove i sondaggi danno in vantaggio la coalizione europeista del Presidente dell’esecutivo europeo Donald Tusk sui sovranisti di Jaroslaw Kaczynski. Ma di questo riparliamo tra poco.

Valore politico di Bratislava

Sorprendono gli estremi della partita politica slovacca. I più duri dei sovranisti, all’estrema destra tra gli euroscettici e anti-migranti. Battuti sonoramente da una donna ‘bandiera’ liberal, l’avvocatessa divorziata 45enne Zuzana, leader del movimento liberal anti-corruzione nato dalle proteste della società civile dopo l´assassinio del giornalista investigativo Jan Kuciak e della sua compagna. Non una candidatura di mediazione ma di sfida. Contro di lei molti attacchi personali, demonizzata come «estremista di sinistra troppo liberale e favorevole a migranti e gay»,.
Gli slogan di sempre da parte di Stefan Harabin, leader sovranista ufficiale, e di Marian Kotleba, ultradestra dichiaratamente nostalgica.  Bastonati ambedue dall’elettorato slovacco: 14,15 per cento e 10,5 per cento. Ballottaggio il 30 marzo tra i primi due piazzati al primo turno. Nei sondaggi, Zuzana Čaputová è accreditata del 64,4 per cento di consensi contro il 35,6 attribuito a Sefcovic.

Progressismo verde

45 anni, bionda ed elegante, madre di due figli, Zuzana Caputova è da anni un’attiva militante per l’ambiente e la salvezza del clima, ed era diventata popolare per la sua battaglia per impedire la costruzione di una discarica illegale. Aveva anche ottenuto il premio mondiale per l’ambiente, il cosidetto “Nobel verde”. Infine la mobilitazione per avere giustizia nel caso di Jan Kuciak, «il giornalista investigativo del giornale onlike Aktuality.sk assassinato un anno fa da killer perché denunciava attività economiche illegali e corruzione, in collusione coi politici governativi, del miliardario Marian Kocner», ricorda Andrea Tarquini su Repubblica.
Da quelle proteste, le dimissioni del capo del governo Fico, ora comanda Robert Pellegrini. Ma sopratutto, pochi giorni fa la magistratura ha incriminato Marian Kocner, il miliardario amico dei potenti,  come mandante dell´assassinio di Jan Kuciak e della sua fidanzata.

Diritti civili e Polonia bigotta

La 45enne eroina della società civile, sfidando i conservatori, chiede anche libertà di matrimonio e piena parità di diritti per i cittadini gay o in generale LGBT, in rotta di collisione con i vicini di casa ed alleati politici nel gruppo di Visegrad, i sovranisti cattolici integralisti di Jaroslaw Kaczynski. Polonia dove, come già accennato prima, per la prima volta nei sondaggi la coalizione europeista ispirata dall´ex premier liberal e ora presidente dell´esecutivo europeo, Donald Tusk, ha superato i sovranisti di Jaroslaw Kaczynski (PiS) al potere.
Il PiS tenta il contrattacco rilanciando una ancora più dura campagna contro i gay, dipinti come nuovi nemici della nazione, assieme ovviamente ai migranti, alle sinistre, agli europeisti e implicitamente agli ebrei. E su questo fronte, i segnali ripetuti che giungono dalla Polonia non sono rassicuranti.

 

AVEVAMO DETTO

Un giornale polacco spiega «come riconoscere gli ebrei»

Polonia, 100 anni dell’indipendenza, con neonazisti e slogan razzisti

«Ecco come riconoscere un ebreo»

Titolo sparato in prima pagina, e non in tedesco. Nessuna riedizione del ‘Völkischer Beobachter’ o dello ‘Stürmer’, i giornali ufficiali del Terzo Reich con cui Hitler e Goebbels indottrinarono i tedeschi tra il 1933 e il 1945 e lì prepararono all’Olocausto, ricorda Andrea Tarquini su Repubblica. Questo titolo in prima pagina, denuncia l’autorevole media israeliano Haaretz, è uscito su ‘Tylko Polska’, ”Solo Polonia” ( e meno male) ed è un settimanale di estrema destra sovranista e sostenitore del governo di maggioranza del PiS, il partito guidato dal leader storico Jaroslaw Kaczynski. Come riconoscere un ebreo, loro scrivono, e per noi come riconoscere dei nazisti rozzi e da vergogna.

Neonazisti in versione cattolica

L’articolo di Tylko Polska ricorda e riprende di fatto alla lettera articoli e temi di propaganda della Germania nazista. Stereotipi di odio antisemiti, a partire appunto «dalle caratteristiche principali di una persona che possono aiutarvi a identificarla come ebreo, cioè il nome, le sue caratteristiche antropologiche, il suo modo di comportarsi parlare e agire, i tratti del suo carattere, i suoi metodi di operare nella società, le sue attività di disinformazione». Ma l’articolo di Tylko Polska va oltre, e pone ai suoi lettori una domanda che è istigazione all’odio e alla violenza: «Come fermarli? Non si può andare avanti cosí».

Storico polacco di origine ebraica

Non solo questo. In un servizio su una conferenza svoltasi a Parigi sul l’antisemitismo nel mondo a cui partecipa lo storico polacco di origine ebraica Jan Gross, uno dei maggiori esperti in materia di storia dell’antisemitismo nell’Europa centrale e centro-orientale, che ha lavorato per l’Università Usa di Princeton anche sul tema dell’antisemitismo in Polonia. Per queste sue attenzioni accademiche, Jan Gross, diventa uno tra i bersagli più frequenti di attacchi verbali e calunnie di matrice nazionalista e antisemita provenienti dal maggiore paese membro orientale dell’Unione europea e della Nato. Gross diffamato come «persona nata in Polonia e divenuta figura-chiave dell’odio antipolacco».

Polonia e nazismo, lite con la storia

Una recente legge polacca, poi emendata dopo le proteste di mezzo mondo, negava qualsiasi complicità polacca nell’Olocausto e in atti antisemiti, nonostante massacri come quelli di Jedwabne o di Kielce, compiuti dai polacchi, o altri eventi. «Sebbene la Polonia sia stato l’unico Paese occupato dall’Asse a non esprimere un governo collaborazionista, e anzi con partigiani e forze armate obbedienti al governo in esilio a Londra mise in campo contro l’Asse più soldati e armi che non la Francia di De Gaulle -ci ricorda Tarquini- l’antisemitismo storico spesso di matrice cattolica non fu assente durante l’atroce occupazione nazista e sovietica nella parte orientale, dal 1939».

I pessimi amici di Kaczynski

Tylko Polska è una testata diretta da tale Leszek Bubl, descereitton come “un ultrà nazionalista e musicista part-time noto tra l’altro per aver scritto e cantato un motivo sui rabbini malati di idrofobia e rabbia”. Qualche problema mentale in famiglia. Lo scandalo dell’articolo su come riconoscere gli ebrei lo ha fatto scoppiare un deputato dell’opposizione, Michal Kaminski, denunciando ai media che il settimanale era stato distribuito insieme agli altri giornali nella mazzetta di testate distribuita ai legislatori al Sejm, il Parlamento. A seguito della protesta, gli uffici del Sejm lo hanno ritirato dalla circolazione, ma la vergogna resta.

 

AVEVAMO DETTO

A proposito di Polonia e di nazismo, chi ha ucciso gli ebrei di Jedwabne?

 

Maidan Nera

Ucraina elettorale, ancora neonazisti in piazza

Ancora Maidan, la piazza, quella centrale, nel cuore del centro storico di Kiev. Scontri violenti. Un ritorno per gli squadristi di Milizia Nazionale, la formazione ultranazionalista e di ispirazione neo- nazista che questa volta cerca di far cadere il presidente uscente Petro Poroshenko. Niente colpo di Stato ma elezioni confuse del 31 marzo, con probabile caduta del deludente imprenditore fatto presidente, e dietro di lui, l’anima nera dell’Ucraina che in piazza ad ammonire, ‘noi ci siamo’, con complici istituzionali forti a coprirli, o candidati popolari e a sorpresa, senza alcun timbro di garanzia.
Ed ecco che in testa ai sondaggi risulta un personaggio televisivo, il comico Volodymyr Zelensky, che tra le tante gag, in una interpreta un insegnante che diventa presidente, caricatura paradosso che ora rischia di coinvolgere in un imprevedibile teatro politico l’intera sfortunata Ucraina.

Prima i neonazisti

Un assaggio di Maidan di ritorno sabato, me le assurdità attorno si filo-nazisti di Milizia nazionale sono molto altre. La formazione ultranazionalista con radici nel battaglione Azov, tristemente nota per le sue azioni violente, potrà inviare suoi osservatori alle elezioni presidenziali in Ucraina del 31 marzo. La folle decisione della La Commissione elettorale centrale, e i ‘buoni propositi’ dei nei nazi.
«Se le forze di sicurezza faranno finta di non accorgersi di violazioni flagranti e non vorranno documentarle, seguiremo le istruzioni del comandante Ihor Mikhailenko», ha dichiarato il portavoce, della Milizia Ihor Vdovin, dopo che Mikhailenko aveva anticipato che «se sarà dare un pugno in faccia a qualcuno in nome della giustizia, lo faremo senza esitare». Il ministro degli Interni Arsen Avakov ha ricordato che l’uso della forza è una prerogativa riservata alle forze dell’ordine. Ma nessuno ha revocato l’autorizzazione.

Grillo ucraino

Più di un quinto dell’elettorato ancora indeciso, secondo i sondaggi, ma da qualche tempo gira questa battuta: «Per anni abbiamo votato gente seria, e tutto quello che abbiamo ottenuto è stata una farsa. Quindi perché ora non votiamo un comico e vediamo cosa succede?». Tra i candidati alla presidenza infatti c’è anche un comico, Volodymyr Zelensky, che sembra stia raccogliendo consensi da parte delle persone più scontente per gli alti livelli di corruzione. Un sondaggio della settimana scorsa dà Zelensky in testa davanti ai suoi rivali, anche se gran parte degli elettori non ha ancora deciso chi votare.
Volodymyr Zelensky ha 41 anni, è un comico di lingua russa ed è l’attore di punta di un programma tv satirico, “I servi del popolo” (che è anche il nome del partito che ha fondato), dove interpreta il ruolo di un insegnante di provincia che finisce per essere eletto presidente dell’Ucraina. Zelensky ha detto che se vincerà le elezioni negozierà un cessate il fuoco nel Donbass e nella regione di Luhansk, dove dal 2014 è guerra tra i separatisti filorussi e l’esercito ucraino.

 

Populismo anti casta

Al momento, gli altri due principali candidati, sono Yulia Tymoshenko, ex primo ministro che nel 2005 guidò la cosiddetta “rivoluzione arancione” per poi essere incarcerata dal governo filorusso sulla base di accuse dubbie, e Petro Poroshenko, l’attuale presidente, che venne eletto nel 2014 dopo Maidan, le violente proteste di piazza che per una parte dell’Ucraina, sono state Colpo di Stato, per la parte attualmente al potere, invece, rivoluzione liberatrice. Nessuno dei due risulta particolarmente amato, ed entrambi esponenti in modi diversi della vecchia classe politica criticata da Zelensky.
Ma anche il paladino dell’anticorruzione ha qualcosa da spiegare. I suoi legami con l’oligarca ucraino Ihor Kolomoyskyi, ad esempio. Kolomoyskyi è uno dei tre uomini più ricchi del paese, possiede la più grande banca del Paese e il canale televisivo su cui va in onda il programma di Zelensky. Una coincidenza su cui riflettere.

COMICA FINALE

UCRAINA FANTASY, UN COMICO FORSE PRESIDENTE
E ORA IL CANTANTE AL BANO ‘MINACCIA NAZIONALE’
L’Ucraina inserisce Al Bano nella lista nera: “Minaccia alla sicurezza nazionale”. Il cantante non ha mai nascosto la sua ammirazione per Putin. La lista è aggiornata dal ministero della Cultura in base alle richieste del Consiglio di Sicurezza e Difesa nazionale, dei servizi di sicurezza ucraini e del Consiglio della Tv e Radio nazionali. Nella black list ci sono ora 147 persone. Lo riferisce l’agenzia Interfax. Al Bano e Romina Power negli anni ’80 e ’90 erano famosi anche in Unione Sovietica.

 

Volodomyr Zelensky, il Grillo ucraino

Ucraina al voto, un ‘Grillo’ vincente e anche Mosca ride
Elezioni presidenziali ucraine di marzo decisamente sorprendenti già nell’attesa. Il candidato Volodomyr Zelensky, attore comico televisivo, che guida i sondaggi con il 21,7% delle preferenze. Volodomyr ha fondato un partito col nome della sua trasmissione televisiva di satira politica “Servire il Popolo”, e già questo, a Kiev, pare faccia molto ridere. Già dal nome, evidente il carattere populista della formazione che si caratterizza per una forte impronta anticasta e anticorruzione, «ma sono state le sue proposte su come risolvere le crisi del Donbass e della Crimea a creare molto interesse nell’opinione pubblica e a spiazzare i suoi principali concorrenti», spiega Yurii Colombo su il manifesto.

L’iper nazionalismo stanca

«Il Beppe Grillo di Kiev», sulla questione dei territori ucraini occupati da Mosca, pragmaticamente propone di negoziare direttamente con Putin «visto che i dirigenti delle Repubbliche Popolari non sono altro che dei fantocci». E lui avrebbe già preso dei contatti preliminari con l’ambasciata russa. Col risultato di accuse da parte dell’estrema destra di essere «al soldo di Mosca», che forse elettoralmente gli torna pure utile, dati i diffusi segnali di spostamento degli umori degli ucraini rispetto all’iper nazionalismo anti russo ancora attuali, verso la ricerca di una soluzione negoziata con la Russia. Ovviamente il Cremlino, se ufficialmente tace, sicuramente solidarizza e fa il tifo.

Poroshenko sconfitto?

Sono ben 44 i candidati aspiranti a diventare presidente ucraino per i prossimi 5 anni. Personalismi e velleità, con soli 3-4 candidati reali al primo turno, con nessuno di loro -previsione facile- che potrà ottenere il 50% + 1 dei voti il prossimo 31 marzo. Quindi ballottaggio tra i primi due, e per ora, lotteria sui nomi dei concorrenti finali. Poroshenko, presidente uscente, rischia di non partecipare al ballottaggio. L’ultimo sondaggio lo dà al terzo posto con il 14,8% dei consensi e la sua è una campagna tutta in salita. Giunto al potere dopo la Maidan di cui si era proposto come uno dei leader più moderati, aveva promesso una rapida ripresa economica e la reintegrazione delle provincie ribelli del Donbass nel paese. Ucraina in povertà e Repubbliche separatiste ben solide nonostante una sanguinosa guerra civile.

Situazione sociale al collasso

Più di 10 miliardi di dollari di prestiti dal Fondo monetario e dall’Ue, ben altre generosità rispetto alla crsi greca, ad esempio, ma nei 5 anni della amministrazione Poroshenko il reddito medio della popolazione è di 180 dollari al mese, ‘salario medio’, ma, ci ricorda Yurii Colombo, «Il salario minimo è fissato in 70 dollari e lo scorso ottobre in molte città ci sono stati blocchi stradali e barricate contro l’aumento dei prezzi del riscaldamento». Insomma, la vita in Ucraina è dura e lo stato di prostrazione del paese è sotto gli occhi di tutti. Quindi, voti alle opposizioni. Al secondo posto nei sondaggi con il 18,5% c’è Yulia Timoshenko. La ex «regina del gas», poi capo del governo dopo la «rivoluzione arancione» del 2004, finì in prigione per corruzione durante l’amministrazione Yanukovich incastrata su base di prove molto dubbie. Con il suo partito Patria è diventata il principale catalizzatore di una opposizione principalmente parlamentare.

Con Mosca ‘Pace fredda’

Anche Yulia Timoshenko per riaprire il dialogo sulla Russia sulla questione delle pipelines, il transito di gas e petrolio russo sul suolo ucraino. Salvo questo, sul fronte internazionale, la ex premier sostiene con enfasi, ancora più di Poroshenko, la necessità di aderire rapidamente alla Nato, cosa forse possibile per insistenza Usa, e di ‘entrare a pieno titolo nella Ue’, cosa al momento decisamente improbabile. «Abbiamo bisogno non solo che ci vengano restituiti i territori occupati della Crimea e del Donbass, ma anche di portare la Russia davanti a un tribunale internazionale, in quanto Stato occupante, perché paghi per i danni che il nostro paese ha subito» afferma l’ex pasionaria della rivoluzione arancione, ma è comizio di apertura della sua campagna.

Nazifascisti ora politicamente marginali

Marginali dal punto di vista elettorale -purtroppo non dal punto di vista sociale- le organizzazioni di estrema destra e neofasciste. «Solo il candidato di Svoboda Ruslan Koshulinky raggiunge l’1% e ciò rende giustizia di ogni rozza caratterizzazione del regime ucraino come junta golpista, anche perché nel paese continuano a sussistere, in mezzo a mille difficoltà, movimenti dei diritti civili e sindacali assai dinamici», èprova a rassiocurare Yurii Colombo. Estrema destra con complicità nell’esercito e nella polizia che hanno permesso, dati della Freedom House americana, «50 attacchi contro movimenti dei diritti civili, lgbt e antifascisti, 8 pogrom antirom e 2 contro la minoranza caucasica». Un crescendo di razzismo e squadrismo che è costato l’ulteriore abbassamento del del ‘tasso di democrazia’ del paese da parte di Freedom House.

Il Pope e i fedeli con l’elmetto

Scisma, svastiche sulle chiese russe

Scisma e violenze. Dalla destra neonazista in Ucraina, pessimi segnali anche sul fronte religioso. In tutta l’Ucraina vengono segnalati attacchi a chiese ortodosse del Patriarcato di Mosca, da cui la Chiesa di Kiev, sotto spinta del presidente Petr Poroshenko, si è recentemente separata. Incendi dolosi e gruppi di estrema destra con l’aiuto della polizia che occupano diverse chiese, profanate con scritte naziste e con svastiche. Incredibilmente, secondo la polizia di Kiev si tratta di provocazioni organizzate dai servizi segreti russi. Di tutt’altro avviso la Chiesa ortodossa fedele al patriarcato di Mosca: «Invitiamo tutti i giornalisti interessati, i difensori dei diritti umani, i funzionari dell’Onu, l’Ue a venire in Ucraina e vedere con i propri occhi ciò che sta accadendo».

L’autoritarismo di Victor Orban
cerca di imporre una ‘Victatura’

In Ungheria la memoria dell’autoritarismo dittatoriale, allora il comunismo sovietico, è ancora sulla pelle di molti e nella memoria dei più, e quando la cosiddetta «Democrazia illiberale» contata da Victor Orban ed applicata da leggi autoritarie senza opposizione parlamentare adeguata, allora anche nella conservatrice e ancora un po’ asburgica Ungheria, scatta la paura. «Per gli orbaniani, i manifestanti che da giorni protestano contro il governo e la sua riforma del lavoro non sono altro che provocatori ispirati da George Soros. Provocatori e vandali che hanno come unico scopo quello di far danni e turbare la quiete pubblica», scrive l’amico Massimo Congiu da Budapest «Gli interessati rispondono che c’è poco da stare quieti con quello che succede nel paese da quando Viktor Orbán è al potere».

Non mollare la presa

I sostenitori di questa lunga protesta non sembrano affatto intenzionati a mollare. Una ormai desueta alleanza studenti-lavoratori che si rinnova dopo decenni e loro assieme, lavoratori e studenti, con qualche sigla sindacale accanto, e persino qualche esponente politico e deputato. Un Paese quasi anestetizzato che sembra voler uscire dal letargo del consenso gratuito e scontato. Per loro, lunedì mattina, la manifestazione alla Rai magiara, totale controllo governativo, per poter spiegare le cinque ragioni della loro protesta. Una rapida e ‘decisa’ cacciata fuori del ‘Viale Mazzini 14’ di Budapest (vedi le immagini sotto). Quasi che il concetto di pluralismo sia bestemmia a quasi ‘antistato’.

Le ragioni delle proteste

Le rivendicazioni dei manifestanti, su tre temi cruciali: 1) la cancellazione degli straordinari, obbligatori, quasi illimitati, e pagati a loro comodo; 2) la libertà di stampa (subito assaporata alla tv pubblica) ormai generalmente plaudente o strangolata; 3) Tribunale speciali, marcia indietro del governo rispetto alla legge che prevede l’istituzione di tribunali speciali presieduti da giudici fedeli all’esecutivo. Si tratta di corti destinate a giudicare i reati contro lo Stato. E qui torna utile la bistrattata Europa come garanzia da sovranisti sovra eccitati, con la richiesta di adesione del Paese alla Procura europea. Dalle parti di Bruxelles saranno pure degli euro burocrati, ma valgono le regole.

Il governo non vuole cedere

«Quando la dittatura è un dato di fatto è necessaria la rivoluzione», si leggeva su un cartello alla manifestazione di sindacati e lavoratori, scrive Congiu sul Manifesto. Nessuna rivoluzione in vista, da quella parti. Non è questa l’aria che si respira in questa fase politica in Europa e nel mondo. Ma la rabbia popolare ha da sempre, strami modi di orientarsi, e nonostante Facebook e i social -effetto imitazione- non valgono modelli o colori di Gilet, gialli a Parigi e piumini da gelo a Budapest. E l’Ungheria dei diffusi consensi conservatori, scopre di aver una parte di paese che esprime un chiaro dissenso. Ed era da tempo, troppo forse, «che non si assisteva da queste parti a una mobilitazione quotidiana».

Chi sono e cosa vogliono

Non eiste un programma politico preciso, in compenso li accomuna la voglia di voltar pagina e vivere in un paese diverso. «In un paese democratico legato ai valori europei», dicono gli universitari e riferisce Massimo Congiu. «Molti qui hanno la sensazione che, con la legge sugli straordinari, si sia arrivati alla classica goccia che fa traboccare il vaso. Così hanno fatto impressione le immagini dei deputati dell’opposizione cacciati dalla tv con maniere forti, quelle dei buttafuori«». Loro, i deputati, hanno promesso battaglia legale in quanto sottolineano il fatto che, per il loro status, nessuno può mandarli via dalle sedi di istituzioni pubbliche. Attori noti in come Róbert Koltai e un’attrice conosciuta anche all’estero, come Mária Törocsik: «Abbiamo conosciuto il regime, ora ci stiamo riavvicinando a quella realtà».

LA CACCIATA DALLA TV DI STATO 

AVEVAMO DETTO

Ungheria sovranista e forcaiola, ‘legge schiavitù’ rabbia in piazza

Molto poco natalizia la
vigilia elettorale ucraina

Ucraina Russia Natale di guerra? Il personaggio in campo, a preoccupare di più di tutto. Il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, che non figura tra i ‘guerrafondai’ di Mosca neppure per il più accanito anti russo. In un’intervista alla radio Komsomolskaya Pravda, Lavrov fornisce i dettagli: «La provocazione sarà sul confine della Crimea durante gli ultimi dieci giorni di dicembre». Servizi segreti russi notoriamente efficienti e ministro rassicurante: «Noi non lanceremo una guerra contro l’Ucraina, ve lo prometto», ha aggiunto Lavrov. Niente guerra precisa il ministro pre natalizio, ma avverte, ‘attenti a voi che ci arrabbieremo’.
Il problema è che dall’altra parte sono arrabbiati da tempo e forse cercano briga. I 137 scontri a fuoco nel Donbass denunciati dall’Osce a dicembre. Obiettivo della provocazione di Kiev, per Lavrov, sarebbe quello di mantenere la legge marziale nel paese, impedire le presidenziali, far approvare nuove sanzioni europee contro la Russia. Per lo stato maggiore ucraino l’annuncio de ministro russo vuole invece giustificare l’invio a Sebastopoli di 10 caccia Su-27SM e Su-30M2.

Tra Russia e Ucraina
per ora guerra di nervi

Ormai tra Russia e Ucraina è guerra dei nervi, a rilanci alternati. Una settimana fa Kiev aveva denunciato l’ammassamento di truppe russe nella provincia di Rostov e qualche giorno dopo la Russia aveva, a sua volta, espresso timori di un attacco ucraino nel Donbass, ma per ora la guerra è rimasta in gran parte sui titoli dei giornali, annotano Il Manifesto e Il Giornale, opposti ‘estremismi’ news in campo giornalistico evidentemente minato. La notizia dei 137 scontri a fuoco negli ultimi 15 giorni, giù nel Donbass, denunciati dall’Osce. «Guerra tra il ‘regime neonazista’ di Kiev -cattivo Lavrov- e i cittadini ucraini che vivono nel Donbass».
Ma anche i nazionalisti russi non sono da meno, a chiedere una ‘nuova Crimea’, unificazione con le «repubbliche popolari» del Donbass. Lavrov di buonsenso: «I problemi interni dell’Ucraina sono molto più ampi e molto più profondi della faccenda delle repubbliche di Donetsk di Lugansk. Volete che noi le riconosciamo? E poi? Lasceremmo così il resto dell’Ucraina in mano ai nazisti».

Cosa sta accedendo sotto
sotto da quelle parti?

Posizione russa-ucraina, sottoscritta a Minsk sulla intangibilità delle frontiere ucraine, la regola. Ciò che di imprecisato ed incerto sta accadendo nella leadership e negli umori dell’opinione pubblica ucraina, le possibili eccezioni. «La posizione di Poroshenko sarebbe sempre più traballante e il Cremlino guarderebbe con ottimismo al voto ucraino di marzo», annota Yurii Colombo su il Manifesto. Lettura faziosa? «Vladimir Putin, così come Poroshenko, non ha interesse a cedere. In ballo cè il futuro della crisi fra i due Paesi», rincorre Renato Zuccheri, sul fronte Giornale. Ucraina in crisi, e non c’è dubbio. Col dettaglio delle colonne di automezzi guidati da maschi ucraini in età di richiamo alla leva che valicano le frontiere con Russia, Ungheria e Romania. A volte con le famiglie, a volte soli, lasciano l’Ucraina temendo un futuro di guerra.
Un punto a favore del governo ucraino ieri, dopo l’incontro tra Federica Mogherini e il premier ucraino Volodymir Groisman: l’Ue invierà a inizio gennaio, una “missione di esperti” in Ucraina «per preparare l’assistenza alle regioni del Mar di Azov che avrebbero sofferto di restrizioni alla navigazione nella regione da parte russa». Cosa voglia dire non è chiaro. Secondo il primo ministro ucraino -ovviamente- la misura chiesta all’Ue, sarebbe quella di «chiudere tutti i porti della zona alla navigazione russa». In attesa che Bruxelles decisa di bombardare il Cremlino, molta aria fritta, anche se gelida.