venerdì 16 novembre 2018

Diritti umani

Blasfemia, il Pakistan di Asia Bibi

Blasfemia. Rischiare la vita o una sanzione penale significativa per una bestemmia o per quella che viene definita blasfemia. Molto probabilmente in un mondo dove la maggior parte delle società sono ormai secolarizzate, la percezione di una tale eventualità dovrebbe risultare molto attenuata. La realtà però è diversa. La blasfemia è reato sia in paesi retti da regimi teocratici ma anche laici.
In alcuni stati si tratta di un crimine vero e proprio che comporta la pena di morte. E’ il caso del Pakistan balzato alla ribalta delle cronache per la vicenda di Asia Abibi, una donna cristiana accusata di aver offeso Maometto durante una discussione avvenuta 8 anni fa in una zona del Punjab.


Incarcerata, era stata condannata a morte. Dopo un calvario giudiziario durato diversi anni è diventata un caso politico. La pressione mediatica, le campagne internazionali e soprattutto l’inconsistenza delle accuse hanno impedito che venisse giustiziata. Il 31 ottobre scorso la pena capitale è stata annullata. Ma l’epilogo ha creato fortissime tensioni in Pakistan.
Proteste di piazza organizzate dal partito integralista sunnita Tehreek-e-Labaik. Per fermare la quasi rivolta  il governo ha concesso che Asia Bibi non potrà lasciare il paese fino a quando la Corte Suprema non avrà effettuato un riesame definitivo della sua sentenza.

L’omicidio del padre dei Talibani

Il governo e la giustizia pakistana hanno dunque ceduto agli islamisti? Forse, ma intanto un duro colpo è stato inferto alle fazioni più radicali. L’influente studioso religioso ed ex senatore Maulana Samiul Haq , anche conosciuto come “padre dei talebani”, è stato pugnalato a morte  nella sua casa a Rawalpindi. Haq è stato il fondatore del famoso seminario di Haqqania, dove dozzine di leader afghani hanno ricevuto la loro istruzione. La polizia sta ancora indagando e si cerca ora di capire quali riflessi potrà avere questo avvenimento su una situazione già incandescente.

Maulana Samiul Haq, conosciuto come “padre dei talebani”

Dall’Indonesia alla Turchia
il reato di blasfemia dove?

Ma se la blasfemia è in motivo di scontro estremo in Pakistan, anche in altri paesi il pericolo per chi è accusato di questo reato è reale. Solo una settimana fa in Indonesia, il paese islamico più popolato al mondo, una donna cinese e buddista è stata condannata a 18 mesi di reclusione. La colpa è risibile, aveva protestato per un richiamo alla preghiera a volume troppo alto. Più fortunato Cheick Ould Mohammed Mkhaitir, il blogger che in Mauritania era stato messo in prigione nel 2014 per un articolo considerato blasfemo ma ora rilasciato.

L’Arabia Saudita detiene il triste primato del più alto numero di condanne a morte al mondo e tra i capi di accusa più comuni c’è proprio la blasfemia. Anche in Turchia si rischia il carcere come nel caso di Fazil Say, il pianista conosciuto internazionalmente per il quale nel 2013 erano stati chiesti ben 10 anni di carcere e liberato solo dopo una lunga battaglia legale. Proteste degli integralisti anche in India nei confronti dell’attrice Priva Verrier rea di atteggiamenti “blasfemi” in un suo film.

Non solo Islam

Pur non essendo un crimine, anche nei paesi non islamici può capitare di incorrere nelle maglie della giustizia. Negli stessi Stati Uniti  aver pronunciato frasi che non offendono la religione, può però essere considerato un comportamento contrario alla Costituzione. In Europa solo poco tempo fa si è votato in Irlanda proprio per abolire il reato di blasfemia. La maggioranza della popolazione si è espressa in maggioranza per cancellare questo tipo di accuse dal codice penale.

 

AVEVAMO DETTO

Pakistan, Asia Bibi, estremismo religioso e crisi economica

 

Pakistan, il caso Asia Abibi

Pakistan, giugno 2009, Asia Naurīn Bibi è una lavoratrice agricola a giornata. Quel giorno sta lavorando alla raccolta di alcune bacche. All’improvviso esplode una lite con altre lavoratrici di religione musulmana. Il motivo? Lei, cristiana, doveva andare a prendere dell’acqua, le donne musulmane l’avrebbe respinta sostenendo che Asia, per il suo credo, non avrebbe dovuto toccare il recipiente. Pochi giorni dopo Asia Bibi viene denunciata alle autorità, avrebbe infranto la legge antiblasfemia perché nella discussione sarebbe stato offeso Maometto.

Condannata a morte

Storia da un villaggio remoto, di una donna sconosciuta, della quale forse nessuno sarebbe venuto a conoscenza, se non per il fatto che dal momento della denuncia, per Asia Bibi inizia un calvario che ha portato la sua vicenda alla ribalta internazionale. Imprigionata, ha subito violenza ed è stata condotta nel carcere di Sheikhupura. Nel 2010 una corte ha decretato in prima istanza la sua condanna a morte negando qualsiasi circostanza attenuante.
La famiglia però presentò ricorso contro la sentenza davanti l’Alta Corte di Lahore bloccando l’esecuzione. Nel dicembre 2011 una delegazione della Masihi Foundation (Mf), una ONG che si occupa dell’assistenza legale e materiale di Asia Bibi, visitò la donna in carcere. Le condizioni di igiene terribili e quelle di salute, sia fisica che psichica, critiche. Nonostante ciò la sentenza di morte venne confermata nel 2014, per essere poi di nuovo fermata l’anno successivo dalla Corte suprema che ha rimandato la decisione ad un tribunale penale.

Sentenza rimandata,

L’8 ottobre 2018, dopo quasi 4mila giorni di prigionia, Asia Bibi si è presentata di nuovo di fronte a dei giudici chiamati ad esprimersi sull’appello presentato dai difensori, tra cui l’avvocato musulmano  Saiful Mulook. Per i legali l’inchiesta era stata viziata dal pregiudizio e le prove non erano evidenti. Considerazioni che hanno spinto il tribunale ad un ennesimo rinvio, forse entro questo mese. Asia Bibi, che è madre di 5 figli, resta dunque in carcere, ma viva. Rimane in isolamento, che paradossalmente rappresenta anche una forma di salvaguardia viste le minacce di estremisti islamici e la taglia di 500mila rupie che questa organizzazioni hanno messo sulla sua testa.

L’estremismo islamico e il nuovo governo

E il caso di Asia Bibi è diventato vetrina di ciò che accade in Pakistan. Il paese infatti continua ad essere lacerato dalle violenze di matrice religiosa, prova ne è stato l’assassinio di  Salman Taseer, il governatore musulmano del Punjab che si era espresso in favore di Bibi, assassinato nel 2011 una guardia del corpo. Stessa sorte toccata pochi mesi dopo a Shabaz Bhatti, cristiano che era diventato ministro per i Diritti delle Minoranze.
Se la sentenza di morte venisse confermata non rimarrebbe altro che appellarsi a Imran Khan. L’ex campione di cricket che guida un governo, con l’appoggio dei militari, insediatosi solo il 9 settembre e che si è pronunciato in pubblico contro la legge sulla blasfemia. Sembra poco ma in Pakistan esistono partiti estremisti come  il Tehreek-e-Labbaik (Tlp) che nelle ultime elezioni ha difeso la legge intimando al governo di non cedere alla pressione delle ONG, “nemiche del Paese” o dell’Unione europea. In caso contrario. ‘conseguenze immediate’.

Un paese isolato in crisi

Sulla decisione del tribunale peseranno probabilmente anche altri elementi. Innanzitutto Asia Bibi sarebbe la prima donna cristiana ad essere giustiziata in Pakistan, e ciò sottoporrebbe il Paese ad un isolamento forse non sostenibile. Proprio nel momento in cui invece avrebbe bisogno di sostegno, soprattutto dal punto di vista economico. Il debito contratto in particolar modo nei confronti della Cina sta strozzando Islamabad, una situazione tale da far pensare ad un prossimo intervento del Fondo Monetario Internazionale. Ciò non sarebbe possibile senza l’intercessione degli Stati Uniti, alleati in quello scacchiere geopolitico ma diffidenti storicamente, sul percorso della infiltrazione afghane e sulla ospitalità data ad Osama Bil Laden, sino all’operazione Usa che lo uccide.

 

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Onu all’attacco

Onu e sanzioni. Primo atto concreto da parte delle Nazioni Unite contro i trafficanti di  esseri umani che gestiscono il business milionario  dei migranti in Libia. Una risoluzione del Consiglio di Sicurezza, presentata dai Paesi Bassi e approvata con il sostegno di Francia, Germania, Regno Unito e Stati Uniti, ha deciso pesanti provvedimenti contro alcuni personaggi da tempo nel mirino anche della Corte penale internazionale.

Criminali noti

Al centro dell’inchiesta Onu sono finiti gli eritrei Ermias Ghermay e Fitiwi Abdelrazak e i libici Ahmad Oumar al Dabbashi, Musab Abu Qarin, Mohammed Kachlaf e Abd al Rahman al Milad. A tutti sarà impedito di uscire dal paese e sono stati congelati i conti bancari che avevano all’estero.

Di particolare importanza è la figura di Rahman al Milad. Quest’ultimo, un comandante della sedicente Guardia costiera libica, formata da ex milizie locali, coinvolta negli accordi con l’Italia che aveva addestrato e finanziato.

La guardia costiera libica nel mirino

Il ministro degli Esteri olandese, Stef Blok, ha intervistato dalla Cnn ha dovuto ammettere che la condanna del comandante della Guardia costiera libica «dimostra che andremo ovunque e colpiremo qualsiasi organizzazione per scovare e punire i responsabili, anche se è un’organizzazione con cui stiamo lavorando insieme in altri campi»

Una contraddizione in termini che non nasconde una realtà complicata. Fondamentalmente il governo di Tripoli ha due guardie costiere, una più fedele al ministero della Difesa, l’altra a quello dell’Interno, ed è quella sulla cui l’Italia ha puntato di più. Questa confusione ha lasciato lo spazio a uomini senza scrupoli per mettere in pratica i propri disegni criminali.

Struttura mafiosa

Due anni fa un’ inchiesta giornalistica dell’emittente TRT, svolta dalla giornalista Nancy Porsia, aveva già  reso nota al mondo la figura di al-Milad, soprannominato al-Bija. Lui e i suoi uomini si erano proclamati Guardia Costiera di Zawiya andando per mare e riportando indietro migranti. Al-Bija sarebbe stato a capo di una vera e propria holding mafiosa che inseguiva e chiedeva tangenti ai trafficanti senza andare per il sottile.

Ancora  nel 2015 Amnesty International indagava su una base militare dismessa ad Az Zawiyah, ovest di Tripoli. Già allora si parlava di personaggi influenti e con coperture notevoli. E i sospetti si sono addensati su quella che appunto viene chiamata Guardia costiera libica. Gabriele Iacovino, capo degli analisti del Centro Studi Internazionali, denunciava come “a parte alcune eccezioni, come i militari di Misurata, i guardacoste libici sono spesso espressione dei potentati locali che, in molti casi, gestiscono il traffico di esseri umani”.

Un business milionario

Il traffico di essere umani, dichiarano le Nazioni Unite nel documento che accompagna la risoluzione, “ ha raggiunto una scala e un livello di gravità senza precedenti”. Il contrabbando di ogni genere è una fonte fondamentale per l’economia di intere zone. L’attraversamento del tratto di Mediterraneo fino in Italia, nel momento della sua massima espansione, costava fino a 2500 dollari a persona. Se si moltiplica questa cifra per le 181mila persone partite solo lo scorso anno verso l’Europa, il risultato per i trafficanti è stato enorme; ai passeur libici sono entrati circa 450 milioni di dollari.

migranti da fermare

Migranti da fermare con le armi

Migranti da fermare ad ogni costo. Formazione di forze di sicurezza di paesi terzi, donazioni di elicotteri, navi per pattugliamento e veicoli, apparecchiature di sorveglianza e monitoraggio; sviluppo di sistemi di controllo biometrico; accordi per l’accettazione delle persone deportate.
Investimenti militari enormi. E’ questa la direzione che ha preso l’Unione Europea. Il tutto finalizzato al controllo delle frontiere. L’ossessione di bloccare i movimenti di migranti e rifugiati verso il vecchio continente, sta portando la Ue a scegliere le politiche di esternalizzazione dei confini come unica politica.

Rapporto shock

Lo mette in luce un recentissimo rapporto pubblicato dal Transnational Institute e Stop Wapenhandel (Campagna olandese contro il commercio di armi) e rilanciato in Italia dalla Rete Italiana per il Disarmo e dall’ARCI.
Controllare le migrazioni ad ogni costo -denuncia il rapporto-, ha avuto come risultato, non quello di esaurire definitivamente flussi di popolazione, ma di rafforzare regimi dichiaratamente autoritari e poco inclini al rispetto dei diritti umani.

Gli utili dittatori

In questo senso il rapporto individua 35 paesi ai quali l’Europa attribuisce un ruolo fondamentale nelle politiche di esternalizzazione del controllo. Di questi, sono i dati a parlare, il 48% ha un governo autoritario e solo quattro possono essere considerati Stati democratici, il 100% pone rischi estremi o elevati per il rispetto dei diritti umani, il 51% è classificato come “basso” negli indicatori di sviluppo umano.
La cooperazione ha riguardato in particolare la Turchia, Libia, Egitto, Sudan, Niger, Mauritania e Mali, con sostegno diretto dall’UE nel suo insieme ma anche da singoli Stati Membri, in particolare Francia, Italia, Spagna e Germania.

Il grande business della sicurezza

A beneficiare di un tale movimento di denaro non sono stati di certo i migranti ma le aziende che producono armamenti. Gli investimenti hanno riguardato il particolare le tecnologie di sorveglianza, i vincitori dei contratti hanno realizzato profitti enormi.
Si calcola che il valore complessivo delle licenze rilasciate dagli stati membri dell’UE, per il decennio 2007-2016, riguardante la vendita di armi ha superato i 122 miliardi di euro. E nonostante molti dei paesi  compratori siano sotto embargo, continuano a ricevere tecnologie e sostegno per la “difesa” dei confini contro i flussi di migranti.

Chi ci guadagna

E’ il caso del colosso francese della produzioni di armi Thales, così come la conglomerata europea Airbus. Veridos, OT Morpho e Gemalto sono stati i maggiori fornitori di apparecchiature biometriche. Anche la Germania (con le imprese Hensoldt e Rheinmetall) e l’Italia (Leonardo e Intermarine) hanno fatto la parte del leone. Ma di particolare rilievo riveste il protagonismo delle aziende turche impegnate nel comparto difesa, Aselsan e Otokar. hanno infatti aumentato notevolmente i propri introiti.
Il rapporto però evidenzia come il mercato della sicurezza sia un buon affare anche per il settore pubblico o semi pubblico interno. In Francia la società, con partecipazione statale, Civipol (che possiede azioni di Thales, Airbus e Safran) già nel 2003 ha scritto un influente documento di consulenza per la Commissione europea, che ha gettato alcune basi per le attuali misure di esternalizzazione delle frontiere.
Il grande business coinvolge anche organizzazioni internazionale come Iom (Organizzazione internazionale delle migrazioni) e il CMPD (Centro Internazionale per lo Sviluppo delle Politiche Migratorie). In varia misure queste strutture si occupano di consulenze per la gestione di migranti o organizzano progetti di rimpatrio.

 

No Hate speech, incitamento all’odio

C’è un tema che accomuna, nel male, la vita di 159 Paesi del mondo. E questo filo rosso si chiama odio. ‘Hate speech’, incitamento all’odio, la contrapposizione ‘noi-loro’, spesso prodotta dagli stessi governanti, a generare nel mondo la più comune violazione dei diritti umani.
«Lo scorso anno il nostro mondo è stato immerso nelle crisi e importanti leader ci hanno proposto la visione di una società accecata da odio e paura», ha denunciato Salil Shetty, segretario generale dell’organizzazione. Dalla persecuzione della minoranza Rohingya in Birmania alle politiche anti-migranti del presidente americano Donald Trump, dal giro di vite sul dissenso e sulla libera espressione in Turchia ai tentativi di minare i diritti delle donne in Polonia, Russia e Usa.

Italiani brava gente?

La leggenda del popolo di buon cuore, a sentire Amnesty International, registra evoluzioni poco rassicuranti. Perché proprio l’Italia sembra concentrare più di altri Paesi europei le dinamiche di ‘tendenza all’odio’ segnalate un po’ ovunque nel mondo, segnala Gianni Rufini, direttore di Amnesty Italia, nel rapporto 2018. Un’Italia “intrisa di ostilità, razzismo, xenofobia e paura ingiustificata dell’altro”. In altre parole, quello che appena nel 2014 era un paese “orgoglioso di salvare le vite dei rifugiati, che considerava l’accoglienza un valore importante”, oggi è ostaggio dei discorsi xenofobi. Nel 2017, dal ‘noi contro loro’ si è passato al ‘noi contro voi che state con loro’. E quel ‘voi’ sono gli italiani che con le associazioni o con altre forme di volontariato praticano la solidarietà.

America e alti first

La campagna elettorale non aiuta e discorsi equilibrati, e questa meno che mai. “Prima gli italiani” o slogan come “Sostituzione etnica”, sempre più diffusi sui social network. Facile da capire quali parti politiche li stanno usando di più. L’Italia comunque, è solo l’ultimo Paese ad affiancarsi in una direzione già mostrata dall’Ungheria di Orban, dagli Usa di Trump, dalle Filippine di Rodrigo Duterte. Ma nel rapporto 2018 di Amnesty la visione del mondo non è del tutto negativa.
Se i leader coltivano la diffidenza per accrescere il proprio potere, la società civile reagisce, costruendo un dissenso maturo, con una capacità di mobilitazione che supera gli steccati del dogma. Il mondo del dopo-ideologie è dipinto con scorci disperanti ma anche accenni di speranza.

Mappa dei diritti umani

La mappa dei diritti umani di Amnesty non risparmiano nessuno. La Casa Bianca, che ha deciso di vietare l’ingresso in Usa a persone provenienti da diversi paesi musulmani, la premio Nobel Auung San Suu Kyi, sotto il cui sguardo impassibile si svolge la persecuzione dei Rohingya in Myanmar, il presidente egiziano Abd al-Fattah Al-Sisi o Duerte, l’“uomo forte” di Manila. Passerella di governi autocratici dotati di quella che Amnesty chiama ‘retorica tossica’. Contro, sempre più società civile. Contro la Casa Bianca #MeToo, o “Ni Una Menos”, in Cile il divieto totale di aborto viene ridimensionato, a Taiwan si va avanti verso un matrimonio egualitario, in Nigeria rallentano gli sgomberi forzati.

Fake News di governo

C’è però il pericolo di un bavaglio, denuncia Amnesty: la tendenza a promuovere notizie false e a contestare l’autenticità di quelle sgradite, e la libertà d’espressione diventa un terreno di battaglia. Amnesty prevede che «la tendenza di importanti leader a promuovere fake news per manipolare l’opinione pubblica e gli attacchi a organismi di controllo sui poteri» faranno sì che «la libertà di espressione sarà quest’anno terreno di battaglia per i diritti umani». «Nel 2018, non possiamo dare per scontato che saremo liberi di radunarci per protestare o criticare i nostri governi: prendere la parola sta diventando sempre più pericoloso», ha detto Shetty.

L’Islanda è diventata il primo paese al mondo rendere obbligatoria per legge la parità di stipendio tra uomo e donna. Da oggi aziende e uffici pubblici con più di 25 impiegati dovranno dimostrare con una serie di documenti che le dipendenti sono pagate quanto i loro colleghi maschi, altrimenti saranno puniti con un’ammenda.

L’Islanda non è nuova a misure che promuovano l’uguaglianza tra uomo e donna tanto che negli ultimi nove anni è stata al primo posto della lista dei paesi più avanti nella parità di genere stilata dal World Economic Forum.

“È il momento giusto per fare qualcosa di radicale – aveva dichiarato in precedenza Thorsteinn Viglundsson, il ministro dell’Uguaglianza e degli Affari sociali – : i diritti umani sono diritti uguali per tutti. Dobbiamo fare in modo che gli uomini e le donne godono di pari opportunità sul luogo di lavoro. È nostra responsabilità adottare ogni misura per raggiungere questo obiettivo”.
Nel mese di ottobre, migliaia di donne in tutta l’Islanda avevano abbandonato il posto di lavoro per protestare contro la differenza di paga rispetto agli uomini.

Rivoluzione Katrín Jakobsdóttir

Decisione di rottura da parte di un governo decisamente insolito. Una grande coalizione che comprende il Partito dell’Indipendenza (di centrodestra), il Partito Progressista (di centro) e la Sinistra Movimento Verde, con la sua leader, Katrín Jakobsdóttir, 41 anni, dal novembre scorso Premier.

Jakobsdóttir è laureata in letteratura islandese, ha tre figli ed è in politica da diversi anni. Nel 2003 diventò vicepresidente della Sinistra – Movimento Verde. Sei anni dopo ottenne l’incarico di ministro dell’Istruzione e della Cultura, che mantenne fino al 2013. Nello stesso anno divenne leader del suo partito, e in seguito è stata una dei leader più visibili dell’opposizione ai governi di centrodestra che si sono succeduti in questi anni.

Cosa succede a un bambino coinvolto in una guerra?
Chi si deve occupare di loro? Quali diritti vengono loro negati?
Il diritto internazionale e il senso di umanità dovrebbero prevedere la tutela di queste vittime, anche nei conflitti armati più cruenti. Ma invece di essere protetti, i bambini sono diventati gli obiettivi principali dei conflitti mondiali.

L’Unicef e le mostruosità denunciate

Uccisi, vittime di stupri, rapiti, venduti, mutilati e reclutati per combattere, usati come scudi umani e lasciati a morire di fame.
Il 2017 è stato un anno terribile per i bambini coinvolti nei conflitti armati. Lo dice l’ultimo rapporto Unicef secondo cui, in questo momento, nessun luogo è sicuro per loro: le parti in guerra hanno palesemente ignorato le leggi internazionali per la protezione dei più vulnerabili.
Il 2016 è stato l’anno atroce per i bimbi siriani, mai così tanti morti: almeno in 652 hanno perso la vita nei massacri, oltre 2 milioni hanno dovuto lasciare il Paese.

Bambini bersaglio o strumento di guerra

«I bambini sono stati obiettivi e sono stati esposti ad attacchi e violenze brutali nelle loro case, scuole e parchi giochi» ha dichiarato Manuel Fontaine, direttore dei Programmi di emergenza dell’Unicef. Attacchi che continuano ogni anno. Ma -ha detto Fontaine-, «non possiamo diventare insensibili. Violenze di questo tipo non possono rappresentare una nuova normalità».
Secondo il rapporto 2017 di Unicef nei conflitti attuali i bambini sono diventati obiettivi in prima linea utilizzati come scudi umani, uccisi, mutilati e reclutati per combattere: stupro, matrimonio forzato, rapimento e riduzione in schiavitù sono diventate tattiche normali nei conflitti in Iraq, Siria, Yemen, Sud Sudan e Myanmar.

Se non è guerra è fame e malattia

Oltre alle conseguenze dirette dei conflitti, milioni di bambini soffrono di quelle indirette ma non meno gravi: malnutrizione, malattie e traumi visto che accesso a cibo, acqua e servizi igienici e sanitari vengono loro negati, danneggiati o distrutti durante i combattimenti.
«La maggior parte dei bambini in zone di guerra è a rischio per malattie come morbillo, rosolia, tetano o polmonite … Patologie prevedibili o curabili che per assenza di vaccini e cure diventano malattie mortali». L’Unicef è tornata a chiedere a tutte le parti in conflitto di rispettare gli obblighi del diritto internazionale per porre subito fine alle violazioni contro i bambini e all’utilizzo delle infrastrutture civili come scuole e ospedali.

Aung San Suu Kyi rompe il silenzio ma non convince
La leader birmana e premio Nobel per la pace ha detto che la maggior parte dei villaggi abitati dalla minoranza musulmana dei Rohingya in Birmania non sono stati fatti oggetto di violenze, e ha invitato i diplomatici a visitarli. La ‘maggior parte’ forse no, ma una ‘buona parte’, sì. Sull’andare e verificare, è quasi beffa. La Missione internazionale d’inchiesta sulla Birmania del Consiglio Onu sui diritti umani ha chiesto un accesso illimitato al Paese, sino ad oggi impedito.

La Nobel della Pace e ora leader birmana Aug San Suu Kyi, doppio ruolo, parla per la prima volta di fronte ai diplomatici stranieri e alle massime autorità militari del Paese, nella nuova capitale Nayipydaw. Parla la leader politica che prova a giustificare il suo Paese dopo le accuse delle Nazioni Unite per le persecuzioni contro l’etnia islamica Rohingya nello stato dell’Arakan, o Rakhine. Forzature politiche evidenti da subito. Invita i rappresentanti esteri a verificare di persona la situazione per smentire le peggiori accuse al suo Paese. Peccato che i luoghi dei massacri siano interdetti a tutti, tanto da spingere a Missione d’inchiesta sui diritti umani dell’Onu ha chiedere con forza, un “accesso illimitato al Paese”.

Nell’attesa di accertamenti internazionali e interni, riconosce le cifre mostruose di oltre 400mila esuli nelle sole ultime settimane; oltre 800 mila da meno di un anno a questa parte. Suu Kyi ha promesso a riaccogliere i fuggitivi, “ma sulla base dei parametri stabiliti nel 1993”, ovvero durante il regime dei militari, principali responsabili di quella che il segretario generale delle Nazioni Unite ha definito senza mezzi termini una “pulizia etnica”. La leader del governo che resta ‘sotto tutela’ dei militari, fa qualche promessa ma resta prigioniera della parte violenta della Birmania. Durante i 37 minuti del suo intervento a parlata di “musulmani” e non Rohingya, parola che in Birmania ufficialmente non esiste, come viene negato esista un popolo con nome, dignità e diritti.

«La nostra è una democrazia giovane e fragile, dopo oltre mezzo secolo di regime autoritario», prova a giustificare, ricordato i numerosi conflitti in corso non solo nell’Arakan ma anche nell’est del Paese, riferendosi alle guerre di indipendenza in corso nello Stato Kachin e Shan. Di fatto, la premio Nobel, fortemente criticata da numerosi gruppi dei diritti umani suoi ex sostenitori e perfino da altri Nobel della Pace, cerca di prendere tempo chiedendo la comprensione della comunità internazionale e dei concittadini che ancora la supportano in massa, per le difficoltà dei suoi tentativi di “riportare pace, stabilità e promuovere lo sviluppo” durante questa transizione democratica cominciata “meno di 18 mesi fa” con le elezioni del 2015.

Suu Kyi fa la vittima e denuncia una sorta di ‘strategia delle tensione’. Nessuna denuncia diretta, ma l’ombra del sospetto vesta le tuta mimetica. Un anno fa l’annuncio del piano di sviluppo e pace davanti all’Assemblea delle Nazioni, e contemporaneamente, l’inizio delle ostilità, datate al 9 ottobre del 2016. Gruppi armati Rohingya o provocatori che fossero, esplode il conflitto civile latente. Morti, distruzione e la fuga di molte persone in Bangladesh. Da allora un inseguirsi di violenze e fughe di civili disperati. La Lady ha promesso una indagine severa per stabilire se ci sono state violazioni e da parte di chi, anche se “tutto dovrà essere basato su prove evidenti prima di intraprendere ogni azione”. Ne siamo certi. Birmania notoriamente garantista.

Tanti volti nuovi al G7 a Taormina, pochi i punti su cui essere d’accordo. “E’ il vertice più impegnativo degli ultimi anni” dice Donald Tusk, presidente del Consiglio Europeo. Il presidente Gentiloni sostiene che la prima giornata di lavori ha prodotto una “discussione diretta e sincera”, tradotto: non siamo d’accordo. Al di là del mite e passeggero padrone di casa, Paolo Gentiloni, Emanuel Macron, Theresa May ma soprattutto Donald Trump sono i volti nuovi del G7 e sono nette le differenze tra ognuno. Il presidente Usa vorrebbe un maggiore investimento dai singoli membri della Nato e marcia in direzione contraria agli accordi di Parigi sul clima.  Macron vuole ripartire dall’accordo di Parigi sul clima promosso da Obama e la May in piena campagna elettorale e sotto minaccia terroristica cerca accordi commerciali per rafforzare la Brexit e rafforzare la sicurezza.

Al momento i leader del mondo non hanno trovato un punto comune sul clima e tra frecce tricolori e foto di rito è stata siglata una vaga dichiarazione congiunta per la sicurezza, contro il terrorismo. Sul clima invece lo scontro è rimandato, probabile un accordo al ribasso nella fase postObama, per il momento si evita lo scontro.

Donald Trump gioca da solo e non fa squadra. Il tycoon sfugge l clima e documenti pesanti  e punta ad accordi bilaterali come nel caso del Giappone. Il primo ministro nipponico, Shinzo Abe, e il numero uno degli Usa, hanno trovato un accordo sull’ampliamento delle sanzioni alla Corea del Nord. Anche con i cugini inglesi Trump ha portato avanti gli interessi commerciali: “Il presidente Donald Trump e il primo ministro Theresa May hanno ribadito il loro impegno per aumentare gli scambi commerciali tra Stati Uniti e Gran Bretagna” ha detto il portavoce della premier britannica Theresa May. L’impegno tra i leader è stato confermato nel corso del vertice del G7 a Taormina.

La seconda giornata si riapre sul clima e si passa a immigrazione commercio internazionale. Su tutti restano divisioni evidenti:

Clima. La discussione su questo punto è sospesa. Sul destino dell’accordo di Parigi tra i leader del G7 non c’è ancora una posizione comune per il comunicato finale. E il tema resta irrisolto. “L’amministrazione Usa ha in corso una riflessione interna di cui gli altri paesi hanno preso atto confermando il loro impegno totale” ha detto Gentiloni, “l’accordo di Parigi è un pezzo del nostro futuro, siamo fiduciosi che dopo una riflessione interna, anche gli Stati Uniti, che hanno un ruolo fondamentale, vorranno partecipare”. Trump dovrà annunciare la sua decisione sull’accordo del 2015, da cui vorrebbe ritirarsi, proprio al rientro a Washington. Il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker non ha dubbi: “Penso che gli accordi di Parigi debbano essere attuati pienamente”. E la Francia è categorica: “La linea è non indebolire l’accordo di Parigi”.

Commercio. Anche sul commercio oggi non si è arrivati ad alcuna dichiarazione congiunta.

Immigrazione. La frase con la quale Gentiloni ha aperto i lavori è stata per la Sicilia: “Siamo molto felici di avere questa opportunità: la Sicilia ha una posizione geografica particolare, rappresenta un ponte tra le due sponde del Mediterraneo. Pur sostenendo i diritti umani dei migranti e rifugiati, riaffermiamo i diritti sovrani degli Stati di controllare i loro confini e fissare chiari limiti ai livelli netti di immigrazione, come elementi chiave della loro sicurezza nazionale e del loro benessere economico”. Bella la Sicilia, sì all’immigrazione e sì ai confini e limite all’accoglienza si legge tra le righe della bozza del documento finale del G7, tuttora sottoposta a un negoziato aperto. Nella bozza si ribadisce poi “la necessità di sostenere i rifugiati il più vicino possibile ai loro paesi di origine, in modo che siano in grado di tornare” e “di creare partnership per aiutare i paesi a creare le condizioni all’interno dei loro stessi confini per risolvere le cause delle migrazioni”.