lunedì 25 giugno 2018

Diritti umani

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Onu all’attacco

Onu e sanzioni. Primo atto concreto da parte delle Nazioni Unite contro i trafficanti di  esseri umani che gestiscono il business milionario  dei migranti in Libia. Una risoluzione del Consiglio di Sicurezza, presentata dai Paesi Bassi e approvata con il sostegno di Francia, Germania, Regno Unito e Stati Uniti, ha deciso pesanti provvedimenti contro alcuni personaggi da tempo nel mirino anche della Corte penale internazionale.

Criminali noti

Al centro dell’inchiesta Onu sono finiti gli eritrei Ermias Ghermay e Fitiwi Abdelrazak e i libici Ahmad Oumar al Dabbashi, Musab Abu Qarin, Mohammed Kachlaf e Abd al Rahman al Milad. A tutti sarà impedito di uscire dal paese e sono stati congelati i conti bancari che avevano all’estero.

Di particolare importanza è la figura di Rahman al Milad. Quest’ultimo, un comandante della sedicente Guardia costiera libica, formata da ex milizie locali, coinvolta negli accordi con l’Italia che aveva addestrato e finanziato.

La guardia costiera libica nel mirino

Il ministro degli Esteri olandese, Stef Blok, ha intervistato dalla Cnn ha dovuto ammettere che la condanna del comandante della Guardia costiera libica «dimostra che andremo ovunque e colpiremo qualsiasi organizzazione per scovare e punire i responsabili, anche se è un’organizzazione con cui stiamo lavorando insieme in altri campi»

Una contraddizione in termini che non nasconde una realtà complicata. Fondamentalmente il governo di Tripoli ha due guardie costiere, una più fedele al ministero della Difesa, l’altra a quello dell’Interno, ed è quella sulla cui l’Italia ha puntato di più. Questa confusione ha lasciato lo spazio a uomini senza scrupoli per mettere in pratica i propri disegni criminali.

Struttura mafiosa

Due anni fa un’ inchiesta giornalistica dell’emittente TRT, svolta dalla giornalista Nancy Porsia, aveva già  reso nota al mondo la figura di al-Milad, soprannominato al-Bija. Lui e i suoi uomini si erano proclamati Guardia Costiera di Zawiya andando per mare e riportando indietro migranti. Al-Bija sarebbe stato a capo di una vera e propria holding mafiosa che inseguiva e chiedeva tangenti ai trafficanti senza andare per il sottile.

Ancora  nel 2015 Amnesty International indagava su una base militare dismessa ad Az Zawiyah, ovest di Tripoli. Già allora si parlava di personaggi influenti e con coperture notevoli. E i sospetti si sono addensati su quella che appunto viene chiamata Guardia costiera libica. Gabriele Iacovino, capo degli analisti del Centro Studi Internazionali, denunciava come “a parte alcune eccezioni, come i militari di Misurata, i guardacoste libici sono spesso espressione dei potentati locali che, in molti casi, gestiscono il traffico di esseri umani”.

Un business milionario

Il traffico di essere umani, dichiarano le Nazioni Unite nel documento che accompagna la risoluzione, “ ha raggiunto una scala e un livello di gravità senza precedenti”. Il contrabbando di ogni genere è una fonte fondamentale per l’economia di intere zone. L’attraversamento del tratto di Mediterraneo fino in Italia, nel momento della sua massima espansione, costava fino a 2500 dollari a persona. Se si moltiplica questa cifra per le 181mila persone partite solo lo scorso anno verso l’Europa, il risultato per i trafficanti è stato enorme; ai passeur libici sono entrati circa 450 milioni di dollari.

migranti da fermare

Migranti da fermare con le armi

Migranti da fermare ad ogni costo. Formazione di forze di sicurezza di paesi terzi, donazioni di elicotteri, navi per pattugliamento e veicoli, apparecchiature di sorveglianza e monitoraggio; sviluppo di sistemi di controllo biometrico; accordi per l’accettazione delle persone deportate.
Investimenti militari enormi. E’ questa la direzione che ha preso l’Unione Europea. Il tutto finalizzato al controllo delle frontiere. L’ossessione di bloccare i movimenti di migranti e rifugiati verso il vecchio continente, sta portando la Ue a scegliere le politiche di esternalizzazione dei confini come unica politica.

Rapporto shock

Lo mette in luce un recentissimo rapporto pubblicato dal Transnational Institute e Stop Wapenhandel (Campagna olandese contro il commercio di armi) e rilanciato in Italia dalla Rete Italiana per il Disarmo e dall’ARCI.
Controllare le migrazioni ad ogni costo -denuncia il rapporto-, ha avuto come risultato, non quello di esaurire definitivamente flussi di popolazione, ma di rafforzare regimi dichiaratamente autoritari e poco inclini al rispetto dei diritti umani.

Gli utili dittatori

In questo senso il rapporto individua 35 paesi ai quali l’Europa attribuisce un ruolo fondamentale nelle politiche di esternalizzazione del controllo. Di questi, sono i dati a parlare, il 48% ha un governo autoritario e solo quattro possono essere considerati Stati democratici, il 100% pone rischi estremi o elevati per il rispetto dei diritti umani, il 51% è classificato come “basso” negli indicatori di sviluppo umano.
La cooperazione ha riguardato in particolare la Turchia, Libia, Egitto, Sudan, Niger, Mauritania e Mali, con sostegno diretto dall’UE nel suo insieme ma anche da singoli Stati Membri, in particolare Francia, Italia, Spagna e Germania.

Il grande business della sicurezza

A beneficiare di un tale movimento di denaro non sono stati di certo i migranti ma le aziende che producono armamenti. Gli investimenti hanno riguardato il particolare le tecnologie di sorveglianza, i vincitori dei contratti hanno realizzato profitti enormi.
Si calcola che il valore complessivo delle licenze rilasciate dagli stati membri dell’UE, per il decennio 2007-2016, riguardante la vendita di armi ha superato i 122 miliardi di euro. E nonostante molti dei paesi  compratori siano sotto embargo, continuano a ricevere tecnologie e sostegno per la “difesa” dei confini contro i flussi di migranti.

Chi ci guadagna

E’ il caso del colosso francese della produzioni di armi Thales, così come la conglomerata europea Airbus. Veridos, OT Morpho e Gemalto sono stati i maggiori fornitori di apparecchiature biometriche. Anche la Germania (con le imprese Hensoldt e Rheinmetall) e l’Italia (Leonardo e Intermarine) hanno fatto la parte del leone. Ma di particolare rilievo riveste il protagonismo delle aziende turche impegnate nel comparto difesa, Aselsan e Otokar. hanno infatti aumentato notevolmente i propri introiti.
Il rapporto però evidenzia come il mercato della sicurezza sia un buon affare anche per il settore pubblico o semi pubblico interno. In Francia la società, con partecipazione statale, Civipol (che possiede azioni di Thales, Airbus e Safran) già nel 2003 ha scritto un influente documento di consulenza per la Commissione europea, che ha gettato alcune basi per le attuali misure di esternalizzazione delle frontiere.
Il grande business coinvolge anche organizzazioni internazionale come Iom (Organizzazione internazionale delle migrazioni) e il CMPD (Centro Internazionale per lo Sviluppo delle Politiche Migratorie). In varia misure queste strutture si occupano di consulenze per la gestione di migranti o organizzano progetti di rimpatrio.

 

No Hate speech, incitamento all’odio

C’è un tema che accomuna, nel male, la vita di 159 Paesi del mondo. E questo filo rosso si chiama odio. ‘Hate speech’, incitamento all’odio, la contrapposizione ‘noi-loro’, spesso prodotta dagli stessi governanti, a generare nel mondo la più comune violazione dei diritti umani.
«Lo scorso anno il nostro mondo è stato immerso nelle crisi e importanti leader ci hanno proposto la visione di una società accecata da odio e paura», ha denunciato Salil Shetty, segretario generale dell’organizzazione. Dalla persecuzione della minoranza Rohingya in Birmania alle politiche anti-migranti del presidente americano Donald Trump, dal giro di vite sul dissenso e sulla libera espressione in Turchia ai tentativi di minare i diritti delle donne in Polonia, Russia e Usa.

Italiani brava gente?

La leggenda del popolo di buon cuore, a sentire Amnesty International, registra evoluzioni poco rassicuranti. Perché proprio l’Italia sembra concentrare più di altri Paesi europei le dinamiche di ‘tendenza all’odio’ segnalate un po’ ovunque nel mondo, segnala Gianni Rufini, direttore di Amnesty Italia, nel rapporto 2018. Un’Italia “intrisa di ostilità, razzismo, xenofobia e paura ingiustificata dell’altro”. In altre parole, quello che appena nel 2014 era un paese “orgoglioso di salvare le vite dei rifugiati, che considerava l’accoglienza un valore importante”, oggi è ostaggio dei discorsi xenofobi. Nel 2017, dal ‘noi contro loro’ si è passato al ‘noi contro voi che state con loro’. E quel ‘voi’ sono gli italiani che con le associazioni o con altre forme di volontariato praticano la solidarietà.

America e alti first

La campagna elettorale non aiuta e discorsi equilibrati, e questa meno che mai. “Prima gli italiani” o slogan come “Sostituzione etnica”, sempre più diffusi sui social network. Facile da capire quali parti politiche li stanno usando di più. L’Italia comunque, è solo l’ultimo Paese ad affiancarsi in una direzione già mostrata dall’Ungheria di Orban, dagli Usa di Trump, dalle Filippine di Rodrigo Duterte. Ma nel rapporto 2018 di Amnesty la visione del mondo non è del tutto negativa.
Se i leader coltivano la diffidenza per accrescere il proprio potere, la società civile reagisce, costruendo un dissenso maturo, con una capacità di mobilitazione che supera gli steccati del dogma. Il mondo del dopo-ideologie è dipinto con scorci disperanti ma anche accenni di speranza.

Mappa dei diritti umani

La mappa dei diritti umani di Amnesty non risparmiano nessuno. La Casa Bianca, che ha deciso di vietare l’ingresso in Usa a persone provenienti da diversi paesi musulmani, la premio Nobel Auung San Suu Kyi, sotto il cui sguardo impassibile si svolge la persecuzione dei Rohingya in Myanmar, il presidente egiziano Abd al-Fattah Al-Sisi o Duerte, l’“uomo forte” di Manila. Passerella di governi autocratici dotati di quella che Amnesty chiama ‘retorica tossica’. Contro, sempre più società civile. Contro la Casa Bianca #MeToo, o “Ni Una Menos”, in Cile il divieto totale di aborto viene ridimensionato, a Taiwan si va avanti verso un matrimonio egualitario, in Nigeria rallentano gli sgomberi forzati.

Fake News di governo

C’è però il pericolo di un bavaglio, denuncia Amnesty: la tendenza a promuovere notizie false e a contestare l’autenticità di quelle sgradite, e la libertà d’espressione diventa un terreno di battaglia. Amnesty prevede che «la tendenza di importanti leader a promuovere fake news per manipolare l’opinione pubblica e gli attacchi a organismi di controllo sui poteri» faranno sì che «la libertà di espressione sarà quest’anno terreno di battaglia per i diritti umani». «Nel 2018, non possiamo dare per scontato che saremo liberi di radunarci per protestare o criticare i nostri governi: prendere la parola sta diventando sempre più pericoloso», ha detto Shetty.

L’Islanda è diventata il primo paese al mondo rendere obbligatoria per legge la parità di stipendio tra uomo e donna. Da oggi aziende e uffici pubblici con più di 25 impiegati dovranno dimostrare con una serie di documenti che le dipendenti sono pagate quanto i loro colleghi maschi, altrimenti saranno puniti con un’ammenda.

L’Islanda non è nuova a misure che promuovano l’uguaglianza tra uomo e donna tanto che negli ultimi nove anni è stata al primo posto della lista dei paesi più avanti nella parità di genere stilata dal World Economic Forum.

“È il momento giusto per fare qualcosa di radicale – aveva dichiarato in precedenza Thorsteinn Viglundsson, il ministro dell’Uguaglianza e degli Affari sociali – : i diritti umani sono diritti uguali per tutti. Dobbiamo fare in modo che gli uomini e le donne godono di pari opportunità sul luogo di lavoro. È nostra responsabilità adottare ogni misura per raggiungere questo obiettivo”.
Nel mese di ottobre, migliaia di donne in tutta l’Islanda avevano abbandonato il posto di lavoro per protestare contro la differenza di paga rispetto agli uomini.

Rivoluzione Katrín Jakobsdóttir

Decisione di rottura da parte di un governo decisamente insolito. Una grande coalizione che comprende il Partito dell’Indipendenza (di centrodestra), il Partito Progressista (di centro) e la Sinistra Movimento Verde, con la sua leader, Katrín Jakobsdóttir, 41 anni, dal novembre scorso Premier.

Jakobsdóttir è laureata in letteratura islandese, ha tre figli ed è in politica da diversi anni. Nel 2003 diventò vicepresidente della Sinistra – Movimento Verde. Sei anni dopo ottenne l’incarico di ministro dell’Istruzione e della Cultura, che mantenne fino al 2013. Nello stesso anno divenne leader del suo partito, e in seguito è stata una dei leader più visibili dell’opposizione ai governi di centrodestra che si sono succeduti in questi anni.

Cosa succede a un bambino coinvolto in una guerra?
Chi si deve occupare di loro? Quali diritti vengono loro negati?
Il diritto internazionale e il senso di umanità dovrebbero prevedere la tutela di queste vittime, anche nei conflitti armati più cruenti. Ma invece di essere protetti, i bambini sono diventati gli obiettivi principali dei conflitti mondiali.

L’Unicef e le mostruosità denunciate

Uccisi, vittime di stupri, rapiti, venduti, mutilati e reclutati per combattere, usati come scudi umani e lasciati a morire di fame.
Il 2017 è stato un anno terribile per i bambini coinvolti nei conflitti armati. Lo dice l’ultimo rapporto Unicef secondo cui, in questo momento, nessun luogo è sicuro per loro: le parti in guerra hanno palesemente ignorato le leggi internazionali per la protezione dei più vulnerabili.
Il 2016 è stato l’anno atroce per i bimbi siriani, mai così tanti morti: almeno in 652 hanno perso la vita nei massacri, oltre 2 milioni hanno dovuto lasciare il Paese.

Bambini bersaglio o strumento di guerra

«I bambini sono stati obiettivi e sono stati esposti ad attacchi e violenze brutali nelle loro case, scuole e parchi giochi» ha dichiarato Manuel Fontaine, direttore dei Programmi di emergenza dell’Unicef. Attacchi che continuano ogni anno. Ma -ha detto Fontaine-, «non possiamo diventare insensibili. Violenze di questo tipo non possono rappresentare una nuova normalità».
Secondo il rapporto 2017 di Unicef nei conflitti attuali i bambini sono diventati obiettivi in prima linea utilizzati come scudi umani, uccisi, mutilati e reclutati per combattere: stupro, matrimonio forzato, rapimento e riduzione in schiavitù sono diventate tattiche normali nei conflitti in Iraq, Siria, Yemen, Sud Sudan e Myanmar.

Se non è guerra è fame e malattia

Oltre alle conseguenze dirette dei conflitti, milioni di bambini soffrono di quelle indirette ma non meno gravi: malnutrizione, malattie e traumi visto che accesso a cibo, acqua e servizi igienici e sanitari vengono loro negati, danneggiati o distrutti durante i combattimenti.
«La maggior parte dei bambini in zone di guerra è a rischio per malattie come morbillo, rosolia, tetano o polmonite … Patologie prevedibili o curabili che per assenza di vaccini e cure diventano malattie mortali». L’Unicef è tornata a chiedere a tutte le parti in conflitto di rispettare gli obblighi del diritto internazionale per porre subito fine alle violazioni contro i bambini e all’utilizzo delle infrastrutture civili come scuole e ospedali.

Aung San Suu Kyi rompe il silenzio ma non convince
La leader birmana e premio Nobel per la pace ha detto che la maggior parte dei villaggi abitati dalla minoranza musulmana dei Rohingya in Birmania non sono stati fatti oggetto di violenze, e ha invitato i diplomatici a visitarli. La ‘maggior parte’ forse no, ma una ‘buona parte’, sì. Sull’andare e verificare, è quasi beffa. La Missione internazionale d’inchiesta sulla Birmania del Consiglio Onu sui diritti umani ha chiesto un accesso illimitato al Paese, sino ad oggi impedito.

La Nobel della Pace e ora leader birmana Aug San Suu Kyi, doppio ruolo, parla per la prima volta di fronte ai diplomatici stranieri e alle massime autorità militari del Paese, nella nuova capitale Nayipydaw. Parla la leader politica che prova a giustificare il suo Paese dopo le accuse delle Nazioni Unite per le persecuzioni contro l’etnia islamica Rohingya nello stato dell’Arakan, o Rakhine. Forzature politiche evidenti da subito. Invita i rappresentanti esteri a verificare di persona la situazione per smentire le peggiori accuse al suo Paese. Peccato che i luoghi dei massacri siano interdetti a tutti, tanto da spingere a Missione d’inchiesta sui diritti umani dell’Onu ha chiedere con forza, un “accesso illimitato al Paese”.

Nell’attesa di accertamenti internazionali e interni, riconosce le cifre mostruose di oltre 400mila esuli nelle sole ultime settimane; oltre 800 mila da meno di un anno a questa parte. Suu Kyi ha promesso a riaccogliere i fuggitivi, “ma sulla base dei parametri stabiliti nel 1993”, ovvero durante il regime dei militari, principali responsabili di quella che il segretario generale delle Nazioni Unite ha definito senza mezzi termini una “pulizia etnica”. La leader del governo che resta ‘sotto tutela’ dei militari, fa qualche promessa ma resta prigioniera della parte violenta della Birmania. Durante i 37 minuti del suo intervento a parlata di “musulmani” e non Rohingya, parola che in Birmania ufficialmente non esiste, come viene negato esista un popolo con nome, dignità e diritti.

«La nostra è una democrazia giovane e fragile, dopo oltre mezzo secolo di regime autoritario», prova a giustificare, ricordato i numerosi conflitti in corso non solo nell’Arakan ma anche nell’est del Paese, riferendosi alle guerre di indipendenza in corso nello Stato Kachin e Shan. Di fatto, la premio Nobel, fortemente criticata da numerosi gruppi dei diritti umani suoi ex sostenitori e perfino da altri Nobel della Pace, cerca di prendere tempo chiedendo la comprensione della comunità internazionale e dei concittadini che ancora la supportano in massa, per le difficoltà dei suoi tentativi di “riportare pace, stabilità e promuovere lo sviluppo” durante questa transizione democratica cominciata “meno di 18 mesi fa” con le elezioni del 2015.

Suu Kyi fa la vittima e denuncia una sorta di ‘strategia delle tensione’. Nessuna denuncia diretta, ma l’ombra del sospetto vesta le tuta mimetica. Un anno fa l’annuncio del piano di sviluppo e pace davanti all’Assemblea delle Nazioni, e contemporaneamente, l’inizio delle ostilità, datate al 9 ottobre del 2016. Gruppi armati Rohingya o provocatori che fossero, esplode il conflitto civile latente. Morti, distruzione e la fuga di molte persone in Bangladesh. Da allora un inseguirsi di violenze e fughe di civili disperati. La Lady ha promesso una indagine severa per stabilire se ci sono state violazioni e da parte di chi, anche se “tutto dovrà essere basato su prove evidenti prima di intraprendere ogni azione”. Ne siamo certi. Birmania notoriamente garantista.

Tanti volti nuovi al G7 a Taormina, pochi i punti su cui essere d’accordo. “E’ il vertice più impegnativo degli ultimi anni” dice Donald Tusk, presidente del Consiglio Europeo. Il presidente Gentiloni sostiene che la prima giornata di lavori ha prodotto una “discussione diretta e sincera”, tradotto: non siamo d’accordo. Al di là del mite e passeggero padrone di casa, Paolo Gentiloni, Emanuel Macron, Theresa May ma soprattutto Donald Trump sono i volti nuovi del G7 e sono nette le differenze tra ognuno. Il presidente Usa vorrebbe un maggiore investimento dai singoli membri della Nato e marcia in direzione contraria agli accordi di Parigi sul clima.  Macron vuole ripartire dall’accordo di Parigi sul clima promosso da Obama e la May in piena campagna elettorale e sotto minaccia terroristica cerca accordi commerciali per rafforzare la Brexit e rafforzare la sicurezza.

Al momento i leader del mondo non hanno trovato un punto comune sul clima e tra frecce tricolori e foto di rito è stata siglata una vaga dichiarazione congiunta per la sicurezza, contro il terrorismo. Sul clima invece lo scontro è rimandato, probabile un accordo al ribasso nella fase postObama, per il momento si evita lo scontro.

Donald Trump gioca da solo e non fa squadra. Il tycoon sfugge l clima e documenti pesanti  e punta ad accordi bilaterali come nel caso del Giappone. Il primo ministro nipponico, Shinzo Abe, e il numero uno degli Usa, hanno trovato un accordo sull’ampliamento delle sanzioni alla Corea del Nord. Anche con i cugini inglesi Trump ha portato avanti gli interessi commerciali: “Il presidente Donald Trump e il primo ministro Theresa May hanno ribadito il loro impegno per aumentare gli scambi commerciali tra Stati Uniti e Gran Bretagna” ha detto il portavoce della premier britannica Theresa May. L’impegno tra i leader è stato confermato nel corso del vertice del G7 a Taormina.

La seconda giornata si riapre sul clima e si passa a immigrazione commercio internazionale. Su tutti restano divisioni evidenti:

Clima. La discussione su questo punto è sospesa. Sul destino dell’accordo di Parigi tra i leader del G7 non c’è ancora una posizione comune per il comunicato finale. E il tema resta irrisolto. “L’amministrazione Usa ha in corso una riflessione interna di cui gli altri paesi hanno preso atto confermando il loro impegno totale” ha detto Gentiloni, “l’accordo di Parigi è un pezzo del nostro futuro, siamo fiduciosi che dopo una riflessione interna, anche gli Stati Uniti, che hanno un ruolo fondamentale, vorranno partecipare”. Trump dovrà annunciare la sua decisione sull’accordo del 2015, da cui vorrebbe ritirarsi, proprio al rientro a Washington. Il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker non ha dubbi: “Penso che gli accordi di Parigi debbano essere attuati pienamente”. E la Francia è categorica: “La linea è non indebolire l’accordo di Parigi”.

Commercio. Anche sul commercio oggi non si è arrivati ad alcuna dichiarazione congiunta.

Immigrazione. La frase con la quale Gentiloni ha aperto i lavori è stata per la Sicilia: “Siamo molto felici di avere questa opportunità: la Sicilia ha una posizione geografica particolare, rappresenta un ponte tra le due sponde del Mediterraneo. Pur sostenendo i diritti umani dei migranti e rifugiati, riaffermiamo i diritti sovrani degli Stati di controllare i loro confini e fissare chiari limiti ai livelli netti di immigrazione, come elementi chiave della loro sicurezza nazionale e del loro benessere economico”. Bella la Sicilia, sì all’immigrazione e sì ai confini e limite all’accoglienza si legge tra le righe della bozza del documento finale del G7, tuttora sottoposta a un negoziato aperto. Nella bozza si ribadisce poi “la necessità di sostenere i rifugiati il più vicino possibile ai loro paesi di origine, in modo che siano in grado di tornare” e “di creare partnership per aiutare i paesi a creare le condizioni all’interno dei loro stessi confini per risolvere le cause delle migrazioni”.

La ‘terza guerra mondiale a pezzi’ è una definizione di Papa Francesco, di fronte al proliferare delle guerre in ogni parte del mondo. Adesso il pontefice si interroga e precisa, «Mi domando se in questa terza guerra mondiale a pezzi che stiamo vivendo non stiamo andando verso una gran guerra mondiale per l’acqua». Papa Francesco al convegno sul «diritto umano all’acqua», nelle Pontificie Accademie delle Scienze e delle Scienze sociali con la partecipazione di studiosi da tutto il mondo. Problemi in gran parte noti, denunciati dalle stesse nazioni unite, che hanno trovato questa altra voce a denunciare e a sollecitare rimedi. Perché il mondo sembra stia impazzendo, è la conclusione possibile.

«Le cifre che le Nazioni Unite rivelano sono sconvolgenti e non ci possono lasciare indifferenti, -è l’avvio di Papa Bergoglio. Mille bambini muoiono ogni giorno a causa di malattie collegate all’acqua; milioni di persone consumano acqua inquinata. Si tratta di dati molto gravi, si deve frenare e invertire questa situazione. Non è tardi, ma è urgente prendere coscienza del bisogno di acqua e del suo valore essenziale per il bene dell’umanità. Il rispetto dell’acqua è condizione per l’esercizio degli altri diritti umani. Se rispetteremo questo diritto come fondamentale, staremo ponendo le basi per proteggere gli altri diritti. Ma se violeremo questo diritto essenziale, come potremo vegliare sugli altri e lottare per loro?».

Il rispetto dell’acqua, insomma, «è condizione per l’esercizio degli altri diritti umani», avverte Francesco: «Se rispetteremo questo diritto come fondamentale, porremo le basi per proteggere gli altri diritti. Ma se violeremo questo diritto essenziale, come potremo vegliare sugli altri e lottare per loro!». Bisogna quindi coltivare «una cultura della cura e dell’incontro, in cui si uniscano in una causa comune tutte le forze necessarie di scienziati e imprenditori, governanti e politici». Elenco del mali che ambientali che minacciano il mondo: «l’alterazione del ciclo dell’acqua nel pianeta, la contaminazione delle acque, il devastante effetto della deforestazione sull’acqua, la conseguente scarsezza dell’acqua, la crescente difficoltà dei poveri ad avere accesso all’acqua e in particolare all’acqua potabile».

L’ACQUA E LE NAZIONI UNITE
Ogni Stato, ha detto il Papa, è chiamato a mettere in pratica le risoluzioni delle Nazioni Unite del 2010 sul diritto umano all’acqua potabile e all’igiene. Il Papa richiama la Genesi, «l’acqua è al principio di tutte le cose». Il diritto all’acqua «è determinante per la sopravvivenza delle persone e decide il futuro dell’umanità». Ma cosa dicono le Nazioni Unite e gli Stati nel mondo sul diritto umano all’acqua?
Il 28 luglio 2010 a New York, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approva una risoluzione che riconosce l’accesso all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari tra i diritti umani fondamentali. L’accesso all’acqua potabile è quindi entrato a far ufficialmente parte della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.
I dati diffusi dall’ONU riferiscono che, ogni anno, oltre 1,5 milioni di bambini, di età inferiore ai 5 anni, muoiono per mancanza di acqua potabile e che oltre 443 milioni di giorni di scuola vengono persi a causa di malattie legate alla qualità dell’acqua e alla mancanza di strutture igieniche.

 

LE GUERRE PER L’ACQUA SCENARIO MONDIALE

Ecco una mappa dei punti caldi per il controllo dell’acqua nel globo terrestre.

Israele e territori palestinesi
Uno dei possibili/probabili scenari di conflitto per il controllo delle risorse idriche è il Medio Oriente. Le acque contese sono quelle del fiume Giordano e dei pozzi sotterranei della Cisgiordania, dai quali dipende il mantenimento dall’agricoltura e dell’industria israeliana. Solo il 3% del bacino del Giordano si trova in territorio israeliano, ma Israele ne sfrutta il 60% della portata a scapito dei suoi vicini libanesi, siriani, giordani e palestinesi.
La Guerra dei Sei Giorni del 1967 in cui Israele occupò le Alture del Golan e Cisgiordania, permise allo Stato Ebraico di avere anche il controllo sulle risorse d’acqua dolce del Golan, sul Mare di Galilea e sul fiume Giordano.
Acqua e conflitto arabo-israeliano, pubblicata dall’Osservatorio Eco Sitio nel 2006: mentre ai palestinesi non è permesso scavare pozzi che superino i 140 metri di profondità, quelli israeliani possono arrivare fino a 800 metri. Il risultato è che le popolazioni palestinesi hanno accesso solo al 2% delle risorse idriche della regione.

Africa
Il Nilo, che attraversa dieci Paesi africani (Etiopia, Sudan, Egitto, Uganda, Kenya, Tanzania, Burundi, Rwanda, Repubblica Democratica del Congo ed Eritrea) e dove si sono sbloccati i lavori per la costruzione della Grand Ethiopian Renaissance Dam, la diga più grande d’Africa.
Le acque del Nilo hanno un bacino di utenza che nel 2025 potrebbe arrivare a 859 milioni di persone. Il Nilo Bianco (che nasce in Burundi) e il Nilo Azzurro (che nasce in Etiopia) sono stati motivi di tensione permanente tra Egitto, Etiopia e Sudan.
Nel 1970 l’Egitto finì la costruzione della diga di sbarramento di Assuan che causò lo sfollamento di 100mila sudanesi e la conseguente tensione tra i due Paesi. In seguito, l’Esercito di Liberazione del Popolo Sudanese paralizzò la costruzione del Canale di Jongle, un progetto d’ingegneria egiziano-sudanese. Negli anni Sessanta l’Egitto bloccò l’approvazione di un prestito internazionale per la costruzione di 29 dighe per uso idroelettrico e per l’irrigazione sul Nilo Azzurro per l’Etiopia, progetto che avrebbe ridotto dell’8,5% la capacità dei bacini artificiali egiziani.
Nel 1999 in Tanzania sottoscritto tra i dieci stati interessati un piano per l’utilizzo equo delle risorse idriche, ‘riconoscendo i diritti di tutti gli Stati costieri all’utilizzo delle risorse del Nilo per promuovere lo sviluppo dentro le sue frontiere’.

Turchia-Iraq-Siria
Altro focolaio di conflitti, in Anatolia, dove Turchia, Iraq e Siria condividono parti del corso dei fiumi Tigri ed Eufrate. Il governo turco, al Terzo Forum Mondiale dell’Acqua a Città del Messico nel 2006, affermò che “l’acqua è nostra quanto il petrolio iracheno è dell’Iraq”.
Nel 1990 la Turchia finì la diga ‘Ataturk’, che travasa acqua verso il sud della Turchia per irrigare 1,7 milioni di ettari di terre coltivate. Si prevede che la portata delle acque dell’Eufrate in Iraq calerà dell’80-90%.
Durante il Quinto Forum Mondiale dell’Acqua è stato valutato che “le strutture idriche in Iraq, in seguito all’occupazione delle truppe statunitensi, britanniche e di altri Paesi, hanno sofferto gravissimi danni, anche se avrebbero dovuto essere protette dalle leggi internazionali”. È una questione chiave, che negli ultimi mesi ha coinvolto direttamente l’Italia nelle manutenzione di amergenza della diga di Mosul affidata alla ditta italiana Trevi, con la protezione di 450 soldati.

Altre aree critiche
Tensioni di ‘bassa intensità’ tra Paesi per l’utilizzo dell’acqua. È il caso di Kazakhstan, Kyrgyzstan e Uzbekistan, gli stati bagnati dal Syr Daya (il fiume che affluisce nel Mare di Aral), o di Cambogia, Laos, Thailandia e Vietnam, che condividono il fiume Mekong molto sfruttato per la pesca. Resta complicata la gestione della situazione per la Commissione del Fiume Indo, visto il permanente stato di tensione militare tra India e Pakistan.