martedì 16 luglio 2019

Diplomazia

Governo decisamente creativo

Crisi Roma-Parigi, provocazioni, conseguenze e vuoto a perdere
Non succedeva dal 1940, rileva qualcuno che ha studiato un po’ di storia, quando André François-Poncet, allora ambasciatore francese a Roma dovette lasciare in tutta fretta Palazzo Farnese e l’Italia per tornare in patria dopo la dichiarazione di guerra che Mussolini fece alla Francia. Dunque il richiamo in Francia per consultazioni dell’attuale ambasciatore, Christian Masset, è un balzo indietro di 80 anni nelle relazioni franco italiane. «Una pugnalata alle spalle» fu l’anatema dell’allora ambasciatore francese al ministro degli Esteri Galeazzo Ciano, genero di Mussolini, ricorda su Repubblica Anais Ginori da Parigi. Scendendo da Mussolini-Ciano a Salvini-Di Maio, qui più che pugnalata pare dilettantismo puro allo sbaraglio.

Parigi, molto più di una messa

Gesto diplomatico forte, il richiamo dell’ambasciatore, ma non solo formale. Il Cinquestelle con i Gilet Gialli a Parigi mentre il ministro Toninelli convocava proprio l’ambasciatore Masset per la contestata analisi costi-benefici sulla Tav. Problemi di comunicazione o di buon senso in casa. Con Parigi, molto altro. Dal ‘franco coloniale’ demonizzato da Di Maio al ‘caso Aquarius’, primo scontro navale sul fronte migranti, 629 allora, con la politica dei porti chiusi. Migranti dall’Italia bloccati in Francia e riportati letteralmente indietro. La questione Libia, politica e petrolio, da sempre aperta con la Francia. La Tav, la costruzione del tunnel per l’alta velocità tra Torino e Lione diventata bandiera elettorale contrapposta all’interno dello stesso governo tra Salvini e Di Maio.

Ma sanno quello che fanno?

«Un crescendo di provocazioni», scrive il serioso Sole24ore rispetto alle ultime prese di posizione del Governo italiano nei confronti di Parigi. Valutazioni politiche istituzionali e non del quotidiano. Provocazioni che ora mettono a rischio i dossier europei su economia, migranti, Mediterraneo,  road map sulla Libia, la Cirenaica controllata dal generale Haftar, temi del G7 -presidenza francese, guarda guarda- che si terrà a Biarritz a fine agosto. Belle premesse. Oltre i conti economici tra i due Paesi. 76,6 miliardi di euro nel 2017, +8,3%, e 6,7 miliardi a vantaggio del nostro Paese. Francia secondo partner commerciale dell’Italia nell’Ue con una quota di mercato oltre il 10 per cento, preceduta solo dalla Germania con il 12,8%.

Mosse a metterci una pezza

Primo risultato di certe improvvisazioni parigine, le consultazioni tra i segretari generali del Quai d’Orsay e della Farnesina (i due ministeri degli esteri) previsto per domani è stato immediatamente annullato, informa Gerardo Pelosi dal Sole24. Provocazioni politiche sui Gilet gialli o il franco dei Paesi africani, assieme a rozze volgarità con «Macron vittima del complesso del pene piccolo», sparate da un sottosegretario agli Esteri di piccolo cervello. E la Francia che spiega le ragioni della sua rabbia, sembra convincente. «La Francia è stata, da diversi mesi, oggetto di accuse ripetute, di attacchi senza fondamento, di dichiarazioni oltraggiose che tutti conoscono e hanno presente. Questo non ha precedenti dalla fine della guerra. Essere in disaccordo è una cosa, strumentalizzare la relazione a fini elettorali è un’altra».

 

LA CRISI CON PARIGI NASCE DALLA
RIVALITÀ TRA CINQUESTELLE E LEGA

Per le elezioni europee i due partiti populisti italiani cercano degli alleati come i gilet gialli per rilanciare la componente “antisistema” (Pierre Haski)

Un blitz in piena regola
lo definisce la Stampa

Nuovo ambasciatore in Libia, dopo l’esoploit di Salvini in Israele, sgarbi governativi. Blitz che suona come una vendetta all’indomani delle dichiarazioni del ministro dell’Interno Matteo Salvini sugli «Hezbollah terroristi», frasi che hanno scosso la linea italiana di politica estera nell’area, creando forti preoccupazione per la sicurezza dei nostri Caschi blu schierati tra Libano e Israele. Lo strabordante ministro di polizia ancora in una visita da Bibi Netanyahu a trattate di competenza probabilmente non sue (vedremo), il Consiglio dei ministri ha deciso di sostituire il nostro ambasciatore in Libia.

Vendetta, tremenda vendetta

«Dopo quattro mesi di braccio di ferro dentro al governo tra chi come Salvini voleva preservare il capo delegazione uscente Giuseppe Perrone e chi, come il ministro degli Esteri Enzo Moavero, proponeva l’avvicendamento, ieri è andata in scena la vittoria del capo della Farnesina con la nomina di Giuseppe Buccino Rinaldi», sintetizza dalla Farnesina Francesca Schianchi, su La Stampa. Che aggiunge come da Gerusalemme, il vicepremier leghista non l’abbia presa bene. E Moavero Milanesi, diplomatico di mestiere e gentiluomo anche nei modi, già predice ‘chi sa’ che non diventerà mai commissario italiano in Europa al prossimo giro.

Il neo ambasciatore d’Italia in Libia

Libia quasi caricatura

Si risolve finalmente una vicenda quasi caricaturale. Dal 10 agosto, Perrone, ambasciatore d’Itaslia in Libia, diplomatico esperto, lascia Tripoli e rientra a Roma dopo una intervista che fa arrabbiare il generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica. Quattro mesi, al governo per interrogarsi/ litigare. Dalla Farnesina, l’idea di sostituirlo, sostenuta anche dai vecchi vertici dei servizi di sicurezza: ma Salvini finora era riuscito a imporre il suo no, e, piuttosto, ha spinto per cambiare quei vertici, l’Sise sopratutto, servizi segreti esteri, con nuove figure provenienti dalla Guardia di Finanza.

Ora Perrone con Hezbollah

Ieri, preziose assenze in consiglio dei ministri, passa l’ipotesi Buccino, che già circolava: 57enne, oggi direttore generale per l’Unione europea al ministero degli Esteri, già ambasciatore in Libia dal 2011 al ‘15. Forse qualche vecchio nemico, ma uno che certamente sa. Tra ironia e malizia l’invio di Perrone a Theran, “quell’Iran tirato in ballo da Salvini attaccando frontalmente Hezbollah”, assegnala sempre la voce maliziosa dalla Farnesina. Ora i due neo ambasciatori dovranno ottenere i gradimenti dei governi dei Paesi ospite, e qualche sgarbo di politichetta a danno del Paese nessuno lo può escludere.

Da Israele abbracci e rischi

Nessun pentimento sull’azzardo Hezbollah in Iraele, con Netanyahu che anzi, insiste e chiede a faccia buona, all’Italia di fare pressione sull’Unifil (Onu) affinché svolga «un ruolo più forte» in Libano del Sud. Israele pretende che l’Unifil si impegni in compiti di polizia dando la caccia agli uomini e alle armi del movimento sciita. Compiti lontani dal mandato dei caschi blu dell’Onu. Primo risultato, segnala Nena News, «discussione accesa» nella zona Zarit, tra soldati dell’Unifil, militari libanesi e uomini di Hezbollah. Il capo della Lega in Israele come il presidente del consiglio italiano in pectore con ulteriori ricaschi.

Opposti che si toccano o due
facce della stessa medaglia?

Macron da Trump. Da ieri Emmanuel Macron è a Washington da Donald Trump e l’agenzia Reuters riassume la visita così: «Una missione di soccorso per salvare l’accordo sul nucleare iraniano». Ma non sarà facile. The Donald pensa che il patto firmato dal predecessore Barack Obama nel luglio 2015 sia “il peggiore di sempre” e ha imposto agli altri firmatari un ultimatum che scade il 12 maggio, fra soltanto 18 giorni.
Ma non soltanto. Molti rilevalo tra il presidente Usa e il suo omologo francese una strana intesa tra affinità politiche e netti contrasti. Nell’intervista concessa a Fox News, Macron ha sottolineato di sentirsi accomunato a Trump perché «siamo entrambi dei franchi tiratori, non facciamo parte del sistema politico tradizionale». Come Macron non è espressione dei partiti della destra o della sinistra francesi, così Trump non è un politico di professione e si è imposto all’establishment del partito repubblicano.

I due ‘quasi amici’

Stati Uniti e Francia: un’amicizia «secolare» e due «outsider» come presidenti, rilevano Stefano Montefiori e Giuseppe Sarcina sul Corriere della Sera.
Al seguito di Macron ci sono circa cinquanta persone, con alcuni nomi a sorpresa. Oltre a cinque ministri ecco tra gli altri Cédric Villani, il matematico incaricato della missione parlamentare sull’Intelligenza artificiale; Bernard Arnault, il patron del gruppo di lusso Lvmh e uomo più ricco d’Europa, con sua moglie Hélène Mercier pianista classica; l’armonicista jazz Frédéric Yonnet, lo chef Guy Savoy e lo scrittore Philippe Besson. Ma soprattutto, Macron ha scelto di portare a Washington il ricercatore di Princeton Venkatramani Balaji e Christopher Cantrell, entrambi vincitori della borsa «Make Our Planet Great Again», lanciata dal presidente francese il 1°giugno 2017 in polemica con la decisione di Trump di uscire dagli accordi Parigi sul clima.

‘Occidentalisti’ al Quai d’Orsay

La politica estera francese è dominatai da anni diplomatici e funzionari del Quai d’Orsay che puntano a rafforzare l’alleanza strategica con gli Stati Uniti. Dopo la crisi del 2003, quando la Francia si oppose all’intervento militare in Iraq, da allora in poi l’avvicinamento tra Parigi e Washington è una tendenza di fondo tra l’Eliseo e la Casa Bianca, a prescindere da chi occupava momentaneamente quei Palazzi. «I tempi dell’ossessione autonomista e anti-americana di De Gaulle sembrano lontani», annotano i reporter.
«Macron e Trump sono in disaccordo su molte questioni di fondo, dal clima all’Iran, ma il presidente francese vuole approfittare del fatto che Trump abbia relazioni personali pessime sia con la cancelliera tedesca Merkel sia con la premier britannica May».

Più vicini in Siria, e non rassicura

Il confronto di merito oggi con un faccia a faccia e poi nel bilaterale tra le due delegazioni. Si partirà dalla Siria. Il presidente francese si era vantato di aver convinto gli americani a non ritirare i duemila soldati dal Paese, smentito da un tweet della stesso Trump. L’orientamento della Casa Bianca non è cambiato, ma ora sarà il team di Trump, il ministro della Difesa James Mattis e il neo consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, a sollecitare un maggiore impegno militare della Francia. Doppio obiettivo: accelerare l’offensiva anti-Isis sul terreno e rafforzare i presidi occidentali nella Siria del nord-est.
Per gli americani tutto ciò appare il naturale sviluppo del bombardamento congiunto del 13 aprile scorso contro i fantasmi chimici. In cambio Washington -scrive Corsera- assicura un «interesse», per ora generico, alle «operazioni anti terrorismo» dei soldati francesi nel Sahel.

Iran non solo nucleare

Quegli Ayatollah nell’amore tra i due. Per Trump e il team dei suoi collaboratori selezionato tra defezioni e licenziamenti, il Paese degli Ayatollah è il nemico numero uno. A partire dall’accordo sul nucleare con Teheran del 2015. Trump vuole cancellarlo, ma ha posto tre condizioni prima di decidere alla metà di maggio. Le prime due sono tecniche, ma la terza è politica: l’Iran -lettura Trump Natanyahu- sta destabilizzando l’intero Medio Oriente e minaccia direttamente Israele. Macron e gli altri europei stanno trattando con Teheran, ma distinguendo tra il dossier atomico e tutto il resto, dalla Siria a Israele appunto.

Poi i dazi

Altra scadenza alle porte. Il primo maggio gli Stati Uniti decideranno se confermare i dazi su acciaio e alluminio anche per l’Unione europea. La trattativa è in corso e viene condotta dalla Commissione europea. Ma, fanno sapere dalla Casa Bianca, se ne discuterà anche oggi, alla presenza del ministro del Tesoro Steven Mnuchin e del Commercio, Wilbur Ross. La Francia è il terzo partner commerciale nell’Unione europea per gli Stati Uniti, dopo Germania e Gran Bretagna, e prima dell’Italia. Gli Usa sono il più grande investitore straniero in Francia: 78 miliardi di dollari solo nel 2016. I transalpini rispondono con 19,3 miliardi di dollari e la creazione di 26 mila posti di lavoro. Tanto, ma, dirà Trump, si può fare di più.