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mercoledì 16 Ottobre 2019

Curdi

Dietrofront Usa tra imbarazzo e vergogna

Tradimento dei curdi, indignazione del mondo, frenata Usa: “Nessun ritiro, l’ordine di Trump riguarda 50-100 soldati”. La pezza dell’amministrazione ai tweet inconsulti del presidente, ma la Turchia giù bombarda i curdi in Siria

Un imbarazzato funzionario della Casa Bianca a cercare di riparare i danni politico diplomatici di un ormai irrefrenabile presidente. «Non c’è nessuna luce verde nei confronti della Turchia per un massacro dei curdi. Dire questo è da irresponsabili». Peccato che irresponsabili siano stati gli annunci via tweet del suo padrone di casa.

Quando i curdi siriani festeggiavano gli amici Usa

Ma la Turchia già bombarda

L’artiglieria di Ankara ha iniziato a bombardare obiettivi delle milizie curde ad al-Malikiyah, località siriana nella provincia nordorientale di Hasakah, a ridosso del confine turco. Lo hanno riferito fonti locali citate dal quotidiano “Sabah”. Nel mirino dell’artiglieria, «elementi delle Unità di Protezione del Popolo curdo», le formazioni combattenti curde che hanno sconfitto i miliziani Isis in conto occidentale e Usa.

Nella guerra contro lo Stato Islamico le formazioni militari curde hanno perso più di 12 mila tra donne e uomini. 

Invasione via terra cominciata

«L’invasione di terra, è di fatto cominciata questa mattina», rileva la Stampa. Con l’esercito turco che ha spostato truppe, tank e veicoli corazzati verso il confine, oltre ai bombardamenti preparatori sulla Siria in corso dalla notte. Il via libera di Trump ad Erdogan in una lunga telefonata prima dell’incontro di novembre a Washington. Sempre che l’azzardo di oggi -una «zona cuscinetto» di 30 chilometri ‘ripulita’ dalla presenza di guerriglieri curdi- da qui a novembre non sia già diventato la nuova guerra di Siria.

I curdi alla guerra totale

I curdi delle Ypg hanno annunciato «guerra totale» all’invasione turca, con qualche probabile aiuto di Damasco e qualche possibile accordo sul fronte iracheno dove gli Stati Uniti non sono molto amati e non se la passano molto bene. Sulla Siria sempre l’occhio di Mosca (e dell’Iran). Azzardo trumpiano con 1.100 militari Usa in zona di conflitto ceduta alle scelte militari della Turchia. E già Erdogan annuncia la creazione di nuove città e villaggi dove reinsediare un milione di rifugiati siriani arabo-sunniti per trasformare i curdi in una minoranza lungo la frontiera.

Trump sempre più solo

Trump, rivela il Wall Street Journal, avrebbe deciso il ritiro dal Nord-Est della Siria senza neppure avvertire Gran Bretagna e Francia che pure schierano uomini delle forze speciali accanto ai curdi delle Forze democratiche siriane, ora in situazione molto delicata. Usa in ritirata da subito: posto di frontiera di Tall Abyad abbandonato alle 6 e 30 di questa mattina, in tutta fretta. Ma Trump è stato lapidario, «è venuto il momento per gli Stati Uniti di ritirarsi da queste stupide guerre, spesso tribali».

I tweet vergogna di Trump

Una raffica di cinque tweet. L’abbandono, il tradimento dei combattenti curdi, fino a ieri alleati di Washington nella lotta all’Isis, viene ridotto a qualche frase.

  • «Sulla carta gli Usa sarebbero dovuti stare in Siria per 30 giorni, e questo accadeva molti anni fa. Siamo rimasti e siamo andati sempre più a fondo in una battaglia senza obiettivi in vista».
  • «Quando sono arrivato a Washington, l’Isis dilagava nell’area. Velocemente abbiamo sconfitto al 100% il Califfato, catturando migliaia di combattenti dell’Isis, la maggior parte europei».
  • «È il momento per noi di sfilarci da ridicole guerre senza fine, molte delle quali tribali. È il momento di riportare i nostri soldati a casa».
  • «I curdi hanno combattuto con noi, ma sono stati pagati con enormi somme di denaro ed equipaggiamenti per farlo».
  • «Gli Stati Uniti hanno fatto molto di più di quanto ci si potesse attendere, inclusa la cattura del 100% del Califfato dell’Isis. È ora che altri nell’area, alcuni molti ricchi, proteggano il loro territorio».
  • «Combatteremo solo dove avremo benefici, e combatteremo solo per vincere. Turchia, Europa, Siria, Iran, Iraq, Russia e i curdi dovranno risolvere la situazione e capire cosa voglio fare con i soldati dell’Isis catturati nel loro “vicinato”».

L’insuperabile saggezza di Donald

«Come ho detto in passato, se la Turchia fa qualcosa che io, nella mia insuperabile saggezza, considero off limits distruggerò e annienterò l’economia della Turchia (l’ho già fatto in precedenza!)».

@realDonaldTrump – As I have stated strongly before, and just to reiterate, if Turkey does anything that I, in my great and unmatched wisdom, consider to be off limits, I will totally destroy and obliterate the Economy of Turkey (I’ve done before!). They must, with Europe and others, watch over…

AVEVAMO DETTO

Alla fine dell’impero ottomano, tra i regni nati dopo la grande rivolta araba, vi fu anche quello iracheno. Il sovrano imposto dagli inglesi fu Faysal ibn al-Husayni (1885-1933), che – proclamato in precedenza re di Siria – era stato però cacciato dai francesi quando assunsero ufficialmente il mandato internazionale sul paese. Faysal, già capo della rivolta araba contro i turchi durante la Prima Guerra mondiale (per sostenere la quale gli inglesi avevano inviato il tenente T.E. Lawrence), aveva partecipato senza successo alle trattative di Versailles per ottenere una Grande Siria, comprendente cioè il Libano, l’attuale Giordania e parte dell’Iraq. All’oscuro però delle trattative che si erano svolte tra Francia e Inghilterra sulla spartizione del Medio Oriente, si trovò a occupare il trono di Siria nell’aprile del 1920 per esserne però
deposto nel luglio dello stesso anno all’arrivo dei francesi.

 

Faysal ibn al-Husayni, futuro Re dell'Iraq alla trattativa di Versailles.
Faysal ibn al-Husayni, futuro Re dell’Iraq alla trattativa di Versailles.

Nel marzo 1921, al congresso del Cairo, gli inglesi proposero allora la candidatura di Faysal per l’Iraq, paese che nella spartizione era stato assegnato a loro, rinunciando formalmente al pieno mandato di governo e costituendo una sorta di regno indipendente soggetto tuttavia al protettorato britannico.

Lo sceicco Mahamud Barzanj, nominato in un primo tempo dagli inglesi governatore del Curdistan meridionale
Lo sceicco Mahamud Barzanj

Con un sovrano arabo discendente dallo sceriffo della Mecca sul trono gli inglesi posero fine all’instabilità irachena che negli anni precedenti aveva dato luogo ad una ad un’ampia rivolta domata soprattutto con un massiccio ricorso all’arma aerea. In questo quadro si colloca una delle prime rivolte curde del XX secolo e cioè quella capeggiata dallo sceicco Mahamud Barzanj, nominato in un primo tempo dagli inglesi governatore del Curdistan meridionale, ovvero grossomodo l’attuale Curdistan iracheno.

Barzanj, reclamando per i curdi un proprio stato, si era autoproclamato sovrano di un nuovo regno, ma – dopo un breve periodo dal maggio al giugno del 1919 – fu catturato degli inglesi ed esiliato in India. Le prime esperienze di impiego della Raf fuori dai confini europei dopo la prima guerra mondiale si svolsero in questo contesto consistendo prima in voli di ricognizione e poi in bombardamenti e mitragliamenti dei villaggi ribelli. L’impegno militare per l’epoca fu notevole, ma soprattutto di natura nuova in quanto l’aviazione si rivelò molto più efficace delle truppe coloniali che sarebbero comunque dovute arrivare dall’India sguarnendola in modo pericoloso. In totale, alla fin di quella che fu definita la rivolta della Mesopotamia, le ore di volo furono più di quattromila e un migliaio e tonnellate di bombe sganciate anche sugli arabi, dato che in tutto il paese la situazione si normalizzò dopo il 1924.

rAF biplanes FB

Molto più controversa ancora oggi è un’altra questione: da numerose testimonianze risulta infatti che la Raf ricorse all’impiego di armi chimiche come l’iprite. Benché alcuni storici abbiano sostenuto il contrario, o al massimo l’impiego di gas lacrimogeni, assolutamente certo risulta invece l’impiego di armi incendiare, altrettanto devastanti e che comunque non consentivano il rientro della popolazione civile nei villaggi dopo il loro impiego. Resta il fatto che nel 1923 Lionel Charlton (1879-1958), che aveva assolto fino a quel momento l’incarico di capo di stato maggiore del Raf Iraq Command, si dimise clamorosamente per protestare contro il trattamento della popolazione civile. Sir Charlton abbandonò il servizio definitivamente cinque anni dopo.

Stati Uniti, Turchia, curdi di Siria. Tutto era già stato concordato al più alto livello col Presidente siriano Bashar El-Assad durante una visita effettuata a Damasco dal direttore del MIT, il servizio segreto turco, Hakan Fidan. In quell’occasione Erdogan ha strappato ad Assad una clamorosa concessione (anti-curda) e cioè considerare la regione invada dalla “Sublime Porta” come area d’influenza “esclusivamente turca”. Il giochetto ha praticamente beffato l’uomo “di fatica” di Obama (Biden) che sbarcato a Damasco in ritardo si è trovato davanti a una tavola già bell’e apparecchiata, col consenso (pare) dei russi. In effetti, la no-fly zone delineata taglierebbe fuori gli americani da possibili missioni nell’area considerata.

Ma Biden non si è perso d’animo. In saccoccia aveva i “denari” necessari a fare cambiare idea al Presidente turco. No, non erano trenta, ma il loro valore simbolico era ugualmente “pesante”: gettiamo i curdi nella spazzatura e “scurdammucce o’ passato”. Chiamatelo fesso! Erdogan ha immediatamente realizzato che Obama era in confusione mentale e che, finalmente, ce l’aveva in pugno. Naturalmente nel “piatto” di questa mano di poker c’era la base (nucleare) di Incirlik. Ed Erdogan non ha avuto difficoltà ad ammettere che gli americani erano, sono e saranno i padroni di quella preziosissima testa di ponte. Basta, è ovvio, mettersi d’accordo sulle tariffe”.

Niente paura, ha risposto il “piazzista” di Obama, il nostro Presidente ormai ha imparato a memoria come funziona la politica estera sotto questo cielo. Concetto ribadito alla lavagna alla conferenza stampa di Ankara. I curdi devono decidere (in quale fossa biologica gettarsi, Mr. President?) oppure perderanno l’appoggio degli americani. Che, come si sa, nella loro storia, hanno sempre appoggiato (a un muro) tutte le minoranze etniche, a partire dai Seminole per finire ai Sioux.

Già, la storia, il progresso, lo sviluppo e tutti gli altri blablabla. Erdogan, d’accordo con lo “sbrigafaccende” Biden ha concordato le prossime mosse (su input di Obama). Dopo Jarablus (foglia di fico anti-Isis), i turchi punteranno su Afrin, Qamishli e Hasakah. Tutte zone curde dove Erdogan regolerà i conti. Pare che Obama abbia cambiato il suo slogan: da “Yes we can” a “Yes you can”.

Lo dicono anche i curdi: «Lo fai o lo sei?».
Saggezza popolare planetaria, con variazioni creative in tutte le lingue del mondo. Tradotto dal detto popolare, ‘fai lo scemo per finta o scemo lo sei per davvero?’.  Impossibile per noi tradurlo nello slang americano che servirebbe per rivolgere la domanda nella forma opportuna direttamente agli interessati.
Dopo i raid dell’esercito turco contro i ribelli curdi in Siria interviene l’inviato speciale di Obama per la lotta all’Isis, Brett McGurk, quello a cui non possiamo inviare la domanda di cui sopra, per nostre carenze linguistiche.

Non fate troppo i cattivi
«Stiamo monitorando le notizie di raid e scontri a sud di Jarablus tra le forze turche, alcuni gruppi di opposizione e le unità affiliate alle Forze democratiche siriane a maggioranza curda. Vogliamo esprimere con chiarezza che riteniamo questi scontri in aree in cui l’Isis non è presente, inaccettabili e fonte di forte preoccupazione.
Gli Stati Uniti non sono stati coinvolti in queste attività, che non sono state coordinate con le forze Usa, e non le sosteniamo. Di conseguenza, invitiamo tutti gli attori armati a prendere le misure appropriate per fermare le ostilità e aprire canali di comunicazione, focalizzandosi sull’Isis, che rimane una minaccia letale e comune»

La Turchia grillina
La risposta turca a stretto giro di posta è stata molto ‘grillina’: il famoso ‘Vaffa’ in lingua anatolica. «Colpiremo ancora le milizie curde». La Turchia «colpirà» i combattenti curdi siriani delle Unità di protezione del popolo nel nord della Siria finché non si ritireranno a est del fiume Eufrate, precisa il ministro degli esteri turco Cavusoglu nel sesto giorni di operazioni dall’avvio dell’offensiva “Scudo dell’Eufrate”. Poi la sparata: «Nel nord della Siria le milizie curde Ypg stanno compiendo una pulizia etnica». Nessuna delucidazione a proposito di questa gravissima accusa.

Scudo dell’Eufrate
L’offensiva militare turca in Siria, ‘Operazione Scudo dell’Eufrate’, era iniziata mercoledì 24 agosto, ufficialmente contro Isis ma in realtà le truppe di Ankara hanno ripetutamente bersagliato con l’artiglieria e con raid aerei i curdi dell’YPG, forti del benestare dato dal vicepresidente americano Joe Biden che il 21 agosto era stato ad Ankara dal presidente Recep Tayyip Erdogan.

Grande è la confusione sotto il cielo
Lo diceva Mao Tse Tung qualche rivoluzione fa, ma vale ancora oggi.
Dall’inizio delle operazioni terrestre turca in Siria, la situazione in Medio Oriente è diventata ancora più confusa, scrivono i giornali più importanti del mondo.
“La Turchia con l’appoggio degli Stati Uniti dispiega forze in Siria per allontanare i gruppi curdi che gli Stati Uniti appoggiano”, scrive il Guardian.
Il Wall Street Journal, osserva che i curdi erano l’alleato più efficace della coalizione occidentale nella lotta contro il Daesh. “Senza di loro, lo “Stato Islamico” avrebbe conquistato il nord della Siria e per la Turchia il rischio sarebbe stato ancora maggiore”.

I timori della Turchia
Ad Ankara ritengono che con il pretesto della guerra contro gli islamisti i curdi ‘strappino’ territori al confine con la Turchia, scrive l’Independent.
Alla fine gli Stati Uniti hanno dovuto fare una scelta tra i due alleati e la scelta a favore della Turchia testimonia eloquentemente le priorità geopolitiche di Washington, scrive il Christian Science Monitor.
Un esperto dell’Atlantic Council in un articolo per la rivista Foreign Policy ha affermato che l’intervento della Turchia inizierà “una nuova era di cooperazione tra USA e Turchia e cambierà il corso della guerra a favore di Washington”. Sarà..

L’Europa tedesca scettica
Su una posizione diversa la stampa tedesca. Il tabloid Bild ha dichiarato che il “pericoloso patto di fuoco tra Obama ed Erdogan segnerà un cambiamento radicale nella guerra siriana”.
Riferendosi ai propri esperti sul Medio Oriente, il tabloid scrive che con il sostegno della Turchia, gli Stati Uniti “perdono la fiducia dell’unico sincero alleato in Siria in lotta contro ISIS”. Ed è possibile che possa iniziare una faida tra gli alleati degli Stati Uniti in Siria.
Die Welt prevede per la regione una nuova “Guerra dei Trent’anni. Con l’intervento di Ankara, il conflitto siriano ha ottenuto “una nuova dimensione e ignota per molti aspetti”, scrive il giornale.

Per metterci una pezza
Per tentare di completare la ricucitura dei rapporti, incrinati dal tardivo sostegno espresso al presidente Recep Tayyp Erdogan la notte del fallito golpe del 15 luglio, il presidente Barack Obama e quello turco si incontreranno domenica a margine del G20 di Hangzhou in Cina.

Curdi. «Biden’s capitulation to Erdogan was part of a desperate attempt by Washington to keep Turkey from quitting NATO». In buona sostanza, “la capitolazione di Biden (vice di Obama) nei confronti di Erdogan fa parte di un disperato tentativo di Washington di evitare che la Turchia esca dalla Nato”. Firmato, Mossad. Servizio informazioni dello Stato d’Israele.
Ma di cosa stiamo parlando? Calma e gesso.
Vi narriamo i retroscena di una tela di Penelope, ricamata da un tessitore imbottito di “bourbon”, il whisky tutto americano col retrogusto di antracite.

Così appare oggi la politica estera degli Stati Uniti in Medio Oriente: ordini e subitanei contrordini, piani strategici tracciati sulla carta velina pronti per essere cestinati, mosse tattiche miseramente concordate con improbabili alleati e, in tutto questo bailamme, un Presidente che conta sempre di meno, una (forse) futura Presidentessa talmente infoiata dal potere che segna i giorni che mancano alla sua elezione sul calendario e, in cauda venenum, un candidato repubblicano che sembra uscito, dritto sparato, da una di quelle riviste da avanspettacolo che Macario portava giro per l’Italia dell’affamatissimo dopoguerra.
Amici, non c’è da stare allegri.

Anche la superpotenza “più democratica del mondo” (assunto tutto da verificare) si è messa a barare spudoratamente. I suoi diplomatici fanno di necessità virtù e, applicano senza pudore la filosofia dei magliari, truccano la merce e “piazzano” pacchi e corredi di infima qualità. Se negli anni passati hanno gettato ai pesci fior di alleati, calandosi la maschera del tornaconto più osceno, oggi continuano a roteare i coltelli dietro la schiena, pronti a sbarazzarsi di quei “soci” improvvisamente diventati “scomodi”.
E siccome, nonostante il Califfo continui a fare carne di porco dell’Occidente e dei suoi valori, a Washington qualcuno continua a considerare la Russia di Putin il vero nemico pubblico numero uno, i risultati finali non possono che essere deprimenti.

La notizia, anzi, il tradimento di oggi (chiamiamo le cose con nome e cognome) riguarda i curdi. Fedeli alleati dell’Occidente, vittime sacrificali della diplomazia “delle cannoniere” e unici soldati, coraggiosi e competenti, capaci di fare il contropelo all’Isis. Naturalmente gli americani hanno fatto gli occhi dolci fino a quando gli è convenuto.
Poi è successo il massacro (diplomatico) di Fort Apache: il fallito colpo di Stato contro Erdogan, i rapporti jo-jo con la Russia, il continuo cambiamento di strategie nella regione e, last but not least, l’ultimo anno dell’ottennato di Obama, sempre meno ascoltato da chi, di gran corsa, cerca d’ingraziarsi, prima del tempo, Mrs. “Telofacciovedereio”, al secolo Hillary Clinton.

Come capita quando i lavori sporchi si affidano ai garzoni, Obama ha chiesto al suo vice, Joe Biden, di lanciare un ultimatum ai curdi-siriani: o fanno quello che desidera il “sultano” (Erdogan), cioè traslocare a est dell’Eufrate, “o perderanno il sostegno degli Usa”. Ma siamo matti? Ma di cosa li minaccia l’impalpabile, anzi, l’invisibile, “vice” della Casa Bianca, buono solo a fare le pulizie di Pasqua?
Finora i curdi sono stati gli unici combattenti capaci di salvare la faccia (con tutti i calli) ai brachettoni del Pentagono. Mentre gli americani, in cinque anni, non sono riusciti manco a copiare quello che Putin ha fatto in cinque mesi. Minacciare i più deboli (o presunti tali) è da vigliacchi. Provino a fare lo stesso con Erdogan o con Putin e vediamo come va a finire.

E comunque, la presa di posizione Usa, pilatesca (e piratesca) non ha fatto il resto di un baffo ai “peshmerga”, che sono rimasti ad affrontare l’esercito turco penetrato da nord e bloccato lungo la direttrice che porta a Jarablus.
Ma chi c’è dietro questa carognata? Gli israeliani cantano come canarini ai quali sia stato servito un bel biscotto vitaminizzato. Siccome il più pulito ha la rogna, gli americani hanno deciso di calare la capa e forse qualche altro capo di vestiario per non scontentare Erdogan. Che li ha minacciati di far diventare la Nato un lupanare a cielo aperto.
I russi, dal canto loro, hanno fatto di tutto per mascherare la delusione ricevuta in un paio di giorni. Erdogan non è affidabile. Chiacchiera, minaccia, straparla, ma quando si arriva al dunque, a naso, fiuta da quale lato stanno i dollari.

E’ vero, dicono a Gerusalemme, che presto arriverà ad Ankara un caicco carico di generali russi (Gerasimov in testa), ma è solo una manovra per mascherare ciò che tutti gli altri servizi d’informazione già sanno. E cioè che gli americani hanno gettato nel bidone della spazzatura i curdi e tutte le loro rivendicazioni, pur di stoppare la Santa Alleanza tra la Turchia e Mosca.
Anzi, come se tutto questo non bastasse, siamo in grado di rivelarvi il contenuto di un ordine “top secret” lanciato dall’Alto comando americano (Luogotenente Generale Stephen Townsend) ai suoi soldati: abbandonare le unità curde del YPG e ritirarsi nella munitissima base di Rmeilan, non lontano da Hassaka.

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Col perfido dietrofront
bloccate la munizioni

Ma il perfido dietrofront Usa non si ferma qui. Washington ha anche bloccato qualsiasi rifornimento di munizioni diretto ai curdi e ha inoltre vietato il “transfer” di qualsivoglia informazione raccolta dall’intelligence. Dal Pentagono sottolineano che queste misure sono “temporanee” e resteranno in vigore fino a quando i curdi non si atterranno alle indicazioni seccamente impartite da Erdogan.

Certo, fa pensare (e molto) il fatto che fino a una settimana fa gli americani pregavano, un giorno sì e l’altro pure, i curdi di partire all’attacco dell’Isis a testa bassa. Nonostante Obama cerchi di mantenere un profilo che sia il più basso possibile, è chiaro che le ripercussioni sul campo già si fanno sentire. Non è vero, per esempio, quanto dichiarato dal Segretario di Stato John Kerry e cioè che i curdi stiano completando il trasferimento a Est dell’Eufrate.

Diversi osservatori, invece, sostengono che il grosso delle milizie “peshmerga” si trova ancora a ovest. Uno dei leader, Salih Muslim, ha confermato che i curdi sono decisi a combattere. Non solo. Ma ciò che è peggio e fa aumentare i rischi di un conflitto di ben più vaste proporzioni, sono i “rumors” in arrivo dall’Irak, dove l’improvviso attacco turco ai curdi sta generando una reazione che se si concretizzasse potrebbe generare ulteriori squilibri nella regione.

Dove, ormai, i nemici dei miei nemici sono, sostanzialmente i miei amici. Magari gli ultimi rimasti. Proprio in ossequio a questo semplice assioma, il Presidente dei curdi irakeni, Masoud Barzani, ha annunciato che si recherà molto presto a Teheran. Gli ayatollah, infatti, nel complicatissimo campo di battaglia mediorientale, potrà sembrare strano, ma restano uno dei partner maggiormente affidabili. Figuratevi quanto vale il resto.

Mano a mano che la crisi tra Ankara e Washington cresce d’intensità, le richieste dei turchi si fanno sempre più pressanti. Anzi, a dire la verità, pare che Obama le abbia definite “arroganti” e tali da far pensate che Erdogan si sia messo a tirare la corda con l’intenzione di romperla. Cerca un alibi, insomma, per poter passare armi e bagagli dalla parte di compare Putin. Un obiettivo in cui si mischiano rivendicazioni nazionali e ragioni, diciamocelo pure, di “furore personale”. Erdogan non è certo un santo. Anzi. Però non tollera la disinvoltura con cui gli Usa gettano a mare, con tutte le scarpe, gli alleati che li hanno serviti più o meno fedelmente. Preferisce Putin, antipatico fino al midollo, ma ritenuto paradossalmente più “affidabile” di Obama. Vedremo se è proprio così.

Per ora Erdogan non fa altro che presentare istanze, domande e richieste di spiegazioni alla Casa Bianca. L’ultima in ordine di tempo coinvolge anche il Pentagono e riguarda, tanto per non sbagliare, i curdi. Il giochetto (d’intesa col Cremlino) punta a coinvolgere anche il siiano Assad nel fronte anti-curdo. Il Ministro degli Esteri turco, Menit Cavusoglu, ha chiesto a Washington il ritiro delle milizie curde che si trovano nel nord della Siria, al confine con la regione sud-est dell’Anatolia.

Ora che Menbij è caduta, dice Erdogan, non c’è più nessun motivo per cui gli odiatissimi curdi dell’YPG restino addossati al confine meridionale della Turchia. La stessa cosa era successa una settimana fa, quando forze di Ankara (assistite da aerei russi) avevano stoppato le intenzioni curde di dirigersi verso il confine turco, a una trentina di chilometri a nord di Manbij. Erdogan preme per convincere gli americani a fare una mossa da kamikaze con i curdi: e cioè spedirli dritti filati contro Raqqa, con il non tanto segreto desiderio di vederli massacrati dall’Isis.

Insomma, Erdogan pensa che utilizzare i curdi come “carne da cannone” possa mettere tutti d’accordo. Ovviamente Obama, per ora, non interviene. Secondo gli israeliani, i curdi sono gli unici combattenti della regione capaci di sconfiggere, senza se e senza ma, i jihadisti dell’Isid. Inoltre, spostarli troppo a sud vorrebbe solo dire che l’Isis può tornare a Manbij in carrozza. Ergo: non se ne fa niente della richiesta di Erdogan e le cose restano come sono. Ma, in effetti, gli occhi (pesanti) del Presidnte turco guardano più lontano. Teme che i curdi dell’est si ricongiungano con quelli che combattono nell’area di Sheikh Maqsoon, ad Aleppo.

Per Il Califfo sarebbe una cocente sconfitta, ma per Erdogan la manovra a tenaglia rappresenterebbe una catastrofe.