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mercoledì 18 Settembre 2019

Cultura

Se ne va a 93 anni lo scrittore di Porto Empedocle, uomo impegnato e punto di riferimento civile e politico. Quasi un secolo di vita tra militanza, letteratura, teatro e televisione. Padre del celebre commissario Montalbano, i suoi gialli tradotti nel mondo. L’ultima battaglia contro Salvini e il razzismo.

 

Montalbano nell’Olimpo degli ascolti,
1,2 miliardi di spettatori, 34 tv movie.
Nuovi episodi e l’addio di Montalbano

Addio Andrea Camilleri, ci lascia con Montalbano e la sua Sicilia
Da un ventennio, senza incertezze e senza inganni sull’Everest degli ascolti. Trentaquattro tv movie (tratti da 24 romanzi e 20 racconti di Andrea Camilleri) in onda in prima serata su Rai2 (dal 1999 al 2001) e su Rai1 (dal 2002 a oggi). Numeri record quelli de “Il commissario Montalbano’. La serie evento è stata vista complessivamente da circa 1,2 miliardi di telespettatori. Solo nel nostro paese. Ascolti record che nel 2018 sono arrivati a toccare punte superiori ai 12,9 milioni di telespettatori (La giostra degli scambi, Rai1).

Era il 1999 quando Luca Zingaretti prestava per la prima volta carisma, ruvidezza e onestà intellettuale alla creatura di Camilleri (nel Ladro di merendine) intingendola nei colori e nei sapori della sua Sicilia. Gli ultimi due film che hanno stupito il pubblico di Rai1, ‘L’altro capo del filo’ e ‘Un diario del ’43’ sono andate in onda l’11 e il 18 febbraio. Per quanto riguarda le repliche ‘Una faccenda delicata’ è il titolo (1/a ribattuta in data 13 marzo 2017) che ha totalizzato il maggiore ascolto (9,7 milioni di telespettatori con il 39,7% di share). A ben 20 anni dalla messa in onda, il commissario, nato dalla penna di Andrea Camilleri, si è confermato, con la messa in onda a febbraio, il più amato dal pubblico, con 11.108.000 i telespettatori (44,9% lo share).

Complici anche i muretti a secco, la macchina che è sempre la stessa, le nuotate di Zingaretti davanti a casa, la terrazza sull’infinito di Marinella, la pasta ‘ncasciata di Adelina, i pizzini di Fazio, la passione per le donne di Mimì Augello, l’irruenza di Catarella. E il fascino aristocratico di Sonia Bergamasco nei panni dell’eterna fidanzata Livia. Il successo del commissariato di Vigata (luogo che non esiste peraltro ma nato dalla fantasia dello scrittore) non si è fermato in Italia, la serie è stata venduta all’estero e trasmessa negli anni in oltre 65 Paesi tra Europa, Gran Bretagna e Stati Uniti. La regia sempre di Alberto Sironi, la produzione Palomar di Carlo degli Esposti.

Ma non solo Montalbano. Se c’è una cifra letteraria che va riscoperta in Camilleri che ha stregato gli italiani (sia i lettori che i telespettatori), è quella dei romanzi storici, ambientati soprattutto nella Sicilia di fine Ottocento, quando l’Italia si era appena unita e una delle regioni che più accusò il colpo era proprio l’isola: La Stagione della Caccia, in onda lo scorso febbraio con protagonista il farmacista Fofò La Mattina (Francesco Scianna) che apre una farmacia a Vigata. E i più nobili fra i nobili sono i Peluso di Torre Venerina. Ma questa ricchissima e potente famiglia comincia all’improvviso a essere decimata dai lutti. L’adattamento tv con la regia di Roan Johnson, ha fatto segnare oltre 7 milioni di spettatori centrando più del 30% di share.

L’anno precedente un giallo in costume ma anche un western alla siciliana e soprattutto un romanzo storico di estrema attualità che va alla radice di contraddizioni e mali italici, dal divario nord-sud alla corruzione, alla criminalità organizzata: ‘La mossa del cavallo’, il film tv diretto da Gianluca Maria Tavarelli e tratto dall’omonimo giallo di Camilleri ambientato all’indomani dell’Unità d’Italia, nel 1877 sempre nell’immaginaria Vigata, ispirata alla città natale dello scrittore-sceneggiatore, Porto Empedocle. ‘La mossa del cavallo’ ha visto protagonista Michele Riondino che aveva già collaborato con Camilleri e Tavarelli per ‘Il giovane Montalbano’, (trasposizione tv di racconti dello scrittori del periodo giovanile del commissario). Risultato, quasi 8 milioni e il 32%.

Montalbano con Zingaretti è andato in onda in tutti i continenti, dall’Asia al Sudamerica passando anche per l’Iran. A dare il volto a Montalbano è sempre Luca Zingaretti, il regista sempre Alberto Sironi, Mimì è Cesare Bocci, Fazio è Peppino Mazzotta e Catarella è Angelo Russo. Perché mai come nel caso di Montalbano, squadra che vince non si cambia. Camilleri e il suo commissario Montalbano non lascerà soli i suoi fedelissimi spettatori ancora per molto: nel 2020 arriveranno tre nuovi episodi su Rai1. Da luglio Sironi è tornato sul set sempre con Zingaretti e il resto del cast.

Il primo film tv è tratto da La rete di protezione (2017) e vede il commissario alle prese con il mondo dei social network, mentre Vigata è in subbuglio a causa dell’arrivo di una troupe svedese impegnata a girare una fiction ambientata negli anni 50. Il secondo si intitola Il metodo Catalanotti ed è tratto dal romanzo uscito l’estate scorsa in cui Montalbano si trova a indagare all’interno di una compagnia teatrale amatoriale e, soprattutto, ha un incontro speciale che gli scatena una passione inaspettata. Infine c’è Salvo amato Livia mia, un mix di racconti il cui focus è la relazione tra Montalbano e la sua Livia.

Eugenio Felice Maria Zanoni Hind Volpicelli
una storia più lunga del suo nome

Eric Salerno insegue Dante in Cina
Ci sono momenti nella vita in cui si sente il bisogno di scappare e la fortuna mi ha regalato l’album di famiglia di Eugenio Felice Maria Zanoni Hind Volpicelli, il protagonista del mio ultimo libro, “Dante in Cina”. Dopo anni di immersione in Africa e Medio Oriente, tra musulmani, ebrei e cristiani, israeliani e palestinesi, mi ha offerto l’occasione per scoprire l’altro lato della Terra. E capire che Gerusalemme, con i suoi amori e odii radicati nella religione, non è il centro del mondo.

Volpicelli cominciò come interprete – e di lingue ne sapeva molte – per poi diventare console generale d’Italia a Hong Kong. Tradusse pagine di Cesare Beccaria per convincere i cinesi che la tortura non si doveva praticare; scrisse in inglese libri sulle guerre locali ancora oggi considerati testi fondamentali.
E altri per spiegare il Go, gioco cinese considerata un’esercizio di strategia militare, o descrivere l’imperialismo russo arrivato sul Pacifico e il ruolo della famosa transiberiana a bordo della quale più di una volta era tornato a Roma dalle sue dimore cinesi.
Era un anti-colonialista in un momento in cui l’Italia voleva competere con Francia e Inghilterra e anche con gli Usa impegnati a mettere in ginocchio l’antico impero giapponese e aprire nuovi mercati da sfruttare. Cose di ieri, cose di oggi.

Attraverso la storia di questo uomo straordinario, che partito dalla famosa università L’Orientale di Napoli diventò insieme protagonista e testimone dei grandi cambiamenti in Cina e Giappone tra la fine del 1800 e primi trenta e passa anni del secolo scorso, sono riuscito a dare un significato e dimensione giusta alla sfida lanciata negli ultimi venti anni da quella parte del mondo al nostro.

Volpicelli, diplomatico e intellettuale, grande viaggiatore e forse anche un po’ spia, era appassionato di Dante e si portò appresso un paio di statue del grande poeta quando si trasferì in Oriente. Nel 1919, già non più giovane e con molti acciacchi, si imbarcò in una quasi solitaria avventura in canoa attraverso fiumi e laghi della Cina meridionale “per scoprire – scrisse lui stesso – in qualche tempio un capolavoro dell’arte religiosa buddhistica che potesse rischiarare di luce tangente le divine creazioni del nostro Dante”.
Qualcosa trovò e il lettore lo scoprirà leggendo il libro che finisce con la morte del suo protagonista a Nagasaki dove aveva deciso di trascorrere gli ultimi anni della sua vita, lontana dall’Italia e dal fascismo che disprezzava.

È stato un maestro del fumetto italiano e un poeta del disegno western. Renzo Calegari è morto ieri a Genova, la sua città, a 84 anni. Dopo aver abbandonato gli studi di ingegneria si trasferisce a Milano, dove, a ventidue anni, comincia a lavorare per lo Studio di Roy D’Amy, realizzando fumetti pubblicati dalla Bonelli.

Gli appassionati di fumetto lo ricordano soprattutto per la Storia del West, creata da Gino D’Antonio, una saga per la quale ha realizzato tavole indimenticabili per la cura del disegno, l’attenzione ai particolari, la capacità di far recitare i suoi personaggi ma anche di creare delle meravigliose panoramiche con decine di cavalli e infinite praterie.

Molto impegnato politicamente nella sua Valpolcevera, a Genova Bolzaneto, fu attivissimo nel Sessantotto tanto da interrompere per un certo periodo la sua attività artistica.
La riprende creando insieme a Giancarlo Berardi la serie Welcome to Springville per l’Eura Editoriale. Collabora alla rivista Orient Express e al Giornalino. Nel 1994 ha disegnato un’avventura speciale di Tex dal titolo ‘La ballata di Zeke Colter’, su testi di Claudio Nizzi.

La sua visione del fumetto era alta, ricorda bene chi lo ha conosciuto ed ha avuto la fortuna di apprezzare la persona assieme all’artista: un mezzo attraverso il quale impegnarsi per migliorare la vita degli uomini e la loro visione politica ed etica.

Oliver Stone è considerato da tutti i critici un grande registra cinamatografico ma, sempre da tutti, anche un personaggio scomodo. Spesso esagerato. Ora, ad esempio, sostiene che a creare la più percolose bugie che ingannano il mondo, non è il web con le piccole ‘balle’ di siti che inventano, ma il ‘grande giornalismo’ fatto male o venduto. E poi l’America, quella di Obama che ha inventato e finanziato il colpo di Stato in Ucraina, e quella di oggi, quella di Trump, su cui neppure spreca fiato.

ukraine-on-fire sito

Ukraine on Fire
Presentando il documentario «Ukraine on Fire», che racconta la rivoluzione ucraina del 2014, Stone ha voluto raccontare il suo punto di vista, secondo il quale a generare (o a consentire) fake news sono prima di tutto i canali di stampa tradizionali e che quella rivoluzione, la cui responsabilità è stata attribuita alla Russia di Putin, è stata invece elaborata e finanziata dagli Stati Uniti per colpevolizzare la Russia e per giustificare ancora l’esistenza della Nato. Una valutazione diffusa.

Il documentario, presentato alla prima edizione di ‘Filming on Italy’ a Los Angeles, rivescia la storia più diffusa di una rivoluzione partita dal basso ma che invece, secondo la teoria raccontata nel documentario, è stato un vero e proprio colpo di stato che ha goduto dei finanziamenti degli stessi Stati Uniti. «L’America ha un ruolo enorme e una grossa responsabilità e continua a negarlo», ha detto il regista, premio Oscar per ‘Fuga di mezzanotte’, ‘Platoon’ e ‘Nato il 4 Luglio’.
«E’ una situazione dolorosa per la gente ucraina. Quello che noi raccontiamo non è la narrativa ufficiale, ma è quello che è accaduto. Non lo vedrete mai sui media americani, ma troveremo un modo di fare vedere in nostro documentario, sia pure su Youtube».

Stone Putin fb

Attacco alla stampa
Stone ha pesantemente attaccato la stampa americana, colpevole di accettare la versione governativa senza indagare, senza andare a fondo: «Dov’è andato il giornalismo degli anni Settanta, quello che ha portato allo scandalo del Watergate e ha mostrato la vera faccia della guerra in Vietnam?», si chiede Stone.
«Ad un certo punto ha smesso di avere senso critico. La funzione del giornalismo dovrebbe essere quella di analizzare le teorie delle fonti ufficiali e criticarle. Non lo sta più facendo e questo documentario mostra chiaramente che ha fallito».

Stone spara in alto. «New York Times, Washington Post e tutte le altre prestigiose testate americane non stanno facendo più il loro lavoro».
Stone ha commentato anche l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca e bollato come ridicole le teorie di ingerenza russa nelle elezioni.
«Sono gli Stati Uniti che hanno una lunga tradizione di ingerenza nella politica di altri paesi, non la Russia».
Rimaniamo ad Oliver Stone grande regista, premio Oscar per ‘Fuga di mezzanotte’, ‘Platoon’ e ‘Nato il 4 Luglio’. Sullo Stone giornalista ci sarebbe troppo da ridire.

Il giullare ha ritrovato la sua regina

È morto Dario Fo. E ho qualche motivo in più di tristezza, perché lui e Franca Rame li ho conosciuti, e ci ho “lavorato” se mi si passa questo termine per dire di quel misto di sudore attivistico, passione politica e culturale che fu in Sicilia il primo anno di Mistero Buffo. Ebbi qualche parte nel loro “giro” – durato in due fasi all’incirca tre mesi – per un circuito alternativo di teatri e cinema in disuso, capannoni, luoghi di riunione abbandonati che l’indimenticabile Ugo Minichini ci mandò a riscoprire e riattivare per l’Arci (rifugio non dorato nel post ’68 per quelli di noi del “movimento” che non si rassegnavano al reducismo nelle organizzazioni di partito o nei gruppi). E qualche scambio di idee, qualche cena, qualche impressione mi rimasero impresse.

Erano anni di svolta, 1969/1970. Subito dopo ‘Ci ragiono e canto’ e prima ancora della rottura con la “sinistra tradizionale”, prima ancora della Comune e della Palazzina liberty, Dario Fo e Franca Rame avevano creato una entusiasmante ed esplosiva miscela di spettacolo cultura e militanza. Erano anche nella vita letteralmente due vulcani in permanente eruzione. Fo rispetto a Franca Rame (all’opposto di quel che sarebbe accaduto in tempi più recenti) mi sembrava un po’ più preoccupato di mantenere un filo di collegamento con la sinistra del Pci, e l’Arci nella versione movimentista dell’organizzazione siciliana si prestava a svolgere questo ruolo di precario tramite. In ogni caso, ci divertimmo molto.

Tra gli spettacoli in tournée uno comprendeva una performance dell’allora sconosciuto ma geniale Enzo Del Re, che con l’aiuto di una sedia cantava una struggente Avola composta dallo stesso Fo dopo la strage dei braccianti. E nel “lavoro politico e culturale” che ci prestavamo a compiere figuravano anche la faticosa la “trovaroberia” della seggiola che svolgeva la funzione di strumento di percussione per Del Re, e i continui litigi e i compromessi con i questori siciliani che negavano sistematicamente anche a un’ora dalla messa in scena per “ragioni di sicurezza” i “permessi” nei teatri.

Lavorammo sodo, ed era – ma non lo sapevamo -vigilia di anni di golpe e di piombo. Il Fronte nazionale di Junio Valerio Borghese invitò a manganellarci sia la forza pubblica sia una milizia privata radunatisi accanto al teatro nella quale riconobbi le facce di certi liceali palermitani, futuri terroristi, Concutelli Mangiameli… Quando tanti anni dopo, gli chiesi un’intervista televisiva, Dario disse di ricordare “con intensità” quel tour in Sicilia che precedette la rottura con la sinistra “teatrale” e a cascata con quella politica, consumatasi in un seminario/laboratorio nello spartano residence Arci della foresta del Teso, sopra Pistoia.

Qui tra una canzone di Giovanna Marini, un intervento di Dario Fo e un’intemerata di Nanni Ricordi, quelli della futura Comune di Milano vennero addirittura alle mani con i teatranti “emiliani” che rivendicavano più spazio per le compagnie locali, delle quali per la verità – a differenza di Fo e Rame – non è rimasta alcuna traccia nella storia del teatro politico e popolare. Le strade si riunirono, si divisero, e poi tornarono a riunirsi e dividersi: ora che Dario Fo se ne è andato per sempre forse qualcuno farà l’autocritica per tante o poche divisioni che si sarebbero potute evitare.
Ma una risata anarchica e intelligente seppellirà, spero, ipocriti ripensamenti.

La versione ufficiale è che le loro opere non incarnano lo «spirito nazionale turco».
Ma la decisione del Turkish State Theatres che ha messo all’indice le opere di autori come William Shakespeare, Anton Cechov, Bertolt Brecht e pure del premio Nobel Dario Fo colpisce la Turchia democratica come e forse più delle stesse andate di arresti in corso.
Sì, perché non suscita rabbia, ma ironia, il riso.
«La fantasia distruggerà il potere ed una risata vi seppellirà!», diceva un motto anarchico di fine ‘800 diventato poi slogan del ‘sessantotto’.
E Dario Fo ride, ride di Erdogan e del suo autoritarismo, gongola e assieme colpisce.

LA TURCHIA DI ERDOGAN VISTA DA DARIO FO

«Sono onorato. Manderò una lettera di ringraziamento a Erdogan per avermi inserito in un così nobile consesso. Un’ottima compagnia. Lo considero un secondo premio Nobel».

«Vent’anni fa fu pure peggio. Diedero fuoco ad un albergo in Turchia che ospitava attori che interpretavano una mia opera».

«Non capita tutti i giorni di essere accomunati ai grandissimi della letteratura e del teatro. Mi sembra però che in Turchia si siano dimenticati di qualcuno altrettanto importante. Nell’elenco dei reietti mancano gli Antichi Greci e magari qualcuno della Commedia dell’Arte. Solo così l’elenco sarebbe stato completo».

«Dietro la messa all’indice delle nostre opere c’è una manovra sola: cancellare la cultura democratica occidentale. E dunque cancellare la democrazia. Il riferimento allo “spirito nazionale turco” è poi davvero incomprensibile. Forse vogliono ridurre il teatro e la letteratura a un prodotto Dop come il formaggio».

«Molti miei testi erano in scena nei giorni scorsi nel Paese. Tra cui ‘Non si paga non si paga’, e ‘Morte accidentale di un anarchico’. Quest’ultimo deve aver dato molto fastidio perché è stato letto come un’accusa alla polizia turca e ai suoi metodi».

«Le bombe nelle strade, gli innocenti in galera, le torture, gli insabbiamenti della verità…. Tutti elementi di quelle che, sotto ogni bandiera, si chiamano “stragi di stato”».

«Quando si fa dell’autarchia culturale è un triste segno. Quando ci si accanisce contro il teatro, contro la cultura vuol dire che si ha paura del punto di vista degli altri. Che ci si sente in pericolo. Il fascismo ha dato il suo peggio quando agonizzava. In questo senso c’è da ben sperare per la Turchia».

NON DITELO A ERDOGAN

«Erdogan ci ha citato in quattro, e di quei quattro io sono l’unico vivente. Forse lui non lo sa. E spero che nessuno glielo vada a dire».

Il «Nudo di donna», della foto di copertina, opera di quel genio tormentato di Amedeo Modigliani. La modella Lunja Czeckowska è distesa, le braccia sono raccolte dietro la testa, in primo piano c’è la pelle dei seni e del sesso, un sorriso enigmatico. Erotismo puro, soprattutto per l’epoca. E attraverso le avanguardie dell’arte del Novecento, Massimo Nava si avventura e ci trascina nei meandri di un giallo culturale, storico, psicologico ed economico.

«Il mercante di quadri scomparsi», usa tutti gli ingredienti originali di quel quadro vecchio di 100 anni, dipinto pare nel 1916, per trascinarci in una catena di omicidi che scorrono lungo i percorsi più crudeli del secolo, sino ai giorni nostri. Nello scorrere del racconto, vedremo spostare immensi patrimoni, collegare la tragedia della Shoah alle dubbia ricchezze di taluni magnati russi, tanto pieni di denaro quanto pronti a tutto pur di difendere i loro molti privilegi.

Per far fronte a questo pasticcio di storiche nefandezze, Nava crea il commissario Bernard Bastiani, nome italiano ma commissario francese, un Maigret rivisitato che gli permette di rimanere della sua Parigi di mestiere. La Parigi di Nava oltre che del Maigret letterario. Bastiani ha da poco accettato un incarico comodo a Montecarlo, dopo anni di violento lavoraccio nelle periferie di Parigi, Montpellier e Marsiglia. Ma sono subito guai anche nel pacioso principato.

Nava cop color

Appena due mesi dopo il suo arrivo, Bastiani si ritrova con un caso sensazionale, che finisce sulle prime pagine dei giornali svizzeri. In un cassonetto, quasi in segno di sfregio, viene ritrovato il cadavere di Claude Massena, affermato mercante d’arte, ricco e divorziato, titolare di un’amante bellissima, e di quadri altrettanto ammirati: Rothko, Leger, Mondriand, Chagall, e ovviamente Modigliani. Bastiani affronta il caso alla vigilia del Gran Premio di Montecarlo.

Non tutto ma di tutto. Il commissario scopre che la carriera di mercante d’arte, cinica e basata sul calcolo, ha avuto un imprevedibile inciampo. L’algido Massena si è perdutamente innamorato della tela di Modigliani di cui stava trattando la vendita. L’incontro col Bello che diventa insostenibile. E Bastiani trova la necessaria ‘spalla’ investigativa nel giudice Labrosse. I due, Nava complice, portano le indagini dalla Montercarlo mondana alla Svizzera dei forzieri.

E qui la storia si intorbidisce nel passato ma si avvia alla soluzione del presente. C’è il mondo dei neomiliardari russi. C’è la Shoah, le ruberie naziste. L’occasione per riproporre ai distratti il caso di Cornelius Gurlitt, che fino al 2013 riuscì a nascondere a Salisburgo quasi 1.500 capolavori, Chagall, Renoir, Matisse, Picasso, Toulouse-Lautrec, lasciatigli dal padre Hildebrand, membro  della Commissione per l’arte degenerata voluta da Hitler. Il peggio di ieri che incrocia l’oggi.