martedì 18 giugno 2019

Corea

Fallimento ma non rottura
e guadagna qualcosa Kim

Per chi già pregustava il sogno di un nobel per la pace, molto amaro in bocca. Trump che se ne va da Hanoi senza dichiarazioni avendo già pronti tweet e frasi roboanti per annunciare la sua gloria al mondo. Non ci sarà la ‘Pace di Hanoi’, e i guai veri aspettano il presidente a casa, con le accuse infamanti da parte di quello che è stato il suo più stretto collaboratore negli ultimi dieci anni, l’avvocato e faccendiere Michael Cohen.
Ma andiamo in Corea: Trump ha chiarito che agli Usa non interessa soltanto il sito di Yongbyon, ma altre zone dove i satelliti dicono che il nucleare coreano ancora cammina, ma Kim non sembra ancora pronto a rinunciare alla sua assicurazione sulla vita. Di fronte a Kim un interlocutore avversario con più problemi di lui, costretto politicamente a vincere tutto o niente. Solo lascito positivo, la sospensione delle esercitazioni Usa con la Corea del Sud, ‘troppo costose’, la scusa.

Il vantaggio per Kim

«Il fallimento del vertice vietnamita, tutto sommato, finisce per fornire ancora spazio diplomatico a Kim», osserva Simone Pieranni sul Manifesto. A livello interno rassicura i militari, a livello internazionale mantiene la disponibilità della Corea a trattare ma a precise condizioni, e questo vale anche per Cina e Corea del Sud. Osservatori attenti guardano ora ai dettagli, esempio la scelta di Hanoi per il vertice. Un Vietnam che con la Cina ha rapporti abbastanza critici per le isole contese nel mar cinese meridionale, ed è commercialmente amico degli Stati Uniti. Piccolo sgarro al grande protettore nordcoreano Pechino?
Il Vietnam di oggi che diventa modello politico economico per la Corea del nord. «Una indicazione fornita da Washington e Seul proprio a Pyongyang: un paese che pur governato da un partito comunista si è aperto da tempo al mercato. Una ‘piccola Cina’ che ha buoni rapporti con gli Usa», sempre Pieranni. Kim concentrato sulle questione economiche, e le sanzioni Usa sono il ricatto decisivo.

Fra Kim e Trump vince la Cina

Il clamoroso fallimento del vertice di Hanoi ha un sicuro perdente e diversi vincitori, insiste severo Umberto De Giovannangeli sull’Huffington Post. Dove ha inciampato Trump? «Quello che gli strateghi di The Donald non hanno compreso è che per il regime di Pyongyang, per il “Maresciallo supremo”, l’arma nucleare è un’assicurazione sulla vita». E ad Hanoi c’era un ‘convitato di pietra’, potente, e pervasivo. «The Donald ha ringraziato Pechino. Niente di più lontano dal suo pensiero. A vincere ad Hanoi è stato l’ambizioso e determinato presidente della Repubblica di Cina, Xi Jinping». Kim poco amato da Pechino, ma peggio sarebbe una Corea del Nord ai suoi confini in orbita americana verso una Corea unificata.
‘America first’ in chiave asiatica porta in rotta di collisione non solo con la Cina, ma anche col presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin. Oriente cruciale anche per la Russia. Vedi la nuova cooperazione militare tra Mosca e New Delhi (con il Pakistan che sempre più attratto nell’orbita cinese), e adesso con il Kashmir, sono guai.

Gli interlocutori attorno

Cosa accade attorno, tra i molti comprimari direttamente interessati? Corea del Sud, con Moon Jae-in certamente deluso, ma c’è ancora una trattativa in corso e un rinvio era tra le ipotesi più sensate. Quali tempi e attraverso quali nuove tensione, è la paura di molti. Dagli Usa segnali di tempi lunghi per un terzo vertice, col segno elettorale di tigìfosi trumopisti, per una pax coreana firmata da Trump alla vigilia delle elezioni 2020. In realtà è proprio Trump il perdente in questa fase, il solo che torna a casa senza niente in mano.
Bichiere mezzo pieno per Moon Jae-in e Xi Jinping, ma è sempre solo mezzo bicchiere, con problemi sia per la Corea del Sud sia per il gigante Cina. L’altra Corea alle prese con proteste per difficoltà sul piano economico. Ma anche Xi a Pechino deve affrontare un rallentamento economico e la lite sui dazi con gli Usa. Mentre lì accanto, Kashmir, tra India e Pakistan nucleari sta scoppiando un piccola guerra vera.

Ancora Mosca, progetti sorpresa

Mosca e Pyongyang sono collegate con un ponte ferroviario sul fiume Tumen. ‘Ponte dell’amicizia’, inaugurato nel 1959 che offre alla Russia e alla Corea del Nord un collegamento ferroviario di base. Da tempo le due nazioni stanno discutendo della costruzione di un ponte anche stradale. Ancora Simone Pieranni, questa volta su Eastwest.eu: «La strategia di Putin è chiara: benché su un territorio di ampiezza minore di quello cinese, la Russia e la Corea del Nord hanno 17 chilometri di confine in comune. Ed ecco un primo potenziale esempio di una rinnovata cooperazione di natura economica basata sulle infrastrutture con il nord».
«Da quel Ponte, Putin vuol far passare non solo merci, ma l’influenza Russa sul trentottesimo parallelo. In competizione con la Cina e con l’America di The Donald. E se uno storico vertice con la Corea del Nord deve avvenire, “zar Vladimir” vuole esserne protagonista e non spettatore. Con un obiettivo “epocale”: dar vita ad una “Jalta asiatica”, che ridisegni il volto d’Oriente».

I GUAI DI TRUMP PROSSIMI VENTURI

Il dittatore-presidente
che sorprende il mondo

Kim a sorpresa invita il Papa, la rivelazione a mezzo stampa: il leader nord coreano Kim Jong-un desidera incontrare Papa Francesco e non vede l’ora di riceverlo “calorosamente”. L’ennesima mossa sorprendente del leader nordcoreano, nipote di quel Kim Il-Sung che estirpò i cattolici dal Paese, precisa la stampa cattolica di buona memoria.
E sarà il presidente sudcoreano, Moon Jae-in, a presentare formalmente l’invito del leader di Pyongyang al Papa quando sarà ricevuto in udienza al Palazzo Apostolico, il prossimo 18 ottobre, precisa Maria Antonietta Calabrò, sull’Huffington Post.
Il portavoce vaticano Greg Burke ha dichiarato che l’udienza avverrà il giorno dopo una messa solenne in San Pietro per la pace nella penisola coreana a cui parteciperà anche il cattolico Moon.

Non ambasciatori
ma molte attenzioni

I Kim ‘mangiapreti’ di tutti i credo. Il New York Times, ricorda che Kim è stato condannato come uno dei peggiori oppressori della libertà religiosa nel mondo. L’Associated Press, invece ricorda il precedente invito della Corea del Nord a Giovanni Paolo II, che il Vaticano condizionò all’apertura per i preti cattolici nel Paese dove vive un ‘piccolo gregge’ di cattolici (tra 800 e 3000 persone). Insomma, gli Stati Uniti vogliono l’esclusiva per il loro ingombrante presidente, fosse mai che un Trump, ‘innamorato’ dichiarato del Kim, dovesse arrivare a Pyongyang dopo un Papa Francesco.
Qualche osservatore più attento ricorda che Kim è uno stretto alleato della Cina, con cui il Papa ha firmato “un accordo provvisorio ” per la nomina dei vescovi cattolici, e che questo, sostengono con malizia i media conservatori cattolici negli Usa, potrebbe spiegare il gesto.

Quel via vai dalla Corea
Pompeo ma non solo

L’invito di Kim a Francesco arriva a due giorni dall’incontro tra il segretario di Stato americano Mike Pompeo e lo stesso Kim Jong Un in Corea del Nord per discutere -comunica il Dipartimento di Stato- i dettagli di un secondo summit tra Trump e Kim. Ma da quelle parti viaggia anche il Segretario vaticano per le relazioni con gli Stati, Paul Gallagher, che ha visitato l’Area di sicurezza congiunta sulla zona smilitarizzata tra Corea del Nord e Corea del Sud.
E quest’ anno il Papa ha inviato in Corea del Sud come suo nuovo ambasciatore, una personalità di spicco -ci informa sempre Maria Antonietta Calabrò-, l’arcivescovo maltese Alfred Xuereb, che è stato segretario di Benedetto XVI e dello stesso Francesco. Non solo: scopriamo che anche il direttore della Civiltà cattolica Antonio Spadaro si è recato in Corea qualche giorno prima del primo incontro storico fra Kim e Moon.

L’erede della dinastia semidivina
dei Kim che scende sulla terra ?

Kim in paciosa versione estiva. Il gran caldo che non colpisce solo noi, ma pure l’Estremo Oriente inclusa la penisola coreana. Nulla di nuovo, con i vari Paesi che adottano misure d’emergenza volte a limitare i danni dovuti all’acqua che scarseggia e all’uso eccessivo dei condizionatori (quando ci sono).
In tale contesto sono state diffuse notizie e immagini relative alla Corea del Nord, dove le autorità invitano i cittadini a essere patriottici e a risparmiare l’acqua. Nel frattempo sono comparse alcune fotografie eccezionali di Kim Jong-un.
Eccezionali perché il giovane leader ha dismesso per una volta la divisa maoista – e un po’ tetra – di colore scuro e a collo alto presentandosi, sorridente, con una maglietta che più estiva non si può e un cappello tipo panama in testa.

Nulla di strano, vien fatto di dire, poiché tutti, in qualsiasi emisfero, tendono a spogliarsi il più possibile per lenire l’effetto di questa canicola soffocante. Nel caso in questione resa ancora più atroce dal clima molto umido.
Sembrerebbe, questa, un’altra tappa del percorso che Kim ha scelto per apparire, appunto, più normale e più simile alla gente comune. Allontanandosi così dall’aura semidivina che finora aveva accomunato lui, il padre Kim Jong-il e il nonno Kim Il-sung, tutti sempre ripresi con la divisa ufficiale scura per rimarcare la loro autorità.

Siamo dunque in presenza di un altro indizio che porta a considerare “normalizzata” la situazione coreana, con il regime di Pyongyang avviato in permanenza sulla strada del dialogo e attento a cogliere gli inviti alla moderazione e alla saggezza provenienti da Pechino?
L’ottimismo è sempre positivo, ma in questo caso è pure ragionevole nutrire qualche dubbio. Da poco si è appurato che, contrariamente alle (ingenue) aspettative americane, Pyongyang non ha intenzione di smantellare il proprio apparato nucleare, né di cessare la produzione di missili intercontinentali.

E’ difficile capire se Washington si attendesse davvero un simile passo, anche grazie al recente vertice Trump-Kim a Singapore e dei frequenti viaggi di funzionari di alto livello (incluso il Segretario di Stato Mike Pompeo) in entrambe le direzioni. E’ probabile che l’amministrazione Usa comprenda che un risultato così eclatante non si può ottenere per molti buoni motivi.
In primo luogo i cinesi hanno interesse in una Corea del Nord più dialogante, ma non al punto di rinunciare del tutto al suo deterrente atomico. Questo anche per tenere gli americani sulla corda e per non concedere al tycoon newyorkese una vittoria totale.

D’altro canto, se rinunciasse alla sua assicurazione sulla vita, come potrebbe il giovane Kim continuare a insistere sull’unicità del suo Paese, che tanto ha fruttato sul piano delle trattative internazionali? Come potrebbe un popolo abituato a venerarlo come una sorta di divinità accettarlo quale capo di Stato normale, per di più non eletto?
Dunque la sua comparsa in pubblico in panama e maglietta è, tutto sommato, un fatto marginale. Senza dubbio l’apertura di canali di comunicazione diretta ha migliorato la situazione, facendo tirare a tutti un sospiro di sollievo. Ma non deve farci dimenticare che i problemi veri non sono affatto stati risolti.

Kim, dittatore pazzo minaccia per il mondo
o despota tra i molti con cui è utile trattare?

Kim dimenticato. Che ne è della terribile minaccia nucleare rappresentata dalla Corea del Nord? E cosa rimane dell’immagine terribile di Kim Jong-un, sino a poco tempo fa rappresentato come il classico politico pazzo sempre disposto a premere il pulsante rosso dell’olocausto atomico?
Dopo il summit di Singapore con Donald Trump Kim è “retrocesso” al rango di uomo normale o, almeno, a quello di leader certo un po’ dispotico, ma non al punto da occupare un giorno sì e l’altro pure il centro del palcoscenico internazionale.
Si noti, inoltre, che mentre in precedenza era rarissimo vedere rappresentanti delle nazioni occidentali a Pyongyang, ora gli americani vi si recano con una certa frequenza, anche se spesso ammettono solo a posteriori di averlo fatto. E’ il caso di Mike Pompeo, fedelissimo di Trump, attualmente segretario di stato e per breve tempo pure direttore della Cia.

Che succede dunque in questo delicato settore dello scacchiere internazionale? In realtà la situazione non è mutata così tanto da far sperare che i pericoli di conflitto siano cessati. Gli Usa continuano a chiedere lo smantellamento completo, e senza condizioni, dell’arsenale nucleare di Kim.
Quest’ultimo, d’altro canto, non pare disposto ad accettare tale richiesta e il motivo è ovvio. Tutti sanno che, per lui, l’atomica è una sorta di polizza di assicurazione sulla vita che gli consente, almeno in teoria, di salvare la sua dinastia e di perpetuare il regime com’esso è attualmente.

Nonostante molti sperassero in una democratizzazione del Paese e nella sua apertura al mondo circostante, vi sono limiti che il giovane leader non può oltrepassare se davvero vuole conservare al potere se stesso e la sua famiglia, ben rappresentata dall’onnipresente sorella Kim Yo-jong.
Non esiste infatti a Pyongyang un partito comunista come quello cinese, molto articolato e dotato di una dialettica interna. Per capire la situazione occorre immaginare una Cina Popolare dominata tuttora dalla famiglia di Mao Zedong, nella quale il Grande Timoniere fosse riuscito a trasmettere il potere ai figli o, quanto meno, ai parenti più stretti.

Ed è proprio questo che è accaduto a Pyongyang, a partire dal fondatore dello Stato Kim Il-sung per arrivare ai giorni nostri, con un ininterrotto passaggio del testimone da padre in figlio. E’ ovviamente improbabile che la famiglia resti in sella se si normalizza la vita politica e istituzionale della Corea del Nord. Ragion per cui il futuro resta assai incerto.
Ma per capire cosa potrebbe accadere lo sguardo deve spostarsi a Pechino, giacché è qui che si gioca la partita vera. Da quando Xi Jinping ha fatto capire allo scomodo alleato che era giunto il tempo di trattare, Kim ha perduto l’aria di imprevedibilità che prima lo avvolgeva e che, forse, faceva comodo alla stessa leadership cinese.

Pechino, impegnata com’è a consolidare il suo status di superpotenza globale, non ha interesse a provocare Trump da qualsiasi punto di vista: lo si nota anche dalla gestione prudente del problema dei dazi. Cerca piuttosto di diffondere l’immagine di una superpotenza “responsabile”.
Quindi i giochi di guerra devono finire, ed è molto improbabile che il giovane leader nordcoreano possa tornare a minacciare sfracelli come faceva sino a pochi mesi orsono. Ha capito, in sostanza, che l’ombrello cinese ha un prezzo, e che potrebbe anche chiudersi se la pioggia diventasse troppo violenta.

Sapete quanto costa
‘giocare’ alla guerra?

Basta ‘giochi di guerra’, ma solo se conviene. Rovesciamo la notizia, o meglio, la valutazione di Elvio Rotondo su Analisi Difesa.
Sapete quanto costa una sola ora di volo del mostruoso super bombardiere B-2A statunitense da sempre esibito sulla Corea di Kim a perenne minaccia di apocalisse?
122. 311 dollari ora. E, soltanto per fare la spola tra Guam e la Corea, sono 13 ore di volo andata e ritorno. Un milione e mezzo solo per mostrarsi. Date queste premesse (molto altro ci aspetta), andiamo a rileggere certa attualità.

Nel documento iniziale firmato da Trump e Kim Jong-un non si parla di esercitazioni militari, ma in una conferenza stampa successiva, il presidente Usa ha dichiarato che, in cambio di una completa denuclearizzazione della penisola coreana, gli Stati Uniti avrebbero cessato le esercitazioni militari in Corea del Sud. Ovviamente le esercitazioni verrebbero riprese nel caso Pyongyang non mantenesse il suo impegno. Sorpresa, almeno formale, alla ‘generosità’ inattesa di Trump tutta da scoprire. Non ne sapevano nulla le forze americane in Corea, così almeno ci dicono.
Ma proprio oggi veniamo a sapere che la prossima esercitazione, ‘Ulchi Freedom Guardian’, in programma per l’autunno, non si farà. Salvo contrordine.

La Ulchi Freedom Guardian è una delle più grandi esercitazione militari al mondo. Lo scorso anno è durata 11 giorni e ha coinvolto circa 17.500 soldati americani, di cui circa 3.000 provenienti dagli Stati Uniti e 50.000 soldati sudcoreani. Le esercitazioni includono simulazioni al computer svolte in un grande bunker a sud di Seoul, per verificare la prontezza degli alleati a respingere le aggressioni della Corea del Nord. Gli alleati hanno sempre difeso le loro esercitazioni definendole di natura puramente “difensiva”, respingendo la persistente affermazione di Pyongyang secondo cui le esercitazioni miravano a preparare un’invasione del suo territorio.

Soldi, soldi, soldi,
sti beneamati soldi

Da tempo Washington chiede un aumento della quota di spesa di Seoul per il mantenimento di 28.500 truppe statunitensi nel paese. Pagare di più, citando il costoso dispiegamento di attività strategiche per le esercitazioni regolari. In base a un accordo di condivisione dei costi, raggiunto nel 2014, Seoul ha pagato, all’epoca, 867 milioni di dollari per i costi militari statunitensi e la sua quota è aumentata ogni anno in base all’inflazione. Quest’anno, la Corea del Sud starebbe pagando circa 890 milioni di dollari, un po’ meno della metà del totale.

In passato, secondo alcune stime i costi per esercitazioni minori sono state di circa 2 milioni di dollari, mentre per quelle più grandi sarebbero di 15 milioni di dollari o più – tutte spese relativamente contenute per il budget del Pentagono di quasi 700 miliardi di dollari. Ma adesso torniamo alle cifre di partenza.
I costi a ora di volo per ciascuno dei tre tipi di bombardieri impiegati nei voli di esibizione /esercitazione sulla Corea?
Del B-1B abbiamo già detto di 122. 311 dollari/ora (il dettaglio di quei 311 affascina).
Per scendere ai 95.758 dollari di un B-1B,
e al costo stracciato di 48.880 dollari ora per la quasi utilitaria da guerra B-52H.

 

alt="Attenti al diavolo nei dettagli"

Attenti al diavolo nei dettagli, avvertono i saggi. Il tempo per le foto opportunity destinate alla storia e poco altro, e noi dovremmo credere che il giovane Kim Jong-un e l’ormai datato Donald Trump hanno avuto modo e tempo per decidere qualcosa?
La foto che svela un po’ di verità, quella della firma in cui, alle spalle dei Presidenti (uno promosso di colpo da ex truce Dittatore), compaiono la sorella di Kim, Yo-jong , la tessitrice dell’apertura olimpica in Sud Corea, e il segretario di Stato ex Cia, l’italo americano Mike Pompeo, alla destra del padre.

Attenti al diavolo nei dettagli
Battaglioni di ‘sherpa’, diplomatici, esperti militari, spie e suggeritori assortiti, cinesi compresi, dietro quella complessa ‘road mapp’ ultre decennale che svelerà al mondo se quella stretta di mano è stata davvero un pezzo di storia o se soltanto una delle troppe finzioni della presidenza Trump, prossimamente ricordata al passato.

La vittoria di Kim Jong-un

Giovialità esagerata a dare il via al vero negoziato tra la prima potenza mondiale e la Corea del Nord, «povera monarchia ereditaria, surreale e formalmente comunista», come la chiama Bernard Guetta su France Inter. Applausi planetari per lo spettacolo, decisamente più esaltate del recente G7, ma poi, tanta tanta prudenza. Il Kim che rinuncia a tutte le atomiche che sono la sua assicurazione sulla vita? E la Corea del Sud, che a una riunificazione a rischio della sua prosperità proprio non ci pensa. E neppure la Cina e il vicino Giappone, a fare i conti con una nuova potenza regionale.
Al momento, sola certezza, il riconoscimento concesso da Trump a Pyongyang. Molto poco per tanti applausi.
«La vera vittoria è della dinastia Kim, che in realtà non ha mai pensato di utilizzare le armi nucleari contro altri paesi e soprattutto contro gli Stati Uniti, ma voleva solo avere l’opportunità di scambiare la bomba con la sua sopravvivenza economica», sempre Guetta. La via cinese alla prosperità, ritenuta da molti ‘il peggio del comunismo e il peggio del capitalismo’.

Il diavolo nascosto nei dettagli

Al termine del meeting, iniziato alle 9.00 e chiuso poco prima delle 14.00, è stato firmato un documento congiunto. Secondo Trump si tratta di un documento «storico» e «piuttosto globale», a dire tutto senza spiegare niente. Secondo il presidente americano, «inizieremo il processo di denuclearizzazione molto, molto velocemente». Ottimismo di convenienza. Quaranta minuti di faccia a faccia, poi l’incontro con le delegazioni, pranzo e una passeggiata dei due protagonisti intorno all’Hotel Capella, sull’isola di Sentosa, la cornice di questo incontro che i due protagonisti molto pieni di se, vorrebbero ‘epocale’.
Tutto di corsa, a tambur battente, compreso il finale stampa a predire un futuro radioso.
Dettagli pochi, come ci si aspettava, e tutto molto mediatico. Trump ha rivelato che come garanzia ha offerto a Kim la fine delle esercitazioni militari annuali con la Corea del Sud, e non esclude di ritirare i soldati americani, mentre le sanzioni resteranno in vigore fino a quando non ci sarà la prova concreta della denuclearizzazione. In futuro (forse subito), riceverà anche aiuti economici. In cambio, ha confermato l’impegno a rinunciare alle atomiche, e secondo Trump anche la promessa di rispettare i diritti umani dei suoi cittadini. Il problema sta nel fatto che in passato la Corea del Nord aveva preso impegni simili, senza poi rispettarli. Ad esempio le modalità e i tempi della denuclearizzazione non sono ancora chiari, e andranno definiti attraverso le trattative che il segretario di Stato Pompeo riprenderà la settimana prossima.

Nove passi per disarmare

Nove passi per mettere fine “al disarmo nucleare più impegnativo della storia”. E’ il New York Times a tracciare per il vertice Trump-Kim una road map che potrebbe richiedere sino a 15 anni. Il processo dovrebbe cominciare con una dichiarazione di Pyongyang di tutti i suoi impianti e delle sue armi, per consentire una verifica con i dati delle agenzie di intelligence.
1. SMANTELLARE E RIMUOVERE LE ARMI NUCLEARI – E’ il primo passo da fare, sotto la vigilanza di uno stato nucleare dichiarato – come Usa, Russia o Cina – trasportando in sicurezza tutto il materiale fuori dal Paese.
2. STOP ALL’ARRICCHIMENTO DELL’URANIO – Facile smantellare questi impianti ma il problema è che sono relativamente semplici da nascondere. La possibile necessità di tenerne aperti alcuni la produzione di elettricità.
3. DISATTIVARE I REATTORI CHE TRASFORMANO URANIO IN PLUTONIO – Pyongyang potrebbe invocare sempre le necessità di usarli per l’energia elettrica.
4. CHIUDERE I SITI PER I TEST NUCLEARI – Verificando prima di tutto se quello di Punggye-ri è stato di recente effettivamente messo fuori uso in modo irreversibile.
5. STOP ALLA PRODUZIONE DI CARBURANTE PER LA BOMBA H – L’idrogeno può essere usato però anche a scopi civili, nel campo dell’illuminazione.
6. ISPEZIONI OVUNQUE E PER SEMPRE – Compresi i siti militari, che sono uno dei principali motivi di lagnanza di Trump nell’accordo sul nucleare iraniano.
7. DISTRUGGERE LE ARMI BIOLOGICHE di Pyongyang, sospettata di avere un grande complesso per la produzione di armi batteriologiche, compresa l’antrace.
8. SMANTELLARE L’ARSENALE CHIMICO – Gli Usa esigono l’eliminazione del gas sarin, dell’agente nervino VX (usato anche per l’assassinio di Kim Jong-nam, il fratellastro del leader nordcoreano) e di tutte le altre sostanze chimiche letali, di cui la Corea del Nord è considerata tra i maggiori possessori.
9. FRENI AL PROGRAMMA MISSILISTICO – E’ in cima alla lista dei negoziati. Una semplice precauzione sarebbe limitare il raggio dei test per garantire la sicurezza degli Usa e del Giappone.

Trump, amori facili e ire incontenibili

La stretta di mano tra Trump e Kim all’incontro con la storia, primo faccia a faccia e lui, l’anziano di fronte al giovanotto sovrappeso, quasi s’innamora: «L’incontro è andato bene, molto, molto bene». «Una eccellente relazione». Sempre al superlativo Trump, salvo tweet rabbiosi di rottura a ripensarci. Ma oggi a Singapore e per il mondo è giorno di speranza.
Trump e Kim si sono incontrati al Capella Hotel di Singapore, scambiandosi una robusta stretta di mano, tra foto opportunity e storia. Prima di dare il via al faccia a faccia di 45 minuti, assistiti solo dagli interpreti, Trump ha promesso, «Avremo una grande discussione e un rapporto eccezionale».
«Non era facile arrivare qui… C’erano ostacoli ma li abbiamo superati per esserci»: ha aggiunto il leader nordcoreano Kim Jong-un, da oggi per la stampa occidentale non più dittatore.
«Molte persone nel mondo penseranno che sia una forma di fantasy… Un film di fantascienza», avrebbe detto lo stesso Kim Jong-un al presidente americano, secondo la traduzione del suo interprete registrata dalla Cnn e diffusa dal pool dei giornalisti della Casa Bianca che segue l’evento.
E adesso, segreti nella stanze segrete.

Corea, ma la vera posta in gioco
trattato di pace a firma Usa Cina

Oltre il folklore da supersummit attorno, oltre la gigantesca bolla mediatica, a stingere sulla sostanza. L’occasione per pacificare un’area che dalla fine della guerra nel 1953, non ha ancora un trattato di pace. Denuclearizzazione e concessioni varie a sostegno della precaria economia nord coreana, ma la vera posta in palio -annota Simone Pieranni su il manifesto- sarebbe un trattato di pace tra le due Corea ma firmato da Usa e Cina, le garanti delle due parti in guerra negli anni 50.

Denuclearizzazione
come sui due fronti?

Problema chiave a rischio rottura: e la Corea del Nord si denuclearizza, perché mai dovranno ancora esserci basi americane in Corea del Sud? Per ora generici propositi e belle parole.
«Pace durevole» e «denuclearizzazione», ripete l’agenzia nord-coreana Kcna, e sembra un mantra. Un po’ più concretamente, «la costruzione di un meccanismo di pace permanente e durevole, la realizzazione della denuclearizzazione della penisola nordcoreana e altre questioni di mutuo interesse, come viene richiesto da una nuova era».

Carota e l’eterno bastone

Nella serata di Singapore, anche auspici minacciosi: Pompeo, segretario di Stato col piglio alla Trump, ha lasciato intendere che potrà esserci anche cooperazione economica, ribadendo però che in caso di mancata «denuclearizzazione totale» le sanzioni continueranno a esserci e anzi, aumenteranno.
Da Cina e Corea del Sud, osservatori non certo disinteressati parole di fiducia scaramantiche. A giocarsi tanto, non sono solo Kim e Trump.
Sperando di non dover scoprire, per dirla alla Troisi, che quello che speravamo fosse amore… invece era un calesse.

alt="Trump-Kim a zigzag"

‘Zigzagging’ all’americana

Qualche anno fa l’Economist volendo bollare la politica estera di Obama come indecisa la definì “zigzagging”. Termine che non ha certo bisogno di essere tradotto e che rende benissimo l’idea di una nave dalla rotta ballerina. Ma oggi, forse, la foreign policy americana avrebbe bisogno di essere caratterizzata da un termine un po’ più forte: “magic ball”, cioè palla magica, a significare una sfera di gomma capace di prendere, rimbalzando, le direzioni più imprevedibili. Parliamo, ovviamente, delle strategie (forse un parolone) di Donald Trump che, nelle relazioni internazionali, dimostra di essere assolutamente inaffidabile.
I suoi giri di valzer non si contano più. Prendiamo il dossier della Corea del Nord e il fatidico incontro con Kim, che dovrebbe risolvere, una volta per tutte, il bubbone del della proliferazione nucleare nell’Estremo Oriente asiatico. Prima botte da orbi, poi toni più pacati, infine le quasi languide carezze. Ora, però, il Presidente Usa vuole (vorrebbe? voleva? vorrà? avrebbe voluto?) mandare tutto all’aria. Forse. Bisogna vedere come dorme stanotte e da che parte del letto si alza domani… Alla faccia del ruolo di “superpotenza globale” degli Stati Uniti, che dovrebbero garantire sicurezza al resto del pianeta.

Il silenzio degli imbecilli

Nel mazzo metteteci anche il vicepresidente Pence, che vorrebbe far fare a Kim la fine di Gheddafi, e il quadretto è completo. Insomma, negli ultimi mesi, lo stato delle relazioni tra Washington e Pyongyang potrebbe essere ben rappresentato da un diagramma come le montagne russe. Ieri Moon Jae-In, Presidente sudcoreano, è corso a metterci una pezza, incontrandosi a cento all’ora con Kim, sul confine di Panmunjon, per salvare il vertice con Trump. “Miracolo” che potrebbe essere riannunciato oggi. Però, assodato che i nordcoreani hanno una loro strategia decennale e quella seguono (cioè le bombe atomiche come assicurazione sulla vita del regime e come ricatto per ottenere dollari e materie prime), non si capisce quale possa essere, di grazia, l’attuale piano diplomatico della Casa Bianca.
La crisi è più vecchia del cucco, e ormai si conosce in tutti i dettagli, quindi c’è molto poco da capire. Gli analisti dicono che è uno di quei conflitti in cui non vince chi fa la voce più grossa, ma chi ha più pazienza e tiene le posizioni. Abbiamo scritto diverse settimane fa, all’epoca della “luna di miele” tra Pyongyang e Washington, che l’incontro del nuovo Segretario di Stato Usa Mike Pompeo con il giovane Kim (mossa necessaria per preparare il vertice con Trump), era stato studiato con la benedizione di Pechino. In fondo, la Corea del Nord cerca solo materie prime, energia e garanzie per la sopravvivenza del regime. E questo gli Stati Uniti, Seul e Tokio glielo possono garantire. Ognuno per i propri interessi.

Sindrome cinese

E quando i viveri finiranno, ci chiedevamo? Niente paura, Kim sparerà un altro missile e continuerà a fare shopping nei supermarket dell’Occidente. Ora, non è che sia andata proprio così, perché gli americani e i loro alleati asiatici sono prontissimi a ripartire con la “Dottrina delle scatolette”. Leggasi, l’elargizione di materie prime, energia, derrate alimentari e “generi di conforto” speciali (dollari a mazzi). Ma… ma il problema non è Kim Jong-Un. No, a tirare e mollare la catena al dittatore di Pyongyang sono i suoi “patrons” cinesi. Che lo comandano a bacchetta.
E infatti, mentre scoppiava questa tempesta in un bicchiere d’acqua e mentre Trump pensava di rimangiarsi tutti (o quasi) gli impegni che aveva preso, Kim è corso a Pechino a prendere ordini da Xi Jinping. E gli americani hanno protestato contro la Cina: un po’ perché ci sono e un po’ perché ci fanno. Le esercitazioni congiunte tra Stati Uniti e Corea del Sud sono solo una scusa. La verità è che di tira e molla come questo ce ne dovremo aspettare tanti altri, perché la Cina controlla, direttamente o indirettamente, ogni refolo di vento che spira nella penisola coreana a nord del 38º parallelo.

Per l’accordo paghi in dazi

Fin dal 1953 la politica estera di Pyongyang è rimasta legata, a filo doppio, agli input che venivano da Pechino e soggetta agli interessi dettati dai mutevoli umori del Partito comunista cinese. Anche il programma nucleare dei Kim, nonno padre e figlio, che li ha portati alla realizzazione di bombe atomiche e di missili intercontinentali, è stato concepito ed attuato per “delega”, sotto il controllo dei cinesi. Per quanto li riguarda personalmente, invece, i Kim, sviluppando un medievale regno del terrore, si sono garantiti la sopravvivenza. Prima la loro e poi quella del regime.
Quando il “Caro Leader”, Jong-Il, padre del giovane Jong-Un, ha compreso che per vincere nemici esterni e improbabili nemici interni, a cominciare dalle ricorrenti carestie, avrebbe potuto utilizzare la minaccia nucleare per continuare a campare, non ce n’è stato più per nessuno. Quella che abbiamo chiamato la “Dottrina delle scatolette”, prevedeva infatti un ricatto permanente e, in cambio, un flusso continuo di rifornimenti di materie prime, beni durevoli e beni di lusso, in arrivo dall’Occidente, via Seul e via Giappone. Una filosofia “politica” di pura camorra: o paghi il pizzo o ti brucio la saracinesca.
Un atteggiamento di pericoloso bullismo diplomatico, che è durato fino all’altro ieri, diretto dalla Cina a suo uso e consumo. E oggi questo “uso” si chiama guerra commerciale con gli Stati Uniti, attraverso i dazi doganali. Ergo: se Trump non capisce questi chiari di luna e non cambia musica, abbozzando, la distensione coreana se la può scordare. I cinesi, con un sorriso di sguincio, continueranno a mettersi di traverso.

Troppi trionfalismi prima
a rischio il vertice Trump-Kim

I consiglieri di Trump sempre più scettici sul vertice col nordcoreano Kim Jong-un, fissato per il prossimo 12 giugno. Lo sostiene la Cnn, citando fonti dell’amministrazione Usa. Il primo a mettere in dubbio il faccia a faccia era stato proprio il nordcoreano Kim, ricordando agli interlocutori che ‘non avrebbe accettato il dictact unilaterale’ degli Usa sulla denuclearizzazione. L’approccio aggressivo dell’amministrazione Trump inciampa sempre più spesso.
Allarmato, il presidente Jae-in Moon da Seul vola da Trump per tenerlo calmo e convincerlo a incontrare Kim Jong-un.

Il quasi Nobel

Un mesetto fa, dopo l’abbraccio con Kim Jong-un, il presidente della Corea del Sud Moon Jae-in era un serio candidato al premio Nobel. Il grande mediatore del disgelo tra il regime nucleare di Pyongyang e il resto del mondo. Oggi invece Moon arriva alla Casa Bianca nel puìieno di una crisi, ribaltone alla Trump o alla Kim, se preferite. Negli ultimi giorni la Corea del Nord è tornata ad arroccarsi: la rottura di troppi accordi da parte Usa, dal clima, al commercio, all’Iran, non rassicura sulla affidabilità dell’interlocutore attuale della Casa Bianca.
«L’incontro si terrà al 99,9%», ha detto in volo un portavoce della Blue House, la presidenza sudcoreana. Ma i crescenti dubbi di Trump, alimentati dai falchi nel suo entourage, sono cosa nota, confermati anche dalla telefonata che un paio di giorni il tycoon ha fatto a Moon.

Puzza di emergenza

Altro problema, Trump si fida davvero del sudcoreano Moon, e viceversa? Secondo Moon, Kim era pronto a una denuclearizzazione completa della penisola senza porre in cambio condizioni inaccettabili, invece ecco che Pyongyang pretende un processo a fasi e in parallelo: a ogni passo verso lo smantellamento dell’arsenale una concessione americana. Tra domani e giovedì Kim dovrebbe distruggere il sito per le sperimentazioni di Punggye-ri di fronte a una squadra di giornalisti internazionali. Spettacolo pirotecnico è riservato solo a testate americane, inglesi, russe e cinesi, a cui secondo fonti di Seul il regime avrebbe chiesto un “contributo” di 10mila dollari a persona. Esclusi i sud coreani della esercitazioni militari congiunte di questi giorni con gli Stati Uniti, nonostante le trattative di accorso in corso.

Ma che ne pensa la Cina?

Dalla Casa Bianca qualcuno rileva che l’improvviso riflusso di aggressività nordcoreana è arrivato dopo l’incontro tra Kim e il presidente cinese. Se a un certo punto Pechino sembrava fuori dai giochi, ora è nel vivo dell’azione. Sta supportando ufficialmente la richiesta nordcoreana di una denuclearizzazione a fasi, e il sospetto dell’amministrazione americana è che abbia già allentato il blocco di merci e persone al confine con il Nord -riferisce Repubblica- facendo respirare il regime. «Ma non poteva che essere così, viste le forze in campo: ogni promessa di sviluppo e sicurezza che Seul ha fatto a Kim, Pechino è in grado di moltiplicarla per dieci». Dalle Olimpiadi a oggi, considerazione finale, Moon ha fatto quello che poteva. Ora la partita è tutta in mano a Trump e Kim. Fiducia temperature molto basse.