lunedì 25 giugno 2018

Corea

Sapete quanto costa
‘giocare’ alla guerra?

Basta ‘giochi di guerra’, ma solo se conviene. Rovesciamo la notizia, o meglio, la valutazione di Elvio Rotondo su Analisi Difesa.
Sapete quanto costa una sola ora di volo del mostruoso super bombardiere B-2A statunitense da sempre esibito sulla Corea di Kim a perenne minaccia di apocalisse?
122. 311 dollari ora. E, soltanto per fare la spola tra Guam e la Corea, sono 13 ore di volo andata e ritorno. Un milione e mezzo solo per mostrarsi. Date queste premesse (molto altro ci aspetta), andiamo a rileggere certa attualità.

Nel documento iniziale firmato da Trump e Kim Jong-un non si parla di esercitazioni militari, ma in una conferenza stampa successiva, il presidente Usa ha dichiarato che, in cambio di una completa denuclearizzazione della penisola coreana, gli Stati Uniti avrebbero cessato le esercitazioni militari in Corea del Sud. Ovviamente le esercitazioni verrebbero riprese nel caso Pyongyang non mantenesse il suo impegno. Sorpresa, almeno formale, alla ‘generosità’ inattesa di Trump tutta da scoprire. Non ne sapevano nulla le forze americane in Corea, così almeno ci dicono.
Ma proprio oggi veniamo a sapere che la prossima esercitazione, ‘Ulchi Freedom Guardian’, in programma per l’autunno, non si farà. Salvo contrordine.

La Ulchi Freedom Guardian è una delle più grandi esercitazione militari al mondo. Lo scorso anno è durata 11 giorni e ha coinvolto circa 17.500 soldati americani, di cui circa 3.000 provenienti dagli Stati Uniti e 50.000 soldati sudcoreani. Le esercitazioni includono simulazioni al computer svolte in un grande bunker a sud di Seoul, per verificare la prontezza degli alleati a respingere le aggressioni della Corea del Nord. Gli alleati hanno sempre difeso le loro esercitazioni definendole di natura puramente “difensiva”, respingendo la persistente affermazione di Pyongyang secondo cui le esercitazioni miravano a preparare un’invasione del suo territorio.

Soldi, soldi, soldi,
sti beneamati soldi

Da tempo Washington chiede un aumento della quota di spesa di Seoul per il mantenimento di 28.500 truppe statunitensi nel paese. Pagare di più, citando il costoso dispiegamento di attività strategiche per le esercitazioni regolari. In base a un accordo di condivisione dei costi, raggiunto nel 2014, Seoul ha pagato, all’epoca, 867 milioni di dollari per i costi militari statunitensi e la sua quota è aumentata ogni anno in base all’inflazione. Quest’anno, la Corea del Sud starebbe pagando circa 890 milioni di dollari, un po’ meno della metà del totale.

In passato, secondo alcune stime i costi per esercitazioni minori sono state di circa 2 milioni di dollari, mentre per quelle più grandi sarebbero di 15 milioni di dollari o più – tutte spese relativamente contenute per il budget del Pentagono di quasi 700 miliardi di dollari. Ma adesso torniamo alle cifre di partenza.
I costi a ora di volo per ciascuno dei tre tipi di bombardieri impiegati nei voli di esibizione /esercitazione sulla Corea?
Del B-1B abbiamo già detto di 122. 311 dollari/ora (il dettaglio di quei 311 affascina).
Per scendere ai 95.758 dollari di un B-1B,
e al costo stracciato di 48.880 dollari ora per la quasi utilitaria da guerra B-52H.

 

alt="Attenti al diavolo nei dettagli"

Attenti al diavolo nei dettagli, avvertono i saggi. Il tempo per le foto opportunity destinate alla storia e poco altro, e noi dovremmo credere che il giovane Kim Jong-un e l’ormai datato Donald Trump hanno avuto modo e tempo per decidere qualcosa?
La foto che svela un po’ di verità, quella della firma in cui, alle spalle dei Presidenti (uno promosso di colpo da ex truce Dittatore), compaiono la sorella di Kim, Yo-jong , la tessitrice dell’apertura olimpica in Sud Corea, e il segretario di Stato ex Cia, l’italo americano Mike Pompeo, alla destra del padre.

Attenti al diavolo nei dettagli
Battaglioni di ‘sherpa’, diplomatici, esperti militari, spie e suggeritori assortiti, cinesi compresi, dietro quella complessa ‘road mapp’ ultre decennale che svelerà al mondo se quella stretta di mano è stata davvero un pezzo di storia o se soltanto una delle troppe finzioni della presidenza Trump, prossimamente ricordata al passato.

La vittoria di Kim Jong-un

Giovialità esagerata a dare il via al vero negoziato tra la prima potenza mondiale e la Corea del Nord, «povera monarchia ereditaria, surreale e formalmente comunista», come la chiama Bernard Guetta su France Inter. Applausi planetari per lo spettacolo, decisamente più esaltate del recente G7, ma poi, tanta tanta prudenza. Il Kim che rinuncia a tutte le atomiche che sono la sua assicurazione sulla vita? E la Corea del Sud, che a una riunificazione a rischio della sua prosperità proprio non ci pensa. E neppure la Cina e il vicino Giappone, a fare i conti con una nuova potenza regionale.
Al momento, sola certezza, il riconoscimento concesso da Trump a Pyongyang. Molto poco per tanti applausi.
«La vera vittoria è della dinastia Kim, che in realtà non ha mai pensato di utilizzare le armi nucleari contro altri paesi e soprattutto contro gli Stati Uniti, ma voleva solo avere l’opportunità di scambiare la bomba con la sua sopravvivenza economica», sempre Guetta. La via cinese alla prosperità, ritenuta da molti ‘il peggio del comunismo e il peggio del capitalismo’.

Il diavolo nascosto nei dettagli

Al termine del meeting, iniziato alle 9.00 e chiuso poco prima delle 14.00, è stato firmato un documento congiunto. Secondo Trump si tratta di un documento «storico» e «piuttosto globale», a dire tutto senza spiegare niente. Secondo il presidente americano, «inizieremo il processo di denuclearizzazione molto, molto velocemente». Ottimismo di convenienza. Quaranta minuti di faccia a faccia, poi l’incontro con le delegazioni, pranzo e una passeggiata dei due protagonisti intorno all’Hotel Capella, sull’isola di Sentosa, la cornice di questo incontro che i due protagonisti molto pieni di se, vorrebbero ‘epocale’.
Tutto di corsa, a tambur battente, compreso il finale stampa a predire un futuro radioso.
Dettagli pochi, come ci si aspettava, e tutto molto mediatico. Trump ha rivelato che come garanzia ha offerto a Kim la fine delle esercitazioni militari annuali con la Corea del Sud, e non esclude di ritirare i soldati americani, mentre le sanzioni resteranno in vigore fino a quando non ci sarà la prova concreta della denuclearizzazione. In futuro (forse subito), riceverà anche aiuti economici. In cambio, ha confermato l’impegno a rinunciare alle atomiche, e secondo Trump anche la promessa di rispettare i diritti umani dei suoi cittadini. Il problema sta nel fatto che in passato la Corea del Nord aveva preso impegni simili, senza poi rispettarli. Ad esempio le modalità e i tempi della denuclearizzazione non sono ancora chiari, e andranno definiti attraverso le trattative che il segretario di Stato Pompeo riprenderà la settimana prossima.

Nove passi per disarmare

Nove passi per mettere fine “al disarmo nucleare più impegnativo della storia”. E’ il New York Times a tracciare per il vertice Trump-Kim una road map che potrebbe richiedere sino a 15 anni. Il processo dovrebbe cominciare con una dichiarazione di Pyongyang di tutti i suoi impianti e delle sue armi, per consentire una verifica con i dati delle agenzie di intelligence.
1. SMANTELLARE E RIMUOVERE LE ARMI NUCLEARI – E’ il primo passo da fare, sotto la vigilanza di uno stato nucleare dichiarato – come Usa, Russia o Cina – trasportando in sicurezza tutto il materiale fuori dal Paese.
2. STOP ALL’ARRICCHIMENTO DELL’URANIO – Facile smantellare questi impianti ma il problema è che sono relativamente semplici da nascondere. La possibile necessità di tenerne aperti alcuni la produzione di elettricità.
3. DISATTIVARE I REATTORI CHE TRASFORMANO URANIO IN PLUTONIO – Pyongyang potrebbe invocare sempre le necessità di usarli per l’energia elettrica.
4. CHIUDERE I SITI PER I TEST NUCLEARI – Verificando prima di tutto se quello di Punggye-ri è stato di recente effettivamente messo fuori uso in modo irreversibile.
5. STOP ALLA PRODUZIONE DI CARBURANTE PER LA BOMBA H – L’idrogeno può essere usato però anche a scopi civili, nel campo dell’illuminazione.
6. ISPEZIONI OVUNQUE E PER SEMPRE – Compresi i siti militari, che sono uno dei principali motivi di lagnanza di Trump nell’accordo sul nucleare iraniano.
7. DISTRUGGERE LE ARMI BIOLOGICHE di Pyongyang, sospettata di avere un grande complesso per la produzione di armi batteriologiche, compresa l’antrace.
8. SMANTELLARE L’ARSENALE CHIMICO – Gli Usa esigono l’eliminazione del gas sarin, dell’agente nervino VX (usato anche per l’assassinio di Kim Jong-nam, il fratellastro del leader nordcoreano) e di tutte le altre sostanze chimiche letali, di cui la Corea del Nord è considerata tra i maggiori possessori.
9. FRENI AL PROGRAMMA MISSILISTICO – E’ in cima alla lista dei negoziati. Una semplice precauzione sarebbe limitare il raggio dei test per garantire la sicurezza degli Usa e del Giappone.

Trump, amori facili e ire incontenibili

La stretta di mano tra Trump e Kim all’incontro con la storia, primo faccia a faccia e lui, l’anziano di fronte al giovanotto sovrappeso, quasi s’innamora: «L’incontro è andato bene, molto, molto bene». «Una eccellente relazione». Sempre al superlativo Trump, salvo tweet rabbiosi di rottura a ripensarci. Ma oggi a Singapore e per il mondo è giorno di speranza.
Trump e Kim si sono incontrati al Capella Hotel di Singapore, scambiandosi una robusta stretta di mano, tra foto opportunity e storia. Prima di dare il via al faccia a faccia di 45 minuti, assistiti solo dagli interpreti, Trump ha promesso, «Avremo una grande discussione e un rapporto eccezionale».
«Non era facile arrivare qui… C’erano ostacoli ma li abbiamo superati per esserci»: ha aggiunto il leader nordcoreano Kim Jong-un, da oggi per la stampa occidentale non più dittatore.
«Molte persone nel mondo penseranno che sia una forma di fantasy… Un film di fantascienza», avrebbe detto lo stesso Kim Jong-un al presidente americano, secondo la traduzione del suo interprete registrata dalla Cnn e diffusa dal pool dei giornalisti della Casa Bianca che segue l’evento.
E adesso, segreti nella stanze segrete.

Corea, ma la vera posta in gioco
trattato di pace a firma Usa Cina

Oltre il folklore da supersummit attorno, oltre la gigantesca bolla mediatica, a stingere sulla sostanza. L’occasione per pacificare un’area che dalla fine della guerra nel 1953, non ha ancora un trattato di pace. Denuclearizzazione e concessioni varie a sostegno della precaria economia nord coreana, ma la vera posta in palio -annota Simone Pieranni su il manifesto- sarebbe un trattato di pace tra le due Corea ma firmato da Usa e Cina, le garanti delle due parti in guerra negli anni 50.

Denuclearizzazione
come sui due fronti?

Problema chiave a rischio rottura: e la Corea del Nord si denuclearizza, perché mai dovranno ancora esserci basi americane in Corea del Sud? Per ora generici propositi e belle parole.
«Pace durevole» e «denuclearizzazione», ripete l’agenzia nord-coreana Kcna, e sembra un mantra. Un po’ più concretamente, «la costruzione di un meccanismo di pace permanente e durevole, la realizzazione della denuclearizzazione della penisola nordcoreana e altre questioni di mutuo interesse, come viene richiesto da una nuova era».

Carota e l’eterno bastone

Nella serata di Singapore, anche auspici minacciosi: Pompeo, segretario di Stato col piglio alla Trump, ha lasciato intendere che potrà esserci anche cooperazione economica, ribadendo però che in caso di mancata «denuclearizzazione totale» le sanzioni continueranno a esserci e anzi, aumenteranno.
Da Cina e Corea del Sud, osservatori non certo disinteressati parole di fiducia scaramantiche. A giocarsi tanto, non sono solo Kim e Trump.
Sperando di non dover scoprire, per dirla alla Troisi, che quello che speravamo fosse amore… invece era un calesse.

alt="Trump-Kim a zigzag"

‘Zigzagging’ all’americana

Qualche anno fa l’Economist volendo bollare la politica estera di Obama come indecisa la definì “zigzagging”. Termine che non ha certo bisogno di essere tradotto e che rende benissimo l’idea di una nave dalla rotta ballerina. Ma oggi, forse, la foreign policy americana avrebbe bisogno di essere caratterizzata da un termine un po’ più forte: “magic ball”, cioè palla magica, a significare una sfera di gomma capace di prendere, rimbalzando, le direzioni più imprevedibili. Parliamo, ovviamente, delle strategie (forse un parolone) di Donald Trump che, nelle relazioni internazionali, dimostra di essere assolutamente inaffidabile.
I suoi giri di valzer non si contano più. Prendiamo il dossier della Corea del Nord e il fatidico incontro con Kim, che dovrebbe risolvere, una volta per tutte, il bubbone del della proliferazione nucleare nell’Estremo Oriente asiatico. Prima botte da orbi, poi toni più pacati, infine le quasi languide carezze. Ora, però, il Presidente Usa vuole (vorrebbe? voleva? vorrà? avrebbe voluto?) mandare tutto all’aria. Forse. Bisogna vedere come dorme stanotte e da che parte del letto si alza domani… Alla faccia del ruolo di “superpotenza globale” degli Stati Uniti, che dovrebbero garantire sicurezza al resto del pianeta.

Il silenzio degli imbecilli

Nel mazzo metteteci anche il vicepresidente Pence, che vorrebbe far fare a Kim la fine di Gheddafi, e il quadretto è completo. Insomma, negli ultimi mesi, lo stato delle relazioni tra Washington e Pyongyang potrebbe essere ben rappresentato da un diagramma come le montagne russe. Ieri Moon Jae-In, Presidente sudcoreano, è corso a metterci una pezza, incontrandosi a cento all’ora con Kim, sul confine di Panmunjon, per salvare il vertice con Trump. “Miracolo” che potrebbe essere riannunciato oggi. Però, assodato che i nordcoreani hanno una loro strategia decennale e quella seguono (cioè le bombe atomiche come assicurazione sulla vita del regime e come ricatto per ottenere dollari e materie prime), non si capisce quale possa essere, di grazia, l’attuale piano diplomatico della Casa Bianca.
La crisi è più vecchia del cucco, e ormai si conosce in tutti i dettagli, quindi c’è molto poco da capire. Gli analisti dicono che è uno di quei conflitti in cui non vince chi fa la voce più grossa, ma chi ha più pazienza e tiene le posizioni. Abbiamo scritto diverse settimane fa, all’epoca della “luna di miele” tra Pyongyang e Washington, che l’incontro del nuovo Segretario di Stato Usa Mike Pompeo con il giovane Kim (mossa necessaria per preparare il vertice con Trump), era stato studiato con la benedizione di Pechino. In fondo, la Corea del Nord cerca solo materie prime, energia e garanzie per la sopravvivenza del regime. E questo gli Stati Uniti, Seul e Tokio glielo possono garantire. Ognuno per i propri interessi.

Sindrome cinese

E quando i viveri finiranno, ci chiedevamo? Niente paura, Kim sparerà un altro missile e continuerà a fare shopping nei supermarket dell’Occidente. Ora, non è che sia andata proprio così, perché gli americani e i loro alleati asiatici sono prontissimi a ripartire con la “Dottrina delle scatolette”. Leggasi, l’elargizione di materie prime, energia, derrate alimentari e “generi di conforto” speciali (dollari a mazzi). Ma… ma il problema non è Kim Jong-Un. No, a tirare e mollare la catena al dittatore di Pyongyang sono i suoi “patrons” cinesi. Che lo comandano a bacchetta.
E infatti, mentre scoppiava questa tempesta in un bicchiere d’acqua e mentre Trump pensava di rimangiarsi tutti (o quasi) gli impegni che aveva preso, Kim è corso a Pechino a prendere ordini da Xi Jinping. E gli americani hanno protestato contro la Cina: un po’ perché ci sono e un po’ perché ci fanno. Le esercitazioni congiunte tra Stati Uniti e Corea del Sud sono solo una scusa. La verità è che di tira e molla come questo ce ne dovremo aspettare tanti altri, perché la Cina controlla, direttamente o indirettamente, ogni refolo di vento che spira nella penisola coreana a nord del 38º parallelo.

Per l’accordo paghi in dazi

Fin dal 1953 la politica estera di Pyongyang è rimasta legata, a filo doppio, agli input che venivano da Pechino e soggetta agli interessi dettati dai mutevoli umori del Partito comunista cinese. Anche il programma nucleare dei Kim, nonno padre e figlio, che li ha portati alla realizzazione di bombe atomiche e di missili intercontinentali, è stato concepito ed attuato per “delega”, sotto il controllo dei cinesi. Per quanto li riguarda personalmente, invece, i Kim, sviluppando un medievale regno del terrore, si sono garantiti la sopravvivenza. Prima la loro e poi quella del regime.
Quando il “Caro Leader”, Jong-Il, padre del giovane Jong-Un, ha compreso che per vincere nemici esterni e improbabili nemici interni, a cominciare dalle ricorrenti carestie, avrebbe potuto utilizzare la minaccia nucleare per continuare a campare, non ce n’è stato più per nessuno. Quella che abbiamo chiamato la “Dottrina delle scatolette”, prevedeva infatti un ricatto permanente e, in cambio, un flusso continuo di rifornimenti di materie prime, beni durevoli e beni di lusso, in arrivo dall’Occidente, via Seul e via Giappone. Una filosofia “politica” di pura camorra: o paghi il pizzo o ti brucio la saracinesca.
Un atteggiamento di pericoloso bullismo diplomatico, che è durato fino all’altro ieri, diretto dalla Cina a suo uso e consumo. E oggi questo “uso” si chiama guerra commerciale con gli Stati Uniti, attraverso i dazi doganali. Ergo: se Trump non capisce questi chiari di luna e non cambia musica, abbozzando, la distensione coreana se la può scordare. I cinesi, con un sorriso di sguincio, continueranno a mettersi di traverso.

Troppi trionfalismi prima
a rischio il vertice Trump-Kim

I consiglieri di Trump sempre più scettici sul vertice col nordcoreano Kim Jong-un, fissato per il prossimo 12 giugno. Lo sostiene la Cnn, citando fonti dell’amministrazione Usa. Il primo a mettere in dubbio il faccia a faccia era stato proprio il nordcoreano Kim, ricordando agli interlocutori che ‘non avrebbe accettato il dictact unilaterale’ degli Usa sulla denuclearizzazione. L’approccio aggressivo dell’amministrazione Trump inciampa sempre più spesso.
Allarmato, il presidente Jae-in Moon da Seul vola da Trump per tenerlo calmo e convincerlo a incontrare Kim Jong-un.

Il quasi Nobel

Un mesetto fa, dopo l’abbraccio con Kim Jong-un, il presidente della Corea del Sud Moon Jae-in era un serio candidato al premio Nobel. Il grande mediatore del disgelo tra il regime nucleare di Pyongyang e il resto del mondo. Oggi invece Moon arriva alla Casa Bianca nel puìieno di una crisi, ribaltone alla Trump o alla Kim, se preferite. Negli ultimi giorni la Corea del Nord è tornata ad arroccarsi: la rottura di troppi accordi da parte Usa, dal clima, al commercio, all’Iran, non rassicura sulla affidabilità dell’interlocutore attuale della Casa Bianca.
«L’incontro si terrà al 99,9%», ha detto in volo un portavoce della Blue House, la presidenza sudcoreana. Ma i crescenti dubbi di Trump, alimentati dai falchi nel suo entourage, sono cosa nota, confermati anche dalla telefonata che un paio di giorni il tycoon ha fatto a Moon.

Puzza di emergenza

Altro problema, Trump si fida davvero del sudcoreano Moon, e viceversa? Secondo Moon, Kim era pronto a una denuclearizzazione completa della penisola senza porre in cambio condizioni inaccettabili, invece ecco che Pyongyang pretende un processo a fasi e in parallelo: a ogni passo verso lo smantellamento dell’arsenale una concessione americana. Tra domani e giovedì Kim dovrebbe distruggere il sito per le sperimentazioni di Punggye-ri di fronte a una squadra di giornalisti internazionali. Spettacolo pirotecnico è riservato solo a testate americane, inglesi, russe e cinesi, a cui secondo fonti di Seul il regime avrebbe chiesto un “contributo” di 10mila dollari a persona. Esclusi i sud coreani della esercitazioni militari congiunte di questi giorni con gli Stati Uniti, nonostante le trattative di accorso in corso.

Ma che ne pensa la Cina?

Dalla Casa Bianca qualcuno rileva che l’improvviso riflusso di aggressività nordcoreana è arrivato dopo l’incontro tra Kim e il presidente cinese. Se a un certo punto Pechino sembrava fuori dai giochi, ora è nel vivo dell’azione. Sta supportando ufficialmente la richiesta nordcoreana di una denuclearizzazione a fasi, e il sospetto dell’amministrazione americana è che abbia già allentato il blocco di merci e persone al confine con il Nord -riferisce Repubblica- facendo respirare il regime. «Ma non poteva che essere così, viste le forze in campo: ogni promessa di sviluppo e sicurezza che Seul ha fatto a Kim, Pechino è in grado di moltiplicarla per dieci». Dalle Olimpiadi a oggi, considerazione finale, Moon ha fatto quello che poteva. Ora la partita è tutta in mano a Trump e Kim. Fiducia temperature molto basse.

38° parallelo, fronte di pace

Un passo oltre il 38° parallelo, ed esplode la pace. Fino a pochi mesi fa, erano i missili nordcoreani ad attraversare quel dannato parallelo, ed erano sfide di guerra. Oggi è stato Kim Jong-un a varcare il 38° Parallelo per entrare nel territorio del Sud, a superare quel gradino di cemento che segna la Linea di demarcazione militare che spacca la Corea in due da 65 anni. Per la storia, ormai avvilita dalla telecronache, 9:30 del mattino ora coreana, le 2:30 di notte in Italia. Col presidente sudista Moon Jae-in che a sua volta, varca il confine verso il nord. Per arrivare presto, inviti ufficiale, sino a Pyongyang, capitale ex nemica.
Sul registro degli ospiti della Peace House Kim ha scritto: «Una nuova pagina, la storia inizia, un’era di pace». Moon e Kim poi si sono incamminati verso la Peace House sul versante sudcoreano, scortati da un picchetto militare sudista che però vestiva la divisa storica dell’antico regno unito di Corea. Il primo di uno di molti accorgimenti simbolici studiato dal cerimoniale.

Soldato Moon Maresciallo Kim

‘Una strana coppia si è costituita oggi’, osserva Guido Santevecchi sul Corriere della Sera. Il contrasto anche visivo, facile tra i due protagonisti. “Moon, avvocato dei diritti civili, pacifico e pacifista, da ragazzo arruolato per il servizio militare obbligatorio nei commandos come soldato semplice, tre anni sotto le armi…”.“Kim, Maresciallo Supremo senza aver fatto un giorno di naja, passo a sobbalzi dovuti all’eccesso di peso, braccia troppo lontane dai fianchi..”.
Da parte di tutte le testate giornalistiche mondiali un ‘Bignami’ storico pre Wikipedia. Con forzature di schieramento. Noi, per evitarle, ci fermiamo alla attualità, ricordando in una riga che sino al 2011 Kim era un giovane sconosciuto di 27 anni che ereditava il potere dinastico in Nord Corea. «Rocket man» sino al novembre scorso. Oggi, a 34 anni, Kim Jong-un è il primo capo del regime nordista a varcare pacificamente la linea del 38° parallelo per stringere la mano al presidente nemico, Moon Jae-in della Sud Corea.

Un tavolo da 2018 millimetri

Il cerimoniale sudista ha studiato una coreografia spettacolare, piena di simboli, racconta sempre Santevecchi da Seul. E scopriamo, a stupirci, che il tavolo del colloquio è ovale, e che Moon e Kim siederanno a 2018 millimetri uno dall’altro, calcolati per far risaltare nel legno massiccio la data storica del 2018. E poltrone con la sagoma della penisola coreana unita, ultima paranoia.
I sudcoreani vogliono un grande spettacolo televisivo: tutto in diretta fino alle dichiarazioni iniziali al tavolo ovale nel quale Kim ha parlato di «un’era di pace». Qualche altra parola mentre Moon sorrideva e ascoltava e finalmente: «Ora ci lascereste soli a discutere?». Telecamere spente. È cominciata la parte delicata e concreta della giornata e della trattativa.

 

Oltre la scena, quali interessi?

Diffidenza antiche anche legittime, oltre le immagini tv, per chi ricorda un leader feroce di uno Stato fuorilegge. Ora Kim si propone come leader ragionevole capace di dialogare. Dare-avere: lui vuole garanzie di sopravvivenza, per il regime e personali. Primo accenno di scambio, Kim ha già annunciato il congelamento dei test nucleari e missilistici (dopo aver mostrato che ha queste armi e funzionano) e l’abbandono del sito di Punggye-ri, dove ancora a settembre dell’anno scorso è esplosa la sesta atomica sperimentale del Nord. Semplici premesse ad un eventuale accordo complessivo che, se sarà, avrà altri garanti internazionali. Mentre ancora i due coreani discutono se e come e fare una dichiarazione comune, già si aspetta la prova della verità, il faccia a faccia tra il Maresciallo e il presidente Donald Trump. Opportunamente qualcuno ricorda che nel 1953, a Panmunjom, tra le due Corea fu siglato solo un armistizio che i sudcoreani nemmeno lo firmarono, lo sottoscrissero per loro gli alleati americani.

Panmunjom, medaglia olimpica

L’incontro, frutto dei contatti avviati durante le Olimpiadi invernali di febbraio. Tre gli obiettivi della vigilia: 1, avviare la definizione di un trattato di pace per chiudere finalmente la guerra degli Anni Cinquanta; 2, la disponibilità di Pyongyang verso la denuclearizzazione; 3, rilanciare le relazioni bilaterali, anche sul piano economico. Dagli Stati Uniti, prudenza e opportunismo per lasciare al loco presidente l’onore di firma storiche, per oggi niente firma del trattato di pace, ma l’avvio di un percorso. Ieri il capo della Casa Bianca che ha ormai scelto l’Iran come il cattivo utile alla sua politica, ha ribadito che l’incontro col Kim avverrà tra la fine di maggio e l’inizio di giugno, e che cinque località possibili sono già state individuate. Ora si tratta di capire se c’è abbastanza sostanza per procedere. Versione maliziosa di alcuni analisti: il leader di Pyongyang ha fatto le sue aperture dopo aver raggiunto l’obiettivo di potenza atomica, e può negoziare da una posizione di forza.

Come la Cina ha ‘convinto’ Kim. Kim Jong-Un, in versione pacifista, ieri ha annunciato che la Corea del Nord fermerà i test nucleari e missilistici. “Non ce n’è più bisogno – ha detto il giovane e autoritario leader del Paese più blindato del mondo – perché abbiamo dimostrato a tutti quello che sappiamo fare”. Gli ha fatto subito eco Trump, con il suo solito intervento su Twitter. “È una buona notizia – ha risposto il Presidente americano – non vedo l’ora di incontrarlo”. Già, perché il suggello a questa esplosione di “volemose bene” si avrà tra un paio di mesi, quando i due si vedranno faccia a faccia dopo essersene dette di tutti i colori. Sorpresa?
Manco per niente. Chi segue da vicino la pericolosa crisi coreana aveva già da tempo pronosticato questa svolta. Che ha un nome e un cognome preciso: la Cina.

E, a seguire, altri annessi e connessi di non poco conto, come la ventata protezionistica che squassa l’America trumpiana, la questione dei dazi doganali, il pesante deficit della bilancia commerciale statunitense, l’inarrestabile avanzata del bulldozer economico cinese e, last but not least, le elezioni di “mezzo termine” per il Congresso Usa. Bene. Mettete tutti questi ingredienti nel frullatore diplomatico, attaccate la spina e vedrete che il drink finale avrà il faccione sorridente di Kim. Finalmente convinto dai suoi “patrons” di Pechino a stare a cuccia e a fare le feste, lui che era idrofobo.
Il leader nordcoreano ha persino fatto sapere che chiuderà anche il sito nucleare di Punggye-ri. anche se, per la verità, non ci vorrebbe tanto, dato che i precedenti test pare lo abbiano fatto crollare per tre quarti. Miracolo? No, solamente ragion di Stato o, per dirla più terra terra, vile pecunia frammista ad altri interessi diffusi.

Abbiamo sempre scritto che, al di là della ricerca di effimere glorie e di romantici onori, la lite in diplomazia è sempre per la coperta. Oggi la Cina rischia di stritolare tutte le economie del pianeta, lasciando dietro di sé una scia fumante di macerie. Cioè, quello che resta dei sistemi-Paese rovinati dall’astronomica e inarrestabile produttività esibita dagli omini con gli occhi a mandorla. Ma c’è un legame tra la sparata sulle “gabelle” Usa, le botte da orbi nel campo dei dazi doganali e la giravolta pacifista di Kim, che sta facendo riempire di lacrime i fazzoletti degli ambasciatori occidentali? Sicuro.
C’è un “algoritmo” diplomatico che mette assieme tutto e che fonde gli interessi di tutti. Trump vuole recuperare terreno ed evitare l’impeachment per il Russiagate (incontrerà presto anche Putin), cercando successi (e consensi) in politica estera.

Una delle chiavi fondamentali di questa strategia è quella di controllare il Congresso e, quindi, vincere le elezioni di “mezzo termine”. Difficile, con i chiari di luna attuali, ma non impossibile. D’altro canto, l’attacco missilistico in Siria, basato sul niente, aveva principalmente questo obiettivo. Il problema di fondo però, per la Casa Bianca, è il deficit della bilancia commerciale e le strategie migliori per metterci una pezza. La mossa protezionistica non porta da nessuna parte e rischia solo di scatenare la terza guerra mondiale… commerciale con il pianeta. L’obiettivo vero del suo azzardo (perché di questo si tratta) è però togliere ossigeno e lanciare un avvertimento, soprattutto a Pechino.

Ma siccome in Cina sono eredi di Lao-Tzu, Confucio e di un’altra bella sfilza di cervelloni, la sfida da “guappo” del Presidente americano rischia di trasformarsi in un boomerang, perché Xi Jinping, gran capo del colosso asiatico, sa come fargli ballare il terreno sotto i piedi. E infatti si è chiamato a corte Kim Jong-Un e ha ricordato al mondo che gli unici in grado di far ragionare il nordcoreano, costringendolo a stipare bombe atomiche e missili balistici nel freezer, sono proprio i cinesi. Un “appeasement” con Kim consentirà agli Stati Uniti (e a Giappone e Corea del Sud) di risparmiare un sacco e una sporta di dollari, altrimenti destinati a essere bruciati in “sicurezza”. Leggasi armi, logistica, truppe e addirittura, “guerre preventive”, cioè avventure che si cominciano, senza sapere dove poi si vada a finire.

A Seul l’hanno capito al volo e infatti tra una settimana si terrà il vertice tra il Presidente Moon Jae-In e Kim, sotto la regia di Pechino e la supervisione degli Stati Uniti. Il dittatore coreano che ci guadagna? Beh, gli spifferi di corridoio dicono che Xi Jinping, gran capo dell’impero cinese con la falce e martello, gli abbia garantito lunga vita. A lui e al suo regime. Inoltre gli americani, pur di togliersi questo macigno dallo stomaco, si faranno capi-cordata di un programma di aiuti finanziari generosamente sostenuto anche da Seul e Tokio, per consentire ai nordcoreani di uscire da una carestia strutturale, che sta facendo morire letteralmente d’inedia patria e patrioti. Insomma, pare proprio che questa volta il dio-dollaro abbia trasformato le coscienze e toccato i cuori. Nell’attesa che riempia anche gli stomaci, è ovvio.

 

AVEVAMO DETTO

Quanto costa l’accordo con Kim?

Con un tweet Trump svela il segreto

Esplode la pace coreana. Era incontro segreto e segreto di Stato, ma al Tweet non si comanda. “I negoziati tra Stati Uniti e sono a un passo dal massimo livello” (l’incontro tra i due presidenti), cinguetta Donald Trump, che dopo l’esibizione di missili sulla Siria, ha ora bisogno di crearsi l’immagine da costruttore di pace. In realtà, a incontrare il dittatore nordcoreano, ha reso noto successivamente il Washington Post, è stato Mike Pompeo. L’ex direttore della Cia e segretario di Stato in pectore, in attesa della conferma della nomina da parte del Senato, h compiuto una prima missione esplorativa, più da capo spia che da diplomatico.

Un viaggio super segreto per ragioni sia politiche che di sicurezza, compiuto probabilmente nel fine settimana di Pasqua. Destinazione: Pyongyang. E nella capitale nordcoreana Pompeo ha avuto un contatto faccia a faccia con Kim, per porre le basi del confronto sulla denuclearizzazione, in vista dello storico vertice, programmato “entro maggio”, tra i due presidenti. La visita di Pompeo diventa l’incontro di più alto livello tra Usa e Corea del Nord dal 2000, quando Madeleine Albright, allora segretario di Stato dell’amministrazione Clinton si incontrò con Kim Jong-Il, padre del Kim attuale.

Pompeo avrebbe raggiunto un accordo per la sua visita a Pyongyang proprio grazie ai contatti tra la Cia e i servizi nordcoreani. Ma anche con il contributo del numero uno degli 007 sudcoreani Suh Hoon, colui che avrebbe negoziato l’invito a Trump da parte di Kim Jong-un. Le parti in causa, dunque, si sarebbero avviate sulla strada della distensione molto più di quanto finora immaginato, con Trump che a questo punto non nasconde l’auspicio di una vero e proprio trattato di pace che ponga fine al conflitto nella penisola coreana e sostituisca l’armistizio che fermò la guerra nel 1953, siglato anche da Usa e Cina.

Inutile dire che per Trump gli sviluppi delle ultime ore sul fronte della questione nordcoreana sono una vera e propria boccata di ossigeno, dopo giorni e giorni di forti pressioni per la crisi della Siria, ma soprattutto per le vicende legate alle indagini sul Russiagate e a quelle sul suo avvocato personale, Michael Cohen, per non parlare delle accuse dell’ex capo dell’Fbi James Comey. E i tempi in cui Trump descriveva la Corea del Nord “il risultato di un tragico esperimento nel laboratorio della storia” – poche settimane fa – sembrano davvero lontani. Tra storia e interessi personali

 Kim Jong-un, Financial Times. Dunque in Corea è avvenuto l’impensabile. Fino a poche settimane orsono c’era il diffuso timore che nella penisola asiatica la situazione sfuggisse di mano a qualcuno innescando un conflitto nucleare di proporzioni catastrofiche. Poi Kim Jong-un ha inviato una delegazione ai giochi invernali di Pyeongchang riannodando – tramite la sorella – i fili di un dialogo con Seul che, in verità, non è mai cessato. E, contemporaneamente, ha lasciato intendere di essere disposto a incontrare Donald Trump.
Ora abbiamo visto il giovane leader nordcoreano recarsi a Pechino col treno blindato già usato dal padre ed essere ricevuto in pompa magna dalla dirigenza cinese. D’accordo, nelle foto Xi Jinping non appare affatto entusiasta della visita, e Kim sembra più un vassallo che un ospite. In ogni caso il risultato è sensazionale.
E aggiungiamo pure una terza considerazione. Si rammenterà che Kim lanciava missili a più non posso, e che nei siti nordcoreani venivano compiuti esperimenti nucleari con preoccupante frequenza, causando (a quanto si dice) persino terremoti. Adesso lanci ed esperimenti sono cessati, mentre l’ultima parata militare a Pyongyang si è svolta in tono minore e ha ricevuto dai media locali una copertura assai meno intensa rispetto al passato anche recente.

C’è da chiedersi cosa ha causato mutamenti così rilevanti e formulo, a tale proposito, un’ipotesi che molti troveranno indigesta. A ben pochi piace Donald Trump, e il primo anno di presidenza non ha fatto che confermare che il tycoon è una persona quanto meno sgradevole. Eppure in politica estera (in quella interna degli Usa non voglio ora entrare) il suo approccio al problema coreano, in apparenza roboante e muscolare, ha sinora prodotto risultati migliori di quelli ottenuti dal tanto osannato Obama e dai suoi predecessori.
Trump ha individuato subito nella RPC l’attore fondamentale, facendo su Pechino pressioni (anche economiche e commerciali) che hanno avuto effetto. In secondo luogo la Cina ha capito che, a questo punto, le giova riassumere le vesti del “grande protettore”, rinnovando uno schema già in uso ai tempi di Mao Zedong e Deng Xiaoping. Per non parlare del massiccio intervento militare cinese nel conflitto coreano che consentì a Kim Il-sung, nonno dell’attuale leader, di sopravvivere politicamente e di salvare la Repubblica Popolare da lui stessa fondata.

Il ruolo di Trump negli ultimi avvenimenti coreani è stato fondamentale. Mentre alcuni ambienti militari Usa premevano per un attacco immediato – e rischiosissimo – volto a decapitare il regime di Pyongyang, il tycoon ha continuato a esercitare pressione su Xi Jinping, ottenendo infine il risultato sperato.
Le conseguenze, a cascata, sono evidenti. Se la situazione non cambia improvvisamente, il giovane dittatore di Pyongyang incontrerà in successione, e in tempi piuttosto brevi, il suo omologo di Seul Moon Jae-in, lo stesso Donald Trump e, fatto ancora più eclatante, il premier giapponese Shinzo Abe, dopo che il territorio nipponico veniva negli ultimi tempi sorvolato con allarmante frequenza dai missili di Kim. Insomma il dialogo nella regione pare garantito, e scongiurato il pericolo di una guerra nucleare improvvisa.

In conclusione due fatti debbono essere rimarcati. Il primo è che la Cina assume sempre più le vesti di superpotenza in grado di garantire l’equilibrio internazionale, facendo al contempo capire a tutti che, in Asia, nessuno può fare passi senza l’avallo di Pechino.
Il secondo, come si accennava dianzi, è che la demonizzazione del tycoon newyorkese a volte non paga. Certo la sua insensibilità per il tema dei diritti umani è a prova di bomba, e questo causa crisi di rigetto. Eppure Barack Obama e Hillary Clinton, che di diritti umani parlavano in continuazione, hanno conseguito in politica estera risultati scarsi per non dire negativi. E sembra, questo, un ottimo spunto di riflessione.