venerdì 19 gennaio 2018

Corea

«It’s Time to Bomb North Korea»

Edward Luttwak non ha certo bisogno di lunghe presentazioni, dal momento che chiunque si occupi di politica estera sa bene chi è. Politologo romeno naturalizzato americano, consulente strategico di numerose amministrazioni Usa, è stato pure docente universitario in prestigiosi atenei e membro della Fondazione Italia-USA. Parecchi suoi saggi sono diventati dei classici negli ambiti della storia e della geopolitica. Si pensi, per esempio, a “La grande strategia dell’impero romano” e al più recente “Il risveglio del drago”, dedicato all’attuale rinascita della potenza cinese.
Luttwak è notoriamente un conservatore (o un reazionario, come molti preferiscono definirlo), ma nessuno ha mai negato che possieda un certo acume e una notevole capacità di analisi politica. Stupiscono, pertanto, le affermazioni contenute in un suo articolo da poco uscito (8 gennaio) su “Foreign Policy” e intitolato “It’s Time to Bomb North Korea”.

Il titolo stesso è tutto un programma e, d’altro canto, “Foreign Policy” è una delle più autorevoli riviste statunitensi nel campo delle relazioni internazionali, di recente acquistata dal “Washington Post”.
Ebbene, nell’articolo in questione il nostro esprime opinioni che superano di gran lunga quelle dei più estremisti tra i falchi americani, auspicando il bombardamento immediato della Corea del Nord per evitare, come lui stesso dice, i milioni di morti che la permanenza al potere di Kim Jong-un causerebbe.

Si rammenterà, a tale proposito, che persino Steve Bannon, il controverso – e poi silurato – consulente strategico di Donald Trump si è sempre dichiarato contrario all’intervento diretto contro Pyongyang, sostenendo a più riprese che in Corea “l’opzione militare non esiste”. E per la buona ragione che la capacità nucleare di Kim ha raggiunto livelli tali da scoraggiare ogni progetto di quel tipo. Si può ovviamente discutere sul perché la comunità internazionale abbia consentito ai nordcoreani di raggiungere simili livelli. Ma questo è un altro discorso.
Luttwak nel saggio dianzi citato non si pone tali problemi. O, ancor meglio, se li pone ma li giudica tutto sommato irrilevanti. A suo avviso, infatti, il fatto che un attacco metterebbe a rischio la vita di decine di migliaia di sudcoreani non è un valido motivo per non bombardare, giacché occorre sfruttare quest’ultima finestra temporale in cui, sempre a suo parere, l’arsenale nucleare di Pyongyang non ha ancora la capacità di colpire in modo diretto gli Stati Uniti.

Ma è davvero così? Lutwak ne sembra certo, anche se dubbi assai consistenti permangono. Inoltre occorre sempre rammentare che Seul, per esempio, si trova a poca distanza dal confine ed è quindi sotto il tiro dell’artiglieria nordcoreana, già schierata, che potrebbe addirittura raderla al suolo. In altri termini Kim in tal caso non avrebbe neppure bisogno di ricorrere al suo arsenale nucleare, dal momento che i più convenzionali cannoni sarebbero già in grado di infliggere danni irreparabili. Ed è assai dubbio che la pur potentissima aviazione Usa sarebbe in grado di prevenire tutto ciò.
La risposta di Luttwak è piuttosto imbarazzante, giacché accusa la Corea del Sud di essere essa stessa causa dei suoi mali. La sua vulnerabilità sarebbe “intenzionale”, avendo sempre rifiutato di adottare stringenti misure di sicurezza al fine di mantenere aperti i canali di dialogo con il Nord.

Si potrebbe anche pensare che il politologo sia preda dei mali della senescenza ma non è così. Ha “solo” 75 anni (essendo nato nel 1942) e, per le attuali aspettative di vita, risulta dunque ancora giovane. In ogni caso è quasi coetaneo del presidente americano in carica. Resta solo da sperare che Trump non sia sensibile alle sue tesi e che non si sogni di bombardare all’improvviso. Anche se, come ormai tutti sanno, le mosse di Donald Trump non si possono facilmente prevedere.

Per favore, niente guerra sino al 18 marzo

Olimpiadi sfida, anche un po’ al buon senso. Se Kim, jong-un è una vera minaccia per il mondo, l’andare ad organizzare una manifestazione sportiva di richiamo mondiale a meno di 100 chilometri da casa sua forse non è stata una grande idea. Ma si sa che le folli spese per organizzare queste manifestazioni sono business e non sport, e la Corea del Sud ha investito tanti soldi sui Pyeongchang Games, per mostrare lo sviluppo del paese.

Salvo poi doversi districare in uno slalom davvero gigante.
La Russia di Vladimir Putin, noto appassionato di hockey su ghiaccio, squalificata per ‘doping di Stato’. E Donald Trump che, tra una Gerusalemme e l’altra non si è ancora espresso sull’ipotesi boicottaggio per motivi di sicurezza degli Stati Uniti.
Comunque, per favore, chiede Seul, niente guerra, almeno sino a fine febbraio.

L’autorevole e seriosissimo Financial Times

«North Korea tensions spark plea over Olympics»
«Seoul asks US to delay joint military exercises until games end»
Le tensioni della Corea del Nord accendono le Olimpiadi
Seoul chiede agli Stati Uniti di ritardare le esercitazioni militari congiunte fino alla fine dei giochi

Scrive Demetri Sevastopulo da Washington
Seoul e Tokyo sono preoccupate che il Pentagono possa prepararsi a colpire la Corea del Nord proprio adesso, dice Dametri. Non rassicura HR McMaster, consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, che proprio questo mese ha dichiarato che una potenziale guerra con la Corea del Nord stava “aumentando ogni giorno”. Pyongyang, da parte sua, aveva aggiunto argomenti alle tensioni, con l’Hwasong 15, un missile a lungo raggio in grado di colpire la costa orientale degli Stati Uniti, che è volato per aria due mesi dopo che la Corea cattiva aveva condotto il sesto test nucleare, il più potente.

Moratoria olimpica

Terry (non sappiamo altro di lui), presidente della Corea al Centro per gli studi strategici, la butta in politica e ci dice un rinvio di manovre militari ed esibizioni di muscoli, oltre che farci vedere le olimpiadi senza improbabili inviati con l’elmetto, potrebbe anche aiutare a creare le condizioni per i colloqui, dal momento che
Bruce Klingner, esperto di Corea alla Heritage Foundation, ricorda che Pyongyang -lo sostiene lui-ha distrutto un aereo di linea civile nel 1987 nel tentativo di far deragliare le Olimpiadi di Seul del 1988. Oltre alle preoccupazioni sulle provocazioni durante i giochi, Seoul teme che le tensioni sulla penisola raffredderanno la domanda di Olimpiadi e Paralimpiadi di Pyeongchang che già girano mele; al momento, vendite dei biglietti sono state deboli.

La Corea del Sud ha fatto questa richiesta prima della visita del presidente Moon Jae-in in Cina questa settimana.

Olimpiadi, guerra e affari

Una delle ragioni per cui le vendite di biglietti sono basse -un mezzo crak- è che la Cina ha vietato ai gruppi turistici di visitare Corea del Sud proprio in quel periodo, ripicca contro il sistema di difesa missilistica ai suoi confini, che Seoul ha permesso agli Stati Uniti di installare nel paese all’inizio di quest’anno. Ed ecco che, assieme alla richiesta agli Usa di darsi una calmata -le intemperanze di Trump fanno paura al mondo- il presidente sud coreano Moon Jae-in corre in Cina questa settimana, nella speranza che Pechino ripensi le restrizioni di viaggio.

Tra Pechino e Seul, critiche parallele alle recenti azioni statunitensi, come riportare la Corea del Nord tra gli sponsor del terrorismo, e l’insistere su esercitazioni militari congiunte che coinvolgono anche il Giappone, che quest’anno si sono già esercitate in abbondanza. Secondo alcune fonti, la Cina avrebbe proposto un “congelamento per congelamento”, uno scambio di pause: Stati Uniti e Corea del Sud sospendono le loro esercitazioni militari congiunte, e in cambio la Corea del Nord che accetta di fermare i test missilistici e nucleari.

Tregua sì, tregua no?

Washington avrebbe respinto l’idea sostenendo che questo avrebbe solo dato alla Corea del Nord più tempo per sviluppare i suoi programmi di armamento, ma siamo ancora alle dichiarazioni politiche.
La richiesta della Corea del Sud arriva mentre Joe Yun, l’inviato del dipartimento di stato per la Corea del Nord, è in visita in Giappone e Thailandia per colloqui sulla crisi coreana. Il generale Vincent Brooks, il comandante degli Stati Uniti nel Sud-Corea, si è recato a Washington la scorsa settimana per informare il Congresso sul Nord Corea. Il Pentagono e il Consiglio di sicurezza nazionale hanno rifiutato di commentare la richiesta coreana.

 

 

 

Escalation fin dove?

Le parole che si rincorrono e non sai siano a che punto siamo soltanto un bla bla politico diplomatico o siano pericoli veri. E a forza di parole avventate, si rischia la guerra vera, è il timore del mondo. E la tensione supera anche la barriera ovattata del palazzo Onu. Consiglio di sicurezza , convocato d’urgenza: l’ambasciatrice degli Stati Uniti Nikki Haley , esponente ‘trumpista’ anche nel linguaggio, avverte che l’azione di Kim Jong-un «avvicina il mondo alla guerra». Per ora ancora sanzioni, ma l’aria che si coglie è pessima, come se altrove qualcosa d’altro si prepari. Isolare Kim, fermando le importazioni ed esportazioni ed espellendo tutti i lavoratori nordcoreani dal proprio territorio. Assedio per fame. E adesso a Pechino è stato chiesto di bloccare anche i rifornimenti petroliferi verso Pyongyang, che vorrebbe dire lo strangolamento.

Partita cinese

Ma è Pechino stessa a pesare adesso al peggio, che, secondo il Corriere della Sera, avrebbe pronto il pano per l’invasione dello scomodo vicino. Pechino vuole evitare l’escalation ma studia anche un intervento per mettere al sicuro le armi nucleari a 100 km dal confine, affermano Guido Olimpio e Guido Santevecchi. La Cina ha ben presente che l’85% degli impianti nucleari e missilistici nordcoreani sono a non più di 100 chilometri dal confine cinese, e se diventassero bersaglio, sarebbero guai anche cinesi. Ultimamente forze di difesa aerea cinesi hanno compiuto manovre antimissile nel Golfo di Bohai, la zona più occidentale del Mar Giallo che fronteggia la penisola coreana. Con ragionamenti politici un po’ più complessi delle richieste Usa. Chiudere il rubinetto del petrolio sarebbe perdere l’ultimo strumento di persuasione pacifica.

Trump senza freni

Poche ore prima, il presidente Usa Donald Trump in un comizio in Missouri ha definito Kim Jong-un «cagnolino malato». Intemperanze non solo verbali e a tutto campo dalla Casa Bianca, a inquietare ancora di più il mondo, se ancore ve ne fosse il caso. L’account Twitter di Trump ha rilanciato tre video anti-islam pubblicati da un gruppo di estrema destra britannico. Una mossa criticata dal portavoce del premier britannico Theresa May che ha definito la condivisione dei video ‘un errore’. «È sbagliato che il presidente abbia fatto questo», ha dichiarato il portavoce. Ma alla presa di posizione della premier britannica replica lo stesso Trump che in un nuovo tweet si rivolge alla May ammonendola: «Theresa, non concentrarti si di me, concentrati sul terrorismo islamico che si sta facendo spazio in Gran Bretagna». Contestata la sua prossima visita in GB.

«Se Kim muore… non chiedete un commento alla Cia»

Lo spirito di John Wayne e, in tempi più recenti, di Clint Eastwood nel carattere degli americani, valuta l’agenzia Italia. E non poteva essere da meno il capo della Central Intelligence Agency, Mike Pompeo, che -memoria di gloriosa cinematografia Usa- ricorda l’ispettore Callaghan quando dice “coraggio, fatti ammazzare”. La sfida nelle parole dell’italo americano Pompeo diventa, «non chiedetemi un commento, visto la storia della Cia non intendo parlarne, non sarebbe utile».
In realtà, quella di Pompeo è vera e propria insistenza.

A luglio aveva detto, «bisogna separare il regime dalle sue armi di distruzione di massa». Giro di parole neppure troppo velato su un’operazione di ‘decapitazione’, l’assassinio di Kim Jong-un.
Quando giovedì il corrispondente del “Financial Times” in conferenza stampa chiede a Pompeo cosa succederebbe in Nord Corea se il Maresciallo dovesse morire, l’occasione è d’oro per ribadire la minaccia. «… se Kim Jong-un dovesse scomparire, vista la storia della Cia, non ne voglio parlare. Un incidente… qualcuno potrebbe pensare a una coincidenza».

Mike Pompeo, Cia

Minaccia vera o paure strumentali?

Le reali capacità nucleari dei coreani. «Il presidente Trump ha concluso che dobbiamo fare uno sforzo perché non abbia quella capacità», ha ricordato il direttore della Cia. Con sentenza finale: «Un negoziato, “una perdita di tempo” che non farà raggiungere i risultati sperati».
Sempre Pompeo, durante un intervento alla Fondazione per la difesa delle democrazie, ha dichiarato che gli Stati Uniti devono pensare Pyongyang, «Sull’orlo di colpire gli Stati Uniti».
«Se succede il prossimo martedì – ha detto il capo della Cia – oppure tra un mese è lo stesso. Il fatto è che dobbiamo unire gli sforzi affinché Kim Jong-un non sia in grado di portare avanti un attacco del genere». Per essere capo della spie Usa, del mondo occulto dei segreti, Mike Pompeo non nasconde troppo le sue più cattive intenzioni, salvo che certe minacce plateali non siano parte di una commedia.

I ‘vicini da casa’ di Kim preoccupati

Le parole di Pompeo sono riportate con enfasi dal giornale cinese South China Morning Post, secondo cui il direttore della CIA avrebbe inoltre accennato a come stanno cambiando i compiti dell’intelligence. «Stiamo per diventare un’agenzia molto più cinica», ha aggiunto Pompeo in versione cinese. Il ritorno dell’assassinio politico di Stato, se mai fosse tramontato.
A Mosca. Il presidente della commissione di Politica d’Informazione della camera alta del Parlamento russo Alexey Pushkov via Twitter, ha definito le parole del capo della Cia ‘Una condanna a morte’. «Le dichiarazioni del direttore della CIA significano una cosa sola: Kim Jong-un è stato marchiato. I leader non muoiono da un giorno all’altro. Un’altra questione è quanto questa minaccia sia realizzabile». Ad avvertire Washington e Langley che il Cremlino non è d’accordo e che cercherà di evitare appuntamenti mortali.

Altri che missili e bomba atomiche, che ci sono e sono pronte a colpire. Analisi Difesa riprende l’inviato del Giornale Gian Micalessin, che racconta dello sconosciuto «mondo di sotto» di Kim Jong-un. «Un regno delle viscere creato dopo la guerra degli anni ’50 quando i bombardamenti americani rasero al suolo città, campagne e industrie della Corea del Nord. Un’infinita ragnatela di gallerie invulnerabili e 180mila commandos è in grado di infliggere pesanti perdite al nemico».

Le lezioni della storia
Nel 1953 la ricostruzione, voluta da Kim Il Sung, dopo la guerra e l’armistizio sul 38° parallelo. Il fondatore della dinastia rossa e nonno dell’attuale dittatore, in pieno clima di guerra fredda, scelse di far rinascere città e industrie, creandone contemporaneamente una sorta d’invisibile copia sotterranea in cui rendere invulnerabile il complesso militare e industriale.
«L’intera nazione deve diventare una fortezza, dobbiamo seppellirci sottoterra per proteggerci», scriveva nel 1963 Kim Il Sung, ed allora la guerra sembrava un appuntamento non evitabile. Oggi dopo 70 anni di scavi super segreti -svela Micalessin- Pyongyang controlla quel mondo sotterraneo di 60 anni fa.

Formiche armate
Il ‘Mondo di sotto, di ieri. Oggi in quell’immensa ragnatela di tunnel, gallerie e rifugi si muovono e si addestrano 180mila ‘commandos fulmine’ (così su Analisi Difesa) uno dei corpi d’élite più numerosi, ma meno visibili del pianeta. Ma non solo formichine di fanteria. «Lì si ampliano e si moltiplicano installazioni missilistiche e siti nucleari. Lì si celano i depositi di armi chimiche e batteriologiche accumulati in settant’anni. Lì si diramano i cunicoli su cui si muovono cannoni e missili pronti ad affacciarsi dalle grotte artificiali scavate nei fianchi delle montagne affacciate sulla Corea del Sud. In quel mondo di sotto, si cela la potenza militare di Pyongyang capace in teoria di infliggere perdite pesantissime alle forze americane e a quelle di Seul», sostiene Macalessin terrorizzandoci.

Maestri delle viscere
All’origine di tutto ci sarebbero le tecniche di costruzione dei tunnel sotterranei degli alleati della Cina comunista. E l’allievo diventa maestro. Grazie ai consigli degli istruttori di Pyongyang, i vietcong svilupparono quella rete di tunnel che fu la vera spina nel fianco degli americani in Vietnam. Stessa tecnica e stessi istruttori per gli iraniani, che poi la trasferiranno a Hezbollah e a Hamas tra Gaza e Libano. Tunnel realizzati dall’Isis a Mosul e a Raqqa. Ma tutto questo, minaccia ancora Micalessin, è poca cosa rispetto alla gruviera nascosta della Corea del Nord.
Secondo il Pentagono sotto la zona demilitarizzata si snodano una ventina di tunnel abbastanza larghi da consentire il passaggio di 15mila soldati all’ora e garantire la loro infiltrazione in vaste aree del sud.

Non è un Paese burletta
Tunnel in grado di resistere ad attacchi chimici, comparti di sicurezza sigillati per bloccare tentativi di allagamento o attacchi a colpi di lanciafiamme. Di quel mondo delle tenebre, una delle sue porte è la metropolitana della capitale. Scavata a 110 metri di profondità, progettata per trasformarsi in un bunker nucleare, ed è collegata a una pista parzialmente sotterrata dell’aeroporto da cui garantire la fuga dei vertici del Paese. Dalle stazioni del metro di cui non esistono mappe ufficiali, partono collegamenti con i siti nucleari e missilistici e con almeno 10mila insediamenti industriali. «Stando al racconto d’un disertore fuggito nel 1996, lui e gli altri addetti alle costruzioni dei siti s’erano impegnati a lavorare nel sottosuolo fino a 60 anni, a sposare solamente lavoratrici dello stesso sito e a non uscire mai dal villaggio in superficie a loro riservato».

Fabbriche di armi sottoterra
Il sottosuolo nasconde le 17 fabbriche d’armi che ogni anno producono 20mila kalashnikov e 3000 pezzi d’artiglieria. Cinque impianti sono destinati alla produzione annuale di 200 carri armati e 400 blindati, oltre a numerosi hovercraft anfibi. Altri 3 impianti per le munizioni, e 8 siti per le testate chimico batteriologiche. L’anticamera dell’inferno.Secondo molti esperti neppure l’uso di bombe nucleari tattiche garantisce la distruzione di siti collegati da 500 chilometri di tunnel e scavati sotto 80 metri di roccia. «La B-61 modello 11, arma nucleare con una potenza modulabile da 1 a 100 chilotoni, ne ha bisogno di almeno 10 per garantire il risultato», spiega Micalessin, che ha le fonti militari giuste- Ma la ricaduta nucleare della sua esplosione rischierebbe d’arrivare fino al Giappone».

Sottoterra quasi inferno
I ‘Commandos fulmine’, 180 mila unità, sono addestrati a creare una serie di fronti secondari dietro le prime linee americane e sudcoreane e a penetrare i centri industriali e le città. «Queste forze speciali -valutava nel 2015 un rapporto del Dipartimento della Difesa Usa al Congresso- operano come unità specializzate in infiltrazioni da mare e cielo basate su velocità e sorpresa». Si parla persino di piccoli aerei di legno invisibili ai radar, e mini sommergibili. Ma per muoversi tra i picchi del nord i ‘fulmine’ pedalano in sella a mountain bike. Leggende? Settembre 1996 quando un sottomarino nord coreano resta incagliato davanti alle coste sud coreane. L’equipaggio si arrese, ma due uomini delle forze speciali tennero in scacco per 50 giorni le forze di Seul uccidendo 11 militari sudcoreani. Una lezione che a Seul nessuno ha dimenticato.

Per ora la Corea del Nord spara missili e il mondo risponde con le sanzioni economiche. Risultati? In teoria il taglio dei “viveri” dovrebbero indurre Kim a più miti pretese, ma in pratica, finora, queste misure hanno funzionato poco e niente. Martedì scorso l’Onu ha votato una serie di restrizioni che dovrebbero colpire a morte le finanze di Pyongyang, costringendo il delirante dittatore a frenare sulle spese militari.
Il Prodotto Interno Lordo nordcoreano, l’anno scorso, è stato di 28,50 miliardi di dollari. Bene, le sanzioni votate ad agosto dovrebbero farlo diminuire di almeno 3 miliardi, colpendo l’export di carbone, piombo, ferro e prodotti ittici.
A questa somma vanno aggiunti altri 800 milioni di dollari, derivanti dalle sanzioni di settembre, che hanno bloccato l’export del tessile, hanno limitato le quote di lavoratori che vanno all’estero (rimesse in valuta) e, infine, hanno colpito l’import di carburanti.

Secondo David Straub (Analyst al Sejong Institute) il colpo inferto al regime è durissimo e, a lungo andare, quasi insostenibile. Dovranno essere tagliati i programmi di riarmo e, in cauda venenum, aggiunge l’esperto di affari coreani, Kim non potrà più “comprarsi” l’affetto della nomenklatura del Paese, coprendola (come ha fatto finora) di beni di gran lusso. Mentre il resto del Paese crepa di fame.
Alt, però: questo solo sulla carta. Si, perché a Pyongyang hanno trovato la soluzione a tutti i loro guai. E si chiama contrabbando. I cinesi e i russi fanno grande business con i coreani “atomici”, avendo la frontiera in comune (quella con la Russia è un breve tratto, ma evidentemente basta).

David Albright (esperto dell’Institute for Science and International Security), ascoltato dal Senato americano durante una “hearing” ha confermato che russi e cinesi se ne impipano delle sanzioni e alimentano un florido mercato nero. E i loro governi? Come se niente fosse. Sembrano girati dall’altro lato. Kim traffica carbone con le sue navi che hanno oscurato i Gps per non essere intercettate. Il fossile proveniente dalla Siberia arriva nella zona economica speciale di Rason (niente dazi) e da qui veleggia, a “prezzo politico”, verso la Cina.
Anthony Ruggero ( US Treasury Department) rivela che le transazioni, per evitare il blocco dei pagamenti, vengono fatte a Singapore, da prestanome. Un affare (con i russi) riguardante l’import di greggio è stato realizzato trasferendo, in modo indolore, la bellezza di 7 milioni di dollari.

Secondo Bruce Klingner (ex Cia e ora Heritage Foundation) sono oltre 5 mila le società commerciali cinesi che “coprono” in realtà gli interessi di Kim Jong-Un. E che, come certi negozietti napoletani, cambiano continuamente insegna, pur mantenendo lo stesso management. Il 90% del contrabbando nordcoreano passa attraverso la Cina e il resto transita per la frontiera russa. Pechino si è impegnata “a vigilare”, ma in pratica ha sempre fatto finta di niente.
Anzi negli ultimi anni ha anche fatto sparire i “libri mastri” dell’export di benzina. Certo, dopo che Trump si è imbufalito, minacciando fuoco e fiamme (in campo commerciale, è ovvio) anche i cinesi hanno dovuto abbozzare.

È stata imposta una stretta, a diversi istituti di credito, nei pagamenti da e per la Corea del Nord. A questo punto, dicono gli “strategist” della Casa Bianca, gli Stati Uniti devono scavalcare l’Onu e imporre sanzioni aggiuntive. A chi? A quei Paesi che fanno da “mediatori”, più o meno inconsapevoli.
Cina in testa. Più che di bombe atomiche, di questo hanno parlato all’Onu (a porte chiuse) gli ambasciatori Vasily Nebenzya (Russia), Liu Jieyi (Cina) e Nikki Haley (Usa). Ma dopo l’ultimo missile bisognerà riparlarne di sicuro.

Corea anche questione russa
Il ministero della Difesa sudcoreano ha annunciato il completamento dell’installazione «preliminare» delle 4 nuove batterie antimissile americani Thaad alla nuova base di Seongju, a 300 chilometri a sud di Seul. Una misura considerata «urgente» per le minacce di Pyongyang.
Non sono contente Cina e Russia, Paesi confinanti con la Corea del Nord. Il vice ministro degli Esteri di Mosca, Sergey Ryabkov, già prevede un necessario controbilanciamento delle forze. Quindi, anche sulla Corea, la partita dell’Occidente sulla Russia.
Tensioni ad occidente che accrescono le vicinanze orientali, con Pechino che ha espresso più di una volta il suo malcontento per le azioni degli USA e la Corea del Sud. E nel triangolo Usa, Cina, Russia, non sono gli Stati Uniti ad essere in vantaggio.

Solo nuove sanzioni
Ma la guerra in Corea del Nord non ci sarà. Ad affermarlo sono in successione il presidente sudcoreano, Moon Jae-in, e quello russo, Vladimir Putin, al forum economico di Vladivostok. Intanto, la Cina annuncia che appoggerà nuove misure contro Pyongyang, a patto che siano associate al dialogo. Gli Stati Uniti e altri Paesi, premono infatti per nuove decisioni punitive Onu. La Russia resta invece ferma sulla certezza che le sanzioni siano inutili, con motivazioni strategiche chiare descritte sopra. E l’Unione europea pensa a proprie sanzioni, discusse in un incontro informale dei ministri dei ministri di Esteri e Difesa a Tallinn. Ovviamente Pyongyang, tramite la sua delegazione a Vladivostock, promette “potenti contromisure”, ma è parte dei ruoli in commedia.

Asse No War Seul Mosca
«Nella penisola coreana, come in tutta la regione, non ci sarà una guerra. Posso dirlo con certezza», dichiara il presidente sud coreano Moon, invocando sanzioni più dure affinché Pyongyang rinunci allo sviluppo di armi nucleari. Putin gli ha fatto eco: «Sono sicuro che le cose non arriveranno a un conflitto, men che mai con armi di distruzioni di massa». Per Pechino, il Consiglio di sicurezza Onu deve “adottare le misure necessarie”, anche se le sanzioni sono solo parte della soluzione e devono essere accompagnate da negoziati. Ma adesso, consigli del Pentagono alla Casa Bianca, anche dagli Usa parole meno aggressive. «L’azione militare è certamente un’opzione, ma non è inevitabile, preferirei evitarla». Così il presidente americano Donald Trump, in conferenza stampa sulla questione dopo che per mesi ha usato una retorica incendiaria, minacciando anche “fuoco e furia” se provocato.

Calmare Kim senza armi, come?
Analisi Global Times. ‘Oggi le crisi internazionali non si possono risolvere con la forza militare. È un atteggiamento del passato. Oggi i conflitti bisogna risolverli con le trattative e il ripristino della fiducia fra i Paesi’, sottolinea il giornale. E i tre principali protagonisti internazionali, pur con posizioni critiche molto diverse tra loro nei confronti di Pyonyang, concordano sul non dare spago all’aggressività nord coreana, motivata soprattutto da autodifesa da parte dei dittatore.
Quindi, sanzioni e trattative segrete. La roadmap proposta da Mosca e Pechino. Secondo una bozza di risoluzione che Reuters ha potuto vedere, gli Usa chiedono un embargo sul petrolio, il divieto di esportazioni di tessuti e di assunzione di lavoratori nordcoreani all’estero, lo stop ai viaggi e il congelamento dei beni per Kim Jong-Un.

Il Washington Post riconosce che «Per Kim Jong-un, le armi nucleari sono un’arma di sicurezza». Difesa e non attacco. Altra lettura sul fronte anglosassone dal Times di Londra. «Navy Seals training South Korean ‘assassination’ squad to deal with Kim Jong-un». Armi atomiche forse solo per autodifesa, ma noi comunque ci attrezziamo a farlo fuori, se servisse. Richard Lloyd Parry, prova a spiegarci come i comandanti sudcoreani collaboreranno con i Seals della Marina americana, gli assaltatori che hanno ucciso Osama bin Laden, per creare un’unità speciale ‘per assassinare Kim Jong-un in caso di guerra’. O forse anche prima, ma questo non lo scrivono.

Ore febbrili di diplomazia per evitare ulteriori innalzamenti delle tensioni. Cina, Russia e Nazioni Unite a cercare mediazioni. Ma le provocazioni nordcoreane unite alle esercitazioni congiunte fra Stati Uniti e Corea del Sud, non sembrano far sperare, almeno per adesso, a un rapido dissolvimento delle nubi di guerra.
Conflitto che avrebbe conseguenze devastanti sulla penisola coreana e sulla stabilità della politica mondiale, sia per i rischi di una catastrofe nucleare, sia per il pericolo di un’esplosione dell’Asia orientale e dell’effetto domino conseguente a un’escalation militare.

Piccola guerra, ammazziamo il tiranno

Dato acquisito: il Pentagono ha già da tempo previsto la possibilità di un intervento militare in Corea del Nord. E questo piano ha un nome: Oplan 5015 e porta la firma di Choi Yoon-hee e di Curtis Scaparrotti. Strike preventivo, qualora le minacce di Kim diventassero talmente da gravi da far ritenere imminente un attacco da parte di Pyongyang nei confronti degli alleati americani in Asia orientale, per colpire Kim Jong-un.
Secondo quanto riportato dai media coreani e giapponesi, che hanno avuto modo di avere soltanto dei frammenti di Oplan 5015, l’idea di questo piano d’attacco sarebbe quella di colpire chirurgicamente la Corea del Nord: i comandi militari, gli arsenali, i maggiori centri di sviluppo dei programmi missilistici e, infine, anche la possibilità di colpire il palazzo presidenziale e i luoghi dove potrebbe esserci il leader nordcoreano, decapitando in questo modo il regime.

Il tutto avverrebbe con l’uso della marina e dell’aviazione e con un numero ristretto di uomini, in particolare delle forze speciali, che dovrebbero penetrare in territorio nordcoreano per sferrare attacchi quasi di guerriglia ad alcuni punti fondamentali dell’infrastruttura militare e politica di Pyongyang, portando il regime al collasso.

Prima era OPLAN 5027

Rispetto al precedente piano d’attacco, classificato come Oplan 5027, il nuovo non prevedere, almeno da subito, una guerra su vasta scala simile alla Guerra di Corea del secolo scorso. La logica sarebbe quella di fare in modo che vi siano più attacchi contemporanei su tutti i centri d’informazione, intelligence e militari del Paese in modo da colpire la stessa capacità di risposta delle forze di Pyongyang. Ridurre il più possibile i costi umani ed economici di questa possibile guerra, costruendo un sistema di risposta alle minacce di Kim fondato sulla rapidità e sulla semplificazione degli attacchi.
Le attuali esercitazioni congiunte Usa-Corea del Sud denominate Foal Eagle 2017, che coinvolgono più di 300.000 militari americani e sudcoreani durante due mesi di formazione sul campo e tramite simulazione computerizzate, vorrebbero essere un esempio di questo nuova ipotesi di conflitto con la Corea del Nord.

Status di potenza nucleare

Rischio ‘scintilla’. La possibilità che i bombardamenti chirurgici si trasformino in un conflitto aperto e devastante fra i due eserciti. Da un lato, la Corea del Nord che non avrebbe alcuna pietà nel colpire il territorio della Corea del Sud, coinvolgendo milioni di civili. Dall’altro lato, in caso d’intervento di terra, i soldati coreani impegnati sul terreno, mentre gli Stati Uniti fornirebbero principalmente supporto navale e aereo.
Il parlamento di Seul, nel momento in cui non ha avuto modo di accedere ai dettagli su Oplan 5015, non ha gradito e ha già chiesto di modificare il piano sia sul piano militare che su quello politico.
Problema sottovalutato da Washington: nel Nord un regime al collasso ma senza una alternartivqa interna nota.

Nord Corea senza ‘Regime change’

Il rischio di distruggere un intero sistema politico e militare senza però avere idee e minime certezze su un’alternativa credibile non soltanto alla popolazione civile del Paese, ma anche alla comunità internazionale. Colpire la Corea del Nord e decapitarla uccidendo Kim può essere un piano d’attacco funzionale alle aspirazioni americane, ma senza una strategia a lungo termine non avrebbe alcun senso. Infine, dato non irrilevante, la Cina ha già da tempo affermato di non accettare una decisione di Washington di colpire preventivamente Pyongyang, alimentando i dubbi su un possibile intervento cinese a sostegno della Corea del Nord rileva ‘occhidellaguerra.it’. Oplan 5015 potrebbe diventare presto operativo: ma i pericoli della sua attivazione rischiano di essere addirittura più gravi delle minacce di Kim Jong-un.

È proprio il caso di dirlo: Kim Jong-Un, il cervellotico dittatore nordcoreano, non bastassero già le scrivanie dei capi di Stato di mezzo mondo, ora smuove letteralmente anche le montagne. E rischia di farle crollare rovinosamente. La notizia è stata data dall’autorevole South China Morning Post, che parla dell’allarme lanciato dal geofisico Wen Lianxking, della University of Science and Technology di Hefei, nella provincia di Anhui. In pratica, l’imponente massiccio sotto cui Kim ha svolto tutti i suoi ultimi test nucleari sta crollando e rischia di devastare un’area molto ampia, modificando l’orografia del sito.

Secondo Stephen Chen, analista del giornale, il team di scienziati guidati da Wen è sinceramente preoccupato che ciò possa avvenire per tutta una serie di dati in suo possesso. Tutti i dati di prima mano, vista la minuziosa catena di monitoraggio antisismico installata dal governo di Pechino nel proprio Paese, puntano sul monte che sovrasta il sito di Punggye-ri. Il team ha dato l’annuncio, ripreso dal South China Morning, sul website del “Laboratorio di sismologia e fisica profonda della terra” dell’università, aggiungendo che la previsione (sul rischio del devastante crollo) è la risultante di una serie di sofisticate triangolazioni dei dati in arrivo da oltre cento stazioni di rilevamento.

Lo sciame sismico secondario, che indica ulteriori movimenti franosi, continua? È probabile di sì, anche se i ricercatori di Hefei non lo dicono apertamente, ma lo fanno solo intendere. Le conclusioni di Wen hanno ricevuto un autorevole sostegno da parte dell’ex Diretttore della China Nuclear Society e senior researcher del Programma nucleare militare di Pechino, Wang Naiyan. Secondo lo scienziato, a Punggye-ri si corre il rischio di un disastro ambientale di proporzioni bibliche. Se il monte dovesse crollare (basterebbe un altro solo test) “resterebbe un buco enorme da cui le radiazioni scapperebbero in tutte le direzioni, compresa la Cina”.

In gergo nucleare il fenomeno si chiama “taking the roof of” (cioè, in pratica, tirare giù il tetto) e rende inutile la precauzione di fare un test sotterraneo per evitare una Chernobyl coreana. Più nei dettagli, l’analista del South China Morning rivela che è stato il secondo terremoto, verificatosi otto minuti dopo l’esplosione, a gettare nel panico i ricercatori di Hefei: è la stimmata, dicono, di un incipiente crollo. D’altro canto, aggiunge Wang, la mancanza di montagne adatte a fungere da schermo in aree il più possibile disabitate ha limitato di molto la scelta dei nordcoreani, che hanno finito per insistere su Punggye-ri.

Anche perché costruire poligoni di questo tipo costa un botto di dollari. Quanto potrà ancora resistere in piedi la montagna? Difficile dirlo. Ancora Wang avverte: se la bomba fosse esplosa in fondo a un camino verticale, i danni potenziali sarebbero stati più contenuti. Ma cosi non sembra. Molto più facile (ed economico) costruire un tunnel orizzontale, anche per la difficoltà di piazzare cavi e sensori indispensabili per valutare la dinamica e la potenza dell’esplosione. Un’ultima considerazione che va fatta, per un’ovvia proprietà transitiva, è che oltre ai cinesi, alquanto preoccupati devono stare pure i russi.

Se il problema non è tanto il crollo della montagna, quanto piuttosto la successiva fuga radioattiva, allora basta guardare la cartina per vedere che le Bombe H di Kim scoppiano a metà strada tra Pyongyang e Vladivostok, la più importante città russa sul Pacifico. Vladivostok è a meno di 400 chilometri a nord-est di Punggye-ri, è il terminale della Transiberiana, fondamentale porto commerciale e militare (base della Flotta del Pacifico di Mosca) e, inoltre, ha la bellezza di 600 mila abitanti. Che facciamo, Vladimir Vladimirovic Putin, se dovesse collassare la montagna “del diavolo”, li evacuiamo tutti?