martedì 24 aprile 2018

Corea

Come la Cina ha ‘convinto’ Kim. Kim Jong-Un, in versione pacifista, ieri ha annunciato che la Corea del Nord fermerà i test nucleari e missilistici. “Non ce n’è più bisogno – ha detto il giovane e autoritario leader del Paese più blindato del mondo – perché abbiamo dimostrato a tutti quello che sappiamo fare”. Gli ha fatto subito eco Trump, con il suo solito intervento su Twitter. “È una buona notizia – ha risposto il Presidente americano – non vedo l’ora di incontrarlo”. Già, perché il suggello a questa esplosione di “volemose bene” si avrà tra un paio di mesi, quando i due si vedranno faccia a faccia dopo essersene dette di tutti i colori. Sorpresa?
Manco per niente. Chi segue da vicino la pericolosa crisi coreana aveva già da tempo pronosticato questa svolta. Che ha un nome e un cognome preciso: la Cina.

E, a seguire, altri annessi e connessi di non poco conto, come la ventata protezionistica che squassa l’America trumpiana, la questione dei dazi doganali, il pesante deficit della bilancia commerciale statunitense, l’inarrestabile avanzata del bulldozer economico cinese e, last but not least, le elezioni di “mezzo termine” per il Congresso Usa. Bene. Mettete tutti questi ingredienti nel frullatore diplomatico, attaccate la spina e vedrete che il drink finale avrà il faccione sorridente di Kim. Finalmente convinto dai suoi “patrons” di Pechino a stare a cuccia e a fare le feste, lui che era idrofobo.
Il leader nordcoreano ha persino fatto sapere che chiuderà anche il sito nucleare di Punggye-ri. anche se, per la verità, non ci vorrebbe tanto, dato che i precedenti test pare lo abbiano fatto crollare per tre quarti. Miracolo? No, solamente ragion di Stato o, per dirla più terra terra, vile pecunia frammista ad altri interessi diffusi.

Abbiamo sempre scritto che, al di là della ricerca di effimere glorie e di romantici onori, la lite in diplomazia è sempre per la coperta. Oggi la Cina rischia di stritolare tutte le economie del pianeta, lasciando dietro di sé una scia fumante di macerie. Cioè, quello che resta dei sistemi-Paese rovinati dall’astronomica e inarrestabile produttività esibita dagli omini con gli occhi a mandorla. Ma c’è un legame tra la sparata sulle “gabelle” Usa, le botte da orbi nel campo dei dazi doganali e la giravolta pacifista di Kim, che sta facendo riempire di lacrime i fazzoletti degli ambasciatori occidentali? Sicuro.
C’è un “algoritmo” diplomatico che mette assieme tutto e che fonde gli interessi di tutti. Trump vuole recuperare terreno ed evitare l’impeachment per il Russiagate (incontrerà presto anche Putin), cercando successi (e consensi) in politica estera.

Una delle chiavi fondamentali di questa strategia è quella di controllare il Congresso e, quindi, vincere le elezioni di “mezzo termine”. Difficile, con i chiari di luna attuali, ma non impossibile. D’altro canto, l’attacco missilistico in Siria, basato sul niente, aveva principalmente questo obiettivo. Il problema di fondo però, per la Casa Bianca, è il deficit della bilancia commerciale e le strategie migliori per metterci una pezza. La mossa protezionistica non porta da nessuna parte e rischia solo di scatenare la terza guerra mondiale… commerciale con il pianeta. L’obiettivo vero del suo azzardo (perché di questo si tratta) è però togliere ossigeno e lanciare un avvertimento, soprattutto a Pechino.

Ma siccome in Cina sono eredi di Lao-Tzu, Confucio e di un’altra bella sfilza di cervelloni, la sfida da “guappo” del Presidente americano rischia di trasformarsi in un boomerang, perché Xi Jinping, gran capo del colosso asiatico, sa come fargli ballare il terreno sotto i piedi. E infatti si è chiamato a corte Kim Jong-Un e ha ricordato al mondo che gli unici in grado di far ragionare il nordcoreano, costringendolo a stipare bombe atomiche e missili balistici nel freezer, sono proprio i cinesi. Un “appeasement” con Kim consentirà agli Stati Uniti (e a Giappone e Corea del Sud) di risparmiare un sacco e una sporta di dollari, altrimenti destinati a essere bruciati in “sicurezza”. Leggasi armi, logistica, truppe e addirittura, “guerre preventive”, cioè avventure che si cominciano, senza sapere dove poi si vada a finire.

A Seul l’hanno capito al volo e infatti tra una settimana si terrà il vertice tra il Presidente Moon Jae-In e Kim, sotto la regia di Pechino e la supervisione degli Stati Uniti. Il dittatore coreano che ci guadagna? Beh, gli spifferi di corridoio dicono che Xi Jinping, gran capo dell’impero cinese con la falce e martello, gli abbia garantito lunga vita. A lui e al suo regime. Inoltre gli americani, pur di togliersi questo macigno dallo stomaco, si faranno capi-cordata di un programma di aiuti finanziari generosamente sostenuto anche da Seul e Tokio, per consentire ai nordcoreani di uscire da una carestia strutturale, che sta facendo morire letteralmente d’inedia patria e patrioti. Insomma, pare proprio che questa volta il dio-dollaro abbia trasformato le coscienze e toccato i cuori. Nell’attesa che riempia anche gli stomaci, è ovvio.

 

AVEVAMO DETTO

Quanto costa l’accordo con Kim?

Con un tweet Trump svela il segreto

Esplode la pace coreana. Era incontro segreto e segreto di Stato, ma al Tweet non si comanda. “I negoziati tra Stati Uniti e sono a un passo dal massimo livello” (l’incontro tra i due presidenti), cinguetta Donald Trump, che dopo l’esibizione di missili sulla Siria, ha ora bisogno di crearsi l’immagine da costruttore di pace. In realtà, a incontrare il dittatore nordcoreano, ha reso noto successivamente il Washington Post, è stato Mike Pompeo. L’ex direttore della Cia e segretario di Stato in pectore, in attesa della conferma della nomina da parte del Senato, h compiuto una prima missione esplorativa, più da capo spia che da diplomatico.

Un viaggio super segreto per ragioni sia politiche che di sicurezza, compiuto probabilmente nel fine settimana di Pasqua. Destinazione: Pyongyang. E nella capitale nordcoreana Pompeo ha avuto un contatto faccia a faccia con Kim, per porre le basi del confronto sulla denuclearizzazione, in vista dello storico vertice, programmato “entro maggio”, tra i due presidenti. La visita di Pompeo diventa l’incontro di più alto livello tra Usa e Corea del Nord dal 2000, quando Madeleine Albright, allora segretario di Stato dell’amministrazione Clinton si incontrò con Kim Jong-Il, padre del Kim attuale.

Pompeo avrebbe raggiunto un accordo per la sua visita a Pyongyang proprio grazie ai contatti tra la Cia e i servizi nordcoreani. Ma anche con il contributo del numero uno degli 007 sudcoreani Suh Hoon, colui che avrebbe negoziato l’invito a Trump da parte di Kim Jong-un. Le parti in causa, dunque, si sarebbero avviate sulla strada della distensione molto più di quanto finora immaginato, con Trump che a questo punto non nasconde l’auspicio di una vero e proprio trattato di pace che ponga fine al conflitto nella penisola coreana e sostituisca l’armistizio che fermò la guerra nel 1953, siglato anche da Usa e Cina.

Inutile dire che per Trump gli sviluppi delle ultime ore sul fronte della questione nordcoreana sono una vera e propria boccata di ossigeno, dopo giorni e giorni di forti pressioni per la crisi della Siria, ma soprattutto per le vicende legate alle indagini sul Russiagate e a quelle sul suo avvocato personale, Michael Cohen, per non parlare delle accuse dell’ex capo dell’Fbi James Comey. E i tempi in cui Trump descriveva la Corea del Nord “il risultato di un tragico esperimento nel laboratorio della storia” – poche settimane fa – sembrano davvero lontani. Tra storia e interessi personali

 Kim Jong-un, Financial Times. Dunque in Corea è avvenuto l’impensabile. Fino a poche settimane orsono c’era il diffuso timore che nella penisola asiatica la situazione sfuggisse di mano a qualcuno innescando un conflitto nucleare di proporzioni catastrofiche. Poi Kim Jong-un ha inviato una delegazione ai giochi invernali di Pyeongchang riannodando – tramite la sorella – i fili di un dialogo con Seul che, in verità, non è mai cessato. E, contemporaneamente, ha lasciato intendere di essere disposto a incontrare Donald Trump.
Ora abbiamo visto il giovane leader nordcoreano recarsi a Pechino col treno blindato già usato dal padre ed essere ricevuto in pompa magna dalla dirigenza cinese. D’accordo, nelle foto Xi Jinping non appare affatto entusiasta della visita, e Kim sembra più un vassallo che un ospite. In ogni caso il risultato è sensazionale.
E aggiungiamo pure una terza considerazione. Si rammenterà che Kim lanciava missili a più non posso, e che nei siti nordcoreani venivano compiuti esperimenti nucleari con preoccupante frequenza, causando (a quanto si dice) persino terremoti. Adesso lanci ed esperimenti sono cessati, mentre l’ultima parata militare a Pyongyang si è svolta in tono minore e ha ricevuto dai media locali una copertura assai meno intensa rispetto al passato anche recente.

C’è da chiedersi cosa ha causato mutamenti così rilevanti e formulo, a tale proposito, un’ipotesi che molti troveranno indigesta. A ben pochi piace Donald Trump, e il primo anno di presidenza non ha fatto che confermare che il tycoon è una persona quanto meno sgradevole. Eppure in politica estera (in quella interna degli Usa non voglio ora entrare) il suo approccio al problema coreano, in apparenza roboante e muscolare, ha sinora prodotto risultati migliori di quelli ottenuti dal tanto osannato Obama e dai suoi predecessori.
Trump ha individuato subito nella RPC l’attore fondamentale, facendo su Pechino pressioni (anche economiche e commerciali) che hanno avuto effetto. In secondo luogo la Cina ha capito che, a questo punto, le giova riassumere le vesti del “grande protettore”, rinnovando uno schema già in uso ai tempi di Mao Zedong e Deng Xiaoping. Per non parlare del massiccio intervento militare cinese nel conflitto coreano che consentì a Kim Il-sung, nonno dell’attuale leader, di sopravvivere politicamente e di salvare la Repubblica Popolare da lui stessa fondata.

Il ruolo di Trump negli ultimi avvenimenti coreani è stato fondamentale. Mentre alcuni ambienti militari Usa premevano per un attacco immediato – e rischiosissimo – volto a decapitare il regime di Pyongyang, il tycoon ha continuato a esercitare pressione su Xi Jinping, ottenendo infine il risultato sperato.
Le conseguenze, a cascata, sono evidenti. Se la situazione non cambia improvvisamente, il giovane dittatore di Pyongyang incontrerà in successione, e in tempi piuttosto brevi, il suo omologo di Seul Moon Jae-in, lo stesso Donald Trump e, fatto ancora più eclatante, il premier giapponese Shinzo Abe, dopo che il territorio nipponico veniva negli ultimi tempi sorvolato con allarmante frequenza dai missili di Kim. Insomma il dialogo nella regione pare garantito, e scongiurato il pericolo di una guerra nucleare improvvisa.

In conclusione due fatti debbono essere rimarcati. Il primo è che la Cina assume sempre più le vesti di superpotenza in grado di garantire l’equilibrio internazionale, facendo al contempo capire a tutti che, in Asia, nessuno può fare passi senza l’avallo di Pechino.
Il secondo, come si accennava dianzi, è che la demonizzazione del tycoon newyorkese a volte non paga. Certo la sua insensibilità per il tema dei diritti umani è a prova di bomba, e questo causa crisi di rigetto. Eppure Barack Obama e Hillary Clinton, che di diritti umani parlavano in continuazione, hanno conseguito in politica estera risultati scarsi per non dire negativi. E sembra, questo, un ottimo spunto di riflessione.

Il mistero del treno blindato

La foto della AP, l’Associated Presse che vale come conferma assoluta. I due, il leader cinese recentemente eletto presidente a vita Xi Jinping che stringe la mano all’ospite, Kim Jong-un, sommo leader coreano, anche lui a vita, fin che dura. La conferma delle dietrologie giornalistiche di ieri, una volta tanto, del viaggio a Pechino di Kim Jong-un, il primo all’estero dal suo insediamento avvenuto sette anni fa. La visita, avvenuta in risposta all’invito di Xi Jinping è iniziata domenica e si è conclusa ieri. A rivelarlo è stata la Cctv, la tv di Stato cinese.
Le date coincidono con gli spostamenti del treno dei misteri: un convoglio blindato che era arrivato a Pechino. Kim era accompagnato dalla moglie Ri Sol-ju ed è stato accolto da un banchetto seguito da uno spettacolo artistico. “Si è trattato di un solenne dovere”, ha dichiarato Kim secondo la Kcna, agenzia di stampa ufficiale nordcoreana che ha pure riportato l’invito accettato da Xi a ricambiare la visita.

Asse Pyongyang Pechino prima di Trump

Finora il leader di Pyongyang e quello di Pechino non si erano mai incontrati di persona. Dinamismo diplomatico della Corea, preliminare all’incontro programmato entro maggio con il presidente americano Donald Trump. E del viaggio di Kim le autorità cinesi -così dice Pechino- hanno informato martedì quelle di Washington. Kim Jong-un avrebbe ribadito la propria disponibilità ad un programma di denuclearizzazione deIla penisola coreana. Ma, ha precisato, lo stop al nucleare dipende dagli Usa e dalla Corea del Sud: «La situazione sulla penisola si sta sviluppando velocemente e molti cambiamenti importanti si stanno realizzando», ha ammesso. La Casa Bianca cerca ovviamente di incassare il suo tornaconto, e il rilancio diplomatico del Kim diventa si tratta la dimostrazione che «la campagna di massima pressione attuata dagli Usa ha creato l’atmosfera adeguata per il dialogo con la Corea del Nord».

Non solo strategie nucleari, ma affari

Non sono bombe atomiche ma anche affari. L’economia della Corea del Nord strangolata dalla sanzioni internazionali. Nel vertice Kim ha sottoposto quattro proposte di sviluppo dei rapporti con il Paese del dragone, anche se mancano dettagli in merito.
«Ho avuto colloqui di successo con il segretario generale Xi Jinping sullo sviluppo delle relazioni tra i due partiti e i due Paesi, sulla rispettiva situazione domestica, sul mantenimento della pace e della stabilità nella penisola coreana e su altre questioni», ha detto lo stesso Kim Jong-un durante il banchetto organizzato in suo onore dal presidente cinese. Corteggiamento reciproco, con alla spalle, certamente, ben altra sostanza. E forse la minaccia di una seconda guerra di Corea sfuma dagli incubi del terzo millennio.

Kim a sorpresa, dopo missili a sparate

A Pechino, per riallacciare i legami con lo storico alleato, lui, il Kim personalmente, e sarebbe la prima visita all’estero dalla presa del potere del 2011, e la prima di un ciclo che dovrebbe portarlo, se tutto andrà al meglio, ai due summit di fine aprile col presidente sudcoreano Moon Jae-in e a maggio con quello americano, Donald Trump. Sempre se le rivelazioni della segretissima impresa, saranno confermate.
A svelare il viaggio in Cina è stata l’agenzia Bloomberg dopo le immagini della Nippon tv sull’arrivo di un treno nordcoreano a Pechino, blindato e simile a quelli usati dal padre Kim Jong-il per gli spostamenti a Mosca e a Pechino, appena poco prima della sua scomparsa a dicembre 2011. Ulteriori dettagli, inclusi durata e programma, non sono ancora disponibili sulla missione che non è stata anticipata dai media nordcoreani, ma che include con ogni probabilità il presidente Xi Jinping, appena investito di un secondo mandato al vertice del Paese.

La versione diplomatica di Kim Jong-un

La mossa segue la decisione del presidente Trump di accettare un incontro con Kim dopo il disgelo tra le due Coree favorito dalle Olimpiadi invernali di PyeongChang e il desiderio del leader, hanno detto i funzionari sudcoreani che lo hanno incontrato poche settimane fa, di voler negoziare l’ipotesi di denuclearizzazione della penisola.
I legami tra Cina e Corea del Nord si erano raffreddati negli ultimi mesi, soprattutto dopo l’adesione di Pechino alle sanzioni Onu a causa dei programmi missilistici e nucleari di Pyongyang. Dalla sua salita al potere Kim, a differenza dei leader del passato -padre e nonno- non aveva ancora incontrato i vertici cinesi.
Intanto, la Corea del Nord ha rallentato le attività al suo sito nucleare di Punggye-ri, nel nordest del Paese, dove sono stati fatti gli ultimi test. Le ipotesi di ’38 North’, think tank della Johns Hopkins University, sono in linea coi recenti propositi di Pyongyang di avviare un dialogo.

Pechino accoglie un anonimo ospite

Il sempre discusso ‘protettorato’ cinese

Pechino è il tradizionale alleato di Pyongyang e il suo principale partner economico, ma i rapporti tra i due Paesi sono peggiorati negli ultimi anni, in parallelo ai continui test missilistici e nucleari nordcoreani che hanno indotto la Cina ad aderire in modo sempre più serio alle sanzioni internazionali varate dalle Nazioni Unite. La tempistica di alcuni test militari nordcoreani, inoltre, era apparsa come uno sgarbo alle autorità cinesi, andando a danneggiare alcuni appuntamenti interni o internazionali di grande rilevanza per Pechino.
I media giapponesi, nei mesi scorsi, erano giunti a ipotizzare che Kim avrebbe fatto eliminare lo zio Jan Song-taek nel 2013 dopo le voci secondo cui il parente avrebbe proposto alla Cina di appoggiare la sostituzione dello stesso Kim con il fratellastro Kim Jong Nam (eliminato nel febbraio dell’anno scorso).

Il treno blindato del mistero

Di fatto, molte attendibili ipotesi di mossa a sorpresa del leader coreano, ma di fatto, nessuna conferma. Le immagini dell’agenzia giapponese Kyodo a dare la prima notizia di un alto esponente nordcoreano in arrivo a Pechino via treno, ma chi? Mentre nella capitale cinese venivano prese insolite misure di sicurezza, compreso lo sgombero dei turisti da piazza Tienanmen. Le immagini del passaggio di un treno blindato speciale, simile a quello usato dal padre di Kim Jong-un, Kim Jong-il, durante la sua visita a Pechino organizzata poco prima della sua morte, nel 2011. Il governo cinese come da prassi non conferma. Immagini diffuse sui social media da testimoni mostrano anche un corposo corteo che percorre a tutta velocità le strade di Pechino Tweet.

Dalla caricature alla storia?

– Donald Trump voleva il suo momento storico, l’incontro da incorniciare, e se davvero incontrerà Kim Jong-un avrà ottenuto il suo scopo politico e d’immagine mai neppure immaginato.
– Per Kim, il passaggio dalla deificazione di regime in casa, alla considerazione stupita di chi scopre che la sua minacciosa diplomazia di atomiche, missili e olimpiadi ha vinto contro tutti.
Dunque, il leader della Corea del Nord ha chiesto al presidente americano un incontro per aprire i negoziati sul programma nucleare. Una enorme e inaspettata apertura diplomatica che porterebbe allo stesso tavolo due leader che fino a pochi mesi fa si scambiavano insulti, ‘vecchio rincitrullito’, al ‘Rockety boy’, intimidazioni a suon di test e bottoni nucleari, missili balistici su Hokkaido e minacce di scatenare ‘fuoco e fiamme’.
Due matti, siano a ieri. Per domani c’è da fidarsi?

Cosa potrà andare storto nell’accordo
tra Corea del nord e resto del mondo?

Pyongyang dice di voler sospendere il programma missilistico e “normalizzare” il rapporto con gli Stati Uniti. Ma spesso ha finto di prendere accordi, o ha preso accordi e poi li ha traditi
Per il momento abbiamo il messaggio di Pyongyang portato a Washington, passato al microscopio cerca intenzioni dei più alti funzionari per la sicurezza nazionale dell’amministrazione Trump.
Testa d’uovo di generali e spioni: il consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, il generale H.R. McMaster con il consigliere per la sicurezza nazionale sudcoreano, Chung Eui-yong, e il capo dell’intelligence, Suh Hoon, che all’inizio della settimana avevano parlato con il leader comunista.

Oltre i Tweet il negoziato

Poi sarà negoziato. Cosa l’America vorra offrire in cambio della denuclearizzazione. Anche se Trump vende propaganda su Twitter e dice che Kim ha “parlato di denuclearizzazione con i rappresentanti della Corea del Sud, non solo di congelamento” del programma, gli esperti, che sono persone serie, hanno notato che la Corea del Nord non ha parlato di interrompere il programma nucleare ma solo i test missilistici.
Molti osservatori restano scettici. Il consigliere per la politica asiatica di George W. Bush e quello di Barack Obama hanno spiegato che probabilmente Pyongyang sta solo cercando di aggirare le sanzioni. «Per capire cosa succede, scrive Giulia Pompili, bisogna ristudiare il 2009, quando Kim Jong-il costrinse Bill Clinton ad andare in Corea del Nord col pretesto di liberare le due giornaliste: oggi nelle galere di Pyongyang ci sono tre cittadini americani», scrive il Foglio.

Trump e le elezioni di Middle Term

Disponibilità e assieme durezza, è la linea politica e assieme di immagine che viene dalla Casa Bianca. Fino all’incontro, se mai sarà, le sanzioni resteranno in piedi così come procederanno le esercitazioni militari congiunte con Seul. «Non è prevista alcuna concessione in cambio dell’apertura al dialogo -ha avvertito un funzionario dell’amministrazione- Non ripeteremo gli errori degli ultimi 27 anni, le sanzioni e la massima pressione devono restare ed è ciò che differenzia la politica del presidente rispetto al passato perché le precedenti amministrazioni hanno spesso fatto concessioni alla Corea del Nord in cambio di colloqui».
Ma Trump è Trump, osservano in molti, ed anche la diplomazia è una sua personale emanazione che oggi c’è, domani chissà.

Poi le vere questioni asiatiche

Incontro Trump Kim in divenire, mentre a fine aprile si terrà il terzo summit intercoreano della storia: un incontro sul 38° parallelo tra Kim Jong-un e il presidente sudcoreano Moon Jae-in, che riguardo all’apertura verso gli Stati Uniti ha subito parlato di “pietra miliare per la pace”.
«Se il presidente Trump e il presidente Kim si incontrano, la completa denuclearizzazione della penisola coreana sarà messa sulla giusta strada sul serio». E mentre le Borse asiatiche sono state galvanizzate dalla notizia dell’imminente incontro, con rialzi incuranti dei dazi all’import di acciaio e alluminio formalizzati da Trump, anche il governo giapponese ha accolto positivamente “il cambio di postura” di Pyongyang.

Il ballo della Speranza sopra gli arsenali nucleari
«Si annuncia l’incontro fra il vecchio rimbambito Donald Trump e l’uomo-razzo Kim Jong-un», festeggia Adriano Sofri. Ma senza farci troppe illusioni, aggiungiamo noi.

Joshua Cooper Ramo, giornalista, analista, e molto altro

Commentatore di geopolitica NBC per le Olimpiadi invernali in Corea, legge la storia a destra della destra, lui che è anche vice presidente e co-chief executive di Kissinger Associates, e si fa cacciare per una quasi bestemmia storica, almeno in quel Paese.
Il cinquantenne rampante Joshua Cooper Ramo, prova ad esaltare l’importanza della presenza del Primo Ministro giapponese Shinzo Abe del Giappone. Il Giappone che occupò la Corea dal 1910 al 1945, proposto come esempio da imitare per la Corea di oggi. Vilipendio della storia e suicidio politico del co-chief executive di Kissinger Associates, forse finita nel mezzo, o forse no.

Joshua Cooper Ramo il terzo a destra

Interferenze NeoCon

L’atto d’accusa in lingua. «It was a clear attempt to sell the US Neocons’ policy of a South Korea-Japan alliance against North Korea». Un chiaro tentativo politico dei Neocons Usa di un’alleanza Corea del Sud-Giappone contro la Corea del Nord. Un atto arrogante e molto maldestro che, secondo le cronache, ha provocato una mezza rivolta popolare contro l’NBC, il Giappone, e gli Stati Uniti. Il tentativo di rilanciare un asse Usa, Tokio, Seul, contro Cina, Russia, Corea del Nord.
Pesantissime le accuse e i commenti coreani, che ricordano: «NBC commentator’s praising Japan’s colonization of Korea it’s the same as advocating Nazi persecution…». ‘Il commentatore NBC che elogia la colonizzazione della Corea da parte del Giappone è lo stesso che sostiene la persecuzione nazista..’.

NeoCon, molto Conservatives

Un simile personaggio chi ha deciso di mandarlo in Corea, e quali fini? Bastava una minima conoscenza della storia dell’imperialismo giapponese, delle atrocità che ha commesso prima e durante la seconda guerra mondiale. Il problema è che il ‘NeoCon’ è tanto ‘Con’ da sembrare persino un po’ nazista, quella parte di storia la conosce bene ma la condivide. Per fortuna, leggiamo, la campagna di Ramo ha ottenuto il risultato opposto. Scuse fatte dalla NBC, licenziato. Per lui divieto di ritorno in Corea e, alcuni dicono, in Asia.
Il New York Times sottolinea come le osservazioni di Ramo rafforzino le preoccupazioni tra molti sudcoreani su pressioni statunitensi. Perchè tutto questo è accaduto mentre il Presidente della Corea del Sud ha ospitato in pompa magna la sorella del leader della Corea del Nord, Kim Jong-un.

Chi è Joshua Cooper Ramos

1. Kissinger Associates’ vice chairman and co-chief,
2. Fedex, member of Board of Directors
3. Starbucks, member of Board of Directors
4. Goldman Sachs’ man in China (as man servant for then president John Lawson Thornton)
5. Council on Foreign Relations
6. Aspen Institute
7. World Economic Forum
8. Author of a books and stories calling for the dictatorship of Digital Age’s “Networks” and the annihilation of National Sovereignty.

Particolarmente interessante, Ramo è considerato il ‘manifesto’ per l’utopia neo globalista dell’«Age of Networks».
“L’età, l’epoca delle Reti”, secondo Gideon Rose, editor di Foreign Affairs Foreign Relations, il libro confessa brutalmente le tendenze dittatoriali di questa follia utopica, la ‘soluzione finale’ (che già come definizione suscita orrore) riservata a “individui, imprese e nazioni che non riusciranno e padroneggiare il ‘nuovo ordine’ …

Nessuno ormai dubita più dell’abilità manovriera di Kim Jong-un, del resto riconosciuta dallo stesso Donald Trump. Spedire al Sud la sorella Kim Yo-jong – piuttosto carina e fotogenica – in occasione dell’apertura delle Olimpiadi invernali è un’ottima mossa, in grado di creare scompiglio nel campo avversario.
E lo scompiglio si è puntualmente verificato. Si ipotizzava addirittura che Yo-song potesse incontrare il vice-presidente Usa Mike Pence e aprire così un collegamento diretto con Washington, ma tale scenario è stato subito scartato dagli americani per ragioni più che ovvie. Il dialogo sarebbe ovviamente utilissimo, ma presuppone una reciproca (per quanto minimale) fiducia che, allo stato attuale, non c’è proprio.

Si può allora osservare che la mossa di Kim ha comunque avuto un certo successo, soprattutto nella Corea del Sud. Di solito si pensa che Seul sia l’epicentro dell’ostilità nei confronti del Nord, ma le cose non stanno proprio così. Molti politici sudcoreani incluso l’attuale presidente Moon Jae-in, e una parte consistente dell’opinione pubblica sono favorevoli al dialogo e non approvano la politica dura adottata da Trump.
Anche in questo caso le ragioni sono evidenti, dal momento che il primo e più grave impatto di un eventuale conflitto nucleare riguarderebbe proprio la penisola coreana, visto che la stessa capitale sudista dista molto poco dal confine con il Nord. Tale atteggiamento irrita parecchio gli americani, che accusano il Sud di avallare in questo modo i ricatti di Pyongyang. Ma è evidente che la prudenza sudista è giustificata dalla situazione sul terreno.

D’altra parte Kim non perde occasione di sfruttare le incertezze degli avversari. Quest’anno, a differenza di quanto è avvenuto nel 2017, la grande parata militare annuale non è stata trasmessa in diretta e lo schieramento delle forze, ivi inclusi i missili nucleari, è stato minore. Ciò ha dato forza ai fautori del dialogo intercoreano e a tutti coloro che ritengono la massiccia presenza militare Usa nella penisola dannosa o, quanto meno, controproducente.
Questi giochi sottili potrebbero essere scompaginati all’istante qualora Trump decidesse di agire di testa sua, attaccando il Nord senza punto curarsi di ciò pensano il presidente sudcoreano e i fautori del dialogo in genere. Uno scenario senza dubbio possibile, anche se il tycoon, nel suo primo anno di presidenza, ha dimostrato di essere meno impulsivo (o meno folle) di quanto si temeva.

Kim sembra ora in una posizione di attesa. Ha diminuito le provocazioni, comprendendo che un eventuale attacco Usa avrebbe conseguenze devastanti. Ma, al contempo, non cessa di rivendicare per il proprio Paese lo status di potenza atomica, ben conscio che l’arsenale nucleare è l’unica garanzia di sopravvivenza per lui e il suo regime. E tale certezza gli deriva dalla fine che hanno fatto altri dittatori, per esempio Saddam Hussein e Gheddafi, che non avevano giocato tale carta.
Ormai pochissimi credono al mito della Corea del Nord quale unico regime comunista sopravvissuto, e Pyongyang appare sempre più come una sorta di monarchia ereditaria. Il problema è che il regime possiede un apparato propagandistico di grande efficienza che s’impadronisce delle menti dei cittadini sin dai primi anni di vita e, in tali condizioni, è impossibile pensare a una transizione pacifica.

Donald Trump ha tutto sommato ragione nel ritenere che sia Pechino a detenere le chiavi per la soluzione del caso coreano. I cinesi possono, se lo vogliono, strangolare economicamente la Corea del Nord, e sono anche in grado di lanciare un attacco militare che avrebbe buone possibilità di successo. È ovvio, però, che Xi Jinping dovrebbe spiegare tale azione al Plenum del PCC, e i suoi oppositori potrebbero a quel punto giocargli dei brutti scherzi.

Chi c’era, chi non c’era e chi ha fatto finta

PyeongChang 2018, Giochi olimpici invernali, la competizione più politica e meno sportiva dalle competizioni di Archea Olympia di circa 2800 anni fa. In tribuna la sorella del dittatore Kim, su, a nord, che ha stretto la mano al presidente sudcoreano Moon dopo il saluto tra i rappresentanti delle due delegazioni. Il vicepresidente americano Pence non ha preso parte alla cena con loro. Uno che pensa di regolare le questioni mediorientali rifacendosi alla Bibbia, forse mancava di suggeritori evangelici in materia orientale. Più probabilmente voleva segnare la diffidenza Usa sulle aperture nord coreane.

Il vicepresidente Usa Mike Pence

La cronaca da PyeongChang, da non fare confusione con la capitale nord coreana di PyonhJang è quasi televisivamente ossessiva quanto il festival di Sanremo. Con qualche spinto di novità in più. Cinque interminabili ore di cerimonia inaugurale, a gradi sottozero, a misurare la forza della fede politico sportiva legata all’avvenimento. Sino a ieri temevano di vedere testate atomiche volare tra i fronti, rozza sgarberia opposti del 38esimo parallelo, e oggi contiamo le strette di mano.

La delegazione nordcoreana è arrivata nella mattinata a Seul a bordo di un Ilyushin. Sul velivolo Kim Yo-jong, sorella del dittatore Kim ed esponente in ascesa della nomenklatura dello Stato comunista, annunciata nella tribuna d’onore insieme ad altri leader internazionali e, soprattutto, al vicepresidente americano Mike Pence e al presidente sudcoreano Moon Jae-in. Grande cortesia da parte dell’ospite sud coreano -foto della storica stretta di mano- rozza sgarberia altrui.

La cerimonia del PyeongChang Olympic Stadium, segna la riunificazione, almeno nella famiglia olimpica, di Pyongyang e Seul, a poche settimane dalle forti tensioni internazionali interrotte all’improvviso dalla riapertura del leader nordcoreano Kim jong-un. Il presidente sudcoreano Moon Jae-in ha accolto il capo della delegazione nordcoreana, Kim Yong-nam, capo dello Stato de facto: i due si sono stretti la mano e si sono messi in posa per le foto di rito.

La storica stretta di mano tra Kim Yo-chung, la sorella del leader nord coreano e il presidente del sud Corea

L’incontro è avvenuto a Yongpyeong, città vicina a PyeongChang, durante il ricevimento organizzato per 200 ospiti. Tra questi il vice presidente Mike Pence, che ha disertato la cena con i vertici dei due Paesi asiatici. Pence, arrivato in ritardo, ha scambiato i saluti con chi era al tavolo ma è andato via senza sedersi. L’alternativa a Trump, ancora per due anni e un pezzo, non offre gradi alternative di stile politico e far play. Forse vocazione personale, forse indicazioni dalla nuova Casa bianca.