martedì 19 marzo 2019

Corea del Nord

Corea, ritorno al punto di partenza?

Ci risiamo. Nel grande gioco dell’oca coreano, la paperella (forse) torna al punto di partenza. Ed è di nuovo emergenza diplomatica e strategica. Nei pensatoi dei servizi segreti americani, in quelli di Seul e nelle agenzie per la sicurezza nipponiche si sono accese tutte le lampadine rosse: Kim Jong-Un, il “Leader Supremo” dei comunisti del Nord, indispettito per il fallimento del vertice di Hanoi con Trump, avrebbe dato ordine di risuscitare il sito missilistico di Sanung-dong, vicino Pyongyang. La notizia è stata data dal South Korea Times e rilanciata dall’americana CNN e dalla britannica BBC, che ne ha fatto il pezzo di apertura. Per la verità, il sospetto che Kim giocasse con due mazzi di carte c’è sempre stato tra gli analisti che si occupano di studi strategici. Ma si pensava che l’idillio con Trump fosse ormai talmente consolidato (per reciproci interessi) da rendere improbabile un giro di valzer.

‘Hwasong-15’ intercontinentale

E invece, dietro il faccione sorridente di Kim, ripreso dalle foto ufficiali durante il pranzo di gala con Trump, in Vietnam, evidentemente si celava il desiderio di tornare alla vecchia filosofia del “pizzo”: o paghi o ti brucio la saracinesca. Detto fatto. Mentre i sudcoreani monitoravano il via-vai di camion dal sito di produzione del vettore balistico intercontinentale “Hwasong-15”, gli altrettanto preoccupatissimi specialisti del Pentagono passavano al microscopio le foto satellitari di Dongchang-ri, luogo dove vengono testati i missili. E che doveva già essere stato smantellato. La sentenza sembra inappellabile: Kim è stato pescato di nuovo con le dita nel vaso della marmellata e presto potrebbe nuovamente stupire il mondo (si fa per dire) lanciando a casaccio uno dei suoi gingilli nel Pacifico. Magari facendolo passare ancora sopra le teste dei sempre più atterriti giapponesi, che di Pyongyang non si sono mai fidati.

Sindrome (anche) cinese

Comunque, a dirla tutta, la puzza di bruciato arriva lontano, fino a Pechino. Il voltafaccia di Kim potrebbe essere stato dettato dai cinesi, veri sceneggiatori del copione coreano e che utilizzano il “babau” nucleare del Nord come arma di ricatto da far valere su più tavoli. A cominciare dal mortale confronto sui dazi doganali con gli americani. Il nostro vecchio pallino, quello delle crisi regionali che si saldano e diventano “macro-aree”, dando vita a conflitti globali, viene così sostanzialmente ribadito. Gratta gratta, sotto la vernice dei problemi di sicurezza (che ci sono) spunta ancora una volta il verde. Il colore dei dollari. Lo ribadisce anche il “Korea Times”, riprendendo e analizzando l’appello che il leader del Nord ha lanciato nei giorni scorsi attraverso la KCNA (Korean Central News Agency) e il “Rodong Sinmun”, l’organo ufficiale del Partito comunista.

Economia socialista non cinese

Kim vuole che il Paese s’impegni di più “per la costruzione di una grande economia socialista” che, evidentemente, cammina a scartamento ridotto. Secondo diversi think-tank americani, tra cui il prestigioso “Stratfor”, alla base delle ansie finanziarie di Kim ci sarebbe proprio il fallimento del vertice di Hanoi, dove Trump si sarebbe impuntato sullo scabroso tema delle sanzioni economiche. In sostanza, il Presidente americano avrebbe rifiutato di eliminarle o, quantomeno di attenuarle, in mancanza di precisi impegni da parte dei nordcoreani. Sospettati di perdere solo tempo e di allungare il brodo, per alzare il prezzo delle loro concessioni. Però la Casa Bianca, probabilmente, non si aspettava che l’ombroso Kim sarebbe ripartito al contrattacco, così la temperatura diplomatica è rapidamente salita. Almeno a sentire il tono delle dichiarazioni.

Teatro di mercato?

Trump ha prima detto che sarebbe stato “un po’ sorpreso” se Kim si fosse rimangiato la parola data. Venerdì ha però aggiunto, con toni cupi, che sarebbe stato “molto sorpreso”, facendo capire che le informazioni ricevute dai suoi servizi segreti gli avevano messo più di una pulce nell’orecchio. In effetti, la situazione resta fluida. Il Center for Strategic and International Studies parla di “una rapida ricostruzione dei siti di lancio” dopo il meeting di Hanoi. Un altro autorevole esperto, Joel Wit, già adviser di Bill Clinton, però frena: Kim è chiaramente impaziente e deluso dalla piega che hanno preso i negoziati. Ma ancora non si capisce bene cosa voglia fare. A scanso di equivoci, tanto per non sbagliare, il portavoce del Dipartimento di Stato, Robert Palladino, ha dichiarato che gli Stati Uniti “sono sempre pronti a riprendere nuovi negoziati”. Insomma, un film già visto.

Un giallo che parte da lontano

Figlia dell’ex ambasciatore di Kim a Roma, rimpatrio forzato in Corea?

Jo Song-gil, il diplomatico nordcoreano scomparso. La figlia rientrata a Pyongyang di sua volontà?

Da mesi, mistero sul destino di Jo Song-gil, il diplomatico nordcoreano, capo ad interim dell’Ambasciata di Roma, che lo scorso novembre è sparito nel nulla. Da ieri è peggio. Scompare anche la traccia di sua figlia, una ragazza di 17 anni che viveva insieme a lui e la madre e studiava nella Capitale. «È stata rimpatriata», dichiara in conferenza stampa a Seul un ex diplomatico di Londra a sua volta disertore: «Ora si trova in Corea del Nord sotto il controllo delle autorità». Dichiarazione senza possibilità di riscontro, e allarme anche politico soprattutto in Italia, da dove la giovane donna sarebbe stata prelevata / sequestrata.

Le notizie in possesso della Farnesina sulla figlia di Jo Song-gil si fermano al 14 novembre, dopo che la ragazza avrebbe chiesto di tornare dai nonni. «Per altre informazioni rivolgersi al Viminale», è la sgarberia ufficiosa dalla diplomazia verso Viminale / Salvini. Più che uno scaricabarile, uno scambio di sgarberia per interposta parte politica dopo le dichiarazioni dell’ex numero due dell’ambasciata nordcoreana a Londra sul sequestro della ragazza. Si invoca ufficialmente la prudenza e si chiamano i pompieri a sirene spiegate. Il sottosegretario M5S Manlio Di Stefano che soffia sul fuoco richiamando alla memoria il caso Shalabayeva e puntando il dito contro il Viminale di Matteo Salvini.

«La storia di Jo Song-gil e di sua figlia, diciassettenne, rapita dall’intelligence nordcoreana in Italia, se confermata, sarebbe un caso di una gravità inaudita. Quando avvenne una cosa simile, ovvero il famoso caso Shalabayeva, andai direttamente in Kazakhstan per incontrarla e capire cosa fosse accaduto e appurammo responsabilità dirette dell’allora Ministro dell’Interno Alfano. Ora – prosegue – è tempo di fare chiarezza anche su questo caso di novembre che riguarda l’ex ambasciatore nordcoreano a Roma e sua figlia, una giovane incolpevole che, nonostante dovesse essere tutelata in Italia, rischia di essere persino torturata da uno dei peggiori regimi al mondo».

Sparata personale alle ricerca di attenzione mediatica, o vero e proprio atto politico 5Stelle contro Salvini? Ricostruzioni anonime e ‘fonti qualificate’ (servizi segreti), dicono all’AdnKronos che la figlia di Jo Song Gil sarebbe tornata in patria il 15 novembre scorso e l’ambasciata avrebbe comunicato il rientro della ragazza alla Farnesina. “La ragazza, come risulterebbe anche al Ministero degli Esteri, avrebbe chiesto di tornare dai nonni ed il 15 novembre sarebbe stata prelevata dal personale dell’ambasciata, portata in aeroporto a Roma e riportata a Pyongyang, secondo quanto comunicato anche dalla stessa rappresentanza alla Farnesina”.

La Farnesina spiega che fu la ragazza -almeno formalmente- a chiedere il rimpatrio per tornare in Corea del Nord dai nonni. «Il 3 gennaio scorso la Farnesina aveva già reso noto di aver ricevuto per via diplomatica dall’Ambasciata della Corea del Nord a Roma la comunicazione relativa all’avvicendamento del funzionario presso l’Ambasciata stessa. La Farnesina ha ricevuto due note formali al riguardo. La prima, datata 20 novembre 2018, con la quale veniva data notizia dell’assunzione delle funzioni di Incaricato d’Affari a Roma da parte del Signor Kim Chon».

Ancora Farnesina, e ultima notizia ufficiale sulla ragazza. «La seconda comunicazione dall’ambasciata nordoreana, datata 5 dicembre 2018, con la quale si informava che l’ex Incaricato d’Affari Jo Song Gil e la moglie avevano lasciato l’Ambasciata il 10 novembre e che la figlia, avendo richiesto di rientrare nel suo Paese dai nonni, vi aveva fatto rientro, il 14 novembre 2018, accompagnata da personale femminile dell’Ambasciata. La Farnesina non dispone di alcuna altra informazione sulla vicenda». Formula diplomatica per un poco diplomatico scaricabarile su Viminale e servizi segreti assortiti.

Salvini venga a chiarire in Parlamento, chiedono deputati e senatori del Movimento 5 Stelle delle Commissioni Affari Esteri. Che vedono nero: «Non è tollerabile che agenti dell’intelligence di un Paese straniero agiscano indisturbati in territorio italiano compiendo attività illegali. La giovane rischia nel suo Paese di essere imprigionata e torturata». Tra preoccupazioni reali e campagna elettorale in corso, la vicenda resta oggettivamente torbida. Già la presunta fuga dello stesso ex ambasciatore Jo Song-gil da casa nostra, notizia diffusa all’inizio di gennaio dall’intelligence sudcoreana. Il diplomatico, 47 anni, esponente dell’aristocrazia di regime, padre e suocero a loro volta ambasciatori.

Jo Song-gil già sostituito all’ambasciata di Roma: al giallo della sua scomparsa si aggiunge ora quello della figlia. Della moglie nessuno parla. Voci dalla Corea nemica, a sud, raccontano di purghe che Kim Jong-un avrebbe scatenato tra le alte gerarchie di regime. Solo lo scorso anno avrebbe cancellato tra 50 e 70 alti funzionari, contrari al suo avvicinamento agli Stati Uniti. Tra questi anche Han Song-ryol, l’uomo di punta delle trattative con Washington, sparito nel nulla da mesi. Al suo posto Kim ha nominato il poco conosciuto  Kim Hyok-chol, ex ambasciatore in Spagna. La prossima settimana al vertice con Trump ad Hanoi ci sarà lui a fianco del presidente ereditario e a vita.

Kim a sorpresa in Cina
da Xi prima di Trump

Kim in Cina, da Xi prima di Trump, segnale al mondo
Il leader nordcoreano Kim Jong a sorpresa oggi a Pechino, accompagnato dalla first lady Ri Sol Ju, per una visita di tre giorni. Lo ha riferito l’emittente Cgtn. Con Kim ci sono anche il negoziatore per il nucleare Kim Yong Chol, il ministro degli Esteri Ri Yong Ho ed il collega della Difesa No Kwang Chol. Si tratta della quarta visita del leader nordcoreano in Cina nell’ultimo anno, ma questa era del tutto imprevista. Avviene mentre si lavora ad un secondo possibile summit tra Kim ed il presidente degli Stati Uniti Donald Trump dopo quello di giugno a Singapore. Ed è questo, a parere di molti, il segnale politico di questa ‘improvvisata’.

Oriente-Occidente
primato da ridiscutere

Nel clima di segreto che ancora circonda il Nord Corea, oggi sarebbe anche il giorno del 35esimo compleanno di Kim Jong-un, almeno questa è l’età supposta per Kim, visto che il suo anno di nascita non è chiaro al mondo. La Kcna ha confermato la missione, già resa nota dall’agenzia Nuova Cina. Nella tarda serata di lunedì, la Yonhap ha parlato di treno del Nord che aveva superato il confine a Dandong ipotizzando la presenza di Kim. Il viaggio in Cina segue le indiscrezioni sugli incontri in Vietnam tra funzionari Usa e del Nord dedicati al secondo summit Kim-Trump, che dovrebbe svolgersi a breve.

Nuove rigidità Usa
tifoserie da Seoul

Il governo della Corea del Sud ha accolto ovviamente con favore la visita di Kim in Cina. Nella speranza che i colloqui a Pechino possano aiutare a superare un po’ di inciampi che da qualche tempo arrivano da Washington non solo sul fronte Nordcoreano. La Corea del Nord vuole un allentamento delle sanzioni internazionali. In qualità di maggiore partner commerciale, la Cina svolge un ruolo chiave nell’attuazione delle misure punitive. Trump ha ribadito domenica che le sanzioni saranno confermate fino a quando non saranno fatti progressi sul disarmo.

Altra altalena Trump
dopo Siria e Afghanistan

Per memoria storica, Corea del Nord e Cina hanno combattuto nella Guerra di Corea (1950-53) contro gli Stati Uniti e la Corea del Sud, e non c’è ancora un trattato di pace. A Singapore, teatro Kim-Trump, vi fu la dichiarazione che prevedeva, a fronte di un impegno sulla sicurezza a favore del Nord, la “completa denuclearizzazione” della penisola. Da allora, tuttavia, i negoziati sono finiti in fase di stallo tra Washington che spingeva per un percorso irreversibile sul nucleare e Pyongyang che voleva un allentamento delle sanzioni. Domenica Trump ha ammesso che c’erano discussioni in corso con Kim con cui lui stesso aveva ‘indirettamente’ parlato.

Pechino mediatrice
ma partita dazi aperta

Problemi tra Washington e Pyongyang, ma non soltanto, vista la partita in corso sul fronte dei dazi (vedi il suicidio Apple ottenuto da Trump). Ormai noti i molti incontri avvenuti ad Hanoi tra funzionari Usa e del Nord dedicati proprio al secondo faccia a faccia tra Kim e Trump, dopo quello di Singapore. Il Vietnam, che nelle scorse settimane ha offerto la sua disponibilità a ospitare l’evento, vanta relazioni diplomatiche con Usa e Corea del Nord ed è il simbolo di un Paese comunista che ha riformato la sua economia. Kim che cerca il sostegno della Cina nel negoziato con Trump, utile anche per Pechino nel complesso dossier sul commercio con Washington.

Guai italiani resi
noti via Pechino

Problemi italiani con Kim Jong-un
PECHINO – «Jo Song-gil, per oltre un anno ambasciatore nordcoreano ‘reggente’ in Italia, ha chiesto asilo con la sua famiglia a inizio dicembre in un “imprecisato Paese occidentale”». Lo ha detto l’intelligence di Seul in una audizione parlamentare, ha riferito alla Yonhap il deputato Kim Min-ki. Il JoongAng Ilbo ha scritto che Jo è sotto protezione del governo italiano da inizio dicembre in vista della richiesta di asilo politico “in un imprecisato Paese occidentale”.
Jo Song-gil, 48 anni, ha ricoperto il ruolo di incaricato d’affari dal 9 ottobre del 2017 dopo l’espulsione dell’ambasciatore Mun Jong-nam in risposta al sesto test nucleare di settembre dello stesso anno fatto da Pyongyang violando le risoluzioni dell’Onu ed è conosciuto come “il figlio o il genero di un funzionario dei livelli più alti” del Nord, ha aggiunto il quotidiano.
All’Ansa, però, fonti della Farnesina smentiscono: “Non risulta una richiesta d’asilo da parte di un funzionario nordcoreano.

Jo Song-gil, il diplomatico nord coreano ‘scomparso’

«Richiesta d’asilo all’Italia», dice la furba diplomazia. Se poi Jo e famiglia sono ospiti di qualche altro governo non e questione. italiana.. Dov’è finito l’ambasciatore di Pyongyang? Più che alla Farnesina occorrerebbe chiedere all’Aise, i servizi segreti.

Profughi privilegiati

Problemi di politica internazionale sopratutto sul fronte americano, con l’incontro bis tra il leader nord coreano a Trump in preparazione da tempo. Ma rimaniamo alle fughe dal despota (da notare la variabile tra presidente o leader o despota o tiranno a variabile politico diplomatica). L’ultimo alto diplomatico nordcoreano a disertare è stato Thae Yong-ho, che ha abbandonato il suo incarico di vice ambasciatore a Londra nel 2016. Chi sa di cose orientali racconta che i diplomatici nordcoreani impiegati all’estero sono spesso tenuti a lasciare in patria diversi membri della famiglia – in genere bambini – per scoraggiare la loro defezione. Tuttavia Jo è arrivato a Roma nel maggio 2015 con moglie e figli, probabilmente perché appartiene a una famiglia privilegiata, suggerisce il quotidiano JoongAng. Sconosciuti al momento i motivi della probabile diserzione.

Corea e Kim nel ‘grande gioco’ Cina e Usa

Molti pensano che il rebus coreano stia finalmente per risolversi grazie alle continue aperture di Kim Jong-un, e alla calorosa accoglienza ad esse riservata dal suo corrispettivo del Sud Moon Jae-in. In realtà, anche se la situazione nella penisola è migliorata, è lecito nutrire al riguardo dubbi più che corposi.
E’ chiaro, infatti, che in Corea è in atto un “grande gioco” tra Cina e Stati Uniti, per certi versi paragonabile a quello che vide impegnate, nell’800, Inghilterra e Russia zarista per assicurarsi il predominio nel Medio Oriente e in Asia centrale.

Per quanto riguarda la Cina, Xi Jinping ha fatto capire al mondo che la Corea del Nord è molto meno autonoma di quanto si credesse. E’ bastato infatti che Pechino minacciasse di tagliare una volta per tutte i ponti con Pyongyang per indurre Kim a più miti consigli. E non si tratta soltanto dello spettro nucleare.
La Repubblica Popolare è interessata alla stabilità dell’area per continuare il processo di espansione – anche militare – nel Mar Cinese Meridionale, e non vuole che vengano messi in pericolo i suoi grandi progetti strategici globali come la “nuova via della seta”. Né vede di buon occhio un’eccessiva presenza americana in Corea, che le minacce di Kim finiscono inevitabilmente per incoraggiare.

D’altro canto Donald Trump, che non ha esitato a dichiarare una vera e propria guerra commerciale alla Cina, non desidera un riavvicinamento troppo forte tra le due Coree. Al pari del gruppo dirigente di Pechino per quanto concerne il Nord, il tycoon vuole mantenere intatto il potere statunitense a Seul, e ciò spiega la perplessità americana circa l’entusiasmo di Moon Jae-in per le ultime mosse di Kim.
Siamo insomma in presenza del classico contrasto tra due grandi potenze (o “imperi”) per delimitare le rispettive sfere d’influenza. Il giovane leader nordcoreano si è illuso di poter giocare su tutti i tavoli grazie alla minaccia di utilizzare l’arsenale atomico. Ma si è pure visto che l’autarchia assoluta predicata dallo “Juche”, la dottrina ultranazionalista elaborata dal fondatore Kim Il-sung, è più illusione che realtà.

La stranezza della situazione è ancor più accentuata da un problema davvero fondamentale. In apparenza Nord e Sud stanno progettando una collaborazione sempre più stretta tra i due Stati. Moon ha recentemente affermato che Kim è disposto a rinunciare all’arsenale nucleare in cambio di consistenti aiuti per lo sviluppo economico del suo Paese.
Ma, anche qui, i dubbi sono più che legittimi. Uno sviluppo economico di marca liberista come quello del Sud implica, necessariamente, grandi cambiamenti nell’ordinamento socio-politico del Nord. In altri termini, è impensabile che uno Stato governato per decenni da un’unica famiglia possa modificare d’un tratto la gestione della vita economica, politica e sociale. Contatti intensi sono destinati a mettere in pericolo il potere dei Kim (che, non dimentichiamolo, dura dal 1948: addirittura un anno prima della vittoria di Mao in Cina).

I coreani hanno ovviamente il diritto di sperare che la loro nazione ritrovi finalmente l’unità. Tuttavia resta il fatto che non si sbaglia notando che, per i Kim, l’arsenale atomico è una sorta di “assicurazione sulla vita”. Il suo smantellamento condurrebbe inevitabilmente alla loro caduta.
In questo scenario Pechino può giocare con pazienza le sue carte. Ai cinesi interessa avere uno Stato amico ai confini e, anche per loro, l’unificazione non è certo il massimo. Non è detto, tuttavia, che il futuro della famiglia Kim sia garantito. Meglio sarebbe, dal loro punto di vista, un partito comunista gestito collegialmente e non da una dinastia inamovibile.

Dopo lo show mediatico
fatto passare per diplomazia

L’accordo con Trump una beffa. La Corea del Nord bara. Spudoratamente. Chi nasce tondo non può morire quadrato e Kim Jong-Un, che rotondetto lo è già di suo, proseguendo la tradizione di famiglia cerca di spennare i polli che via via si siedono al suo tavolo di biscazziere. Questa volta è toccato a Donald Trump, che tronfio come un tacchino aveva annunciato “urbi et orbi” i suoi successi diplomatici, frutto di una strategia studiata per ammorbidire il dittatore di Pyongyang, inducendolo a rinunciare al nucleare. Ma quando mai! Kim ha solo arraffato quello che i babbioni americani gli hanno offerto su un piatto d’argento e poi, con una solida faccia tosta, ha ripreso a fare quello che faceva prima: consolidare il suo arsenale atomico e, soprattutto, studiare nuovi missili balistici in grado di abbrustolire mezza California.

La ferale notizia, che già circolava da qualche settimana nelle segrete stanza della diplomazia “parallela”, è esplosa ieri, dopo che la Reuter e l’Associated Press hanno sdoganato un rapporto (che doveva rimanere “confidential”) commissionato dall’Onu per verificare la sincerità di Kim. Il risultato? Mani ai capelli. Le 149 pagine del documento sembrano un bollettino di guerra e sanciscono la colossale presa in giro (è un eufemismo) studiata dai nordcoreani per imbonire la Casa Bianca e il caravanserraglio degli “adviser” presidenziali. Dunque, il “report” ha tutte le caratteristiche di un montante sinistro esploso da Mike Tyson alla bocca dello stomaco di “The Donald”.

Per farla breve, gli esperti delle Nazioni Unite scrivono che non solo la Corea del Nord continua a rimpolpare i suoi programmi nucleari e missilistici, ma aggira anche le sanzioni commerciali con trucchi da magliari e, soprattutto, prosegue imperterrita a vendere armi e tecnologia militare a mezzo mondo, Siria compresa. Kim si procura “illecitamente” benzina e carbone con una specie di gioco delle tre carte, anzi, delle tre navi, contrabbandando materie prime in alto mare e trasferendole grazie ai favori di un blocco di nazioni compiacenti. Cina e Russia in testa. L’utilizzo di navi-pirata ricorda un po’ alla lontana quello che i tedeschi facevano, nella prima e nella seconda guerra mondiale, con i cosiddetti “incrociatori ausiliari”.

Ancora padroni del mondo?

Gli imbrogli si estendono anche al settore delle transazioni finanziarie e dei movimenti bancari. Mentre le armi “Made in North Korea” arrivano su teatri bellici ad alto rischio, come Libia, Sudan e Yemen. Con Damasco, invece, la cooperazione sarebbe ancora a più alto livello. E il possibile coinvolgimento dell’Iran in questo colossale giro di risicatissimo export, avrebbe già messo in campana gli israeliani, i quali temono che Hezbollah, in Libano e Siria, possa diventare uno dei terminal privilegiati del traffico di materiale militare di ultimissima generazione. Secondo il rapporto dell’Onu, i nordcoreani sarebbero maestri nel truccare i documenti di bordo, alterare i segnali GPS e scatenare una sorta di guerra elettronica sotterranea, con la quale confondere gli osservatori internazionali, compresi radar e satelliti.

E gli Stati Uniti? Sanno tutto, ma finora hanno fatto finta di niente. La Cia ha comunicato a Trump i dettagli del contrabbando, specie per quanto riguarda la benzina. Potrebbero essere stati importati “a nero” da Pyongyang un milione di barili di carburante, oltre la soglia dei 500 mila fissati dalle sanzioni, per un totale di 90 violazioni documentate. Inoltre, secondo i servizi segreti Usa, le spie “finanziarie” di Kim operano indisturbate in almeno cinque Paesi, che fanno loro da sponda, consentendo operazioni di copertura e di vera e propria “lavanderia” valutaria. Così i conti chiusi in Europa vengono “miracolosamente” riaperti il giorno dopo in Asia. La capacità di Kim di prendere per il naso Trump (è sempre un pietoso eufemismo) fa addirittura scuola.

E il prestigioso South China Morning Post gli ha addirittura dedicato un’inchiesta, condotta da Edward Howell. In America, sia il Washington Post che il New York Times avevano già sentito puzza di bruciato. Pubblicando articoli che descrivevano la frenetica attività diplomatica di Mike Pompeo, il Segretario di Stato, che sta zompando di qua e di là per metterci una pezza. Per quanto ci riguarda, al tempo del tanto osannato vertice di Singapore, avevamo scritto che tutto andrà come Pechino vorrà. Ma con la storia dei dazi doganali non è che Trump si sia guadagnato la benevolenza degli amici-nemici cinesi. Ergo: forse una bella tirata al guinzaglio di Kim basterà, agli omini con gli occhi a mandorla, per riportare il sereno. E per ricordare alla Casa Bianca chi comanda oggi nel mondo.

Non solo bombe atomiche. Ma anche micidiali spore di antrace, il virus del vaiolo e una bella infornata di bacilli della peste bubbonica. Il quadretto non esce dalla “Storia della colonna infame” di Manzoni, ma arriva in diretta dall’Estremo Oriente. E l’untore in questione è ormai tristemente “popolare” in mezzo pianeta: il dittatore nordcoreano Kim Jong-Un. Il “Belfer Center” dell’Università di Harvard ha tirato fuori un report che fa accapponare la pelle e che, qualora ce ne fosse ancora bisogno, testimonia il rischio elevatissimo di devastanti conflitti nella Penisola coreana. E non solo. Lo studio analizza la possibilità (anzi, la certezza) che gli arsenali di Pyongyang siano stipati di armi biologiche, pronte a essere lanciate su sudcoreani e giapponesi, primi “nemici” a tiro. Ma non si salvano manco gli americani, dal momento che i micidiali agenti patogeni potrebbero imbottire le testate dei missili balistici intercontinentali che Kim ha messo in cantiere. La paura, insomma, fa novanta.

La minaccia di una guerra biologica non fa dormire sonni tranquilli alla Casa Bianca, che potrebbe essere tentata di darci un taglio e di partire al contrattacco. Ipotesi che fa rabbrividire, specie se esperti di indiscussa fama, come l’ex Direttore della Cia, James Clapper, dicono che “rischiamo la terza guerra mondiale” e che Trump ci sta portando di gran corsa, come il pifferaio di Hamelin, verso il precipizio. Clapper, in un’intervista alla CNN, si è detto preoccupatissimo, perché una mossa sbagliata degli americani potrebbe far saltare il banco, innescando una catena di reazioni e controreazioni fino al disastro finale. Si tratta di uno scenario simile a quello della “Crisi di luglio” del 1914, quando, a chiacchiere, nessuno voleva la guerra che, però, scoppiò il mese dopo come risultato di una sommatoria di errori diplomatici. Certo, parlare di “terza guerra mondiale” è un po’ una forzatura. Oggi cinesi, americani e russi le guerre che contano le fanno solo dentro le banche e a colpi di dollari, ma pensare a un “olocausto regionale” nel Pacifico non è sbagliato.

Tornando al rapporto del “Belfer Center”, esso sottolinea come l’impatto del “rischio biologico” sulla psicologia delle masse sia devastante. Queste armi sono concepite per uccidere lentamente, contagiando in maniera esponenziale intere popolazioni ed esponendo i governi a costi proibitivi, sia sul versante della prevenzione, che su quello, ancora più oneroso, della cura dei cittadini colpiti dalle malattie infettive causate dai microbi disseminati dopo un attacco. La spesa necessaria a fronteggiare una tale emergenza sarebbe tale da fare implodere qualsiasi sistema sanitario nazionale. Kim lo sa e gioca spregiudicatamente su questo tavolo. I suoi strateghi gli hanno spiegato che, ai potenziali bersagli, costa molto di più prevenire, affrontare e gestire le conseguenze di un attacco biologico piuttosto che mettersi d’accordo con Pyongyang. Il ricatto è sempre quello in stile camorra: o paghi o ti brucio la saracinesca.

Con l’avvertenza che il prezzo della “protezione” adesso si è alzato e comprende anche la garanzia, scritta e controfirmata, sulla sopravvivenza dell’incartapecorito regime comunista e dello stesso Kim, che comincia a temere di fare la fine di qualche imperatore romano, accoltellato dai suoi stessi pretoriani. Pare, infatti, che una delle opzioni sul tavolo sia quella di fargli la festa. Ne ha accennato, di straforo, l’attuale capo della Cia, Mike Pompeo, che ha parlato della necessità di “unire gli sforzi” per fermare Kim. Un appello ai cinesi? Si conoscono anche i piani, più o meno “segreti”, studiati dai sudcoreani (“Operazione decapitazione” si chiamerebbe la trama). Quindi, per salvare la pellaccia, è il caso di dirlo, il dittatore ora si aggrappa anche alla peste bubbonica. D’altro canto, la storia e la vita insegnano che si trova sempre un “servo fedele” pronto a sbarazzarsi del padrone. Basta pagargli il prezzo giusto.

Chiamatela pure Lady Kim. Kim-Yo-jong, sorella di Kim Jong-un, sei anni fa piangeva la morte del padre Kim Jong-il, oggi, è la donna più potente della Corea del Nord dopo la madre, Ri sol-ju. Kim è la responsabile della propaganda e da oggi fa parte del ristrettissimo Politburo, ad appena 30 anni. Al fianco del fratello e di pochi uomini fidatissimi, sarebbe la stratega del delitto Kim Jong-nam, il suo stesso fratellastro, unico ipotetico contendente al trono. E’ sempre lei a proteggere l’immagine del fratello, monitora i suoi spostamenti, si occupa di economia ed è stata inserita nella lista nera del ministero del tesoro Usa per “gravi abusi dei diritti umani”. Sarebbe responsabile anche per quanto riguarda l’omicidio dello zio Jang Song-thaek, dialogatore con Pechino, potente marito della sorella di Kim Jong-il nonché cassiera della famiglia, ruolo che oggi è passato nelle mani di Kim-Yo-jong.

Insieme a Kim Yo-jong entrano nel Politburo il ministro degli Esteri Ri Yong Ho, già al centro delle polemiche, Kim Jong Siki e Ri Pyong Chol, legati allo sviluppo del programma missilistico. Il segnale è chiaro: Kim vuole lavorare sulla propaganda, la diplomazia e il riarmo. Per oggi, visto che può costruire e disfare le stanze dei bottoni un po’ quando gli pare.

Sono 2 anni che Lady Kim guida l’immensa sezione destinata alla promozione del culto del capo, ovvero il Dipartimento Agitazione e Propaganda del Partito dei Lavoratori con qualche spruzzatina di pop internazionale per rinnovare il culto del potere. Dennis Rodman, ex stella Usa del basket è uno dei testimonial della Corea del Nord e creatura della propaganda ingegnosa di Lady Kim. Kim-Yo-jong ha studiato in svizzera dal 1996 al 2000 con i due fratelli, la sua prima apparizione pubblica è stata nel 2011, durante il funerale del padre. Dalle lacrime all’eredità, in pochissimi anni ha scalato tutte le posizioni di potere. Oggi, con il fratello, sono gli unici millennials presenti nel Politburo. Rinnovamento sì, ma teniamo le cose in famiglia.