lunedì 25 giugno 2018

Corea del Nord

Non solo bombe atomiche. Ma anche micidiali spore di antrace, il virus del vaiolo e una bella infornata di bacilli della peste bubbonica. Il quadretto non esce dalla “Storia della colonna infame” di Manzoni, ma arriva in diretta dall’Estremo Oriente. E l’untore in questione è ormai tristemente “popolare” in mezzo pianeta: il dittatore nordcoreano Kim Jong-Un. Il “Belfer Center” dell’Università di Harvard ha tirato fuori un report che fa accapponare la pelle e che, qualora ce ne fosse ancora bisogno, testimonia il rischio elevatissimo di devastanti conflitti nella Penisola coreana. E non solo. Lo studio analizza la possibilità (anzi, la certezza) che gli arsenali di Pyongyang siano stipati di armi biologiche, pronte a essere lanciate su sudcoreani e giapponesi, primi “nemici” a tiro. Ma non si salvano manco gli americani, dal momento che i micidiali agenti patogeni potrebbero imbottire le testate dei missili balistici intercontinentali che Kim ha messo in cantiere. La paura, insomma, fa novanta.

La minaccia di una guerra biologica non fa dormire sonni tranquilli alla Casa Bianca, che potrebbe essere tentata di darci un taglio e di partire al contrattacco. Ipotesi che fa rabbrividire, specie se esperti di indiscussa fama, come l’ex Direttore della Cia, James Clapper, dicono che “rischiamo la terza guerra mondiale” e che Trump ci sta portando di gran corsa, come il pifferaio di Hamelin, verso il precipizio. Clapper, in un’intervista alla CNN, si è detto preoccupatissimo, perché una mossa sbagliata degli americani potrebbe far saltare il banco, innescando una catena di reazioni e controreazioni fino al disastro finale. Si tratta di uno scenario simile a quello della “Crisi di luglio” del 1914, quando, a chiacchiere, nessuno voleva la guerra che, però, scoppiò il mese dopo come risultato di una sommatoria di errori diplomatici. Certo, parlare di “terza guerra mondiale” è un po’ una forzatura. Oggi cinesi, americani e russi le guerre che contano le fanno solo dentro le banche e a colpi di dollari, ma pensare a un “olocausto regionale” nel Pacifico non è sbagliato.

Tornando al rapporto del “Belfer Center”, esso sottolinea come l’impatto del “rischio biologico” sulla psicologia delle masse sia devastante. Queste armi sono concepite per uccidere lentamente, contagiando in maniera esponenziale intere popolazioni ed esponendo i governi a costi proibitivi, sia sul versante della prevenzione, che su quello, ancora più oneroso, della cura dei cittadini colpiti dalle malattie infettive causate dai microbi disseminati dopo un attacco. La spesa necessaria a fronteggiare una tale emergenza sarebbe tale da fare implodere qualsiasi sistema sanitario nazionale. Kim lo sa e gioca spregiudicatamente su questo tavolo. I suoi strateghi gli hanno spiegato che, ai potenziali bersagli, costa molto di più prevenire, affrontare e gestire le conseguenze di un attacco biologico piuttosto che mettersi d’accordo con Pyongyang. Il ricatto è sempre quello in stile camorra: o paghi o ti brucio la saracinesca.

Con l’avvertenza che il prezzo della “protezione” adesso si è alzato e comprende anche la garanzia, scritta e controfirmata, sulla sopravvivenza dell’incartapecorito regime comunista e dello stesso Kim, che comincia a temere di fare la fine di qualche imperatore romano, accoltellato dai suoi stessi pretoriani. Pare, infatti, che una delle opzioni sul tavolo sia quella di fargli la festa. Ne ha accennato, di straforo, l’attuale capo della Cia, Mike Pompeo, che ha parlato della necessità di “unire gli sforzi” per fermare Kim. Un appello ai cinesi? Si conoscono anche i piani, più o meno “segreti”, studiati dai sudcoreani (“Operazione decapitazione” si chiamerebbe la trama). Quindi, per salvare la pellaccia, è il caso di dirlo, il dittatore ora si aggrappa anche alla peste bubbonica. D’altro canto, la storia e la vita insegnano che si trova sempre un “servo fedele” pronto a sbarazzarsi del padrone. Basta pagargli il prezzo giusto.

Chiamatela pure Lady Kim. Kim-Yo-jong, sorella di Kim Jong-un, sei anni fa piangeva la morte del padre Kim Jong-il, oggi, è la donna più potente della Corea del Nord dopo la madre, Ri sol-ju. Kim è la responsabile della propaganda e da oggi fa parte del ristrettissimo Politburo, ad appena 30 anni. Al fianco del fratello e di pochi uomini fidatissimi, sarebbe la stratega del delitto Kim Jong-nam, il suo stesso fratellastro, unico ipotetico contendente al trono. E’ sempre lei a proteggere l’immagine del fratello, monitora i suoi spostamenti, si occupa di economia ed è stata inserita nella lista nera del ministero del tesoro Usa per “gravi abusi dei diritti umani”. Sarebbe responsabile anche per quanto riguarda l’omicidio dello zio Jang Song-thaek, dialogatore con Pechino, potente marito della sorella di Kim Jong-il nonché cassiera della famiglia, ruolo che oggi è passato nelle mani di Kim-Yo-jong.

Insieme a Kim Yo-jong entrano nel Politburo il ministro degli Esteri Ri Yong Ho, già al centro delle polemiche, Kim Jong Siki e Ri Pyong Chol, legati allo sviluppo del programma missilistico. Il segnale è chiaro: Kim vuole lavorare sulla propaganda, la diplomazia e il riarmo. Per oggi, visto che può costruire e disfare le stanze dei bottoni un po’ quando gli pare.

Sono 2 anni che Lady Kim guida l’immensa sezione destinata alla promozione del culto del capo, ovvero il Dipartimento Agitazione e Propaganda del Partito dei Lavoratori con qualche spruzzatina di pop internazionale per rinnovare il culto del potere. Dennis Rodman, ex stella Usa del basket è uno dei testimonial della Corea del Nord e creatura della propaganda ingegnosa di Lady Kim. Kim-Yo-jong ha studiato in svizzera dal 1996 al 2000 con i due fratelli, la sua prima apparizione pubblica è stata nel 2011, durante il funerale del padre. Dalle lacrime all’eredità, in pochissimi anni ha scalato tutte le posizioni di potere. Oggi, con il fratello, sono gli unici millennials presenti nel Politburo. Rinnovamento sì, ma teniamo le cose in famiglia.