martedì 25 giugno 2019

Corea del Nord

Tra il verosimile e il vero

Le purghe di Kim, quelle vere, quelle inventate. E perché adesso?
La notizia è di quelle che, di primo acchito, potrebbe anche essere fondata, Dunque, Kim Jong-un avrebbe fatto fucilare o incarcerare i suoi “adviser”, quelli che hanno (mal) preparato il vertice di Hanoi con Trump. Certo, il capo ha sempre ragione. Punto. E se sbaglia è perché sbagliano gli altri, dandogli pessimi “consigli” e preparando la strada ai suoi insuccessi. Finendo per renderlo “ridicolo”. Beh, Kim Jong-Un, padre-padrone della Corea del Nord, non brilla certo per humor. E odia perdere. Così, secondo quanto scrive il “Chosun Ilbo”, ripreso urbi et orbi da tutti i più autorevoli media internazionali (tra gli altri, BBC, New York Times, South China Morning Post, Korean Times e Guardian) si sarebbe liquidato, con un cenno della mano, i suoi più stretti “adviser”: quelli che lo hanno “mal consigliato” ad Hanoi, durante il suo secondo vertice con Trump. Partito per il Vietnam con rulli di tamburi e squilli di trombe, purtroppo (per i suoi aiutanti) Kim è tornato a casa… trombato. Dice il New York Times.

Crisi vera sulla Corea del Nord

Il Presidente Usa ha girato i tacchi e l’ha lasciato con la mano tesa, dicendo che continuare a dialogare era una perdita di tempo, perché lui le sanzioni non le avrebbe toccate nemmeno di una virgola. Fossero pure le scatolette del cibo per i gatti (anche perché a Pyonyang gatti non se ne vedono da un pezzo…) Insomma, Corea del Nord alla fame, soldi per la politica nucleare gettati dalla finestra e faccia alla vergogna. Dato che il meeting era stato preparato con la grancassa, per fare… gran cassa, il dittatore nordcoreano si è imbufalito. Dopo essersi sciroppato due giorni di treno per tornare a mani vuote, Kim non avrebbe perso tempo, e si sarebbe sciroppato pure i collaboratori. Come dice, appunto, il “Chosun Ilbo”. Bufala? Se così fosse, sarebbe stata ben confezionata. Anche se non era proprio fresca di giornata, dato che gli americani, dietro le quinte, confessano di avere sentito già da un pezzo puzza di bruciato, Insomma, qualcosa non gli quadrava.

Parenti serpenti e fantasia noir

A Kim Hyok-Chol, capo-negoziatore con gli americani, Kim Jong-Un avrebbe riservato il plotone di esecuzione; Kim Song-Hiye, una esperta di energia atomica, sarebbe stata spedita a spalare carbone; mentre un altro numero imprecisato di “sherpa” diplomatici e alti ufficiali (forse quattro) sarebbero stati messi al muro (per corruzione?). “Desaparecido” anche il leader (sulla carta) del Partito dei Lavoratori, tale Kim Yong-Chol. E ce n’è anche per la sorella, Kim Yo-Yong, colpevole di agitarsi troppo davanti ai fotografi. Le sarebbe stato “consigliato” di assumere un “basso profilo”, perché la sua “skyline” potrebbe diventare definitivamente orizzontale. D’altro canto, aspettando conferme, coi parenti Kim va per le spicce. Si è sbarazzato da un giorno all’altro dello zio Jang Song-Thaek (numero due del regime), facendolo diventare un numero decimale. Per molto tempo si era detto che lo avesse gettato in pasto a cento cani.

Servizi segreti e bufale ‘aversane’

La notizia, diffusa da quei birichini dei servizi segreti sudcoreani, è poi risultata falsa. Anche perché in Corea del Nord, in genere, sono le persone a mangiare i cani. Beh, insomma, lo ha fatto ammazzare. Forse e più sbrigativamente con qualche raffica di mitragliatrice. Un cannoncino contraereo sarebbe stato invece utilizzato per il generale Hyon Yong-Chol, comandante in capo delle forze armate, colpevole di essersi addormentato a una parata militare davanti al “Giovane Leader”. E così Kim, pietosamente, ha deciso di farlo dormire… per l’eternità. Veleno (nervino) sarebbe invece stato utilizzato per spedire nei paradisi proletari il fratello Kim Jong-Nam e la zia Kim Yong-Hui. Certo, su molti “scoop” bisogna fare la tara perché sembrano più grosse di una bufala “aversana”. Si parla di barbieri gettati dall’elicottero, fidanzate eliminate con uno schiocco delle dita e (presunti) avversari di partito “evaporati” per sempre, come nei giornaletti di Mandrake.

Frottole tra Pyongyang e il Paradiso

Sicuramente, c’è molto di “costruito” a tavolino. The Guardian, a suo tempo, scrisse che erano spariti dalla circolazione “almeno una cinquantina di alti ufficiali” colpevoli di aver guardato alla televisione i teleromanzi-polpettone della tv di Seul. Ma anche in questo caso molti esperti parlarono apertamente di “esagerazioni”. Lo stesso Segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, ha ammesso di avere sentito qualcosa sulle ultime “purghe”, ma di non avere elementi per confermare il resto di niente. C’è però da aggiungere che le oltre 300 pagine del Rapporto Onu, sui crimini commessi da Pyongyang, spaccano il capello in quattro, paragonando la Corea del Nord alla Germania nazista. E che, last but not least, il Rodong Sinmun, organo ufficiale del regime, pubblica critiche violente contro non meglio precisati “traditori”. Insomma, una cosa è sicura: purghe o non purghe, con Kim Jong-un si scherza poco.

 

AVEVAMO DETTO

Corea, Kim torna cattivo e (forse) fa giustiziare i negoziatori con Trump

Così ce la raccontano

Corea, Kim torna cattivo e (forse) fa giustiziare i negoziatori con Trump
«Corea del Nord, Kim Jong-un fa giustiziare i negoziatori del fallito vertice di Hanoi con Trump (reuters». Nessun verbo al condizionale nel lancio della agenzia britannica che certamente non ha un suo ufficio a Pyongyang con suoi giornalisti testimoni, ma che rilancia notizie diffuse in Corea del Sud da fonti non particolarmente accreditate e non amiche dell’imprevedibile presidente-dittatore del nord, che forse è meno matto di quanto qualcuno vorrebbe farci credere.

Bugia compro bugia vendo

La ‘notizia’ dal quotidiano della Corea del Sud, ‘Chosun Ilbo’, rilanciato dalle principali testate Usa. «La Corea del Nord ha giustiziato l’inviato speciale per gli Usa Kim Yong Chol per il fallimento del vertice di Hanoi, in Vietnam, lo scorso febbraio, tra il dittatore di Pyongyang Kim Jong-un e il presidente americano Donald Trump». Trump fa il duro e il povero Kim Hyok Chol ci lascia la testa? Un Kim quasi troppo ‘cattivo’ per essere credibile, ma la ‘notizia’ intanto attraversa il mondo.

La stampa di Seul

In passato la stampa sudcoreana e il «Chosun Ilbo» in particolare hanno dato per giustiziati personaggi della nomenklatura nordcoreana che poi sono tornati in pubblico (la cantante «ex preferita» di Kim e il capo delle forze armate, che godono ancora oggi di ottima salute). La stampa sudcoreana quando scrive di Nord Corea cerca sempre notizie a sensazione, difficili da verificare e le loro fonti potrebbero essere/sono spesso «intossicate» dai servizi segreti per loro oscuri obiettivi.

Sterminio diplomatico

Kim Hyok Chol sarebbe stato ucciso a marzo insieme ad altri 4 funzionari del ministero degli Esteri di Pyongyang coinvolti nei lavori del vertice. La fonte del quotidiano di Seul ha riferito che a un quinto funzionario, Kim Yong-chol, interlocutore del segretario di Stato Mike Pompeo che ha incontrato a Washington (dove è stato ricevuto alla Casa Bianca da Donald Trump), è andata di lusso coi lavori forzati, mentre la signora Kim Song-hye è finita in un campo per prigionieri politici.

Chi sbaglia (forse) paga

Kim Yong-chol, secondo un dispaccio di inizio aprile della agenzia ufficiale coreana Kcna sulla sessione plenaria dell’Assemblea suprema del popolo, era entrato nella potente commissione sugli Affari statali, presieduta dal leader, con altri esponenti di primo piano della missione in Vietnam. Tuttavia, alla fine dello stesso mese, sia lui sia la sorella del leader, Kim Yo-jong, non risultavano nella delegazione che a Vladivostok ha partecipato al summit tra Kim e il presidente russo Putin.

‘Rodong Sinmun’, voce del Partito

Il quotidiano Rodong Sinmun, la voce del Partito dei Lavoratori, ha preso di mira gli “atti anti-partito e anti-rivoluzionari” contro il leader. «Agire come uno che riverisce il leader ma sogna qualcosa d’altro quando si gira, è un atto anti-partito e anti-rivoluzionario che getta via la fedeltà morale verso il leader, e tali persone non eviteranno il giudizio severo della rivoluzione. Traditori e ribelli che memorizzano solo parole di lealtà verso il leader in base alla situazione del momento».

Antipartito o antinotizia?

Forse tutto l’inverosimile può realmente accadere nel Nord Corea di Kim Jong-un, ma certamente tutto l’indicibile sta accadendo nel mondo del giornalismo internazionale ormai precipitato nella trappola web del ‘prendi e rilancia’, poi verificheremo. Dalla Corea del mistero, espressioni come “anti-partito”, “anti-rivoluzionario” rimandano alle turbolenze interne 2013, quando Kim ‘fece giustiziare’ (?) Jang Song-taek, suo zio e numero due, con l’accusa di alto tradimento.

 

INOLTRE…

Le purghe di Kim, quelle vere, quelle inventate. E perché adesso?

Missili messaggio

Kim lancia missili per rilanciare il negoziato con gli Usa
Seul registra i lanci e poi frena nel definirli: ‘projectiles’, ordigni, dalla freccia in poi. Termine vago per non caricare troppo il messaggio di quei ‘projectiles’. Alla fine è costretta a dire, “Probabilmente si tratta di missili a corto raggio”. Ed è la seconda volta in meno di una settimana che accade.
Secondo le prime ricostruzioni ancora parziali, sarebbero due i ‘projectiles’ partiti attorno alle 9.30 di mattina in Italia, dalla base di Sino-ri, a Nordovest della capitale Pyongyang.
Lanci davvero brevi: 270 e 420 chilometri verso Est, sorvolando il territorio della Corea del Nord per poi inabissarsi nel mare che lo separa dal Giappone. Nesssun timore e nessun messaggio diretto a Tokio.

Fiasco Hanoi

Chiarita più o meno la natura dei ‘projectiles’, il messaggio che si fa più forte e chiaro: se l’ondivago Trump non si deciderà a fare delle concessioni progressive, allentando la morsa delle sanzioni man mano che Pyongyang rinuncia al suo arsenale atomico, Kim Jong-un è pronto a far risalire la tensione nella Penisola.
La Casa Bianca sappiamo, insiste invece che la denuclearizzazione debba essere irreversibile prima di qualsiasi concessione, ma siamo a ‘mercanti in fiera’, con Trump più condizionato dell’impatto di qualsiasi decisione sull’opinione pubblica ed elettori, piuttosto che ai reali effetti strategici degli stessi accordi.

Messaggio ai vicini di casa

Messaggio multiplo e tempistica. I due ordigni sparati oggi non violano quindi la moratoria che Kim aveva promesso a Trump, ma certo inquietano senza ancora minacciarli i ‘vicini di casa’, Corea del Sud e Giappone, sollecitati a far pressioni su Washington. Non solo: da ieri Stephen Biegun, emissario di Trump sul nordcorea, è a Seul per discutere con i vertici locali su come riavviare il negoziato, attualmente su un binario morto. E da quella parti, le preoccupazioni sono anche altre, a molto gravi. Esempio, stima Nazioni unite, a Corea del Nord colpita dai cambiamenti climatici che ancora qualcuno nega, è minacciata da una gravissima penuria di cibo.

I protagonisti si applaudono
ma ci raccontano molto poco

Kim a Vladivostok da Putin contro le sanzioni Usa che restano
Strette di mano e parole di amicizia, come da copione, quelle che i due leader nel loro primo faccia a faccia a Vladivostok, l’estremità orientale della Russia che confina per un pezzetto con la stessa Corea del Nord. «Una discussione notevole» versione Putin raccontata da Filippo Santelli su Repubblica, «Uno scambio molto fruttuoso», secondo l’ospite Kim Jong-un, citato nel suo inconsueto ruolo militare di Maresciallo nordcoreano. «Incontro di due ore a porte chiusissime» è la battuta giornalistica, per dire del nulla trapelato.

Foto per l’ingombrante Trump

Kim in Russia guardando ad occidente, due mesi dopo il fallimento del vertice di Hanoi con Donald Trump. Con Pyongyang che come spesso accade, lancia segnali contrastanti difficili da interpretare. Esempio, i nuovi test militari, ritorno al passato, e segnale opposto, il declassamento di Kim Yong-chol, ex militare ‘falco’ a cui era stata affidata la trattativa con l’America. Kim che spesso vuol stupire, ma che assieme usa gli strumenti comunicativi classici, il solo mostrarsi a fianco a Putin, a ricordare all’interlocutore di Washington che non c’è solo lui al mondo.

Dopo Vladivostok Pechino

Kim Jong-un, dopo Vladivostok proseguirà, sempre su strada ferrata, per Pechino dove parteciperà il 26-27 alla conferenza sulla One belt One road, l’ormai famosa via della seta. L’incontro è stato per lungo tempo, per ragioni di sicurezza, tenuto segreto ma l’atterraggio della sorella di Kim Yo-jong a Vladivostok due giorni fa per curare dettagli e protocollo, hanno reso inutili tutte le precauzioni adottate. Programma degli incontri «classico», con la partecipazione del ministro degli esteri Lavrov, ma anche del ministero dei trasporti Dietrich, per affari importanti in corso.

Russia Corea e transiberiana

L’interscambio commerciale tra i due paesi è attualmente poca cosa. «Soli 34 milioni di dollari» a causa delle sanzioni Usa a colpire doppio. Ma si sta lavorando per una svolta. Esempio, collegare la transiberiana a una ferrovia inter-coreana, creando una via più rapida per il trasporto merci in Europa. Condizione essenziale, la stabilizzazione politica nella regione, per una «pipeline della pace», un gasdotto in Corea del Sud attraverso il territorio del Nord che porti a Seul gas a prezzi convenienti e risolva il problema dell’alimentazione elettrica della Repubblica popolare.

L’interesse di Putin

Per il presidente russo, l’occasione per affermare un ruolo nel dossier coreano, con messaggio a doppio indirizzo, Washington Pechino. Russia mediatrice necessaria, dice Putin, che nella conferenza stampa personale dopo l’incontro ha sostenuto che per smantellare il suo arsenale la Corea del Nord «ha ‘bisogno di garanzie’, e che queste devono essere a livello ‘multilaterale’». Insomma, dove credete di andare senza di noi, messaggio orizzontale, compreso l’ospite. Le cosiddette trattative a sei con Pyongyang, interrotte senza risultati nel 2009.

Prudenze bilaterali

Una consonanza di interessi regolata dalla prudenza. Sulla carta, la Russia è uno degli storici alleati di Pyongyang insieme alla Cina. Sulla carta, Mosca come la Cina, appoggia la richiesta di Kim Jong-une di un processo di denuclearizzazione «a scalare», un po’ meno nucleare, un po’ meno sanzioni e più soldi. Mercato insomma, dare avere. Gli Stati Uniti però insistono per una denuclearizzazione preventiva e irreversibile. Difficile a questo punto che Putin conceda aperture unilaterali, che oltre a Washington rischierebbero di irritare anche Pechino.

Antipasto grandi progetti

Offerte ‘pronta consegna’ da parte di Mosca al vicino in forti difficoltà economiche? «Intensificare i rifornimenti di cibo o carburante alla Corea del Nord, muovendosi nella zona grigia delle sanzioni – ipotizza Santelli-. E non espellere i circa 10mila nordcoreani che lavorano sul territorio russo, preziosissima fonte di valuta straniera per il regime, come invece imporrebbero le sanzioni entro la fine dell’anno». Questo e altro per permettere al Cremlino di recuperare voce in capitolo nel futuro della penisola coreana, sempre e ovviamente Washington e Pechino permettendo.

Corea, ritorno al punto di partenza?

Ci risiamo. Nel grande gioco dell’oca coreano, la paperella (forse) torna al punto di partenza. Ed è di nuovo emergenza diplomatica e strategica. Nei pensatoi dei servizi segreti americani, in quelli di Seul e nelle agenzie per la sicurezza nipponiche si sono accese tutte le lampadine rosse: Kim Jong-Un, il “Leader Supremo” dei comunisti del Nord, indispettito per il fallimento del vertice di Hanoi con Trump, avrebbe dato ordine di risuscitare il sito missilistico di Sanung-dong, vicino Pyongyang. La notizia è stata data dal South Korea Times e rilanciata dall’americana CNN e dalla britannica BBC, che ne ha fatto il pezzo di apertura. Per la verità, il sospetto che Kim giocasse con due mazzi di carte c’è sempre stato tra gli analisti che si occupano di studi strategici. Ma si pensava che l’idillio con Trump fosse ormai talmente consolidato (per reciproci interessi) da rendere improbabile un giro di valzer.

‘Hwasong-15’ intercontinentale

E invece, dietro il faccione sorridente di Kim, ripreso dalle foto ufficiali durante il pranzo di gala con Trump, in Vietnam, evidentemente si celava il desiderio di tornare alla vecchia filosofia del “pizzo”: o paghi o ti brucio la saracinesca. Detto fatto. Mentre i sudcoreani monitoravano il via-vai di camion dal sito di produzione del vettore balistico intercontinentale “Hwasong-15”, gli altrettanto preoccupatissimi specialisti del Pentagono passavano al microscopio le foto satellitari di Dongchang-ri, luogo dove vengono testati i missili. E che doveva già essere stato smantellato. La sentenza sembra inappellabile: Kim è stato pescato di nuovo con le dita nel vaso della marmellata e presto potrebbe nuovamente stupire il mondo (si fa per dire) lanciando a casaccio uno dei suoi gingilli nel Pacifico. Magari facendolo passare ancora sopra le teste dei sempre più atterriti giapponesi, che di Pyongyang non si sono mai fidati.

Sindrome (anche) cinese

Comunque, a dirla tutta, la puzza di bruciato arriva lontano, fino a Pechino. Il voltafaccia di Kim potrebbe essere stato dettato dai cinesi, veri sceneggiatori del copione coreano e che utilizzano il “babau” nucleare del Nord come arma di ricatto da far valere su più tavoli. A cominciare dal mortale confronto sui dazi doganali con gli americani. Il nostro vecchio pallino, quello delle crisi regionali che si saldano e diventano “macro-aree”, dando vita a conflitti globali, viene così sostanzialmente ribadito. Gratta gratta, sotto la vernice dei problemi di sicurezza (che ci sono) spunta ancora una volta il verde. Il colore dei dollari. Lo ribadisce anche il “Korea Times”, riprendendo e analizzando l’appello che il leader del Nord ha lanciato nei giorni scorsi attraverso la KCNA (Korean Central News Agency) e il “Rodong Sinmun”, l’organo ufficiale del Partito comunista.

Economia socialista non cinese

Kim vuole che il Paese s’impegni di più “per la costruzione di una grande economia socialista” che, evidentemente, cammina a scartamento ridotto. Secondo diversi think-tank americani, tra cui il prestigioso “Stratfor”, alla base delle ansie finanziarie di Kim ci sarebbe proprio il fallimento del vertice di Hanoi, dove Trump si sarebbe impuntato sullo scabroso tema delle sanzioni economiche. In sostanza, il Presidente americano avrebbe rifiutato di eliminarle o, quantomeno di attenuarle, in mancanza di precisi impegni da parte dei nordcoreani. Sospettati di perdere solo tempo e di allungare il brodo, per alzare il prezzo delle loro concessioni. Però la Casa Bianca, probabilmente, non si aspettava che l’ombroso Kim sarebbe ripartito al contrattacco, così la temperatura diplomatica è rapidamente salita. Almeno a sentire il tono delle dichiarazioni.

Teatro di mercato?

Trump ha prima detto che sarebbe stato “un po’ sorpreso” se Kim si fosse rimangiato la parola data. Venerdì ha però aggiunto, con toni cupi, che sarebbe stato “molto sorpreso”, facendo capire che le informazioni ricevute dai suoi servizi segreti gli avevano messo più di una pulce nell’orecchio. In effetti, la situazione resta fluida. Il Center for Strategic and International Studies parla di “una rapida ricostruzione dei siti di lancio” dopo il meeting di Hanoi. Un altro autorevole esperto, Joel Wit, già adviser di Bill Clinton, però frena: Kim è chiaramente impaziente e deluso dalla piega che hanno preso i negoziati. Ma ancora non si capisce bene cosa voglia fare. A scanso di equivoci, tanto per non sbagliare, il portavoce del Dipartimento di Stato, Robert Palladino, ha dichiarato che gli Stati Uniti “sono sempre pronti a riprendere nuovi negoziati”. Insomma, un film già visto.

Un giallo che parte da lontano

Figlia dell’ex ambasciatore di Kim a Roma, rimpatrio forzato in Corea?

Jo Song-gil, il diplomatico nordcoreano scomparso. La figlia rientrata a Pyongyang di sua volontà?

Da mesi, mistero sul destino di Jo Song-gil, il diplomatico nordcoreano, capo ad interim dell’Ambasciata di Roma, che lo scorso novembre è sparito nel nulla. Da ieri è peggio. Scompare anche la traccia di sua figlia, una ragazza di 17 anni che viveva insieme a lui e la madre e studiava nella Capitale. «È stata rimpatriata», dichiara in conferenza stampa a Seul un ex diplomatico di Londra a sua volta disertore: «Ora si trova in Corea del Nord sotto il controllo delle autorità». Dichiarazione senza possibilità di riscontro, e allarme anche politico soprattutto in Italia, da dove la giovane donna sarebbe stata prelevata / sequestrata.

Le notizie in possesso della Farnesina sulla figlia di Jo Song-gil si fermano al 14 novembre, dopo che la ragazza avrebbe chiesto di tornare dai nonni. «Per altre informazioni rivolgersi al Viminale», è la sgarberia ufficiosa dalla diplomazia verso Viminale / Salvini. Più che uno scaricabarile, uno scambio di sgarberia per interposta parte politica dopo le dichiarazioni dell’ex numero due dell’ambasciata nordcoreana a Londra sul sequestro della ragazza. Si invoca ufficialmente la prudenza e si chiamano i pompieri a sirene spiegate. Il sottosegretario M5S Manlio Di Stefano che soffia sul fuoco richiamando alla memoria il caso Shalabayeva e puntando il dito contro il Viminale di Matteo Salvini.

«La storia di Jo Song-gil e di sua figlia, diciassettenne, rapita dall’intelligence nordcoreana in Italia, se confermata, sarebbe un caso di una gravità inaudita. Quando avvenne una cosa simile, ovvero il famoso caso Shalabayeva, andai direttamente in Kazakhstan per incontrarla e capire cosa fosse accaduto e appurammo responsabilità dirette dell’allora Ministro dell’Interno Alfano. Ora – prosegue – è tempo di fare chiarezza anche su questo caso di novembre che riguarda l’ex ambasciatore nordcoreano a Roma e sua figlia, una giovane incolpevole che, nonostante dovesse essere tutelata in Italia, rischia di essere persino torturata da uno dei peggiori regimi al mondo».

Sparata personale alle ricerca di attenzione mediatica, o vero e proprio atto politico 5Stelle contro Salvini? Ricostruzioni anonime e ‘fonti qualificate’ (servizi segreti), dicono all’AdnKronos che la figlia di Jo Song Gil sarebbe tornata in patria il 15 novembre scorso e l’ambasciata avrebbe comunicato il rientro della ragazza alla Farnesina. “La ragazza, come risulterebbe anche al Ministero degli Esteri, avrebbe chiesto di tornare dai nonni ed il 15 novembre sarebbe stata prelevata dal personale dell’ambasciata, portata in aeroporto a Roma e riportata a Pyongyang, secondo quanto comunicato anche dalla stessa rappresentanza alla Farnesina”.

La Farnesina spiega che fu la ragazza -almeno formalmente- a chiedere il rimpatrio per tornare in Corea del Nord dai nonni. «Il 3 gennaio scorso la Farnesina aveva già reso noto di aver ricevuto per via diplomatica dall’Ambasciata della Corea del Nord a Roma la comunicazione relativa all’avvicendamento del funzionario presso l’Ambasciata stessa. La Farnesina ha ricevuto due note formali al riguardo. La prima, datata 20 novembre 2018, con la quale veniva data notizia dell’assunzione delle funzioni di Incaricato d’Affari a Roma da parte del Signor Kim Chon».

Ancora Farnesina, e ultima notizia ufficiale sulla ragazza. «La seconda comunicazione dall’ambasciata nordoreana, datata 5 dicembre 2018, con la quale si informava che l’ex Incaricato d’Affari Jo Song Gil e la moglie avevano lasciato l’Ambasciata il 10 novembre e che la figlia, avendo richiesto di rientrare nel suo Paese dai nonni, vi aveva fatto rientro, il 14 novembre 2018, accompagnata da personale femminile dell’Ambasciata. La Farnesina non dispone di alcuna altra informazione sulla vicenda». Formula diplomatica per un poco diplomatico scaricabarile su Viminale e servizi segreti assortiti.

Salvini venga a chiarire in Parlamento, chiedono deputati e senatori del Movimento 5 Stelle delle Commissioni Affari Esteri. Che vedono nero: «Non è tollerabile che agenti dell’intelligence di un Paese straniero agiscano indisturbati in territorio italiano compiendo attività illegali. La giovane rischia nel suo Paese di essere imprigionata e torturata». Tra preoccupazioni reali e campagna elettorale in corso, la vicenda resta oggettivamente torbida. Già la presunta fuga dello stesso ex ambasciatore Jo Song-gil da casa nostra, notizia diffusa all’inizio di gennaio dall’intelligence sudcoreana. Il diplomatico, 47 anni, esponente dell’aristocrazia di regime, padre e suocero a loro volta ambasciatori.

Jo Song-gil già sostituito all’ambasciata di Roma: al giallo della sua scomparsa si aggiunge ora quello della figlia. Della moglie nessuno parla. Voci dalla Corea nemica, a sud, raccontano di purghe che Kim Jong-un avrebbe scatenato tra le alte gerarchie di regime. Solo lo scorso anno avrebbe cancellato tra 50 e 70 alti funzionari, contrari al suo avvicinamento agli Stati Uniti. Tra questi anche Han Song-ryol, l’uomo di punta delle trattative con Washington, sparito nel nulla da mesi. Al suo posto Kim ha nominato il poco conosciuto  Kim Hyok-chol, ex ambasciatore in Spagna. La prossima settimana al vertice con Trump ad Hanoi ci sarà lui a fianco del presidente ereditario e a vita.

Kim a sorpresa in Cina
da Xi prima di Trump

Kim in Cina, da Xi prima di Trump, segnale al mondo
Il leader nordcoreano Kim Jong a sorpresa oggi a Pechino, accompagnato dalla first lady Ri Sol Ju, per una visita di tre giorni. Lo ha riferito l’emittente Cgtn. Con Kim ci sono anche il negoziatore per il nucleare Kim Yong Chol, il ministro degli Esteri Ri Yong Ho ed il collega della Difesa No Kwang Chol. Si tratta della quarta visita del leader nordcoreano in Cina nell’ultimo anno, ma questa era del tutto imprevista. Avviene mentre si lavora ad un secondo possibile summit tra Kim ed il presidente degli Stati Uniti Donald Trump dopo quello di giugno a Singapore. Ed è questo, a parere di molti, il segnale politico di questa ‘improvvisata’.

Oriente-Occidente
primato da ridiscutere

Nel clima di segreto che ancora circonda il Nord Corea, oggi sarebbe anche il giorno del 35esimo compleanno di Kim Jong-un, almeno questa è l’età supposta per Kim, visto che il suo anno di nascita non è chiaro al mondo. La Kcna ha confermato la missione, già resa nota dall’agenzia Nuova Cina. Nella tarda serata di lunedì, la Yonhap ha parlato di treno del Nord che aveva superato il confine a Dandong ipotizzando la presenza di Kim. Il viaggio in Cina segue le indiscrezioni sugli incontri in Vietnam tra funzionari Usa e del Nord dedicati al secondo summit Kim-Trump, che dovrebbe svolgersi a breve.

Nuove rigidità Usa
tifoserie da Seoul

Il governo della Corea del Sud ha accolto ovviamente con favore la visita di Kim in Cina. Nella speranza che i colloqui a Pechino possano aiutare a superare un po’ di inciampi che da qualche tempo arrivano da Washington non solo sul fronte Nordcoreano. La Corea del Nord vuole un allentamento delle sanzioni internazionali. In qualità di maggiore partner commerciale, la Cina svolge un ruolo chiave nell’attuazione delle misure punitive. Trump ha ribadito domenica che le sanzioni saranno confermate fino a quando non saranno fatti progressi sul disarmo.

Altra altalena Trump
dopo Siria e Afghanistan

Per memoria storica, Corea del Nord e Cina hanno combattuto nella Guerra di Corea (1950-53) contro gli Stati Uniti e la Corea del Sud, e non c’è ancora un trattato di pace. A Singapore, teatro Kim-Trump, vi fu la dichiarazione che prevedeva, a fronte di un impegno sulla sicurezza a favore del Nord, la “completa denuclearizzazione” della penisola. Da allora, tuttavia, i negoziati sono finiti in fase di stallo tra Washington che spingeva per un percorso irreversibile sul nucleare e Pyongyang che voleva un allentamento delle sanzioni. Domenica Trump ha ammesso che c’erano discussioni in corso con Kim con cui lui stesso aveva ‘indirettamente’ parlato.

Pechino mediatrice
ma partita dazi aperta

Problemi tra Washington e Pyongyang, ma non soltanto, vista la partita in corso sul fronte dei dazi (vedi il suicidio Apple ottenuto da Trump). Ormai noti i molti incontri avvenuti ad Hanoi tra funzionari Usa e del Nord dedicati proprio al secondo faccia a faccia tra Kim e Trump, dopo quello di Singapore. Il Vietnam, che nelle scorse settimane ha offerto la sua disponibilità a ospitare l’evento, vanta relazioni diplomatiche con Usa e Corea del Nord ed è il simbolo di un Paese comunista che ha riformato la sua economia. Kim che cerca il sostegno della Cina nel negoziato con Trump, utile anche per Pechino nel complesso dossier sul commercio con Washington.

Guai italiani resi
noti via Pechino

Problemi italiani con Kim Jong-un
PECHINO – «Jo Song-gil, per oltre un anno ambasciatore nordcoreano ‘reggente’ in Italia, ha chiesto asilo con la sua famiglia a inizio dicembre in un “imprecisato Paese occidentale”». Lo ha detto l’intelligence di Seul in una audizione parlamentare, ha riferito alla Yonhap il deputato Kim Min-ki. Il JoongAng Ilbo ha scritto che Jo è sotto protezione del governo italiano da inizio dicembre in vista della richiesta di asilo politico “in un imprecisato Paese occidentale”.
Jo Song-gil, 48 anni, ha ricoperto il ruolo di incaricato d’affari dal 9 ottobre del 2017 dopo l’espulsione dell’ambasciatore Mun Jong-nam in risposta al sesto test nucleare di settembre dello stesso anno fatto da Pyongyang violando le risoluzioni dell’Onu ed è conosciuto come “il figlio o il genero di un funzionario dei livelli più alti” del Nord, ha aggiunto il quotidiano.
All’Ansa, però, fonti della Farnesina smentiscono: “Non risulta una richiesta d’asilo da parte di un funzionario nordcoreano.

Jo Song-gil, il diplomatico nord coreano ‘scomparso’

«Richiesta d’asilo all’Italia», dice la furba diplomazia. Se poi Jo e famiglia sono ospiti di qualche altro governo non e questione. italiana.. Dov’è finito l’ambasciatore di Pyongyang? Più che alla Farnesina occorrerebbe chiedere all’Aise, i servizi segreti.

Profughi privilegiati

Problemi di politica internazionale sopratutto sul fronte americano, con l’incontro bis tra il leader nord coreano a Trump in preparazione da tempo. Ma rimaniamo alle fughe dal despota (da notare la variabile tra presidente o leader o despota o tiranno a variabile politico diplomatica). L’ultimo alto diplomatico nordcoreano a disertare è stato Thae Yong-ho, che ha abbandonato il suo incarico di vice ambasciatore a Londra nel 2016. Chi sa di cose orientali racconta che i diplomatici nordcoreani impiegati all’estero sono spesso tenuti a lasciare in patria diversi membri della famiglia – in genere bambini – per scoraggiare la loro defezione. Tuttavia Jo è arrivato a Roma nel maggio 2015 con moglie e figli, probabilmente perché appartiene a una famiglia privilegiata, suggerisce il quotidiano JoongAng. Sconosciuti al momento i motivi della probabile diserzione.

Corea e Kim nel ‘grande gioco’ Cina e Usa

Molti pensano che il rebus coreano stia finalmente per risolversi grazie alle continue aperture di Kim Jong-un, e alla calorosa accoglienza ad esse riservata dal suo corrispettivo del Sud Moon Jae-in. In realtà, anche se la situazione nella penisola è migliorata, è lecito nutrire al riguardo dubbi più che corposi.
E’ chiaro, infatti, che in Corea è in atto un “grande gioco” tra Cina e Stati Uniti, per certi versi paragonabile a quello che vide impegnate, nell’800, Inghilterra e Russia zarista per assicurarsi il predominio nel Medio Oriente e in Asia centrale.

Per quanto riguarda la Cina, Xi Jinping ha fatto capire al mondo che la Corea del Nord è molto meno autonoma di quanto si credesse. E’ bastato infatti che Pechino minacciasse di tagliare una volta per tutte i ponti con Pyongyang per indurre Kim a più miti consigli. E non si tratta soltanto dello spettro nucleare.
La Repubblica Popolare è interessata alla stabilità dell’area per continuare il processo di espansione – anche militare – nel Mar Cinese Meridionale, e non vuole che vengano messi in pericolo i suoi grandi progetti strategici globali come la “nuova via della seta”. Né vede di buon occhio un’eccessiva presenza americana in Corea, che le minacce di Kim finiscono inevitabilmente per incoraggiare.

D’altro canto Donald Trump, che non ha esitato a dichiarare una vera e propria guerra commerciale alla Cina, non desidera un riavvicinamento troppo forte tra le due Coree. Al pari del gruppo dirigente di Pechino per quanto concerne il Nord, il tycoon vuole mantenere intatto il potere statunitense a Seul, e ciò spiega la perplessità americana circa l’entusiasmo di Moon Jae-in per le ultime mosse di Kim.
Siamo insomma in presenza del classico contrasto tra due grandi potenze (o “imperi”) per delimitare le rispettive sfere d’influenza. Il giovane leader nordcoreano si è illuso di poter giocare su tutti i tavoli grazie alla minaccia di utilizzare l’arsenale atomico. Ma si è pure visto che l’autarchia assoluta predicata dallo “Juche”, la dottrina ultranazionalista elaborata dal fondatore Kim Il-sung, è più illusione che realtà.

La stranezza della situazione è ancor più accentuata da un problema davvero fondamentale. In apparenza Nord e Sud stanno progettando una collaborazione sempre più stretta tra i due Stati. Moon ha recentemente affermato che Kim è disposto a rinunciare all’arsenale nucleare in cambio di consistenti aiuti per lo sviluppo economico del suo Paese.
Ma, anche qui, i dubbi sono più che legittimi. Uno sviluppo economico di marca liberista come quello del Sud implica, necessariamente, grandi cambiamenti nell’ordinamento socio-politico del Nord. In altri termini, è impensabile che uno Stato governato per decenni da un’unica famiglia possa modificare d’un tratto la gestione della vita economica, politica e sociale. Contatti intensi sono destinati a mettere in pericolo il potere dei Kim (che, non dimentichiamolo, dura dal 1948: addirittura un anno prima della vittoria di Mao in Cina).

I coreani hanno ovviamente il diritto di sperare che la loro nazione ritrovi finalmente l’unità. Tuttavia resta il fatto che non si sbaglia notando che, per i Kim, l’arsenale atomico è una sorta di “assicurazione sulla vita”. Il suo smantellamento condurrebbe inevitabilmente alla loro caduta.
In questo scenario Pechino può giocare con pazienza le sue carte. Ai cinesi interessa avere uno Stato amico ai confini e, anche per loro, l’unificazione non è certo il massimo. Non è detto, tuttavia, che il futuro della famiglia Kim sia garantito. Meglio sarebbe, dal loro punto di vista, un partito comunista gestito collegialmente e non da una dinastia inamovibile.