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venerdì 20 Settembre 2019

Complottismo

Facebook contro Soros

Facebook contro Soros. “Soros is the new black”, ovvero come direbbero negli States, Soros è come il colore nero nell’abbigliamento: sta bene su tutto. Non fa eccezione neanche Facebook che, come ha rivelato un’inchiesta dettagliata del New York Times, avrebbe lanciato una vera e propria campagna contro il magnate di origine ungherese. George Soros è infatti indicato, dalla compagnia di Mark Zuckberg, come il mandante delle critiche al social network più famoso che negli ultimi tempi si sono registrate a livello internazionale.

Un’immagine deteriorata

In realtà il materiale per guardare Facebook con un occhio sospettoso esistono e sono molteplici. Si va dal caso Cambridge Analytica (cessione e manipolazione di milioni di profili), alla diffusione poco controllata di contenuti d’odio, teorie cospirazioniste, fino all’attività di troll russi che avrebbero influenzato le elezioni in diversi paesi occidentali.
Il lavoro dei giornalisti del NY Times si basa sulle rivelazioni di almeno una cinquantina tra dirigenti, dipendenti dell’azienda, lobbisti, politici, funzionari governativi. Quanto basta per far deflagrare una vera e propria bomba.

L’inchiesta del New York Times

Da quello che si è appreso, Facebook avrebbe usato un braccio “armato” mediatico per screditare i suoi oppositori. Si tratta di un’agenzia specializzata in questo tipo di lavori che agisce anche ai limiti della legalità.
Di base a Washington, ma con strutture anche nella Silicon Valley, la Definers Pubblic Affairs è ufficialmente una società di consulenza ma su commissione si occupa di orchestrare campagne denigratorie o a favore. In questo caso il bersaglio della Definers è stata un’associazione fortemente schierata contro “Zuck”: la Freedom from Facebook.

La campagna contro i detrattori

Freedom from Facebook, FfF, è stata fatta passare, attraverso la diffusione di notizie non verificate che in girano in rete, come un’associazione antisemita. Per paradosso la campagna ha finito per coinvolgere anche la storica Anti Defamation League, organizzazione ebraica che negli Usa si occupa di diritti civili. Oltre al dettaglio delle origini ebraiche della stesso Soros.
Ma il lavoro maggiore della Definers è stato quello di collegare a tutti i costi Freedom from Facebook a Geroge Soros. Secondo la società di “consulenza” Color of Change, associazione collegata al network anti Facebook, sarebbe in realtà una centrale antisemita pagata proprio dal tycoon ungherese-americano.
In realtà Color of Change ha come colpa quella di aver criticato Facebook per contenuti di odio razziale veicolati sulla piattaforma social. Un colpo all’immagine al quale si è risposto con l’artiglieria pesante. In questo caso poi, ennesimo paradosso, a cavalcare le notizie della Definers sono stati siti conservatori come Breitbart che altre volte si erano schierate politicamente contro Zuckberg.

Miliardi di dollari

Ma l’inchiesta del New York Times mette in luce che, al di là dell’immagine, quelli che contano sono i dollari ovvero la lotta che si sta combattendo tra i colossi della rete. La Definers infatti si è anche incaricata di mettere a punto una strategia aggressiva per porre in cattiva luce i competitors di Facebook. Google e Apple sono state pesantemente bersagliati. La paura è che il momento di difficoltà potesse essere sfruttato dalle multinazionali concorrenti per scalzare il primato della piattaforma social. Si parla infatti di una possibile migrazione di utenti ai quali proporre prodotti ad hoc, tradotto: una perdita di miliardi di introiti.

La cospirazione di Soros

Ma perché usare proprio Soros? In realtà il motivo è essenzialmente politico. La Open Society Foundation è vista, secondo le teorie cospirazioniste tanto care ai sovranisti di mezzo mondo, come il grimaldello attraverso il quale Soros orienta le decisioni strategiche mondiali. La società aperta, la fine delle frontiere con l’invasione di migranti, il liberismo delle elites politico- finanziarie del pianeta, sarebbero il fine ultimo ai danni delle nazioni e dei popoli.
Il magnate è stato accusato praticamente di tutto, una specie di complotto pluto-demo-immigrazionista nel quale viene mischiata la crisi ucraina alle primavere arabe, fino alle proteste femministe o afroamericane.

Cavalcare la destra per non perdere potere

Portavoce di tutto questo è la galassia ultraconservatrice. Siti, media e gruppi di destra o apertamente razzisti che hanno visto di buon grado la campagna organizzata da Facebook. Un boccone troppo ghiotto per non essere sfruttato. Zuckberg non ha fatto altro che sfruttare quest’onda, coprire il suo fianco destro screditando gli attacchi provenienti da sinistra e ingraziarsi il nuovo potere statunitense.
Anche dalle parti di Washington infatti si sta facendo strada l’idea che lo strapotere delle grandi compagnie digitali sia ormai divenuto insostenibile. Un monopolio immenso che giganti come Facebbok, ma anche Google o Amazon, stranno usando per eliminare ogni concorrenza e condizionare il potere politico. La Casa Bianca potrebbe cedere alla tentazione di varare regole più restrittive e i Repubblicani vanno blanditi.

Wikileaks, cambio al vertice

La storia del sito Wikileaks e della vicenda personale del suo membro più influente, Julian Assange, si arricchisce di un nuovo capitolo. Il giornalista australiano infatti ha abbandonato la sua carica di chief editor (caporedattore) e ha nominato come successore il collega islandese, per tre volte giornalista investigativo dell’anno nel suo paese, nonché suo stretto collaboratore, Kristinn Hrafnsson.
La decisione  è stata presa con molta probabilità a causa delle condizioni di isolamento in cui Assange, rinchiuso nell’ambasciata ecuadoriana di Londra, vive da ormai sei anni. Wikileaks definisce ciò una vera e propria detenzione arbitraria. Forse non è così ma da più parti, si pensa che la ‘libertà costretta’ di Assange potrebbe non essere più così sicura.

L’aria sta cambiando

All’inizio di quest’anno con l’uscita di scena del presidente ecuadoriano Rafael Correa, il paese sudamericano sembra aver cambiato indirizzo. Il successore di Correa, Lenin Moreno, nel marzo scorso ha vietato ad Assange l’uso dei computer dell’ambasciata isolandolo praticamente dal mondo esterno. Ciò renderebbe impossibile il contributo per Wikileaks e costringendo ad una sostituzione che comunque Hrafnsson ha dichiarato essere non necessariamente definitiva.
Sulla sorte di Assange si addensano dunque nuove nubi anche perché se venisse “invitato” ad uscire dall’ambasciata difficilmente potrebbe sfuggire alle autorità statunitensi dalle quali si sottrae dal 2012. Gli Usa non hanno mai perdonato la pubblicazione da parte di Wikileaks di una serie di documenti militari e diplomatici relativi a diversi teatri di guerra.

Le rivelazioni

Nel 2010 WikiLeaks aveva passato ai quotidiani New York Times e The Guardian e al settimanale Der Spiegel  alcuni documenti riservati su aspetti nascosti della guerra in Afghanistan e Iraq. Si parlava di uccisione di civili e occultamento di cadaveri e di unità segrete Usa per la guerra clandestina contro i Talebani. Senza contare il doppio gioco dei servizi segreti pakistani, ufficialmente alleati degli statunitensi, ma in realtà in contatto con gli integralisti islamici.
In seguito, contro Assange venne avviata anche un’inchiesta per violenza sessuale dalla giustizia svedese, una vicenda che sembra però essere caduta e soprattutto mai provata. Certo è che il carico di informazioni in possesso di Assange costituisce un peso enorme ed è anche la pietra di paragone alla quale rapportare l’effettiva libertà di informazione nel mondo.

Non a caso, nell’ultima intervista rilasciata al World Ethical Data Forum prima di essere tagliato fuori dal mondo esterno all’ambasciata ecuadoriana,  Assange aveva dichiarato: « la generazione nata in questo momento è l’ultima generazione libera».
Il futuro infatti sarà segnato sempre più dal controllo globale. Per Assange «dal momento in cui nasci, sei immediatamente, o entro un anno, conosciuto a livello globale. La tua identità in una forma o nell’altra –o perché i tuoi genitori idioti piazzano il tuo nome e le foto su Facebook o come risultato delle domande di assicurazione o di passaporto– è nota a tutte le principali potenze mondiali».

Giochi pericolosi

Difesa preventiva e tentativo di uscire da una trappola vestendo i panni del paladino della libertà? Forse, certo è che alla fine Assange rischia di rimanere stritolato in un altro gioco molto pericoloso, quello che riguarda i rapporti conflittuali tra Russia e Gran Bretagna e le stesse vicende interne degli Stati Uniti.
Secondo un recente articolo del quotidiano inglese The Guardian infatti diplomatici russi sarebbero stati coinvolti nel 2017 nella discussione di un piano segreto, poi abortito, per provare a far fuggire Assange dal Regno Unito.  L’idea sarebbe stata quella di nascondere l’attivista australiano alla vigilia di Natale in un veicolo diplomatico per farlo passare poi in un Paese straniero.
Il giornale non cita espressamente le fonti anche se assicura essere qualificate. Immediata la risposta è arrivata dal ministero degli Esteri russo che ha smentito l’avvenimento e definito l’articolo come un concentrato di  “insinuazioni di natura russofoba”. La stessa ambasciata russa Londra ha parlato di uso di fake news.

L’ombra del Russiagate

Ma a questo punto, dopo la naturale schermaglia di smentite e contro smentite, entrano in gioco altri elementi. La commissione sui servizi segreti del Senato statunitense ha convocato Julian Assange per testimoniare nell’inchiesta sulla presunta ingerenza russa nelle elezioni presidenziali americane del 2016.
Il Russiagate dunque che fa irruzione e scrive un nuovo capitolo di questa vicenda. Si tratta di capire se Assange sia in possesso di informazioni che la Russia non vuole far trapelare (sarebbero questi i sospetti del Guardian), o se l’intento degli Usa è quello di inchiodare l’attivista di Wikileaks sulle rivelazioni scottanti del 2010.

 

Paolo Barnard, all’anagrafe Paolo Rossi-Barnard, è giornalista pubblicista e saggista italiano, 60 anni, personaggio decisamente creativo. Nella sua biografia dice di aver scritto per mezzo mondo giornalistico, ‘corrispondente estero freelance per alcuni giornali italiani tra i quali La Stampa, Il manifesto, il Corriere della Sera, Il Mattino, Il Secolo XIX e La Repubblica, per poi passare alla RAI, partendo da Samarcanda nel 1991. Afferma di essere stato uno dei fondatori, nel 1994, della trasmissione Report. Ha scritto inoltre per MicroMega, il Golem de Il Sole 24 Ore e altre pubblicazioni, afferma lui attraverso Wikipedia. Un gran viaggiare senza mai fermarsi, e forse vorrà dire qualcosa. 
Il 28 aprile 2011 Barnard ha annunciato sul proprio sito web l’abbandono radicale di ogni impegno professionale in Italia. Non ha mantenuto la promessa.

DOPO 13818 – 82 FR 60839, E DOPO QUESTA “ULTIMA ORA”, I MEDIA NON ESISTONO PIU’

1. I media non esistono più

Che i media siano controllati e che si auto-censurino per salvarsi il sedere, lo sa anche un cacciavite. Ma che due notizie bomba sul Presidente della nazione più potente del mondo, e accessibili a tutti, possano lo stesso per un ordine di scuderia scomparire nel nulla sui maggiori media occidentali, no, questo non lo credevo. Attenti, forse avete letto in fretta: nei Pentagon Papers, nel Watergate, nell’Iran-Contras, nell’Iraq-gate, i fatti erano occulti.
Nei due casi che racconto qui, no, sono pubblici e accessibili da una pensionata, riguardano l’uomo più potente del pianeta, eppure sono stati ‘suicidati’ e sepolti da tutti i grandi media con un accordo e con una sincronia scioccanti. Davvero, io mi devo arrendere ai ‘complottisti’ e dire: i media non esistono più.

2. Gli Stati ombra, Shadow Government e Deep State

Il Presidente Donald Trump è sotto attacco da parte di due Stati ombra ben noti all’interno dello Stato americano (e di ogni altro Stato): cioè il raggruppamento dei Servizi Segreti da una parte – che comprendono CIA, NSA, NGA, FBI e che va sotto il nome di ‘Shadow Government’, (il ‘Governo ombra’) ; e le maggiori Corporations coi loro lobbysti che foraggiano il Congresso, dall’altra – ovvero Big Oil, Big Pharma, Big Banks, Big Media, Arms Industry, Silicon Valley, che passano sotto il nome di ‘Deep State(lo ‘Stato profondo’).
Presidente fuori di testa o genio? Su questo punto, il ragionamento si contraddice. «Presidente incontrollabile, e forse anche mentalmente instabile», che avrebbe devastato la sacra tradizione di almeno 70 anni di presidenze americane sempre influenzate o truccate da ‘Shadow Government’ e ‘Deep State’.
«Ma quest’uomo è molto meno fesso di ciò che appare. O forse è meglio dire: si è circondato di alcuni dei più brillanti ‘Rasputin’ di tutta la Storia moderna».

3. svelati i numeri segreti

13818 – 82 FR 60839. Il numero del Presidential Executive Order del 20 dicembre 2017, e quello di protocollo del medesimo al Government Publishing Office. La mossa ‘nucleare’, tanto che ‘Shadow Government’ e ‘Deep State’, faticano a riprendersi. ‘Storia agghiacciante’, la definisce Barnard, che non lesina con gli aggettivi.
«Donald Trump è sotto una ‘Dresda’ di bombe per abbatterlo». Russiagate, instabilità mentale da Impeachment, il best seller Fire and Fury di Michael Wolff , abusi sessuali ai danni di donne. Tutti questi scandali nati da poteri o spiate dello ‘Shadow Government’.

4. Tanti nemici poco onore

Trump vittima. Trump che non controlla l’Fbi. Che non controlla la CIA, diretta da Mike Pompeo, che a sua volta non controlla la CIA. Che non controlla la NSA diretta dall’Ammiraglio Michael Rogers che non controlla la NSA. Che non ha nessuna influenza sulla NGA, l’agenzia sulla sicurezza geospaziale. Ed è pure troppo ricco per poter essere comprato dal ‘Deep State’, che con Wall Street e la dirigenza ebraica americana è lo sponsor principale dei Democratici, e di tutti i Repubblicani ostili al Presidente. Ergo, anche qui lo davano per traballante nelle simpatie del Congresso.

5. Executive Order ‘bomba’

Executive Order 13818 – 82 FR 60839. Colpisce con le massime armi, sia in senso letterale che giuridico che finanziario, chiunque si renda colpevole di violazioni dei Diritti Umani e di corruzione, in USA e nel mondo. Ok, sappiamo che Trump non è Mandela, quindi stop, e precisazione: questa legge avrà effetti minimi sui Diritti Umani o sulla corruzione nel mondo, di cui a Washington fotte una minchia, e neppure è stata voluta per quello, Trump è solo un meschino opportunista…
Il Presidente aveva anticipato questa legge il 23 febbraio 2017 in conferenza stampa, rilanciata dalla Associated Press, dove parlò proprio di traffici umani per pedofilia. Perché? Perché Trump sa bene che questo abominio, l’abuso di minori venduti, sembra aver infettato la maggioranza dei vertici di ‘Deep State’, col silenzio dello ‘Shadow Government’, e coinvolgimenti in campo democratico. la fine, più altre fonti autorevoli.

6. ‘Vizietti’ minaccia alla sicurezza nazionale

Nelle prime righe dell’Executive Order, viene appositamente scritto dal Presidente questo: “Io perciò decido che i gravi abusi dei Diritti Umani, e la corruzione, nel mondo costituiscono un’insolita e straordinaria minaccia alla sicurezza nazionale”. ‘Sicurezza nazionale’ è di fatto un preallarme di guerra, e di conseguenza le protezioni intorno al Presidente divengono massime. E quando si muove il Pentagono non esiste nulla al mondo, se non un arsenale nucleare straniero, che possa batterlo. Questo è ultra chiaro a tutti gli apparati di ‘Deep State’ e ‘Shadow Government’, che ora sono in deep shit, nella merda fino al collo, per essere chiari.

7. Pedofilia istituzionale top secret

Esisterebbe un traffico di minori per pedofili di altissimo livello ai vertici di ‘Deep State. Trump apprende questo da molte fonti, la prima delle quali è l’ex agente e dirigente pluridecorato della CIA Kevin M. Shipp. Costui, senza la fama attribuita del suo collega Edward Snowden, sta rivelando da anni il livello di marciume criminale che davvero permea lo ‘Shadow Government’ in America. Shipp è stato esperto di anti-terrorismo, guardia del corpo di due direttori della CIA, era ai vertici della Counterintelligence, ed è stato citato dal New York Times come “veterano della Central Intelligence Agency”. Non è proprio un signor nessuno nello ‘Shadow Government’ americano.

8. Effetto ventilatore

Ricapitoliamo: ‘Deep State’ e ‘Shadow Government’ le trovano tutte per abbattere Trump in ovvio accordo con Hillary Clinton. Ma Trump usa il pretesto di una legge sui Diritti Umani, la 13818 – 82 FR 60839, per metterli in un angolo con indagini profonde sul traffico internazionale di minori per pedofilia in cui sarebbero coinvolti molti vertici USA di ‘Deep State’, inclusi i Clinton, col silenzio di ‘Shadow Government’. E Donald lo fa coprendosi le spalle con l’intero esercito degli Stati Uniti. La bomba 13818 – 82 FR 60839, che usando un’impareggiabile espressione americana, provoca “The shit hit the fan” (la merda finì nelle pale del ventilatore). Noi la traduciamo col vecchio esponente socialista Formica, stesso effetto ventilatore. Non è stato un caso che Trump abbia messo nei posti chiave a Washington tre Generali, e un Ammiraglio a capo dei più potenti 007 degli USA.

9. Voli Lolita

Ma già da anni il Washington Times, il New York Post e l’inglese The Guardian riportavano notizie certe sui cosiddetti “Voli Lolita” – cioè voli su un jet privato per orge con minori – organizzati dal miliardario pedofilo Jeffrey Epstein. Bill Clinton, secondi gli atti del processo che condannò Epstein, fu ospite 26 volte su quei voli. Altri nomi di alto rango trovati nell’agenda ‘nera’ del miliardario furono Tony Blair, Michael Bloomberg, Richard Branson fra molti altri, e i cellulari delle minori schiave del sesso fra cui “Jane Doe N.3”. E’ quest’ultima che negli atti processuali ha dichiarato di “essere stata costretta a rapporti sessuali con diversi politici americani, top businessmen, un Premier famosissimo, e altri leader internazionali”.

10. Ancora 13818 – 82 FR 60839 per finire

«Ora, e qui siamo al titolo del mio articolo: provate a trovare traccia sui grandi media italiani o americani dell’esplosivo affare 13818 – 82 FR 60839 del dicembre 2017; dei nomi coinvolti come Bill e Hillary Clinton, Robert Mueller, Kevin M. Shipp, e di ‘Deep State’ e ‘Shadow Government’.
La domanda di Paolo Rossi-Barnard, sul finale si ingarbuglia nelle sue stesse risposte, conclusioni discutibili (come molti dei fatti precedentemente asseriti)».
Silenzio stampa su fatti clamorosi ed evidenti, è l’accusa al mondo dei media, complici di poteri occulti con vizi inconfessabili.
«Questi colossali fatti e intrighi sono stati ‘suicidati’ e sepolti da tutti i grandi media con un accordo e con una sincronia scioccanti. Davvero, io mi devo arrendere ai ‘complottisti’ e dire: i media non esistono più».

A LETTURA CONCLUSA, NOI CHE ABBIAMO SCELTO DI DARE COMUNQUE RESOCONTO DI TALI GRAVI ACCUSE RILANCIATE DA SITI DI MEZZO MONDO, RITENIAMO LA ‘FONTE’ PAOLO BARNARD, ALL’ANAGRAFE PAOLO ROSSI-BARNARD, GIORNALISTA PUBBLICISTA E SAGGISTA ITALIANO, POCO CREDIBILE. MA NON DA CENSURARE.