sabato 20 luglio 2019

Caucaso

A noi che ci importa?

Georgia del Caucaso, che qualcuno vorrebbe arruolare in Europa. Nel destino anche geografico della Georgia, non sapere esattamente da che parte stare, sulle rive del Mar Nero, sulla linea di demarcazione che separa l’Europa dall’Asia. Per chi ha un minimo di memoria storica, fu repubblica dell’Unione Sovietica, e per un po’ di geografia, confina a nord con la Russia, a sud con la Turchia, l’Armenia e l’Azerbaigian. Vicini spesso scomodi e occasione di molti guai. Elezioni presidenziali, primo turno a pareggio e ballottaggio tra semisconosciuti. Testa a testa tra l’ex ministro degli Esteri Grigol Vashadze, e l’ex ambasciatrice francese Salomé Zurabishvili, ma semplici controfigure. A tradurre: duello tra l’ex presidente filo-americano Mikheil Saakashvili (finito e creare guai anche in Ucraina), che punta su Vashadze per cancellare i suoi conti in sospeso con la giustizia e poter tornare in patria, e il miliardario Bidzina Ivanishvili (‘il grande burattinaio della politica georgiana’, lo chiama Giuseppe Agliastro su La Stampa), che con qualche contraddizione sostiene l’ingresso di Tbilisi nell’Unione europea e nella Nato, e assieme una maggiore apertura verso la Russia.

Mikheil Saakashvili, ex presidente georgiano, al momento dei suo arresto in Ucraina

Ciò che ci riguarda

Nell’egoismo che segna le attenzioni reciproche nel mondo, diciamo subito che da questa repubblica ex sovietica del Caucaso, che da cuscinetto tra Mosca e Occidente, cui passano il gas e il petrolio del Caspio diretti in Europa. Lo scontro, oggi come da dieci anni a questa parte, le colpe della guerra contro la Russia del 2008 che portò le truppe del Cremlino a un passo dalla capitale. A scatenare il conflitto fu un pesante bombardamento dell’esercito georgiano ordinato dall’allora presidente Saakashvili, rientrato in patria dagli Stati Uniti, per riprendere Tskhinvali, nella regione separatista dell’Ossezia del Sud. Accuse incrociate tra chi viene accusato di prendere ordini da Mosca o da Washington. L’Europa in mezzo, senza sapere bene cosa c’entri con la lontana Georgia, salvo appunto gas e petrolio che chiunque comandi, continuerebbe a vederci. Le presidenziali di quest’anno sono le ultime a elezione dirette. Tra sei anni, elezione di secondo grado, come in Italia. La riforma costituzionale ha già ridotto i poteri del presidente e la carica più importante è ora quella di premier. Le presidenziali di adesso sono però cruciali per l’equilibrio politico del Paese, e un importante test in vista delle parlamentari del 2020.

 

AVEVAMO DETTO

Saakashvili l’Amerikano di Georgia espulso dall’Ucraina in Polonia

Rischio Ucraina nel Caucaso

Armenia, Ucraina del Caucaso? La trascurata Armenia, nuova potenziale bomba politico strategica del cuore del Caucaso, regione che anche quando sta tranquilla, qualche inquietudine la suscita sempre. «Tornano ad addensarsi pesanti nuvole nere nel cielo di Erevan», avverte Yurii Colombo sul Manifesto. La speranza che le dimissioni del premier ed ex pluri presidente Sargsyan potessero portare a una transizione ordinata, dopo dieci anni di regime clientelare e corrotto, sembrano purtroppo tramontare.
Un nuovo primo ministro incaricato, Karapetyan, e il leader dell’opposizione, Pashinyan che si ignorano persino alle commemorazioni per ricordare il genocidio del 1915 e quel milione e più di armeni uccisi. Il partito del contestatissimo ex leader Sargsyan -Partito Repubblicano- con la maggioranza in Parlamento, e Pashinyan, che ha dalla sua la piazza, che è tornato a chiedere la poltrona di primo ministro e l’immediato scioglimento del parlamento.

Problemi interni ma non soltanto

Pashinyan si è quindi appellato ancora alla popolazione, proclamando una nuova mobilitazione generale. «Hanno sacrificato il presidente Sargsyan pur di non cambiare nulla. La lotta non è ancora finita», ha dichiarato. Cortei e blocchi stradali, compresa l’autostrada per la Georgia e quella che porta all’aeroporto, assedio del parlamento. Rischi di provocazioni incrociate che possano far esplodere le manifestazioni sino ad oggi sostanzialmente pacifiche, che crescono di giorno in giorno.
Braccio di ferro sugli equilibri interni ma guardando fuori casa. Nikol Pashinyan, l’oppositore da ‘rivoluzioni colorate‘ che già hanno segnato l’area negli anni recenti, ha sempre dichiarato di voler allineare il paese all’Occidente. E ufficialmente ieri, 25 aprile, ha incontrato emissari dell’Ue e -dicono le cronache- ha ha ricevuto parole di incoraggiamento dal Dipartimento di Stato americano.

Nikol Pashinyan, giornalista e intellettuale, leader dell’opposizione in Armenia

L’Armenia post sovietica

Nikol Pashanyan, che già si sente premier cerca consensi in casa e sostegno esterni. Indicando subito i potenziali nemici. «Con la Russia abbiamo dei problemi, e non solo perché continua a vendere armi all’Azerbaigian». Problemi con le basi militari russe presenti in Armenia (secondo gli accordi siglati nel 2010 l’esercito russo potrà restare nel paese fino al 2044) ma Mosca, problema tutto armeno, dovrà chiarire quali rapporti intende mantenere con la Turchia. La tragedia di più di 100 anni fa posta al Cremlino, visti i decisivi rapporti con Ankara sulla questione siriana e vie del petrolio.
‘Mosca per ora mantiene la posizione prudente tenuta sin dall’inizio della crisi a Erevan’, annota Yurii Colombo. Peskov, portavoce ufficiale di Putin, augura che «il paese rimarrà nell’ordine e nella stabilità e che in un futuro molto prossimo, potremo comprendere quale sarà la nuova configurazione politica del paese». Nessun veto da parte Mosca, ma fate presto e senza stravolgere troppo, pare la traduzione

Armenia non è Ucraina, dice Mosca

Peskov dichiara inoltre di non vedere alcun parallelo tra la situazione armena attuale e quella ucraina di quattro anni fa. Anche per scongiuro. Ma a Mosca qualcuno è in allarme, racconta Yurii Colombo. Un deputato alla Duma su Pashanyan: «fa il doppio gioco: per il momento vuole continuare ad ricevere il nostro petrolio per poi passare con l’Occidente». Diffidenza non del tutto campata in aria. Pashanyan ha dichiarato di voler uscire dall’Unione Euroasiatica a guida russa, anche se ha precisato, la decisione «dovrà essere sottoposta a referendum popolare».
Sullo sfondo la ferita ancora aperta del Nagorno-Karabakh, regione contesa tra Azerbagian e Armenia, repubblica indipendente di fatto, e contenzioso mai risolto. Tensioni in casa armena e il vicino azero si inquieta: «Non cercate di sfruttare la contingenza politica per annettervi la regione», minaccia il ministro vicino di casa, che rigetta l’accusa di Erevan di aver fatto ammassare alcuni reggimenti al confine. Segnali poco simpatici.

 

Հայաստանի Հանրապետություն

Armenia, scritta in alfabeto e lingua armena. Repubblica di Armenia, Caucaso meridionale, capitale Erevan, con la Turchia ad ovest, e i frammenti statali post sovietici attorno: Georgia a nord, l’Azerbaigian e la repubblica de facto del Nagorno Karabakh ad est, l’Iran e l’exclave azera del Nakhchivan a sud. All’Armenia geografica e non soltanto, mancano due cose: il mare e il monte Ararat, quello dell’Arca di Noè, il simbolo nazionale che le guerre degli imperi cadenti del secolo scorso hanno fatto finire in Turchia.
Dalla Bibbia, ad oggi, primo paese cristianizzato dopo Cristo, all’altro ieri storico, terre e popoli contesi tra impero Ottomano e quello russo degli Zar. Il massacro turco nel corso della prima guerra mondiale, e poi l’Unione sovietica. L’Armenia dichiarò la sua indipendenza dall’URSS il 21 settembre 1991. Negli ultimi decenni il paese è stato impegnato in un lungo conflitto con l’Azerbaigian per il controllo del Nagorno-Karabakh, enclave armena in territorio azero assegnata al governo di Baku da Stalin. Dal ’94 l’Armenia controlla l’intero Nagorno-Karabakh ma anche una porzione di territorio etnicamente azero. Partita aperta, con scontri armati che periodicamente si riaccendono.

Il despota Sargsyan

Dalla storia alla attualità. Dopo 11 giorni di proteste, il primo ministro Serge Sargsyan ed ex presidente al potere da 10 anni, ha gettato la spugna. Le proteste erano iniziate quando Sargsyan e il suo partito avevano deciso, con una mossa a sorpresa, di cambiare l’assetto costituzionale trasformando il sistema presidenziale in vigore fino ad aprile in sistema parlamentare guidato da un premier.
Sistema presidenziale per i due mandati di Serge Sargsyan Presidente. Poi, la svolta parlamentarista, per inventarsi Sargsyan Premier. Un po’ troppo per un paese schiacciato da anni di corruzione e malgoverno istituzionalizzati. Piazza mobilitata, protesta diffusa nel Paese, pacifica nonostante le centinaia di arresti.

La Chiesa della prima cristianità

Sabato la potente chiesa apostolica armena ha abbandonato la neutralità tenuta fino ad allora. Con molti sacerdoti che si sono mischiati ai dimostranti. Domenica, manifestazioni modello «rivoluzione di velluto», pacifica e quasi ordinata. Lunedì, in strada anche gli studenti delle superiori e delle università. Poi i cortei che attraversavano il centro venivano aperti da cordoni di soldati in divisa. Era la fine. Il ministero della difesa minacciava i soldati di «insubordinazione» , ma ormai anche la polizia fraternizzava con i manifestanti.
Il colpo di grazia è arrivato da Mosca, da sempre alleata di Sargsyan. Il portavoce di Putin, Dmitry Peskov, dichiara che «la Russia non ha interferito e non intende interferire nelle vicende interne armene». Nessun sostegno al governo ma netta presa dei distanza, e dopo pochi minuti arrivano le dimissioni del premier e la liberazione degli oppositori. Quale sarà ora il futuro del piccolo paese caucasico è presto per dirlo.

L’Unione euroasiatica

Futuro politico incerto. Esce dal carcere Pashinian, avvocato, attivista dei diritti civili e da sempre oppositore del regime, che già dal 2015 aveva chiesto l’uscita del paese dall’Unione euroasiatica, una sorta di Ue a guida russa, e un avvicinamento all’Occidente. Tuttavia, nonostante il prestigio personale accumulato negli anni, il suo consenso elettorale è limitato ai ceti medi urbani. E la mobilitazione popolare non ha assunto il carattere «antirusso» delle «rivoluzioni arancioni» a spinta occidentale che hanno segnato ad esempio la vicina Georgia.
L’Armenia resta un paese tra i più poveri d’Europa e dipendente dai sussidi russi in materia energetica. «I Russi hanno capito la lezione ucraina del 2014», sostiene Yurii Colombo su Il Manifesto. Invece di sostenere un regime corrotto e impopolare come era successo con Yanukovich, il Cremlino non si è stracciato le vesti per salvare Sargsyan. Nel processo di transizione che si apre a Erevan, ora la Russia potrà giocare la sua partita.

 

La storia, spesso, offre paradossi finali che contraddicono tutte le premesse iniziali. E’ come l’effetto “farfalla” che tanto affascina gli studiosi della Teoria del Caos: basta il battito di ali di uno di questi splendidi insetti in Cina, per provocare, grazie a un’amplificazione “logaritmica” degli effetti sui vortici, un uragano, l’anno dopo, nel Kansas. Usciamo dal difficile e trasportiamo il concetto sul terreno, altrettanto accidentato, delle relazioni internazionali. Qui, ciò che sembrava consolidato fino a qualche mese fa, si è sciolto come un ghiacciolo nel microonde.

Nel mondo globalizzato della “complessità” dominano l’imprevedibilità e l’impossibilità di gestire o, quantomeno, di indirizzare, i sistemi. Per farla corta, questo significa che due più due a volte fa cinque e che quello che è successo, ripetitivamente fino a ieri, oggi, all’improvviso, può anche non succedere più. Pigliate i rapporti della Turchia col resto del pianeta, a cominciare dagli attori più importanti. Rispetto a poco tempo fa, non solo sono violentemente mutati, ma si sono addirittura capovolti.

Intese, alleanze, inimicizie: tutto sembra essere stato passato in una centrifuga che ha fabbricato una specie di indefinibile “plasma” diplomatico. Se oggi Putin vede l’ex Sublime Porta come fumo agli occhi, quasi altrettanto potrebbe dire Obama, sempre più conscio che, con l’Isis e l’estremismo islamico, lo schizoide Paese di Tayyp Erdogan ha moltissimo a che fare e non sempre in modo cristallino. Anzi. Oggi la Turchia è diventata una patata rovente, capace di ustionare il malcapitato che intendesse prenderla in mano. È un sistema che, lasciatosi per buona parte alle spalle l’approccio kemalista, guarda verso l’Occidente con diffidenza se non proprio con ostilità. Per non parlare del modo in cui vede la Russia di Putin.

Erdogan, a poco a poco, è andato alla deriva, imbarcando sul suo caicco i vecchi sogni imperiali ottomani e facendosi, progressivamente, attrarre più dai paradisi dell’Asia Centrale che da quelli di Bruxelles. Risultato? Adesso ci ritroviamo con uno Stato di 90 milioni d’abitanti, dove la politica si veste d’Arlecchino assumendo sembianze mutevoli e dove la struttura sociale è perennemente in conflitto con se stessa, secondo linee di faglia che sono spaziali (tra regione e regione), temporali (tra generazione e generazione), culturali (tra Occidente e Oriente) e religiose (laici contro integralisti musulmani).

A loro volta queste spaccature si riproducono, come le infiorescenze di un cavolfiore (“frattali” per tornare alle figure solide care al “Caos”). Ognuna di queste replica poi, all’infinito, dal generale al particolare, situazioni, prospettive e mentalità difficilmente assimilabili. Insomma, se la Turchia è una delle chiavi che garantiscono la stabilità nel Mediterraneo, allora forse è giunta l’ora di cambiare la serratura. Non in modo cruento, per carità, ma aprendo gli occhi e rendendoci conto che una dei baluardi della posizione strategica occidentale sta andando alla deriva. Più nello specifico, i fatti che legano la Turchia alla macro-area di crisi che, ormai da decenni, stringe in una morsa tutto il Vicino Oriente, si vanno facendo sempre più evidenti.

Tanto che, dicevamo, pure Obama ormai ha capito che il Presidente turco è diventato un soggetto assolutamente inaffidabile, pronto a mettersi di traverso a ogni tentativo che Russia e Stati Uniti abbozzano per ricucire lo stracciatissimo tessuto geo-politico dell’area considerata. Così, non è un caso che le tensioni russo-turche, scatenate dall’abbattimento del Sukhoi-24 di Mosca, lo scorso novembre, in questa fase, si siano trasferite nel Caucaso, toccando la regione del Nagorno-Karabach, una sorta di enclave armena (cristiana) in territorio azero (musulmano). Gli armeni godono dell’assistenza, finanziaria e militare, del Cremlino, che guarda di sguincio tutte le realtà islamiche dell’area, considerate bubboni capaci di “infettare” di fondamentalismo (e terrorismo) la Santa Madre Russia.

E siccome, i nostri lettori ormai lo sanno bene, con Vladimir Vladimirovic Putin le chiacchiere stanno a zero, tanto per far capire l’aria che tira, i russi hanno dislocato a Gyumri (Armenia) una discreta quantità di modernissimi carri T-90 e unità aviotrasportate d’élite (VDV airborne troops) che hanno lo scopo di fungere da Riserva mobile del Comando Supremo. Putin ha spedito, in tutta fretta, uno squadrone di caccia MiG29 e alcune batterie di missili a lungo raggio (S300) e a medio raggio (SA-6).

Anche in Armenia i missili SS-26
in grado di lanciare testate nucleari

E, oltre al carico la briscola, anche in Armenia sono ricomparsi i mortali SS-26, vettori predisposti per il lancio di bombe atomiche tattiche (gli Iskander-M schierati a sorpresa anche in Siria) che tengono sotto scacco mezza Turchia, compresa quasi tutta l’Anatolia. Dell’arsenale fanno parte i “Tornado-G”, lanciarazzi multipli utilizzati per la “saturazione” del campo di battaglia e in grado di fare, in un paio di secondi, terra bruciata in un arco di 4-5 chilometri quadrati. Fonti dei servizi segreti occidentali parlano, poi, del prossimo arrivo a Gyumri, dei temibilissimi S-400, missili antiaerei a lungo raggio praticamente in grado di abbattere tutto quello che vola.

Da un punto di vista strategico, lo schieramento sciorinato in Armenia chiude la tenaglia aperta in Siria e, di fatto, crea una “no-fly zone” ai confini turchi. Ankara risponde, pericolosamente, schierando a Est la sua potente Terza Armata, posizionata ad Argadan, Erzurum e Kagysman (48. Brigata, 4. Brigata e ben due Corpi d’Armata, l’ottavo e il nono). La situazione è complicata dal fatto che, oltre ai turchi, anche gli ayatollah iraniani aiutano gli azeri a fronteggiare gli “infedeli” armeni.

Che la situazione possa pericolosamente sfuggire di mano in qualsiasi momento (la Turchia fa parte integrante della Nato) è testimoniato dai “report” dei servizi segreti che disegnano scenari di fuoco e che indicano in Erdogan un ostacolo al raggiungimento di un equilibrio politico di lungo periodo nella regione. Il bubbone, purulento, è sempre lo stesso: i curdi. Russi e americani si sono fatti garanti della creazione di una regione autonoma curda nel nord della Siria. Sembra che abbiano anche assunto obblighi militari per difenderla (dai turchi).

E qui cascherebbe l’asino, tornando agli scenari da “teoria del caos” da noi tratteggiati prima. L’intesa Usa-Urss anti-turca e in favore dei curdi siriani, va in pratica contro i trattati esistenti. A cominciare da quello Nato. Lo sa pure Erdogan, che però non si fa illusioni. Tornando dalla Nuclear Conference di Washington, secondo spifferi di corridoio, il Presidente turco avrebbe detto ai suoi generali “di prepararsi alla guerra”. Se non è matto, poco ci manca.

Dunque, nel Nagorno-Karabakh verso il cessate il fuoco. Secondo fonti russe, il governo della regione contesa tra Armenia e Azerbaijan starebbe preparando l’accordo bilaterale per la tregua nella zone del conflitto. Almeno 70 soldati armeni uccisi dagli azeri, il bilancio delle ultime 24 ore mentre sarebbero 16 i militari di Baku morti da sabato. Più di 200 soldati e civili sono stati feriti. Si tratta dell’escalation più violenta da quando, nel 1994, l’armistizio firmato tra Erevan e Baku (Armenia e Azerbaijan) aveva ufficialmente chiuso le ostilità senza un accordo sullo status dell’enclave.

Nagorno mappa FB

Uno scontro cruciale per Russia e Turchia. Il Nagorno-Karabakh si trova alla frontiera tra Turchia, Iran, Georgia e Cecenia russa, molto vicino a Iraq e Siria. Secondo diversi analisti, dietro la ripresa delle ostilità in Nagorno-Karabakh c’è l’ombra della tensione tra Russia e Turchia. L’Armenia in pessimi rapporti con la Turchia che rifiuta di riconoscere il genocidio commesso un secolo fa, da sempre vicina alla Russia. L’Azerbaigian, culturalmente turco, è invece molto vicino ad Ankara, anche se la Russia vende armi a Baku per mantenere un piede nell’ex repubblica sovietica.

La contesa dura però da circa un secolo: il territorio del Nagorno-Karabahk è un’enclave armena cristiana ufficialmente parte dell’Azerbaigian musulmano e si estende su una superficie di circa 4.400 chilometri quadrati in una zona montagnosa nel Caucaso sud-orientale. Le attuali tensioni risalgono in gran parte al 1923 quando, nonostante il parere contrario della maggioranza della direzione del partito comunista al potere in Urss, il georgiano Stalin volle che il Nagorno Karabakh fosse incorporato nella Repubblica dell’Azerbaigian, creata l’anno prima.

Ma la popolazione del Karabakh non ha mai superato il desiderio di riunirsi alla ‘madrepatria’, l’Armenia, perché ritiene che l’enclave sia storicamente la ‘culla’ della cultura armena. Il sogno della riunificazione con Ierevan si è tradotto in anni più recenti in lotta armata. Nel 1988, la provincia decise per la secessione dall’Azerbaigian scatenando un conflitto tra i due Paesi che tra il 1988 e il 1994 ha provocato tra i 25.000 ed i 35.000 morti e centinaia di migliaia di profughi. L’Azerbaigian insiste sulla propria integrità territoriale, mentre l’Armenia invoca il diritto di autodeterminazione dei popoli.

Parliamo del Caucaso, la catena di montagne tra Mar Nero e Mar Caspio, tra Armenia, Azerbaigian, Georgia e Russia. Il Nagorno Karabakh, territorio nel sud-ovest di popolazione armena cristiana e filo russa proclama la sua indipendenza dall’Azerbaigian musulmano e separatista da Mosca sulla base delle vecchie leggi sovietiche. Ne nasce una guerra combattuta tra gennaio 1992 e il maggio 1994. Alla fine del conflitto il Nagorno-Karabakh si consolida come repubblica di fatto anche non riconosciuta dalla comunità internazionale. I due paesi sono ancora tecnicamente in guerra.

nAGORNO CARRO SDALTANTE

E adesso si ricomincia. Violenti scontri fra le forze azere e quelle armene in corso lungo la linea di contatto che divide le parti coinvolte nel conflitto congelato dal 1994, ma di fatto riacceso, anche se a bassa intensità, più volte negli ultimi anni. Il presidente russo Vladimir Putin sollecita le parti a porre “immediatamente” fine ai combattimenti, ha reso noto il portavoce del Cremlino. Il ministero degli esteri precisa che Mosca ha avviato consultazioni con i partner del Gruppo di Minsk dell’Osce, i mediatori che hanno provato senza risultati a trovare una soluzione.

Il vice presidente americano Joe Biden, a margine del vertice sulla sicurezza nucleare a Washington aveva incontrato separatamente i presidenti di Armenia, proprio per sollecitare una soluzione pacifica al conflitto. Il problema, aveva detto Biden, la sicurezza e la stabilità di tutta la regione. Primo conflitto a esplodere prima del crollo dell’Unione sovietica, quello del Nagorno Karabakh rimane ancora irrisolto. Rimangono occupati dalle forze sostenute dall’Armenia sette distretti azeri, il 20 per cento dell’Azerbaigian, mentre Baku denuncia un milione di sfollati e di profughi interni.

Anche Mosca è preoccupata. Il ministro della difesa russo ha parlato al telefono con le controparti mentre il ministero degli esteri ha un canale di comunicazione continuo con i ministri di Armenia e Azerbajgian. La Russia da anni è garante della fragile tregua nel Nagorno-Karabakh, ed è molto preoccupata dalla possibilità che il conflitto riesploda proprio adesso, con la crisi ucraina ancora da archiviare, la guerra in Siria e le tensioni con la Turchia. Ora tocca a Stati Uniti, Russia e Francia, i tre paesi che presiedono il gruppo di Minsk dell’Osce, a intervenire con urgenza. Una miccia accesa nella polveriera Caucaso che fa paura a tutti.

Il Nagorno-Karabakh è una polveriera da quasi un secolo, da quando nel 1923 Stalin assegnò l’enclave popolata in prevalenza da armeni cristiani alla giurisdizione dell’Azerbaigian musulmano. Fu il primo conflitto etnico che, nel 1988, esplose nel blocco sovietico, infrangendo il mito che il socialismo aveva vinto il nazionalismo e innescando il domino che avrebbe distrutto l’Urss e la Jugoslavia. La guerra tra armeni e azeri è durata fino al 1994, facendo almeno 30 mila morti e centinaia di migliaia di profughi: in Armenia non sono rimasti più azeri e dall’Azerbaigian dopo i pogrom di Baku con decine di morti sono scappati praticamente tutti gli armeni.

Di utile lettura questo precedente pezzo di Remocontro del maggio 2014: http://www.remocontro.it/wp-admin/post.php?post=4352&action=edit