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domenica 22 Settembre 2019

Brexit

Un amore così breve

Dopo il fratello Jo, anche la “ministra” Amber Rudd ha salutato Boris Johnson, rendendo chiaro a tutti che ormai il governo inglese è andato a farsi strabenedire. La Brexit ha colpito ancora. E’ peggio del cubo di Rubik: nessuno riesce a trovare una soluzione decente in tempi ragionevoli. Gli ultimi eventi poi, hanno affossato definitivamente le strategie del leader conservatore. I Lord, dopo i Comuni, hanno votato per la legge “anti no-deal”, che stoppa l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea in mancanza di accordo e il caos a Downing Street regna sovrano. A Johnson-“Capitan Fracassa”, premier “duro e puro” passato sul cadavere di Theresa May con gli scarponi chiodati, non è rimasto altro che aggrapparsi alla speranziella di nuove elezioni.

Pasticcio britannico

Nel pentolone della Brexit ormai bolle di tutto. Non è solo un affaire di lana caprina tra Regno Unito e Unione Europea, ma una vera e propria cartina di tornasole tra i vantaggi e le male occasioni dello stare nel caravanserraglio di Bruxelles. Sì, perché toglietevi dalla testa che la questione riguardi orgoglio nazionale, tradizioni storiche, voglia insopprimibile di autonomia e altri ammennicoli del genere. Che nella politica estera contemporanea valgono poco più di zero. No, la lite è sempre per la coperta. Che ci guadagno, ci si chiede, a stare coi parrucconi e coi “poteri forti” dell’Unione? E qua i sudditi e, soprattutto, i politici di Sua Maestà britannica, una ne fanno e cento ne pensano.

Confusioni post imperiali

Se ne infischiano, è chiaro, dello “spirito comunitario continentale” tanto caro ai nostri padri fondatori. Guardano solo la loro sbobba e, vedendola da diverse angolazioni intrise di convinzioni, orientamenti e pregiudizi, danno interpretazioni diverse. Anzi, decisamente contrastanti. Oggi il Paese è esattamente spaccato in due, anche se gli umori popolari sembrano più vicini di quanto sembri alla compagnia di giro di Bruxelles. La May su questa rogna ci ha lasciato penne e piume e lo stesso sta andando a finire al suo successore, Boris Johnson. Abbandonato in braghe di tela persino dal fratello e disperatamente alla ricerca di qualche voto per andare subito a elezioni anticipate. “Evitarle – aggiunge – sarebbe un insulto codardo alla democrazia”.

Elezioni a convenienza

Insomma, le elezioni sono proprio il sale di questa “democrazia”, sulla bocca di tutti e nel cuore di nessuno. Però, troppo sale fa salire la pressione (lo sappiamo in Italia), anche a coloro che le elezioni potrebbero perderle. Così, bruciata la legge che favoriva un’uscita persino senza accordo (“no-deal”), Johnson presenterà una mozione per arrivare a elezioni anticipate. Difficile che le ottenga. Ormai, nelle procellose acque degli oceani parlamentari britannici, la confusione regna sovrana e i laburisti inglesi sembrano anche loro balbettare programmi che confondono tattica e strategia. Come da noi.

Malinconici distratti

Abbiamo sempre sostenuto che la moneta unica e l’Unione Europea sono un progetto riuscito male. Anzi a sghimbescio. Ma a questo punto metterle in questione è da neurodeliri. Bisogna battersi per smussare spigoli e spuntoni, che ne ostacolano un corretto ed equilibrato funzionamento. E tenercele sulla pancia. Punto. A Londra, invece, ci sono ancora molti nostalgici dell’Impero, che faticano a convincersi che la mangiatoia bassa è finita con la seconda guerra mondiale. In effetti, ogni lobby, pro o contro la Brexit, ha fatto fare studi macroeconomici sul futuro del Regno Unito. Quelli che prevedono una scoppola finanziaria sono la maggioranza.

Banca d’Inghilterra vede nero

Si parla di “dossier segreti” elaborati anche dalla Banca d’Inghilterra, che vedono nero nel lungo periodo. Fare la guerra commerciale all’Europa e affidarsi alle paturnie dell’inaffidabile Trump (scusate il gioco di parole), perché di questo sostanzialmente si tratta, è un azzardo che molti cittadini inglesi non vogliono correre. L’Economist ha dedicato una copertina a Johnson, pericolosamente in cima alle montagne russe. Adesso il premier è in rapidissima e quasi verticale picchiata. E avrà lo stomaco in gola. Anche perché guerre doganali, recessione generalizzata, giri di valzer della Casa Bianca, politiche monetarie della Federal Reserve e della Banca Centrale Europea, esaltano le economie finanziarie “di scala” e penalizzano le altre. Insomma, comunque vada, grosso è bello. E se gli inglesi sceglieranno di essere piccoli piccoli, beh allora saranno cavoli amari. Lo sanno e stanno cercando una soluzione, per cadere all’impiedi e non perdere la faccia.

L’azzardo di BoJo

Boris Johnson, BoJo per i molti nemici, spregiudicato come sempre, gioca sporco sulla strada della Brexit senza accordo con l’Unione europea, come suggerito dal suo amico Donald Trump. Forzatura costituzionale del Regno Unito grave. Johnson ha chiesto alla regina di rinviare il tradizionale Queen’s Speech, la riapertura dei lavori parlamentari. La Regina messa in mezzo nella furberia per bloccare il parlamento fino al 14 ottobre, praticamente alla vigilia della data di uscita dall’Ue, il 31 ottobre, accordo o non accordo. Di fatto, l’obiettivo di BoJo, impedire all’organo sovrano della democrazia britannico una eventuale mozione di sfiducia che cacci lui e la Brexit arrabbiata.

Tutti contro Johnson

Per il portavoce della Camera dei Comuni John Bercow si tratta di un «oltraggio costituzionale». Una voce significativa, quella di Bercow, in quanto raramente commenta le decisioni politiche, ma che questa volta non ha usato mezzi termini: «Comunque sia mascherato, è palesemente ovvio che lo scopo ora sarebbe quello di fermare i parlamentari nella discussione sulla Brexit plasmando il corso del Paese».

Il leader laburista Jeremy Corbyn ha annunciato di aver scritto alla Regina per chiedere un incontro «per urgenza e prima che venga presa qualsiasi decisione finale». Corbyn ha poi aggiunto che «sospendere il Parlamento non è accettabile. Ciò che il Primo Ministro sta facendo manipola la nostra democrazia per forzare un accordo», aggiungendo ancora «il nostro primo ministro deve tener conto del Parlamento. Ciò che sta facendo è scappare. Faremo assolutamente tutto il possibile per fermarlo.»

Giustificazioni poco credibili

La risposta di Johnson ha negato il contenuto delle critiche ritenute false, e ha giustificato la sua decisione con l’intento di accelerare sulla strada delle riforme senza aspettare l’esito del 31 ottobre. Inoltre ha insistito che ci sarebbe ancora «tempo sufficiente» per i parlamentari per discutere dell’ucita del Regno Unito. «Abbiamo bisogno di una nuova legislazione. Dobbiamo presentare nuove e importanti proposte di legge ed è per questo che avremo un discorso della regina», ha aggiunto il primo ministro.

La regina in tribunale?

Ora però la vicenda rischia di diventare materia per una disputa legale molto delicata. Numerose figure di alto profilo, tra cui l’ex primo ministro John Major, hanno minacciato di andare in tribunale, una sfida che tra le altre cose rischia di coinvolgere anche la stessa regina Elisabetta.

Sul piano politico invece si registrano già le iniziative di alcuni deputati laburisti, molti dei quali si sono riuniti d’urgenza per affrontare la situazione. Si aspetta anche di capire se Corbyn convocherà un dibattito alla Camera dei Comuni la prossima settimana cioè prima del 10 settembre, giorno dell’annunciata chiusura.

Il pericolo immediato per le intenzioni di Johnson è quello di un voto di sfiducia, un’eventualità sottolineata dal veterano dei Conservatori, Dominic Grieve. La sfiducia infatti è qualcosa che «i partiti dell’opposizione hanno lasciato sul tavolo come un’altra opzione per fermare il “no deal”» – aggiungendo «questo governo verrà giù».

La Britannia si riscopre isola e ha un po’ di paura. Lo stresso della Manica, una manciata di chilometri, rispetto all’Atlantico che è oceano ad ha inquilini oggi decisamente infidi. Già si coglievano ripensamenti. Ma secondo un sondaggio pubblicato dall’Independent, quotidiano noto per le posizioni filo-Ue, se si votasse nuovamente sull’addio all’Unione il risultato si ribalterebbe, col 51% favorevole al Remain e il 41% al Leave. Dieci punti si distacco a dire no all’Exit, assieme a Theresa May.

Lei, la traballante premier l’ha capito, e riaffermare la sua autorità promettendo che il divorzio da Bruxelles lo condurrà in porto, a dispetto di chi nel suo stesso partito tenta di strattonarla verso una linea soft o una ancora più hard. A prendere per buono il sondaggio della società demoscopica Bmg Research (dopo le previsioni errate negli ultimi anni da parte di diversi istituti) il distacco di 10 punti fra britannici contro e a favore della Brexit è il più grande mai registrato dalla consultazione popolare del 23 giugno 2016.

Uno spostamento di consensi in questo senso è stato rilevato anche da altre fonti, come ad esempio l’autorevole YouGov, sebbene, come sottolineano gli esperti, questo non significa che i sudditi di sua maestà vogliano interrompere il processo di uscita già intrapreso. Qualche segnale però c’è. Lo sottolinea anche il presidente del Parlamento Europeo Tajani: “Più si va avanti, più si rendono conto dell’errore commesso”, ha detto, ma”se i britannici volessero fare marcia indietro poi tutti gli stati dell’Unione Europea dovrebbero accettare”. Avvertimento chiaro.

Una Theresa May in difficoltà, ha lanciato una offensiva mediatica sui domenicali più vicini al suo partito conservatore, Sunday Telegraph e Sunday Express, affermando che il suo governo non si fermerà nella Brexit e porterà a termine un “accordo ambizioso” con Bruxelles. Ma la premier deve sempre fare i conti coi dissidi interni al suo partito. In primo luogo con Boris Johnson, che torna a indicare le sue linee rosse in senso euroscettico nel dossier Brexit. “La Gran Bretagna non deve diventare uno “stato vassallo” dell’Unione”.

Le affermazioni di Boris arrivano alla vigilia di un cruciale consiglio dei ministri di martedì, in cui verrà stabilita la linea, nella prossima fase di negoziati. Altro segnale per May arriva da alcuni Lord: anche nella camera alta c’è la possibilità di una ‘ribellione’ se le indicazioni del governo fossero troppo rivolte ad una hard Brexit. Posizione esattamente opposta a quella di Boris Johnson. Sola notizia positiva per la premier la evitata rivolta (per ora) di una decina di deputati sull’inserimento della data -il 29 marzo 2019- dell’addio all’Ue nel testo di legge.

May: Stessi diritti per cittadini Ue e Gb
Juncker: Raggiunta una intesa equa

Dichiarazioni concitate e pochi dettagli.
Cosa sappiamo per ora, dalle dichiarazioni concitate e ‘politiche’ dei due vertici al mercato divorzile delle Brexit.
Diritti
«I diritti dei cittadini comunitari residenti nel Regno Unito e britannici nell’Unione rimarranno tali anche dopo Brexit».
Irlanda
«Il Regno Unito ha ammesso la situazione unica sull’isola d’Irlanda e ha preso impegni significativi per evitare un confine invalicabile».
Soldi
«Il Regno Unito ha accettato di rispettare gli impegni presi a Ventotto».

Esame il 14, 15 dicembre

L’accordo tra Ue e Gran Bretagna, sarà sottoposto al vertice Ue del 14-15 dicembre.
La premier britannica e il presidente della Commissione europea hanno siglato un documento di 15 pagine che fa il punto della situazione e indica ai negoziatori il percorso per una seconda fase di colloqui. Ancora lontani dal tornare scapoli/nubili.
Ora i negoziati sul ‘periodo di transizione’ che la Gran Bretagna ha chiesto di due anni, arco di tempo in cui vuole rimanere membro dell’Unione doganale e del mercato interno. Da devìfinire soprattutto a quali condizioni.
Il Financial Times definisce quello raggiunto “un accordo storico”.
Londra è chiamata a sborsare dai 40 ai 60 miliardi di euro e a garantire diritti speciali per 4 milioni di europei. L’intesa, scrive FT, apre la strada ai negoziati commerciali.

Per Theresa May momento difficile

Circondata da tutti i lati, la primo ministro deve fare i conti con la risicata maggioranza che sostiene il suo governo (l’atteggiamento rigido del partitino unionista del Dup sul decisivo quanto spinoso dossier irlandese), e soprattutto col suo Partito Conservatore, diviso fra ‘pragmatici’ (compromesso con Bruxelles), ed euroscettici ‘duri e puri’ (far saltare il banco di fronte ‘concessioni’ eccessive).
Ed entrambi i gruppi hanno i numeri per essere determinanti e far cadere il debole governo May.
Alla Camera dei Lord c’è chi, specialmente dai banchi laburisti, inizia a far congetture su un rinvio della scadenza della Brexit fissata il mese passato da Theresa May per ‘le 23 del 29 marzo 2019’, con orario ferreo. Ma senza considerare che da qui ad allora a Downing Street 10 ci potrebbe essere qualcun altro. Con sempre più forti probabilità.